La Profezia di Isaia e la Conoscenza di Babilonia

Il profeta Isaia, attraverso la sua opera, offre una riflessione profonda sulla caduta degli imperi, in particolare quello babilonese, evidenziando come la sua stessa sapienza e conoscenza, pur essendo beni, abbiano contribuito al suo declino. Questa prospettiva, che sfida una visione riduttiva dei profeti a semplici "professionisti dell'impero", rivela una comprensione sottile delle dinamiche di potere e delle insidie dell'autosufficienza intellettuale.

Mappa del Vicino Oriente Antico con indicazione di Giuda, Assiria e Babilonia

Contesto Profetico e la Chiamata di Isaia

Nell'epoca di Isaia, l'ombra minacciosa del crudele monarca assiro si proiettava sinistramente sugli altri imperi e sui regni minori del Medio Oriente. In tutta la zona si parlava di cospirazioni e alleanze. L'apostata Israele a nord sarebbe presto caduto vittima di questo intrigo internazionale, mentre i re di Giuda a sud regnavano in maniera precaria. Si costruivano e si impiegavano nuove armi da guerra, che accrescevano il terrore di quel periodo. Benché il nome di Geova fosse sulle labbra del popolo e dei sacerdoti del piccolo regno di Giuda, essi avevano rivolto il loro cuore lontano, in altre direzioni, prima all’Assiria e poi all’Egitto. La fede nella potenza di Geova era svanita.

Chi avrebbe quindi parlato per conto di Geova? Chi avrebbe dichiarato il suo potere salvifico? "Eccomi! Manda me", fu la pronta risposta di Isaia, che in precedenza aveva già profetizzato. Era l’anno in cui morì lebbroso il re Uzzia, all’incirca il 778 a.E.V. Il nome Isaia significa “salvezza di Geova”, lo stesso significato, anche se scritto in ordine inverso, del nome Gesù (“Geova è salvezza”).

Isaia era figlio di Amoz. I suoi scritti mostrano che egli dimorava a Gerusalemme con sua moglie, che era profetessa, e con almeno due figli dal nome profetico. Prestò servizio all’epoca di almeno quattro re di Giuda: Uzzia, Iotam, Acaz ed Ezechia; evidentemente cominciò verso il 778 a.E.V. e continuò per lo meno fin dopo il 732 a.E.V., per non meno di 46 anni. Che Geova comandasse a Isaia di scrivere giudizi profetici è evidente da Isaia 30:8, dove si legge: "Ora vieni, scrivilo su una tavoletta con loro, e incidilo anche in un libro, affinché serva per un giorno futuro, come testimonianza a tempo indefinito".

La Profezia di Isaia Contro Babilonia: Sapienza e Decadenza

Il Secondo-Isaia, in un capitolo di profezia poetica (Isaia 47, 12-15), annuncia la distruzione di Babilonia. La sua superbia e il suo imperialismo ("Tu che pensi nel tuo cuore: io e nessun altro" 47,8) la stavano conducendo alla rovina. Alla radice di questo imminente crollo non c’è solo la hybris tipica di tutti gli imperi, né soltanto l’idolatria. Babilonia sta per "scendere nella polvere" (47,1) anche a causa della sua scienza e della sua grande conoscenza: "La tua sapienza e il tuo sapere ti traviano" (47,10). Sapienza e sapere non sono un male né un peccato, ma una ricchezza e un bene. Il profeta si chiede perché anche questi beni la stiano traviando.

Ecco un estratto dalla profezia di Isaia riguardo alla caduta di Babilonia:

«Stattene pure nei tuoi incantesimi, nelle tue infinite magie! Forse potrai giovartene, forse potrai far paura! Coloro che sezionano il cielo ti aiutano, quelli che scrutano le stelle, che ogni mese ti pronosticano che cosa ti capiterà... Così sono diventati per te gli aruspici con i quali ti sei affaticata fin dalla giovinezza. Uno dopo l’altro barcollano, nessuno ti viene in aiuto» (Isaia 47, 12-15).

La Scienza e la Conoscenza Babilonese

Quando Israele durante la deportazione conobbe dal di dentro la cultura babilonese, non fu affascinato e tentato soltanto dai suoi molti dèi potenti e visibilissimi, che rischiavano di prendere il posto del loro Dio diverso, unico e invisibile. Anche la cultura e l’intelligenza dell’impero neo-babilonese erano per Israele molto seduttive. Quella straordinaria conoscenza degli astri, della matematica, la ricca letteratura e i sofisticati miti, gli incantesimi e gli oracoli, "incantavano" anche le migliori menti di Israele.

I babilonesi iniziarono l'osservazione sistematica delle stelle, della luna, dei pianeti. Scrissero almanacchi, raccolsero e catalogarono "scientificamente" moltissimi dati sui corpi celesti. Furono gli inventori dello zodiaco, dei suoi 12 segni, e della partizione del cielo in sfere e costellazioni ("coloro che sezionano il cielo"). Su questa base empirica e razionale furono capaci di prevedere le eclissi lunari e l’orbita di Giove (il loro dio Marduk), con un avanzatissimo calcolo dell’area di un trapezio (Science, 29 gennaio 2016). Ciò che a noi oggi appare come superstizione e cultura anti-scientifica - oroscopi, divinazioni, interpretazioni dei sogni - duemilacinquecento anni fa erano la forma più razionale per tentare di dare un ordine al caos. Erano strumenti avanzatissimi per dominare un mondo e un cielo che erano totalmente insondabili nelle loro leggi fondamentali di movimento.

Illustrazione di una tavoletta babilonese con osservazioni astronomiche o calcoli matematici

L'Attrazione della Cultura Babilonese per Israele

La polemica anti-idolatrica non poteva essere sufficiente per controllare questa attrazione e questo fascino, perché l’anima più vera e sapiente del popolo intuiva che in quella scienza e in quella conoscenza c’era qualcosa di buono e vero, che non erano stupide come gli idoli e le statue.

Non avremmo molti racconti biblici (e non soltanto i primi tre capitoli della Genesi o il diluvio) senza l’incontro con Babilonia, che è entrata profondamente nella tradizione e nel codice simbolico della Bibbia. I profeti dell’esilio, e tra questi il Secondo-Isaia, furono severi con Babilonia, con la sua religione e con la sua cultura, perché assistevano alla loro penetrazione nel cuore del loro popolo che tentava con fatica di salvarsi dall’assimilazione.

In questo capitolo del libro di Isaia troviamo, forse per la prima volta nella Bibbia, il riconoscimento che la forza e la supremazia di un impero nemico non dipendevano soltanto dall’esercito e dall’economia, ma anche dalla sua scienza e dalla sua cultura. Il Secondo-Isaia, nella accurata scelta delle parole e delle immagini della sua poesia, mostra di conoscere le innovazioni astrologiche/astronomiche dell’impero dominatore. Sapeva che la scienza e la tecnica facevano parte della vocazione di Babilonia, erano il suo "genio" ("Ti ci sei affaticata fin dalla tua giovinezza"). Non ne fa oggetto di satira, non la ridicolizza come aveva fatto con le statue dei suoi dèi. La prende sul serio, e a partire dal riconoscimento di questa potenza scientifica e intellettuale offre la sua interpretazione della sventura che stava per abbattersi su quella superpotenza: "Tu dicevi: in eterno io sono, Signora per sempre. Non hai pensato alla fine" (47,7). L’errore più grave che il profeta vede in Babilonia è la mancanza della coscienza della precarietà del proprio successo e potere, e quindi l’emergere del delirio di onnipotenza e di eternità che le impediva di "pensare alla fine".

La Visione Profetica e la "Maledizione delle Risorse"

Non è da escludere che il profeta provasse anche un certo dolore nel vedere una sì alta civiltà avviarsi verso la rovina. I profeti non sono felici per le sventure che annunciano, e sono anche capaci di soffrire per il contenuto della propria profezia: non sono i proprietari delle parole che dicono.

In questi versi del Secondo-Isaia possiamo trovare un insegnamento di portata più generale. Dalla storia sappiamo che gli imperi iniziano la loro decadenza mentre sono nell’apice del successo. La grandezza, la forza, le conquiste finiscono per auto-divorare i grandi, i forti e i conquistatori, se e quando non sono capaci di fermarsi prima di superare il "punto critico" che si trova sul vertice di una parabola che separa il massimo successo dall’inizio del sentiero che li condurrà verso la loro fine. Riuscire a vedere questo punto critico è estremamente difficile perché coincide con il punto del massimo splendore. Il grande successo, soprattutto quando è di tipo intellettuale o sapienziale, produce l’innamoramento per il successo generato dai propri talenti.

La "Maledizione delle Risorse"

È questa un’espressione particolare e originale della cosiddetta legge della maledizione delle risorse, che scatta tutte le volte che le risorse di ieri diventano un ostacolo alla creazione delle risorse di domani. Perché le molte rendite dei patrimoni iniziano, progressivamente e inconsapevolmente, a corrodere l’impegno e le motivazioni per generare nuove ricchezze. Questa tipica maledizione si applica su ogni tipo di risorse, ma è più difficile da individuare e prevenire quando si ha a che fare con risorse immateriali e spirituali. È semplice capire, ad esempio, che il molto petrolio può diventare la maledizione dell’economia di uno Stato, o che la ricchezza accumulata dai genitori possa diventare maledizione per i figli; meno semplice è accorgersi in tempo che il mio talento sta consumando la mia creatività, o che la ricchezza spirituale e carismatica di un fondatore di comunità possono diventare "maledizione delle risorse" per la generazione successiva.

Schema che illustra il concetto della

Il Ruolo del Profeta

Uno dei compiti preziosissimi dei profeti è la loro capacità di vedere in tempo il punto critico e quindi l’avvicinarsi della "maledizione delle risorse". I profeti pre-vedono perché vedono prima degli altri l’approssimarsi di questo tipo di crisi, ne sanno cogliere i segnali deboli che sfuggono a tutti gli altri, perché si manifestano nei tempi dell’abbondanza e della prosperità quando nessuno ha voglia di dar retta agli avvertimenti dissonanti dei profeti. I tecnici, i futurologi, i sondaggisti, non sono capaci di vedere il punto critico dell’inizio di questa tipica maledizione delle risorse, perché sono tutti interni e funzionali al sistema, sono suoi tecnici prodotti e pagati per spingere avanti il successo e il potere.

Il profeta non è un tecnico del futuro, non è uno scenarista. È invece ben cosciente che il tempo non è nelle sue mani, sa che il futuro non è sua proprietà privata. Ma, per vocazione, vede questi valori soglia invisibili nelle splendenti traiettorie di sviluppo. E lo grida, pur sapendo di non essere ascoltato da chi lo bolla come pessimista, disfattista, profeta di sventura, da chi lo equipara ai tecnici e agli aruspici - ogni profeta sa che il riduzionismo della profezia alla semplice previsione significherebbe la sua morte. I primi nemici delle profezie di sventura sono tutti quei falsi profeti che si arricchiscono predicendo un futuro sempre più glorioso e senza fine.

Nel nostro tempo della scienza e della tecnica, invasi come siamo da industrie produttrici di quantità impressionanti di previsioni finanziarie, politiche, climatiche, nessuno vede e capisce i profeti, nessuno vede e capisce i poeti. E così senza profeti siamo semplicemente destinati a essere mangiati dalla perfezione delle nostre previsioni: "Non salveranno se stessi dal potere delle fiamme" (47,14). I tecnici funzionano bene per le previsioni semplici e, se sono bravi, ci aiutano a prevenire le piccole crisi. Ma quando si tratta di vedere i segni di un passaggio d’epoca, di individuare l’arrivo di una crisi grande, la tecnica delle previsioni non aiuta. Ci sarebbe bisogno solo della profezia. L’antica Babilonia, e le babilonie di ogni tempo incluso il nostro, non si salvano perché non hanno i profeti: li hanno uccisi o ridotti a professionisti dell’impero.

In genere, non è un male che gli imperi decadano e cadano. Potremmo anche leggere nel superamento inconsapevole di questo invisibile "punto critico" un meccanismo provvidenziale intrinseco alla storia umana. Più complesso è il discorso per le persone e per le comunità, dove qualche volta la decadenza potrebbe essere evitata se avessimo coscienza dell’esistenza della "maledizione delle risorse". E se i profeti fossero più ascoltati, anche quando sono profeti di sventura, perché nella profezia delle sventure sta la sola speranza di poterle evitare: "Se avessi prestato attenzione ai miei comandi, il tuo benessere sarebbe come un fiume, la tua giustizia come le onde del mare" (48,18).

Il Libro di Isaia: Struttura, Autenticità e Contenuti

Il libro di Isaia contiene importanti profezie messianiche. Isaia è stato chiamato "il profeta evangelico", tanto sono numerose le predizioni adempiutesi negli avvenimenti della vita di Gesù. Il capitolo 53, per molto tempo un "capitolo misterioso", prediceva così vividamente il trattamento riservato a Gesù, che sembra il racconto di un testimone oculare. Le Scritture Greche Cristiane descrivono l’adempimento delle profezie contenute in questo straordinario capitolo di Isaia, come si nota dal confronto fra i seguenti passi: v. 1-Giovanni 12:37, 38; v. 2-Giovanni 19:5-7; v. 3-Marco 9:12; v. 4-Matteo 8:16, 17; v. 5-1 Pietro 2:24; v. 6-1 Pietro 2:25; v. 7-Atti 8:32, 35; v. 8-Atti 8:33; v. 9-Matteo 27:57-60; v. 10-Ebrei 7:27; v. 11-Romani 5:18; v. 12-Luca 22:37.

Struttura Tematica del Libro di Isaia

  • I primi sei capitoli illustrano le condizioni di Giuda e di Gerusalemme, e descrivono la colpa di Giuda dinanzi a Geova e come fu affidato l’incarico a Isaia. Il messaggio di Isaia "riguardo a Giuda e a Gerusalemme" (1:1-6:13) esorta la nazione a mettere le cose a posto, poiché è malata dalla testa ai piedi.
  • I capitoli da 7 a 12 parlano della minaccia di invasioni nemiche e della promessa di liberazione per mano del Principe della pace incaricato da Geova. Isaia e i suoi figli sono impiegati come ‘segni e miracoli’ profetici.
  • I capitoli da 13 a 35 contengono una serie di dichiarazioni contro molte nazioni e preannunciano la salvezza che sarà provveduta da Geova.
  • I capitoli da 36 a 39 descrivono avvenimenti storici del regno di Ezechia. La pratica esortazione di Isaia di confidare in Geova regge alla prova quando Sennacherib re d’Assiria invade la Palestina. Ezechia prega e Geova risponde salvandoli miracolosamente.

L'Autenticità del Libro di Isaia: Dibattiti e Prove

Benché secondo alcuni il cambiamento di stile del libro dal capitolo 40 in poi indichi uno scrittore diverso, un "secondo Isaia", il cambiamento di argomento dovrebbe bastare a spiegarlo. Ci sono numerose indicazioni che Isaia scrisse l’intero libro che porta il suo nome. Per esempio, l’unità del libro è attestata dall’espressione "il Santo d’Israele", che compare 12 volte nei capitoli da 1 a 39 e 13 volte nei capitoli da 40 a 66, per un totale di 25 volte, mentre in tutto il resto delle Scritture Ebraiche compare solo 6 volte. Anche l’apostolo Paolo testimonia a favore dell’unità del libro citando ogni parte della profezia e attribuendo l’intera opera a un solo scrittore, Isaia.

È interessante che, a cominciare dal 1947, in alcune grotte non distanti da Khirbet Qumran, furono rinvenuti gli antichi documenti dei Rotoli del Mar Morto, che includevano la profezia di Isaia. Quest’ultimo rotolo, uno splendido testo ebraico premasoretico in buono stato di conservazione, ha circa 2.000 anni. Questa è una convincente prova che le Bibbie odierne contengono l’ispirato messaggio originale di Isaia. Inoltre questi antichi rotoli confutano l’ipotesi dell’esistenza di due “Isaia” avanzata dai critici, dato che la prima frase del capitolo 40 comincia nell’ultima riga della colonna contenente il capitolo 39 e prosegue nella colonna successiva.

Ci sono abbondanti prove dell’autenticità del libro di Isaia. Eccetto Mosè, nessun altro profeta è citato più spesso dagli scrittori cristiani della Bibbia. Ci sono similmente copiose testimonianze storiche e archeologiche che ne attestano l’autenticità, come gli annali dei monarchi assiri, compreso il Prisma esagonale di Sennacherib. Le rovine dell’antica Babilonia testimoniano tuttora l’adempimento di Isaia 13:17-22. Una testimonianza vivente fu costituita da ciascuno delle migliaia di ebrei che tornarono da Babilonia, liberati da un re il cui nome, Ciro, era stato messo per iscritto da Isaia quasi 200 anni prima.

Le Radiografie dei Rotoli del Mar Morto Svelano un Segreto che Riscrive la Storia Biblica

Questioni Critiche: Autenticità e Datazione delle Profezie su Babilonia

Un problema di autenticità è stato sollevato dal passo di Isaia 2:2-4, una breve profezia messianica. Vi si narra che negli ultimi tempi il Tempio di Dio sarà vivibile da lontano, quasi fosse eretto su un’alta montagna, e tutte le nazioni si convertiranno al culto del vero Dio. Questa prospettiva si rinviene anche in brani propriamente isaiani, ma il brano si trova quasi alla lettera in Michea 4:1-5. Delle ipotesi suggeriscono che entrambi dipendano da una fonte comune ovvero da una profezia anteriore, forse più estesa, che Michea avrebbe riprodotto in modo più preciso e Isaia in modo meno letterale. Un’altra ipotesi sostiene che la profezia appartenga a Michea e che un redattore posteriore la abbia poi trasferita in Isaia.

L'Oracolo Contro Babilonia (Isaia 13:1-14:23): Analisi Critica

Un altro dubbio sorge per Isaia 13:1-14:23, in cui v’è un oracolo contro la Babilonia. In questo brano si profetizza la distruzione della Babilonia per opera dei Medi, il che suppone una situazione esistente al VI secolo e non all’VIII in cui Isaia visse. Babilonia è espressamente nominata come "splendore dei regni" e "superba bellezza dei Caldei", apparendo come la padrona del mondo. La sua caduta è imminente e viene indicato anche l’esecutore del castigo: "Ecco, io spingo contro di loro i Medi". Il popolo di Israele si trova in esilio, e Dio decide di salvarlo e ricondurlo alla sua terra. La distruzione della Babilonia costituirà appunto l’inizio di tale lieto evento.

A rigor di logica si potrebbe pensare che Isaia abbia potuto profetizzare fatti posteriori di due secoli. Questo è ciò che pensano, ad esempio, i Testimoni di Geova, i quali argomentano che Geova rivela la risposta con circa 200 anni di anticipo. Ma non è quello che accade in questo brano biblico: la dominazione babilonese, infatti, non è profetizzata, ma è data per scontata. Così, anche l’esilio non è preannunciato, ma è ammesso come già esistente: quel che è profetizzato è il ritorno degli esuli. Se quindi ci si vuole davvero attenere alla logica, è più logico pensare che la situazione storica che viene data per scontata nel brano sia il punto di partenza della profezia.

Comunque, vi sono anche altre difficoltà che rendono enigmatico questo brano. Quando la Babilonia fu distrutta non vi dominava un re glorioso e possente, come afferma il passo biblico: "Colui che furiosamente percoteva i popoli con colpi senza tregua, colui che dominava rabbiosamente sulle nazioni" (Isaia 14:6). Dominava invece Nabonide, che per ragioni di strategia viveva confinato nell’oasi di Tema. Per di più, questo re non fu per niente ucciso come suppone Isaia 14:19, ma fu costituito da Ciro come governatore del posto. Inoltre, non i Medi ma i Persiani conquistarono la Babilonia.

Diverse ipotesi sono state formulate:

  • Il brano sarebbe, secondo alcuni, una profezia isaiana, scritta contro Babilonia, che riguarderebbe la sua distruzione nel 690/689 a.E.V. ad opera di Sennacherib. Questi difensori dell’autenticità presentano anche il richiamo a Babilonia in Isaia 39:5-7 e la conoscenza del brano isaiano da parte di Geremia 50 e 51.
  • Altra ipotesi offerta da altri studiosi suggerisce che l’oracolo isaiano si riferirebbe originariamente a Ninive e a un re assiro, e non a uno babilonese. Solo in seguito il brano sarebbe stato riadattato e applicato alla distruzione di Babilonia.
  • Secondo altri autori il brano sarebbe invece da attribuirsi al Deutero-Isaia, cui si accosta perché presuppone la stessa situazione storica. La menzione dei Medi senza un riferimento esplicito ai Persiani farebbe supporre che il vaticinio sia stato composto prima del 550 a.E.V. In tal caso, si potrebbe concludere che il brano fu composto qualche decina d’anni prima del Deutero-Isaia, contemporaneamente a un analogo oracolo fatto da Geremia (50 e 51).
Naturalmente il tutto fu condito da espressioni quasi apocalittiche, per cui alla distruzione di una città si fanno intervenire mutamenti cosmici (sole e luna). La differenza tra il modo in cui Babilonia fu occupata e la descrizione di Isaia fa capire che il brano è una vera profezia e non una descrizione post eventum. Se il brano fosse stato scritto dopo gli eventi, si sarebbe cercato di adeguarlo meglio alla realtà dei fatti. Si tratta quindi di una vera profezia.

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