Il Crocifisso tra i santi Niccolò e Francesco di Beato Angelico

La tavola sagomata di Beato Angelico, nota come «Cristo crocifisso tra i santi Niccolò e Francesco», rappresenta un'opera di eccezionale valore storico e artistico. Conservata originariamente presso l'Oratorio della Compagnia di San Nicola di Bari, detta «del Ceppo», l'opera è stata oggetto di un importante intervento di restauro finalizzato a recuperarne la leggibilità e la forma originaria.

Foto di dettaglio del Cristo crocifisso tra i santi Niccolò e Francesco di Beato Angelico

Storia e attribuzione dell'opera

Le prime notizie documentate relative alla tavola risalgono al 23 ottobre 1564, momento in cui venne trasferita dalla Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio al nuovo oratorio di via della Badessa. Per diversi secoli l'identità dell'autore è rimasta incerta, venendo associata all'Angelico solo nel 1909 grazie agli studi di Poggi, seguiti da eminenti critici come Douglas, De Nicola e la Collobi-Ragghianti.

Sebbene il dibattito critico abbia visto opinioni divergenti - tra chi, come la Schottmüller, l'ha ritenuta un lavoro tardo di bottega e chi, come il Salmi, l'ha collocata tra il 1433 e il 1435 - la datazione prevalente la situa attorno al 1430. Tale collocazione temporale è suggerita sia dall'evidente influsso masaccesco, riscontrabile nell'anatomia del Cristo e nell'illuminazione, sia per le affinità stilistiche con l'«Incoronazione della Vergine» conservata al Louvre.

Vicende conservative e restauri

L'opera ha subito nel tempo numerose trasformazioni che ne hanno alterato l'aspetto originale:

  • 1557: Danni causati dall'alluvione di Firenze.
  • 1568: Lavori di pulitura eseguiti dal pittore Giovambattista del Verrocchio.
  • 1611: Riduzione drastica delle dimensioni della tavola da parte del legnaiolo Vincenzo Sassi e del pittore Giovanni di Zanobi, con contestuale trasferimento in sagrestia.
  • Inizio Novecento: Sostituzione del busto originale di san Francesco con una copia (l'originale è oggi conservato presso il Philadelphia Museum of Art).
Schema grafico che illustra le modifiche dimensionali subite dalla tavola nel 1611

Il restauro dell'Opificio delle Pietre Dure

L'intervento contemporaneo, promosso dalla Fondazione CR Firenze in collaborazione con l'Opificio delle Pietre Dure, ha permesso di restituire al pubblico un'immagine il più possibile fedele all'originale. I restauratori hanno agito con estrema precisione per recuperare il corretto rapporto proporzionale tra le figure, anche grazie al ritrovamento di un piccolo ex voto della bottega di Jacopo da Empoli, rinvenuto nel doppio fondo di un armadio dell'archivio della Compagnia.

Per quanto concerne le lacune, si è scelto di limitare al minimo gli interventi a «neutro» risalenti al precedente restauro di Umberto Baldini, preferendo la tecnica del tratteggio a selezione cromatica per le mancanze reintegrabili, garantendo così la leggibilità dell'opera pur nel rispetto della sua complessa storia conservativa.

IL BEATO ANGELICO, PITTORE DI LUCE, con Elena Cardinale

Contesto della Compagnia del Ceppo

La Compagnia di San Niccolò di Bari, istituita nel Trecento presso la Chiesa di San Niccolò in Oltrarno, deriva il suo nome particolare dall'uso dei confratelli di raccogliere le offerte attraverso una feritoia in un «ceppo» di albero cavo. La valorizzazione di questo dipinto si inserisce in un più ampio progetto di recupero del patrimonio artistico e architettonico della Compagnia, che mira a rimettere a disposizione della collettività fiorentina un tassello fondamentale della propria identità culturale.

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