Zio Crocifisso: Un Ritratto dal Mondo di Giovanni Verga
Il personaggio di Zio Crocifisso, noto anche con il soprannome di Campana di Legno, è una figura centrale e emblematica del celebre romanzo «I Malavoglia» di Giovanni Verga. Pubblicato nel febbraio 1881 dalla casa editrice Fratelli Treves, «I Malavoglia» è uno dei romanzi più studiati e apprezzati dello scrittore verista, e fa parte del Ciclo dei vinti, insieme a «Mastro-don Gesualdo» e «La duchessa di Leyra». Queste opere affrontano il tema del progresso visto dal punto di vista degli "sconfitti" della società.
Zio Crocifisso è il vecchio usuraio del paese di Aci Trezza, in Sicilia, dove si svolge l'intera narrazione alla fine dell'Ottocento. Proprietario di barche e case, è zio della Vespa e con la nipote si sposerà non per amore, ma per appropriarsi della sua chiusa. Questo personaggio si rende responsabile, assieme ad Agostino Piedipapera, sensale di pochi scrupoli, della rovina economica della famiglia Malavoglia, fingendo di acquistare il credito che Padron 'Ntoni deve al vecchio usuraio e potendo così far uscire la famiglia dalla Casa del Nespolo.
Il romanzo narra la storia della famiglia di pescatori Toscano, soprannominata Malavoglia, che vive e lavora ad Aci Trezza, un borgo marinaresco realmente esistente nei pressi di Catania. La narrazione è corale e rappresenta personaggi uniti dalla stessa cultura ma divisi dalle loro diverse scelte di vita, sovrastate da un destino tragico ed inevitabile. Verga adotta la tecnica dell’impersonalità, riproducendo alcune caratteristiche del dialetto e adattandosi quanto più possibile al punto di vista dei differenti personaggi.

La Trama e il Destino de «I Malavoglia»
«I Malavoglia» si può dividere in tre parti fondamentali. La prima parte (capitoli I-IV) inizia con la presentazione dei membri della famiglia Toscano in ordine di età, seguita dalla partenza di 'Ntoni per il servizio militare, lo sfortunato affare dei lupini e la morte di Bastianazzo. Questo evento è l'elemento scatenante che rompe l'equilibrio familiare e dà inizio alla torsione tragica della vicenda. I funerali di Bastianazzo sono l'occasione, per Verga, di presentare i personaggi del romanzo e l'ambiente popolare contestualmente ai fatti narrati, secondo la tecnica della regressione teorizzata dall'autore.
Nella seconda parte (capitoli V-X) si assiste al continuo declino della famiglia, dovuto principalmente alle conseguenze dello sfortunato affare dei lupini e al tentativo dei Malavoglia di saldarlo per salvare l'onorabilità della famiglia. Questo provoca la perdita della Casa del Nespolo e il momentaneo trasferimento dei Malavoglia nella Casa del Beccaio. La terza ed ultima parte inizia dopo un capitolo di transizione (il XI), in cui 'Ntoni si trasferisce temporaneamente in città a cercare di far fortuna, dopo la morte della madre La Longa (contraria alla sua partenza). Quindi inizia la terza parte (capitoli XII-XV), che narra la vendita della barca da parte di Padron 'Ntoni, che inizierà a lavorare a giornata da Padron Cipolla, e il ritorno di 'Ntoni che, ancora più povero che alla partenza, si dà al contrabbando. 'Ntoni accoltella Don Michele e l'avvocato di 'Ntoni getta discredito sulla famiglia rivelando una presunta relazione tra Don Michele e Lia, che è costretta così a fuggire in città. Anche per questo, il nonno cade in uno stato di depressione. La conclusione vede la ricomposizione del nucleo familiare ad opera di Alessi e la partenza di 'Ntoni, che, ritornato al paese, ormai sente che non può più fare parte del mondo che ha rinnegato.
Verga fece precedere il romanzo da una premessa, in cui viene delineato il Ciclo dei vinti e precisato che «I Malavoglia» vuole essere «lo studio sincero e appassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni le prime irrequietudini del benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliola vissuta sino ad allora relativamente felice, la vaga bramosia dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio».
Personaggi come Padron 'Ntoni, con i suoi proverbi popolari, e Zio Crocifisso, l'usuraio, insieme a 'Ntoni che sprofonda in un abisso e all'onesto Alfio Mosca, diventano parte di una narrazione corale. Il senso di appartenenza e di orgoglio sono rappresentati dalla Casa del Nespolo, che i Malavoglia sono prima costretti a cedere e che solo alla fine del romanzo, in un'ideale chiusura, ritorna ai legittimi proprietari. Il duro lavoro è l'unica fonte di sostentamento, e la sfortuna e gli incidenti cambiano per sempre il corso della vita. La barca, non a caso chiamata Provvidenza, diventa simbolo delle fortune alterne della condizione umana. Emerge tutta la visione pessimistica di Verga, l'idea secondo cui non si possa aspirare a spostarsi troppo dalla propria condizione, ma si debbano accettare passivamente il proprio posto nel mondo e il proprio destino. La Sicilia che emerge è quella povera e contadina della seconda metà dell'Ottocento, con le sue tradizioni, il patriarcato inteso come unico modo di concepire i rapporti familiari, e l'opposizione allo Stato inteso come nemico dei deboli.
L'Interpretazione Critica de «I Malavoglia»
L'analisi critica sottolinea come la pena che si può sentire verso personaggi come Padron 'Ntoni o Mena sia della stessa sostanza di quella tributata a figure classiche come Edipo o Antigone, riprova della qualità classica dell'arte di Verga. Padron 'Ntoni, uomo di coraggio e di vecchia sapienza, fedele ai principi di Dio, famiglia e onore, finisce per assistere impotente alla rovina della sua casa e della sua famiglia. La domanda «perché?» sorge spontanea e l'autore la provoca, ma non dà una vera risposta, non di stampo eschileo o biblico. Non siamo alla fredda disperazione leopardiana; piuttosto, la fatalità sembra accanirsi contro i migliori: Padron 'Ntoni, Maruzza, la Mena, le cui disgrazie sono rese più irrimediabili dalla loro incapacità di lottare contro coloro che approfittano della loro sventura. Si corre il rischio di dedurne che la fatalità si accanisce contro coloro che accettano la vita come una lotta contro la natura, come fatica d’ogni giorno per il pane, ma non hanno armi per la lotta dell’uomo contro l’uomo, non sanno contrapporre furberia e inganno. Tuttavia, osservando il quadro da lontano, si scorge che gli ottimi Padron 'Ntoni, Maruzza, la Mena, percorrono le loro sventure come cinti di un'aureola; dalle loro lacrime si rifrange una luce che li accompagna e li leva più in alto di tutti coloro cui materialmente soggiacciono. Nessuno sceglierebbe di essere Zio Crocifisso piuttosto che Padron 'Ntoni, né la Vespa anziché la Mena. La fedeltà alla casa, al lavoro, alla dignità, non comportano altro premio che quella luce spirituale intorno alle loro figure. La fatalità può privarli delle persone care, della casa, del pane: non può spegnere loro intorno quella luce. È così che, senza il minimo commento, una pura virtù di rappresentazione crea il senso religioso. Gli oppressi appaiono operare nel cielo come trasfigurati, e così splende la catarsi celestiale. La poesia, che è religione, vince silenziosamente la fatalità. Quella luce non è solamente visibile a chi la porta intorno alle persone, e la rende visibile a noi; la luce è veramente dentro le persone vive, ed esse ne hanno una loro rudimentale coscienza, e se ne nutrono. La luce di Padron 'Ntoni, di Maruzza e di Mena è fatta d'una virtù che si chiama rassegnazione. Questa rassegnazione è la coscienza, il riflesso interiore, di una legge che sta unica e superiore a tutto. Anche quando l'avvocato dimostra che non hanno obbligo di pagare il debito con la casa, Padron 'Ntoni e Maruzza riconoscono la necessità di onorare l'affare dei lupini, perché «è vero, i lupini ce li ha dati, e bisogna pagarli». Questa è la coscienza della legge unica, che sovrasta tutte le leggi fatte dagli uomini. Dalla fede tremenda a questa legge nascono quella luce e l'aureola. A questo punto gli altri, lo Zio Crocifisso, i Piedipapera vincono, ma i vinti sono più felici dei vincitori. Il poema dei Malavoglia, come tutta la poesia grande, si risolve in una ribellione religiosa contro la storia.
Leonardo Sciascia: Un Erede della Tradizione Letteraria Siciliana e la Sua Opera
Leonardo Sciascia è una delle grandi figure del Novecento italiano ed europeo, un lucidissimo e impietoso critico del suo tempo. All'ansia di conoscere le contraddizioni della sua terra e dell'umanità, unì un senso di giustizia pessimistico e sempre deluso, che non rinuncia mai all'uso della ragione umana di matrice illuminista. La sua opera si colloca in una linea stilistica che parte da Verga, e arriva agli ultimi epigoni come Gadda e Pasolini. Sciascia stesso riflette sul nuovo linguaggio poetico, estraendolo direi dalla voce dei suoi stessi protagonisti, dove il dialetto siciliano rimane fondamentalmente la lingua con la quale contrasta lo scrittore, per l'elaborazione del suo nuovo linguaggio poetico.

Biografia e Formazione di Leonardo Sciascia
Leonardo Sciascia nasce l'8 gennaio 1921 a Racalmuto, in provincia di Agrigento, primo di tre fratelli, figlio di Pasquale Sciascia, impiegato presso una delle miniere di zolfo locali, e di Genoveffa Martorelli, casalinga proveniente da una famiglia di artigiani. La storia dello scrittore ha le sue radici nella zolfara dove avevano lavorato il nonno e il padre. A sei anni Sciascia inizia la scuola elementare a Racalmuto. Nel 1935 si trasferisce con la famiglia a Caltanissetta dove si iscrive all'Istituto Magistrale "IX Maggio", nel quale insegna Vitaliano Brancati, che diventerà il suo modello e lo guiderà nella lettura degli autori francesi. L'incontro con un giovane insegnante, Giuseppe Granata (che fu in seguito senatore comunista), gli fa conoscere l'illuminismo francese e italiano. Nel 1941 consegue il diploma magistrale e nello stesso anno si impiega al Consorzio Agrario, occupandosi dell'ammasso del grano a Racalmuto, dove rimane fino al 1948. Nel 1944 sposa Maria Andronico, maestra nella scuola elementare di Racalmuto.
Le Opere di Sciascia: Dalle Favole al Giallo Impegnato
Nel 1950 Sciascia pubblica le «Favole della dittatura», ventisette brevi testi poetici con morali chiare, di cui sono protagonisti animali, che Pier Paolo Pasolini nota e recensisce. Nel 1956 pubblica «Le parrocchie di Regalpetra», una sintesi autobiografica dell'esistenza vissuta come maestro nelle scuole elementari del suo paese. Nell'anno scolastico 1957-1958 viene assegnato al Ministero della pubblica istruzione a Roma e in autunno pubblica i tre racconti che vanno sotto il titolo «Gli zii di Sicilia». Il secondo racconto, «La morte di Stalin», vede il comunismo incarnato da Stalin agli occhi del siciliano Calogero Schirò. Il terzo, «Il quarantotto», ambientato nel periodo del Risorgimento, tratta il tema dell'unificazione del Regno d'Italia vista attraverso gli occhi di un siciliano. Alla raccolta si aggiunge, nel 1960, un quarto racconto, «L'antimonio», che ebbe un favorevole consenso della critica.
Nel 1961 esce «Il giorno della civetta», col quale lo scrittore inaugura una nuova stagione del giallo italiano contemporaneo, ottenendo il premio Crotone nel 1962. Il romanzo, ispirato alla cronaca nera dell'epoca (come l'omicidio del sindacalista Accurso Miraglia del 1947), narra la vicenda di un professore di liceo, Paolo Laurana, che inizia le indagini sulla morte del farmacista del paese e dell'amico dottore, scontrandosi con il silenzio dovuto alla paura e alla corruzione. Questo libro, che solo apparentemente ha i contorni di un giallo, è un'opera di denuncia del potere mafioso, dell'omertà e della collusione tra politica e mafia. Il titolo stesso allude al fatto che la mafia, paragonata a una civetta, abbia ormai raggiunto un potere tale da poter operare in pieno giorno. Al romanzo si ispira il film omonimo del regista Damiano Damiani, uscito nel 1968.
LA STORIA DI COSA NOSTRA DA CORLEONE, (NAVARRA PROVENZANO,RIINA INZERILLO,BONTADE,GRECO)
La sua ricerca letteraria prosegue negli anni con altri libri, come «Il contesto» (1971), con il quale l'autore ritorna al genere poliziesco, e la cui vicenda si svolge intorno all'ispettore Rogas che deve risolvere una complicata vicenda che origina da un errore di giustizia e una serie di omicidi di giudici. Nello stesso anno, con gli «Atti relativi alla morte di Raymond Roussel», si comprende che in Sciascia la propensione ad includere la denuncia sociale nella narrazione di episodi veri di cronaca nera si fa sempre più forte. Nel 1973 pubblica «Il mare colore del vino» ed esce «Todo modo», un libro che parla «di cattolici che fanno politica» e che viene stroncato dalle gerarchie ecclesiastiche. Nello stesso anno pubblica «La scomparsa di Majorana», un'indagine sulla scomparsa del fisico Ettore Majorana avvenuta negli anni trenta. Carichi di tristi motivi autobiografici sono i brevi romanzi gialli «Porte aperte» del 1987, «Il cavaliere e la morte» del 1988 e «Una storia semplice», ispirato al furto della Natività con i santi Lorenzo e Francesco d'Assisi del Caravaggio, che uscirà in libreria il giorno stesso della sua morte. Negli anni Ottanta pubblica anche «Il volto sulla maschera» (1980), «Il teatro della memoria» (1981), «Kermesse» (1982) e «Cruciverba» (1983).
L'Impegno Civile e Politico di Sciascia
Sciascia ebbe un'attività politica importante, attestato su posizioni di socialismo democratico e marxismo moderato, poi di radicalismo liberale, garantismo e socialdemocrazia. Nel 1977 si dimette dalla carica di consigliere del Partito Comunista Italiano. Nel 1979 accetta la proposta dei Radicali e si candida al Parlamento europeo e alla Camera. Eletto in entrambe le sedi istituzionali, opta per Montecitorio, dove rimarrà deputato fino al 1983, occupandosi dei lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro (con una forte critica rivolta alla cosiddetta «linea della fermezza», difatti Sciascia si era prodigato perché si trattasse con le Brigate Rosse per liberare Moro) e sul terrorismo in Italia. Da una parte si trova in lui il rifiuto della violenza, dall'altra una costante critica del potere costituito e dei suoi segreti inconfessabili. Si espresse anche contro la legislazione d'emergenza, che istituiva poteri speciali e inaspriva molte fattispecie di reato; egli era inoltre contrario al «pentitismo» (sia per il terrorismo sia per la mafia), in quanto premiava troppo un colpevole in cambio di rivelazioni che potevano essere fallaci, anche a danno di innocenti.
Sciascia fu molto attivo nel dibattito parlamentare, presentando interrogazioni ed interpellanze molto polemiche su fatti di cocente attualità che fecero discutere, come il caso Evangelisti sul finanziamento illecito alla DC, il caso Donat-Cattin, lo scandalo dei petroli e il caso Pecorelli, le frodi legate alla ricostruzione dopo il terremoto del Belice, l’omicidio dei magistrati Giangiacomo Ciaccio Montalto e Gaetano Costa. Nel marzo 1982, difese i deputati che denunciavano le torture inflitte ai brigatisti dalla polizia, affermando: «In Italia basta che si cerchi la verità perché si venga accusati di convergere col terrorismo nero, rosso, con la mafia, con la P2 o con qualsiasi altra cosa! Come cittadino e come scrittore posso anche subire una simile accusa, ma come deputato non l'accetto. Non si converge assolutamente con il terrorismo quando si agita il problema della tortura.» Sciascia prese inoltre le difese, attraverso interventi pubblici ed articoli giornalistici, del suo amico, il presentatore televisivo Enzo Tortora, finito in manette nel 1983 con l'accusa di collusione con la camorra ma poi riconosciuto innocente. A tal proposito, criticò il sistema giudiziario: «I giudici, per non essere inibiti ad esercitare la propria professione, respingono ai margini della coscienza la preoccupazione dell'errore, e vogliono sentirsi confortati da un'assenza di critica sul loro operare: questa situazione di privilegio ha fatto sì che in Italia i tribunali siano diventati altari: l'amministrazione della giustizia ha assunto un che di religioso, di imperscrutabile e l'opinione pubblica ha perso il diritto di vigilanza e di critica sui casi che presentano oscurità.»
Un celebre articolo di Sciascia del 10 gennaio 1987 sul Corriere della Sera, dal titolo «I professionisti dell'antimafia», sollevò feroci polemiche. Prendendo spunto dal libro «La mafia durante il fascismo» di Christopher Duggan, Sciascia criticava i criteri adottati dal Consiglio superiore della magistratura per l'assegnazione del posto di procuratore della Repubblica di Marsala al giudice Paolo Borsellino, suggerendo che «nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso». In realtà, Sciascia, ispirato dalla sua concezione fortemente garantista e avversa ai processi mediatici e sommari, ravvisava il pericolo di un ritorno ai metodi di Cesare Mori durante il fascismo e temeva una possibile involuzione autoritaria della Sicilia e del Paese.
Il "Ritratto" nell'Opera di Sciascia e la Sua Fine
Nel 1967 Sciascia si dedicherà all'analisi critica della pittura, in particolare al siciliano Mario Bardi, asserendo: «Non c'è niente nella pittura di Bardi, che non possa spiegarsi con la pittura. E tuttavia non c'è niente nella sua pittura che la Sicilia, a riscontro, non possa spiegare: e non soltanto negli avvenimenti, nei fatti, ma anche e soprattutto nel modo di essere.» Nel 1970 pubblica la raccolta di saggi «La corda pazza», nella quale l'autore chiarisce la propria idea di «sicilitudine» e dimostra una rara sensibilità artistica espressa per mezzo di sottili capacità saggistiche.
Un esempio del suo interesse per la raffigurazione e l'analisi è la mostra «Ignoto a me stesso» (aprile-giugno 1987) che curò all'interno della Mole Antonelliana a Torino. Erano esposte quasi 200 rare fotografie scelte da Leonardo Sciascia, ritratti di scrittori famosi, dai primi dagherrotipi ai giorni nostri. Il catalogo, stampato da Bompiani, oltre al saggio di Sciascia «Il ritratto fotografico come entelechia», conteneva 163 ritratti e altrettante citazioni dei relativi scrittori. La sua massima era: «Non bisogna imparare a scrivere ma a vedere.»
Leonardo Sciascia morì a Palermo il 20 novembre 1989, in seguito a complicazioni di una nefropatia da mieloma multiplo. Chiese i funerali in Chiesa, per «non destare troppo scandalo» attorno alla famiglia a Racalmuto. Con lui nella sua bara la moglie e gli amici vollero mettere un crocifisso d'argento, simbolo che egli rispettava, pur non essendo un credente in senso stretto, ma guidato dalla ragione, dall'illuministico sentire dell'intelligenza, dall'umano e cristiano sentimento della vita, dalla ricerca della verità e dalla lotta alle ingiustizie, alle imposture e alle mistificazioni.

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