Omelia per la XVIII Domenica del Tempo Ordinario Anno C: Il Valore della Vita oltre i Beni Materiali

Niente fa litigare di più i fratelli delle questioni di eredità. Ci siano da dividere dei palazzi oppure solo dei vecchi mobili, ci siano molti milioni o poche lire, quando si tratta di eredità si finisce sempre col far baruffa. È così dal principio del mondo. La legge mosaica regolava minuziosamente, come le legislazioni moderne, il diritto di successione. Chi si credeva defraudato, si rivolgeva spesso per avere giustizia ai dottori della legge, cioè agli interpreti della Sacra Scrittura.

illustrazione di una famiglia che discute su un'eredità

Il Contesto Evangelico: Una Richiesta di Giustizia

Nell'episodio raccontato dall'odierna pagina di Vangelo, un uomo, privato di quel che gli spettava dalla prepotenza del fratello, si rivolge a Gesù, che ormai è riconosciuto maestro, con la supplica: «Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità».

Gesù risponde a questa richiesta in tre modi principali:

  • con un rifiuto, che può sorprendere;
  • con un principio sul vero valore dell'uomo;
  • con una parabola, che invita tutti a riflettere.

Il Rifiuto di Gesù: Risolvere alla Radice ogni Problema Temporale

Quell'uomo chiedeva giustizia. In una delle solite beghe, che sono la gioia degli avvocati e la rovina delle famiglie, aveva ricevuto un sopruso. La sua richiesta era dunque legittima. Eppure Gesù risponde quasi con durezza, dichiarando la sua assoluta incompetenza: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».

Potrebbe sembrare che a Gesù non stia a cuore la giustizia o la sorte di chi è oppresso e derubato dall'egoismo. In realtà, gli sta più a cuore che non si facciano confusioni, e si preoccupa di più che il suo messaggio appaia chiaramente per tutti come l'annuncio del Regno di Dio e non, direttamente e per sé, la sistemazione delle cose del mondo.

Certo, egli è giudice, ma è il Giudice che giudicherà i vivi e i morti, cioè giudicherà ciascuno al termine della vita su tutto ciò che è stato compiuto. Certo egli è mediatore, ma non per le liti tra noi: è l'unico Mediatore tra Dio e gli uomini, che può riconciliarci col Padre. Allo stesso modo, la Chiesa immette nel cuore dei popoli, col desiderio del Regno, una invincibile nostalgia di giustizia anche terrena, ma il suo compito primo resta la redenzione del cuore e la salvezza eterna dell'uomo.

Il Principio Fondamentale: La Preminenza dell'Essere sull'Avere

Gesù prosegue dicendo: «La vita dell'uomo non dipende dai suoi beni». Questo significa che il valore dell'uomo non sta in ciò che egli possiede. Qui si evidenzia un radicale contrasto tra la mentalità di Cristo e la mentalità del mondo, un contrasto che potrebbe essere espresso dai due verbi più usati della lingua italiana: il verbo "avere" e il verbo "essere".

Il Contrasto tra Mentalità Mondana e Cristiana

Per il mondo, l'uomo vale per quello che ha: "Quanto hai in banca? Hai la casa in montagna? Hai l'automobile fuori serie?". Con queste domande o altre simili, il mondo classifica un uomo. Per Cristo, invece, l'uomo vale per quello che è: "Chi sei? Che cosa sei? Sei vicino a Dio col tuo cuore e col pensiero di ogni giorno? Sei giusto? Sei buono e caritatevole con gli altri?". Con queste domande il Signore ci aiuta a fare una stima di quello che davvero valiamo.

È importante notare che l'avere resta sempre esterno all'uomo e dovrà essere presto o tardi completamente abbandonato. L'essere, invece, è interno a noi e accompagna l'uomo anche di là dalla morte. Perciò il Signore ammonisce: «Guardatevi da ogni avidità», cioè da ogni smodato desiderio di avere. Preoccupatevi invece di essere, cioè di crescere nella vostra ricchezza interiore.

infografica che illustra il contrasto tra

La Parabola dello Stolto Ricco: Un Avvertimento Eterno

Per farci capire bene questa verità, Gesù racconta con stile molto vivace il caso (così frequente anche ai nostri giorni) di un uomo ricco, che ha passato tutta una vita ad accumulare ricchezze e viene improvvisamente strappato ai suoi compiacimenti e alle sue fantasticherie da un piccolo colpo notturno, col quale la sua esistenza terrena bruscamente si conclude.

Il Monologo del Ricco e l'Intervento Divino

La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: «Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così - disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti!». Questo programma, che sembra essere quello degli italiani a Ferragosto, è incompleto: nella vita organizzata così, non c'è posto né per Dio né per i fratelli che sono nella necessità.

È significativo il fatto che quest'uomo ragionava tra sé. Il suo è un monologo: sia quando pensa agli affari (magazzini, raccolto), sia quando pensa al riposo e al divertimento (mangiare, bere, stare allegri), non ha interlocutori, è solo con se stesso. Non parla né con Dio nella preghiera né con gli altri nelle opere di misericordia. Proprio per questo è stolto. Ma Dio gli disse: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?».

Drammatica è questa finale del racconto con l'intervento della voce divina che risuona nella notte. Dio è un interlocutore che sta zitto a lungo, ma, quando ha deciso, si inserisce di prepotenza nei nostri monologhi. Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. La vita è breve, "come un turno di veglia nella notte", e la gloria terrena è fugace, "alla sera è falciata e secca". Per questo preghiamo: "Abbi pietà dei tuoi servi! l’opera delle nostre mani rendi salda."

La Follia dell'Accaparramento

La parabola denuncia il vizio dell'avarizia, dell’accaparramento dei beni, beni destinati a molti che però vengono tenuti da pochi. I discorsi di questi pochi sono veramente paurosi; dicono che è Dio che ha dato loro questi beni; che non è colpa loro se sono stati benedetti, magari da una buona stella; che il mondo con le sue ingiustizie non l’hanno fatto loro; che loro sono pronti a fare opere di beneficenza. Il Vangelo dice però ben altro.

Dice che costoro non hanno alcuna voglia che il mondo cambi e accumulano ricchezze per assicurarsi delle isole felici di benessere senza tener conto di nessuno, che le loro beneficenze sono delle spilorcerie perché danno del loro superfluo (Mc 12,41s); dice che il loro riconoscimento di Dio è ipocrita e solo strumentale al loro egoismo (Lc 18,10s); dice che si compiacciono della “disonesta ricchezza” (Lc 16,9), che è tale perché i loro beni non diventano opportunità di lavoro per tanti (Mt 20,7). Queste denunce del Vangelo gli accaparratori di ricchezze le sanno bene, ma vi oppongono i loro discorsi paurosi, presentati con scaltrezza di parola.

Stolto è colui che potendo benissimo vedere non vuole vedere. Il saggio, invece, è colui che vede e ne trae le conseguenze. Saggio è Qoèlet, che di fronte al compiacimento riguardo ai suoi beni conclude che “anche questo è vanità”. E perché? Perché dovrà morire e lasciare le sue fatiche a un altro. Uno ha speso energie, tempo; ha accumulato ricchezze, ma nulla gli garantisce che le sue ricchezze rimarranno nel futuro a celebrarlo (Sal 48/49, 19).

La campagna diede un buon raccolto, dice la parabola. La campagna per dire che non fu tanto il lavoro degli operai del ricco, ma appunto la benedizione di Dio, che voleva dare al ricco un’occasione di fare del bene e con ciò la gioia del fare il bene. Ma non andò come il buon Dio voleva, e visto che l’albero, ancora una volta zappettato dalla misericordia divina (Lc 13,8), non dava alcun frutto, il buon Dio pensò di toglierlo di mezzo: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita». In quale modo, se stava bene? In tanti modi. Ma Gesù non ci lascia fermi a questi pensieri di deplorazione dell’attaccamento alle ricchezze; ci invita ad arricchirci di altri tesori.

Riflessioni sulla "Vanità"

Le Vere Ricchezze e la Vita Nascosta in Cristo

Dove si trova la nostra ricchezza? Paolo ci dice che la nostra vita «è nascosta con Cristo in Dio». Dunque, le nostre ricchezze non sono quelle che il mondo considera, sono interiori, nascoste. Il loro irraggiamento esterno - nelle parole e azioni - non renderà mai la consistenza delle ricchezze interne, e del resto neppure noi al presente le possiamo percepire pienamente. Solo in cielo noi conosceremo appieno le ricchezze, i tesori di grazia che Dio ha posto nel nostro cuore; e tutto ciò che è nostro apparirà ai beati e le ricchezze dei beati appariranno a noi. Così ognuno gioirà dei tesori presenti in sé e negli altri, sarà la comunione dei santi nella gloria.

L'Invito di San Paolo

Paolo ci dice di cercare la mortificazione: «fate morire dunque ciò che appartiene alla terra». Mortificare quella parte di noi che, se assecondata, finisce per serrarci nell’illusione di essere autosufficienti, di poter progettare un futuro di benessere senza Dio. L’uomo della parabola pensava, rinnovando i suoi granai, di avere raggiunto l’autosufficienza; una duratura autosufficienza. Pensava di avere raggiunto un margine di sicurezza e di spensieratezza che nessun avvenimento avrebbe potuto scalfire; e invece, ecco, quel ricco dal cuore indurito la notte stessa morì.

Con la mortificazione non intendiamo atrofizzarci, ma purificarci; non intendiamo mutilarci nelle nostre possibilità umane, ma intendiamo fare guerra all’amor proprio, inteso come falso, esagerato, concetto di sé, per dare spazio a Colui che ci arricchisce, attirandoci a sé e aprendoci agli altri. Chi dice che la sessualità è una cosa che non va repressa, dice una parola ambigua, che lascia la porta aperta alla menzogna; infatti, noi non neghiamo la sessualità, che è un dato importante della nostra realtà, ma ne rifiutiamo l’uso errato. Ed è falso quando si dice, per giustificare l’uso errato della sessualità, che in tal modo noi ci possediamo. Sì, ci possediamo, ma possediamo un rudere, perché abbiamo deturpato il nostro essere ad immagine e somiglianza con Dio.

La Verità e l'Edificazione Reciproca

Non mentiamoci gli uni gli altri; e questo anche nel campo dell’uso dei beni di questo mondo. Troppo spesso si dà, mentendo, del fondamentalista a chi non lo merita affatto. Ma il fondamentalista chi è? Chi nega alla Parola la sua inesauribile ricchezza e la serra in un suo ottuso intenderla. Nessuna meraviglia se il miscredente bolla sempre di fondamentalismo chi lo contraddice. Allora non mentiamoci gli uni gli altri, ma cerchiamo invece di edificarci vicendevolmente, sapendo che se io edifico il mio fratello edifico anche me stesso, infatti noi siamo uni in Cristo (Cf. Gal 4,28).

Superare l'Invidia con la Carità

Che brutto è il cuore che ha come movente l’invidia e non la carità! Brutto è il cuore di chi gode del male altrui e si rattrista del bene altrui! E perché gode? Nell’ombra! Ecco l'invidia, che altro non è che superbia e perdita della pace. Bello è quel cuore che considera il bene altrui come suo bene e prega per l’estinzione del male. Ma come arrivare a vivere questo? Appunto, vivendo Cristo.

La Vita come Dono e Restituzione

Molti dei nostri conflitti nascono dall’illusione di essere proprietari della nostra vita: a volte le relazioni si spezzano perché facciamo fatica a metterci d’accordo, abbiamo sempre paura che gli altri abbiano più di noi. Siamo spesso animati da inconfessabili sentimenti di invidia: non vogliamo ammettere che ci dà fastidio che qualcuno abbia quello che noi non possediamo. Siamo divorati dalla gelosia, quando viviamo nella minaccia di poter perdere quello che crediamo di aver meritato.

La Vanità dei Beni Terreni

Eppure, se aprissimo gli occhi ci renderemmo conto che in realtà noi non possediamo niente, non siamo proprietari di nulla. Tutto quello che c’è nella nostra vita, lo abbiamo ricevuto come dono: avrebbe potuto non esserci. E da un momento all’altro qualunque cosa può esserci tolta: non siamo padroni di niente, abbiamo solo l’usufrutto. Questa è la vita umana: uno spazio d’amore, una corrente di bene che non possiamo fermare. Al contrario, come l’interlocutore di Gesù in questo passo del Vangelo di Luca, siamo fratelli che non riescono a vivere insieme. Ognuno vede solo quello che gli spetta. Ed è proprio qui che comincia la divisione.

Gesù risponde a questa richiesta dimostrando l’illusione nascosta in quella domanda: se ci rendessimo conto che in realtà noi siamo nullatenenti, non perderemmo tempo a rivendicare quello che ci spetta. Ci renderemmo conto della vanità del tempo che passa, come dice Qoelet. La vita è come il vento: è impossibile afferrarla. È un vento che ci attraversa e che non possiamo mai possedere. Qoelet non ci consegna un messaggio di disperazione, anzi, ci invita a guardare le cose dalla prospettiva giusta: la vita non è una proprietà, ma un dono, per questo è inutile investire le nostre energie nel vano tentativo di trattenerla.

Possiamo anche illuderci di essere proprietari di quello che ci è stato donato: gli affetti, le relazioni, i ruoli sociali, la vocazione, il nostro corpo. Ma prima o poi la realtà bussa alla nostra porta e allora ci accorgeremo che siamo poveri. Non si tratta di sforzarsi di diventare poveri, ma di rendersi conto che lo siamo di fatto. La nostra vita è estremamente fragile, come quella del protagonista della parabola raccontata da Gesù: un uomo che si arricchisce, pensando di trasformare quella ricchezza nel senso della sua vita, e invece la sua vita finisce senza aver trovato un senso: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?».

La Preghiera degli Esercizi Spirituali

Alla fine degli Esercizi spirituali, l’itinerario di preghiera suggerito da Sant’Ignazio di Loyola, nel quale siamo invitati a portare la nostra vita davanti a Dio, ci viene suggerita una preghiera che aiuta a scoprire il senso della vita quotidiana. Si tratta di quella preghiera nella quale diciamo al Signore: «prendi e ricevi tutta la mia memoria, il mio intelletto, la mia libertà, tutto quello che ho e possiedo…». Chi ha terminato gli Esercizi prega così perché si è accorto di aver ricevuto tutto da Dio. La vita diventa restituzione!

Riferimenti Biblici

  • Qo 1, 2; 2, 21-23
  • Sal 94
  • Col 3, 1-5
  • Mc 12,41s
  • Lc 18,10s
  • Lc 16,9
  • Mt 20,7
  • Gal 4,28

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