Il Padre Nostro: Un Caso Emblemmatico di Riformulazione
La preghiera cristiana, nel corso dei secoli, è stata oggetto di attenta revisione linguistica. Nella preghiera, la frase “non indurci in tentazione“ verrà sostituita con una nuova traduzione ritenuta più idonea: “non abbandonarci alla tentazione”. Questa modifica è ritenuta più fedele al significato dell’originale in greco. Dopo una lunga discussione, l’Assemblea generale della CEI ha approvato la modifica della traduzione.
Il problema nasce, per l’appunto, dalla traduzione dal greco della parola eisenènkes, dal verbo eisféro, che per secoli è stato tradotto con il latino inducere, da cui l’“indurre” in italiano che per noi ha significato di “spingere a”. Questa traduzione, a cui siamo da sempre stati abituati, risulta essere errata, o meglio, poco fedele al significato della preghiera stessa, perché, come spiegato da Papa Francesco: “Sono io a cadere, non è Lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo.” Quindi Dio, secondo questa interpretazione, è un Dio salvifico che non ci spinge verso il male e non ci tende delle trappole.

La Vulgata di San Girolamo: Origini e Conseguenze delle Prime Scelte Traduttive
Per comprendere l'origine di alcune problematiche traduttive, è utile fare qualche passo indietro nella storia della Chiesa. Sapete qual è l’origine della traduzione non proprio esatta? Un lavoro che durò parecchi anni, commissionato nel 383 da Papa Damaso I, il quale desiderava una traduzione più accurata e senza fronzoli. La Vulgata deve il suo nome alla dicitura latina “vulgata editio” che significa “edizione per il popolo”. San Girolamo per il suo lavoro di traduzione è considerato il santo patrono dei traduttori. Un uomo di grande conoscenza, ma di certo non infallibile.

Il Mosè "Cornuta Facie": Un Errore Iconografico Persistente
Un esempio celebre di errore di traduzione attribuito a San Girolamo riguarda la figura di Mosè. Si tratta di un’opera in marmo commissionata a Buonarroti nel 1513 da Papa Giulio II per ornare il complesso funerario concepito quale Tomba di Giulio II. Certo non passano inosservate le due piccole corna sul capo del Mosè di Michelangelo. Probabilmente si tratta di un errore di traduzione sempre del nostro San Girolamo. Nel tradurre dall’ebraico al latino aveva scritto che Mosè, dopo aver ricevuto le tavole della Legge sul monte Sinai, ne ridiscese cornuta facie.
L'errore di traduzione è dovuto al fatto che la radice ebraica “km” può essere vocalizzata in due forme: “karan” che significa raggi e “keren” che significa corna. Questo errore è stato tramandato per secoli, andando a orientare la rappresentazione del Mosè in arte, come nel caso di Michelangelo, che evidentemente per rappresentare la sua opera prese ispirazione dalla Vulgata in latino. Questo aneddoto curioso ci porta a riflettere sul mestiere del traduttore: ogni testo, ogni parola richiedono studio e attenzione e talvolta non è sempre facile districarsi nell’intricato mondo della traduzione.

Le Sfide e i Pericoli della Traduzione nel Corso della Storia
Le conseguenze di una traduzione errata o controversa possono essere immense. Per molti, la traduzione della Bibbia o di altri testi sensibili poteva costare la vita. Numerosi personaggi hanno avuto problemi con la Chiesa per le loro traduzioni o per aver reso i testi sacri accessibili al popolo. I libri di alcuni traduttori o riformatori furono bruciati per accuse di blasfemia, sedizione e pubblicazione di libri proibiti. Non solo in ambito religioso, ma anche per testi secolari, tradurre un dialogo di Platone poteva avere conseguenze gravi.
Casi estremi si sono verificati anche in tempi più recenti. Il traduttore di un libro che ben presto divenne un bestseller mondiale ha dovuto affrontare minacce. I traduttori, in quanto tali, erano talvolta punibili con la sanzione estrema. Un traduttore italiano è scampato a molte coltellate nel 1991, mentre un altro traduttore è stato assassinato a coltellate l'11 luglio 1991. Un altro traduttore è morto per un proiettile l'11 ottobre 1993. Questi eventi, avvenuti tra Europa ed Egitto, dimostrano come per un errore di traduzione si possa morire, intenzionalmente o casualmente, per errori reali o presunti.
La traduzione asseverata | Tutto quello che c'è da sapere
Il Frutto Proibito dell'Eden: Mela, Fico o Altro?
Un altro esempio di persistente fraintendimento è legato al frutto proibito del giardino dell'Eden. Qual è il frutto che ha causato la sua perdizione? La mela, è la risposta che molti darebbero, sbagliando, naturalmente. La questione è più complicata di quanto sembri. La Genesi non parla di "mela" ma di "frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male". La storia, però, è narrata in Genesi 3, 1-7. Al serpente che chiede a Eva: "«È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di alcun albero del giardino»?", Eva risponde: "«Ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete»." E il serpente disse alla donna: "«Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male»." La donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò.
Non sempre si è stati di questo avviso. Alcuni rabbini hanno indicato l'uva, il fico, o persino il grano (di grano parlano anche alcuni commentatori musulmani). Addirittura, alcuni parlano del cedro. È improbabile che il frutto sia stato la mela, se non altro per ragioni botaniche. La parola latina malum, infatti, venne a indicare indifferentemente sia "mela" sia "male". Per altri l'origine del fatto sarebbe diversa, legata alle rappresentazioni rinascimentali in cui Eva è nell'atto di cogliere sia una mela (simbolo di conoscenza e tentazione) sia altri frutti, facilmente associabili alla "caduta" e alla "perdizione". In ogni caso, una cosa è chiara: non importa quale fosse il frutto proibito, senza quell'atto di disobbedienza, noi non saremmo qui. Allora, grazie mela. O fico. O melagrana.

I Comandamenti e le Loro Interpretazioni
Ogni credente conosce i dieci comandamenti, considerati la via per la salvezza eterna. Violarli significa commettere peccato, e in alcuni casi, reato. Il quinto comandamento, nella versione dell'Antico Testamento, recita: "Non uccidere". A prima vista, sembrerebbe un divieto chiaro, senza "se" e senza "ma". Tuttavia, molti commentatori cristiani ed ebrei hanno interpretato il divieto di uccidere come riferito specificamente all'uccisione di un membro del proprio gruppo di appartenenza. L’uccisione dei nemici, in guerra, è non solo ammesso, ma raccomandato. Alcuni sostengono che la traduzione più corretta sia "non assassinare". Questo solleva almeno qualche dubbio sull'immodificabilità della parola di Dio e sulla linearità della sua comprensione.
Gli "Eunuchi per il Regno dei Cieli": Celibato o Divorzio?
Un altro passo controverso si trova in Matteo 19, 12, che ha avuto un impatto significativo sulla tradizione del celibato del clero latino. Gesù dice: "vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal grembo della madre; ve ne sono altri che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli". Il brano non è chiarissimo e si presta a varie interpretazioni. Per la teologa Uta Ranke-Heinemann non vi sono dubbi: Gesù non intendeva dire "celibi" o "non atti al matrimonio", ma stava parlando del divorzio. Poco prima, infatti, i farisei gli chiesero: "È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?" Gesù risponde: "Chiunque ripudia la propria moglie - eccetto in caso di unione illegittima - e ne sposa un’altra, commette adulterio". E a questo punto Gesù esprime la sua famosa sentenza. Il dibattito è se Gesù stesse condannando il divorzio o cercando di porre il rapporto tra uomo e donna su un piano più egualitario. Alcuni controbattono che allora sarebbe meglio non sposarsi. Probabilmente l’evangelista Matteo ha cercato di nascondere il vero senso del messaggio di Gesù, che condannava la possibilità degli uomini di sbarazzarsi a piacimento delle mogli, modificandolo per renderlo più accettabile alla sensibilità sessuofobica dell’epoca, facendolo passare per altro, ad esempio con "celibi". Questo dimostra come un errore di traduzione possa fondare un’intera tradizione religiosa.
"Gesù il Partigiano": Nuove Ipotesi sul Gesù Storico
Lo storico Fernando Donnini, nel suo libro “Gesù il partigiano. Una rilettura del Nuovo Testamento”, pubblicato nel 1994, ha sollevato clamorosi errori di traduzione su cui vale la pena soffermarsi. Donnini avanza ipotesi ardite e, in effetti, ha la correttezza di definirle tali. La tesi principale è che i discepoli di Gesù erano zeloti, un movimento di resistenza ebraico il cui obiettivo era la liberazione di Israele dal dominio romano. Gli zeloti furono i protagonisti delle guerre giudaiche contro i romani che nel periodo 66-70 d.C. portarono alla distruzione di Gerusalemme a opera del generale romano Tito. Per i romani, lo zelota era un reato di sovversione contro il dominio imperiale, un nemico dichiarato sia del dominio romano sia delle autorità ebraiche che collaboravano con essi. Il testo di Donnini inquadra Gesù e i suoi discepoli nel solco della tradizione messianica palestinese contemporanea, in un contesto fortemente politico.
Secondo Donnini, la Bibbia è piena di questi errori di traduzione. Facciamo qualche esempio. Il nome "Barabba" non significa "figlio di...", ma vuol dire "combattente, partigiano". Simon Pietro sarebbe in realtà l'identità di "Simone il partigiano". Questo è vero anche nel caso di altri apostoli: il nome "Simone cananeo" si riferisce a un qanna'im, un fanatico religioso-politico, ossia un partigiano. Anche Taddeo nasconde delle sorprese, indicando anch'egli un combattente. Il nome "Iscariota", di cui già abbiamo conosciuto il significato, è interpretato come "sicario", un combattente. La Palestina dell'epoca era una polveriera. Donnini riconosce che le sue ipotesi potrebbero non corrispondere a verità assoluta, ma esse mostrano come il messaggio biblico possa assumere significati così diversi secondo la traduzione adottata.

Le Incongruenze Nelle Versioni CEI della Bibbia
La Traduzione CEI 2008 e le Sue Criticità
La versione CEI 2008 della Bibbia è stata oggetto di diverse critiche, in particolare per la sua attendibilità. In Esodo 32,7-14, che si legge in tutte le Parrocchie di rito Romano, si trova un grossolano errore di traduzione (parlo sempre della versione CEI 2008). Il mio lavoro si limita a mettere in guardia i lettori dalla “poco attendibile” (per essere buoni) versione CEI 2008. Per questo non mi stancherò mai di consigliarvi la buona “vecchia” versione CEI 1974. Avete notato la differenza? Il termine “pentimento” infatti in ebraico è “teshuvà”. L’errore può sembrare di poco conto, ma non lo è. Dietro questi “piccoli” errori ci può essere tutta una teologia, e i neotraduttori potrebbero voler far passare un altro messaggio. Questo tipo di traduzione può portare a riflessioni diverse in merito alla teologia cristiana. Il mio studio biblico si limita a presentarvi gli errori.

Il Processo di Revisione della CEI 2008: Tempistiche e Metodologie
La traduzione della Bibbia CEI 2008, a differenza di altre versioni bibliche, non è stata eliminata in nessun’altra lingua, il che è di per se stesso molto indicativo. Molti si chiedono perché i vescovi italiani non abbiano fatto una nuova traduzione. Il processo di revisione è partito dall’ufficio dei vescovi della CEI. La revisione della Vetus latina, ad esempio, è iniziata più tardi, cioè nel 1995, e terminata nel 2001. Le conferenze episcopali si avvalgono di biblisti per questo lavoro. Non si vuole fare illazione o polemica su un’eventuale “traduzione pilotata”, ma interrogarsi sulla metodologia della revisione.
La revisione della vecchia traduzione CEI sembra essere stata condotta con un criterio che si potrebbe definire “random”, rendendo il testo illeggibile in alcuni punti. La ricerca di una “letteralità perfetta” finisce per sacrificare l’agilità del testo, rendendolo incomprensibile a livello liturgico, tanto che non può essere cantato. Molte volte, il lettore incespica e non riesce a seguire il filo della lettura. Una differenza con altri paesi è l’abitudine al linguaggio biblico, che i vescovi, a torto o a ragione, non si sono sentiti di modificare. Ad esempio, non è stato cambiato “il Verbo” in “la Parola”, né “Dio degli eserciti” con “Dio onnipotente”, come del resto si dice nel Sanctus liturgico. I benedettini di Boyron, ad esempio, hanno fatto una scelta precisa per la liturgia. La Nova Vulgata e chiaramente i due concetti sono in contrasto: prima si traduceva dal latino, poi si è passati all'ebraico. Tuttavia, anche l’ebraico è in due forme testuali (Masoretico e Settanta), e esistono la Vetus Latina e altre forme testuali.
Esempi Specifici di Scelte Traduttive Controversi nella CEI 2008
- Chèsed e Rachamìm: Due vocaboli ebraici, chèsed e rachamìm, che sembravano i più centrali per esprimere concetti come "amore fedele" e "misericordia", sono stati tradotti in modi ritenuti desueti o difficili da comprendere.
- Salmo 65,2 ("tibi silens laus"): La vecchia versione CEI traduceva tibi silens laus, Deus in Sion. Questa traduzione è stata considerata brutta perché si presta ad ambiguità nella resa in italiano e non riflette adeguatamente l'intenzione del fedele che sta pregando.
- Salmo 8,6 ("poco meno di un dio"): Un passo molto discusso. Il testo non dice Adonai Adonenu, ma addìr (potente). La vecchia CEI traduceva "poco meno degli angeli", mentre la nuova dice "poco meno di un dio", con la “d” minuscola. Se il riferimento è agli angeli, tanto valeva lasciare gli angeli, poiché il termine ebraico malàkh (angelo) esiste, ma qui non è presente nel testo originale.
- Ministero Episcopale (Filippesi, I Timoteo): Le incongruenze ed i passi paralleli dei Sinottici sono beni noti e di soluzione abbastanza semplice, ma la questione del ministero ecclesiale in Filippesi e I Timoteo non è del tutto risolta. La traduzione influisce sul modo in cui si concepisce la funzione di vescovo nelle varianti confessionali, in particolare sul suo carattere sacramentale. Mantenere "vescovo" come termine unico per il ministero ecclesiale, come lo usano anche coloro che non hanno i vescovi con mitria e pastorale, è un modo per rimanere in linea con una tradizione cristiana diffusa in tutte le Chiese.
- Giovanni 1,38 ("dove abiti?"): La vecchia CEI traduceva in modo banale: «dove abiti?». Questo passo è invece fondamentale per esprimere il «dimorare» di Gesù nel Padre e il «dimorare» dello Spirito nei discepoli. Dire «dove abiti?» banalizza questa traduzione perché non si tratta di semplice abitare. La risposta, come «via», che nella vecchia CEI era tradotto come «dottrina», è un elemento centrale per la comprensione del cristianesimo. In questi casi, il traduttore si trova di fronte alla scelta tra fedeltà al testo e stile.
- Salmo 23 ("il tuo bastone ed il tuo vincastro"): La traduzione letterale del Salmo 23 con «il tuo bastone ed il tuo vincastro» può risultare ostica. Il bastone serve per condurre, il vincastro serve per trattenere; sono complementari. Il primo è un termine concreto ed il secondo un termine astratto. L'uso di termini più accessibili favorirebbe la comprensione della metafora.
- Il Ricco Epulone ("lino finissimo"): Nel racconto del ricco epulone, “«che vestiva di porpora e di bisso»”, la traduzione di “bisso” con «lino finissimo» è un tentativo di favorire la comprensione del sintagma di impronta semitica.
Altri Esempi di Errori di Traduzione con Conseguenze Storiche
Dalla Peste Nera ai Fraintendimenti Militari
Per secoli (e fino al XVIII secolo) l’epidemia non si chiamò “Peste nera”. I contemporanei parlavano di “grande pestilenza” o “grande moria”. L'aggettivo "nero" in latino, ater, aveva un altro significato: “funesto, orribile, lugubre, infelice, misero”. La traduzione dovrebbe dunque essere qualcosa come “peste orribile”. La leggenda secondo cui i corpi degli appestati erano neri, quasi fossero stati bruciati o rinsecchiti dal morbo, è falsa, in quanto il colore nero della pelle non è tra i sintomi del male. La leggenda potrebbe essere stata alimentata dall'iconografia medievale del cavaliere dell'Apocalisse su un cavallo nero, o da commentatori come il medico tedesco J.F.K. Hecker che nel 1832 parlò di "materia carbonizzata". Oggi sappiamo molto di questa malattia e di come sconfiggerla.

Durante la Seconda guerra mondiale, si diffusero notizie spaventose riguardanti le “malefatte” dei soldati tedeschi. Si credeva che i tedeschi usassero i cadaveri dei loro soldati per ricavare concime o lubrificanti. La frase chiave era: “passiamo dinanzi alla Kadaververwertungsanstalt” (stabilimento per l'utilizzo dei cadaveri). L'aria è greve come se fosse bruciata della calce. Ma questa era una leggenda, nata probabilmente da un errore di traduzione o da una deliberata disinformazione bellica. La verità era che lo stabilimento si occupava dello smaltimento di carcasse di animali. Questa leggenda, alimentata dai nemici, si trasformò in realtà agli occhi degli storici.
Il Bombardamento di Montecassino: Un Errore con Esiti Tragici
Un altro tragico errore di traduzione è legato al bombardamento di Montecassino durante la Seconda guerra mondiale. Un battaglione tedesco avrebbe ucciso profughi che avevano trovato rifugio nel monastero. Gli Alleati si avvicinavano a Roma e credevano che i tedeschi si servissero del monastero per bombardarli, avendo posizionato artiglieria e tutto il necessario. Gli americani, per giustificare il bombardamento, affermarono di avere prove inconfutabili della presenza di truppe tedesche all’interno del monastero. Le prove erano basate sull’interrogatorio di un monaco, il quale avrebbe risposto in un italiano stentato "Sì, nel monastero con i monaci", intendendo che i soldati erano nel monastero insieme ai monaci, in posizione neutra, e non che fossero asserragliati. Questa frase fu mal interpretata, portando alla decisione di radere al suolo l’abbazia. Fu troppo tardi per fermare l’operazione, e si scoprì che nessun soldato tedesco aveva mai occupato l’edificio. Questo è un esempio di come un errore di traduzione possa causare orrori che stravolgono vite, monumenti e interi Paesi.

La Piazza Rossa: Bella o Rossa?
La Piazza Rossa di Mosca è uno dei simboli della capitale e dell’intera Russia, con la Cattedrale di San Basilio, il Cremlino e il Mausoleo di Lenin. Molti pensano che il suo nome, "Piazza Rossa", derivi dai mattoni rossi che circondano la piazza o dai simboli del comunismo (come la bandiera rossa). Questa interpretazione è errata. Il nome risale al XVII secolo, quando il comunismo ancora non c’era. La parola russa krasnaya significa anche “bella”, e così era chiamata la piazza nel XVII secolo. Dopo gli incendi, una parte della piazza assunse il nome di “Piazza Rossa”, forse per la bellezza dei suoi edifici. Questo è uno dei più “produttivi” errori di traduzione della storia, che ha generato un falso storico. Nel 1805, ad esempio, il libro di un francese, Heinrich Friedrich C. Reichardt, riportò il nome corretto della piazza più famosa di Mosca come "Bella Piazza".

Il "Colmo" degli Errori di Traduzione
Qual è il colmo degli errori di traduzione? Non lo immaginate? Un saggio pubblicato da Einaudi, intitolato “Il piede leggero. Divagazioni sulla traduzione”, contiene un errore proprio sulla parola "traduzione". L’autore, Carlo Ginzburg, dedica intere pagine del suo saggio alla parola "traduzione". In latino non era un termine romano, bensì un prestito dal greco. Il termine translatio, che significa “introdotto”, era il termine corretto. Ginzburg, invece di usare “introdotto”, come avrebbe dovuto fare correttamente, ha usato “tradotto”. L’errore consiste nell’aver tradotto un termine che andava “introdotto”, creando una sorta di paradosso. Questo esempio evidenzia come la traduzione sia un processo complesso, un continuo spostamento da un luogo (linguistico) a un altro, con tutte le difficoltà e le sfumature che ne derivano. Bisogna tenerne conto, ma non mollare mai.
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