Il Sacerdozio nelle Riflessioni di Papa Benedetto XVI

Le riflessioni di Papa Benedetto XVI sul sacerdozio, spesso attingendo profondamente alla Lettera agli Ebrei, offrono una visione articolata e profonda del ruolo e della natura del sacerdote, sia nella figura di Cristo Sommo Sacerdote sia nel ministero ordinato.

Cristo, Sommo Sacerdote secondo la Lettera agli Ebrei

La Lettera agli Ebrei presenta una comprensione unica e fondamentale del sacerdozio. Si afferma che ogni sommo sacerdote, scelto tra gli uomini, viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa, egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo.

Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non è chiamato da Dio, come Aronne. Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di essere fatto sommo sacerdote, ma colui che gli disse: "Tu sei mio Figlio; oggi ti ho generato", gliela conferì, come è detto in un altro passo: "Tu sei sacerdote per sempre, secondo l'ordine di Melchisedek".

Nei giorni della sua vita terrena, egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l'ordine di Melchisedec.

Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. Egli non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso. La Legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza; ma la parola del giuramento, posteriore alla Legge, costituisce sacerdote il Figlio, reso perfetto per sempre.

Il punto capitale è che noi abbiamo un sommo sacerdote così grande che si è assiso alla destra del trono della Maestà nei cieli, ministro del santuario e della vera tenda, che il Signore, e non un uomo, ha costruito.

La Meditazione di Papa Ratzinger sul Sacerdozio

Papa Benedetto XVI sottolineava l'importanza di meditare questi passi della Lettera agli Ebrei, come era sua tradizione annuale all'inizio della Quaresima con il presbiterio di Roma. L’Autore di tale Lettera ha aperto una nuova strada per capire l'Antico Testamento come un libro che parla su Cristo. La tradizione precedente aveva visto Cristo soprattutto nella chiave della promessa davidica, del vero Davide, del vero Salomone, del vero Re di Israele.

Tuttavia, l'Autore della Lettera agli Ebrei ha scoperto una citazione decisiva: Salmo 110,4 - "Tu sei sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek". Ciò significa che Gesù non solo adempie la promessa davidica, l’aspettativa del vero Re di Israele e del mondo, ma realizza anche la promessa del vero Sacerdote. Tutto il mondo cultuale, tutta la realtà dei sacrifici e del sacerdozio, trova in Cristo la sua chiave, il suo adempimento. La legge cultuale, che dopo la distruzione del Tempio è abolita, in realtà andava verso Cristo; quindi, non è semplicemente abolita, ma rinnovata, trasformata, poiché in Cristo tutto trova il suo senso.

Rappresentazione artistica di Cristo Sommo Sacerdote, con simboli biblici.

I Tre Livelli del Sacerdozio di Cristo

La Lettera agli Ebrei presenta il tema del sacerdozio di Cristo su tre livelli:

  1. Il sacerdozio di Aronne, quello del Tempio: pur essendo differente da quello di Cristo, era comunque una "via" verso Cristo, delineando già in esso gli elementi essenziali del sacerdozio.
  2. Melchisedek: una figura misteriosa e pagana, senza padre né madre, in cui appare la vera venerazione del Dio Altissimo. Attraverso di lui, anche dal mondo pagano giunge l’attesa e la prefigurazione profonda del mistero di Cristo.
  3. Cristo stesso, come il vero e perfetto sacerdote.

Elementi Essenziali del Sacerdozio

Dalla Legge e dal sacerdozio di Aronne, l'autore della Lettera agli Ebrei ci insegna due aspetti fondamentali riguardo al sacerdote:

1. Il Sacerdote deve essere "dalla parte di Dio"

Un sacerdote, per essere realmente mediatore tra Dio e l'uomo, non può da se stesso farsi mediatore. Ha bisogno di un’autorizzazione, di un’istituzione divina. Solo appartenendo alle due sfere - quella di Dio e quella dell'uomo - può essere mediatore, può essere "ponte". Questa è la missione del sacerdote: collegare le realtà apparentemente separate del mondo di Dio e del nostro mondo umano.

Solo in Cristo questa condizione della mediazione è realizzata pienamente. Il Figlio di Dio si fa uomo proprio perché ci sia il vero ponte, la vera mediazione. I sacerdoti, nella Chiesa, ricevono questa autorizzazione divina attraverso il Sacramento, che introduce il loro essere nell'essere di Cristo, nell'essere divino. Questo atto divino li crea sacerdoti in comunione con Cristo, permettendo loro di realizzare la loro missione.

Papa Benedetto XVI riflette: "Nessuno si fa sacerdote da se stesso; solo Dio può attirarmi, può autorizzarmi, può introdurmi nella partecipazione al mistero di Cristo; solo Dio può entrare nella mia vita e prendermi in mano." Questo aspetto del dono, della precedenza divina, dell'azione divina, evidenzia la nostra passività nell'essere eletti e presi per mano da Dio. "io debole servitore di Dio devo assumere questo compito inaudito, che realmente supera ogni capacità umana. Come posso fare questo?" Questa realtà impone al sacerdote di essere realmente un uomo di Dio, che lo conosce da vicino, in comunione con Cristo. Perciò, la celebrazione della Santa Messa, la preghiera del Breviario e la preghiera personale sono elementi essenziali dell'essere con Dio.

Il fondamento e l'importanza imprescindibile del celibato sacerdotale nelle parole di Benedetto XVI

2. Il Sacerdote deve essere Uomo

L’altro elemento è che il sacerdote deve essere uomo in tutti i sensi. Deve vivere una vera umanità, un vero umanesimo, sviluppando la sua intelligenza, volontà, sentimenti e affetti. Deve essere uomo secondo la volontà del Creatore, del Redentore, superando le ferite del peccato che hanno leso la natura umana. "Non si dica più 'ha mentito', 'è umano'; 'ha rubato', 'è umano'; ma questo non è il vero essere umano. Umano è essere generoso, è essere buono, è essere uomo della giustizia, della prudenza vera, della saggezza." È un processo di vita che deve iniziare nella formazione e continuare in tutta l'esistenza, per giungere al vero essere umano a immagine di Dio.

La Lettera agli Ebrei sottolinea l'umanità del sacerdote dicendo che deve avere "compassione per quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore, essendo rivestito di debolezza" (Eb 5,2). E ancora più fortemente: "nei giorni della sua vita terrena, egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime a Dio che poteva salvarlo da morte e per il suo pieno abbandono a Lui, venne esaudito" (Eb 5,7).

Per la Lettera agli Ebrei, elemento essenziale del nostro essere uomo è la compassione, il soffrire con gli altri. Questa è la vera umanità, non il peccato, che è sempre disolidarizzazione. Questa umanità del sacerdote lo porta a entrare, come Cristo, nella miseria umana, a portarla con sé, ad andare alle persone sofferenti e a prendersi cura di loro, prendendo su di sé la "passione" del suo tempo e della sua parrocchia. Cristo ha mostrato il vero umanesimo: pur essendo fisso in Dio, porta in sé tutta la sofferenza umana.

Le "forti grida e lacrime" di Gesù (Eb 5,7) non sono solo un accenno al Getsemani, ma un riassunto di tutta la sua passione. Gesù pianse davanti alla tomba di Lazzaro, fu toccato dalla terribilità della morte che distrugge l'amore. Il suo grido dalla Croce: "Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34) è il grido dell'umanità sofferente che egli porta a Dio. Con questo termine cultuale applicato alle preghiere e lacrime di Cristo, la Lettera agli Ebrei dimostra che tutta la sua sofferenza non è una cosa accanto alla sua grande missione, ma è il modo in cui Egli offre il sacrificio e si fa sacerdote. "Gesù non ha offerto a Dio qualcosa, ma ha offerto se stesso e questo offrire se stesso si realizza proprio in questa compassione, che trasforma in preghiera e in grido al Padre la sofferenza del mondo." In questo senso, il nostro sacerdozio non si limita all’atto cultuale della Santa Messa, ma tutta la nostra compassione verso la sofferenza di questo mondo è atto sacerdotale, è prospherein, è offrire.

Obbedienza e Perfezione nel Sacerdozio

Cristo, tramite l'obbedienza, è reso perfetto (greco: teleiotheis, cfr. Eb 5,8-9). La parola usata, teleion, indica l'ordinazione sacerdotale. Ciò significa che proprio facendo ciò che ha fatto, Gesù è stato fatto sacerdote. La nostra ordinazione sacerdotale sacramentale va realizzata e concretizzata esistenzialmente in questo portare il mondo con Cristo e a Cristo e, con Cristo, a Dio. Così diventiamo realmente sacerdoti, teleiotheis. Il sacerdozio, quindi, non è una cosa per alcune ore, ma si realizza nella vita pastorale, nelle sue sofferenze, debolezze, tristezze e gioie.

L'obbedienza (hupakoen) è una parola che nel nostro tempo non piace, appare come un'alienazione. Invece, l'obbedienza a Dio, cioè la conformità alla verità del nostro essere, è la vera libertà, perché è la divinizzazione. Gesù, portando l'essere uomo in sé nella perfetta obbedienza, nella perfetta conformazione tra le due volontà (umana e divina), ci ha redenti. La redenzione è sempre questo processo di portare la volontà umana nella comunione con la volontà divina, come preghiamo ogni giorno: "sia fatta la tua volontà".

Riguardo al passo in cui Gesù ha pregato fortemente, con grida e lacrime, Dio che poteva salvarlo dalla morte, e, per il suo pieno abbandono, venne esaudito (cfr Eb 5,7), Papa Benedetto XVI spiega che questo "esaudimento" non significa una liberazione fisica dalla morte. Non si tratta di negare la sua morte crudele. L’espressione deve essere compresa a tre livelli, indicando che la sua preghiera fu accolta nel senso che la sua sofferenza e la sua morte non furono vane, ma strumenti di salvezza. Egli venne esaudito in un modo più profondo, poiché attraverso la sua morte è venuta la vita e la redenzione.

La Natura Sacramentale del Sacerdozio

Nel giorno dedicato alla solennità del Sacro Cuore di Gesù, la Chiesa Cattolica celebra la giornata per la santificazione dei sacerdoti. In tale contesto, Papa Benedetto XVI ricordava che "il sacerdote non è semplicemente il detentore di un ufficio, come quelli di cui ogni società ha bisogno affinché in essa possano essere adempiute certe funzioni. Egli invece fa qualcosa che nessun essere umano può fare da sé: pronuncia in nome di Cristo la parola dell’assoluzione dai nostri peccati e cambia così, a partire da Dio, la situazione della nostra vita. Pronuncia sulle offerte del pane e del vino le parole di ringraziamento di Cristo che sono parole di transustanziazione - parole che rendono presente Lui stesso, il Risorto, il suo Corpo e suo Sangue, e trasformano così gli elementi del mondo: parole che spalancano il mondo a Dio e lo congiungono a Lui. Il sacerdozio è quindi non semplicemente ufficio, ma sacramento: Dio si serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore."

Benedetto XVI spiegava inoltre: "Dio vuole che noi come sacerdoti, in un piccolo punto della storia, condividiamo le sue preoccupazioni per gli uomini. Come sacerdoti, vogliamo essere persone che, in comunione con la sua premura per gli uomini, ci prendiamo cura di loro, rendiamo a loro sperimentabile nel concreto questa premura di Dio. E, riguardo all’ambito a lui affidato, il sacerdote, insieme col Signore, dovrebbe poter dire: 'Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me'." Conoscere, nel significato della Sacra Scrittura, non è mai soltanto un sapere esteriore, ma significa essere interiormente vicino all'altro e volergli bene.

Foto di Papa Benedetto XVI che benedice i fedeli, simbolo del suo ministero sacerdotale e pontificio.

Altre Riflessioni sulla Vita Sacerdotale

Diverse riflessioni di Papa Ratzinger, pur essendo di carattere più generale, offrono spunti preziosi per la vita e il ministero del sacerdote:

  • "Solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita."
  • "Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio."
  • "Anche in me si ravviva questa consapevolezza: non sono solo. Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo."
  • "Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L'amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell'amore in una cultura senza verità."
  • "Non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, ma di una Chiesa più divina."
  • "Il nocciolo di ogni tentazione: rimuovere Dio, che di fronte a tutto ciò che nella nostra vita appare più urgente sembra secondario, se non superfluo e fastidioso."
  • "La fede è un dono che ci è dato perché sia condiviso; è un talento ricevuto perché porti frutto; è una luce che non deve rimanere nascosta, ma illuminare tutta la casa."
  • "Vi sono tante forme di deserto... Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo." Questa è la realtà che il sacerdote è chiamato ad affrontare.
  • "Il segno di Dio è la semplicità. Il segno di Dio è il bambino. Il segno di Dio è che Egli si fa piccolo per noi. È questo il suo modo di regnare. Egli non viene con potenza e grandiosità esterne." Questa visione evangelica del Regno di Dio orienta l'approccio pastorale del sacerdote.

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