Acquistare un'icona sacra significa possedere un oggetto che unisce valore spirituale e bellezza artistica, ideale per valorizzare la propria casa, un ambiente di culto o per fare un regalo di pregio che comunichi un messaggio spirituale a chi lo riceve. L'icona è una parola greca che letteralmente significa “immagine”, “ritratto” (dal greco eikôn). Ma l’icona sacra è molto di più che un semplice dipinto, è un sacramentale: qualcosa cioè che favorisce l’incontro tra il fedele e Dio Padre.
Per comprendere meglio questo concetto, sono molto chiare le parole di S. Teodoro lo Studita: “Dio sta all’icona come la cera al suo sigillo”. Se ci riflettiamo, infatti, quando il sigillo viene impresso sulla cera, questa ne assume la forma. Non è essa stessa sigillo, ma la somiglianza rimane.

Origini e Sviluppo dell'Iconografia Cristiana
La Natività di Cristo segna la nascita dell'icona: il Verbo si è fatto carne, l'Invisibile è reso visibile, Dio ha assunto un volto. Nella lunga genesi dell'iconografia cristiana, l'icona assume la propria fisionomia intorno al V secolo. Vi erano probabilmente icone anche in precedenza, a partire dal periodo di Costantino I, ma furono per la maggior parte distrutte durante la controversia con la corrente cristiana favorevole all'iconoclastia, che contestava la possibilità per il credente di raffigurare l'immagine di Dio per il rischio che si adorasse l'immagine e non chi vi era raffigurato.
Alla fine si ritenne corretto raffigurare Cristo, dal momento che si era incarnato storicamente in forma umana. Del resto, vi era presenza nella tradizione cristiana di prototipi, i ritratti di Gesù e Maria. Si trattava del cosiddetto Mandylion, della figura della Sindone e dei ritratti della Vergine attribuiti a San Luca. Queste immagini, dette “acheropìte” (dal greco ‘non fatte da mano umana’), erano ritenute miracolosamente create e indiscutibili, riportando, secondo la tradizione, la vera immagine del Sacro Volto.
Il Linguaggio Teologico e Artistico dell'Icona
Nella tradizione della Chiesa bizantina, l'icona assume un significato particolare: non è un ritratto realistico, ma un'immagine ideale, atemporale. L'icona è una finestra che si apre su Dio, come una vetrata in cui possiamo contemplare il sole senza pericolo per la nostra retina. Grazie all'icona si crea uno spazio in cui è possibile incontrare Dio, un incontro fatto di sguardi, dialogo, silenzio e gioia. Guardare un’icona è pregare; essa parla e prega per il fedele, ma è necessario comprenderne il linguaggio, come per la parola scritta.
La pittura di un'icona è prima di tutto una preghiera. L'iconografo è l'esecutore di un'opera che lo supera, mettendosi al servizio dello Spirito. Come scriveva il filosofo e teologo russo Sergej Bulgakov: “Per essere dipinta secondo la sua vera natura, l’icona esige che il suo autore riunisca le qualità dell’artista e i doni del teologo contemplativo. L’arte da sola è impotente a creare l’icona così come la sola teologia, giacché la rivelazione iconica le eccede entrambe”. La bellezza dell'icona viene innanzi tutto dalla verità spirituale e dunque dall'esattezza del simbolismo e dall'utilità per la contemplazione e il culto dei fedeli.
Simbolismo dei Colori e della Luce
Proprio il colore svolge un ruolo chiave in questa forma d'arte. Il fondo d’oro trasporta chi contempla verso l’infinito, sovvertendo i nostri parametri prospettici. Sempre in considerazione di un forte simbolismo, anche i colori assumono importanza fondamentale:
- Il blu è il colore del cielo, della trascendenza e quindi rimanda al mistero della vita divina; per questo Gesù e Maria indossano spesso un mantello blu scuro.
- Il rosso, tinta regale per eccellenza, è anche il colore del sangue e richiama il martirio di Cristo e dei primi cristiani.
- La porpora (un rosso cupo tendente al violaceo) è un colore sacerdotale e imperiale, e indica sovranità.
- Il bianco è il colore della purezza e dell'armonia.
- Il verde, colore dell'erba e delle foglie, quindi della natura, simboleggia la crescita e la fertilità (e dunque la speranza). Nelle icone sono verdi (e rosse) le vesti dei martiri.
È interessante notare come nella tradizione bizantina orientale il rosso, che è un colore regale, indichi la natura divina di Gesù, simboleggiando la sua gloria, la luce increata, il fuoco dello Spirito. Il blu, invece, simboleggia la sua natura umana, il mistero della carne assunta. In Europa, la simbologia è talvolta invertita, anche quando l’immagine è palesemente derivata dall’iconografia bizantina.
La Rappresentazione dei Volti (Liki) e del Corpo
I volti dei santi rappresentati nelle icone sono chiamati liki: ovvero volti che si trovano fuori dal tempo, trasfigurati, ormai lontani dalle passioni terrene. L'icona rappresenta personaggi stilizzati e ideali, impregnati di realismo e di rispetto delle forme, senza tuttavia deviare verso il naturalismo. Quelli dipinti sono volti eternizzati, con uno sguardo che attrae e cattura, riflettendo l'anima che interpella il fedele.
Gli occhi, illuminati dalla visione di Dio, comunicano il messaggio celeste di accettazione, misericordia, verità e contemplazione. Al di sopra degli archi che rafforzano l'espressione dello sguardo, si sopraeleva la fronte, sede della sapienza e dell'intelligenza, spesso molto alta, bombata e sferica, la quale esprime la forza dello spirito e della scienza degli uomini di Dio. Il naso fine ed allungato è segno di nobilità; le narici sottili e discrete esprimono la padronanza e il dominio delle passioni. Le labbra sono molto fini, geometriche e sempre chiuse nel silenzio della contemplazione, prive di ogni sensualità. Le orecchie sono tese all'ascolto della parola divina.

Prospettiva e Struttura Composita
Questa particolarità dell'iconografia bizantina di trasfigurare e di spiritualizzare il mondo si manifesta anche nella rappresentazione della natura. Le montagne, leggere ed ariose, invitano all'elevazione spirituale. Le architetture e gli oggetti si sottraggono alla materialità del mondo, scombussolando le concezioni logiche e sfidando le leggi dell'equilibrio. Lo studio del modulo bizantino del viso permette l'accesso al mondo ideale e quasi astratto dell'estetica dell'icona. Le forme sono ristrutturate in modo tale che riflettano non solo l'apparenza materiale degli esseri, ma soprattutto la loro essenza: si prende dalla realtà la forma umana e la si sottopone ad un sistema geometrico, ritmico e cromatico particolare, più atto a suggerire l'interiorità e l'essenza spirituale e divina.
L'arte dell'icona, rispettando lo spazio a due dimensioni del supporto e rifiutando quindi l'illusione del rilievo e della profondità, tratta il viso di tre quarti come visto di fronte. In questo modo il volto sembra allungato sull'icona e la presenza spirituale del personaggio che irradia verso lo spettatore, diventa più intensa. Le figure di profilo sono assai rare nelle icone e spesso disegnate in modo meno dettagliato. Per le proporzioni del viso, l'iconografo bizantino utilizza un modulo che corrisponde sempre alla lunghezza del naso, iscrivendo la testa in due cerchi e l'aureola in un terzo, con centri e raggi definiti in modo geometrico per conferire nobiltà e finezza al viso. Fino all'inizio del Seicento, questi criteri determinavano i volti nella maggior parte delle icone, per poi cedere all'influsso naturalistico occidentale.
Tipologie di Icone e Iconografie Principali
L'iscrizione è un elemento distintivo di tutte le icone, identificando chi vi è rappresentato o descrivendo la scena. Ad esempio, il volto di Cristo è affiancato dalle lettere IC XC (forma greca abbreviata di “Gesù Cristo”) o dalle lettere O Ω N (“colui che è”) o dalle scritte “onnipotente”, “datore di vita”.
Icone di Cristo
Già dal VI secolo, le icone fissarono anche le caratteristiche somatiche del Cristo (volto ovale, lunghi capelli sciolti, naso sottile, barba scura), in modo da farne quasi un ritratto che lo rende ancora ai nostri occhi immediatamente riconoscibile. L’immagine di Gesù ha chiaramente intenti ritrattistici e cerca di esprimere la sua divinità mettendo in evidenza anche il suo carattere umano. Cristo, dai capelli lunghi, ben pettinati e ricadenti sulle spalle, presenta lineamenti severi ma paterni, occhi grandi, un corpo possente.
Dalla tradizione ortodossa russa, sono stati affinati alcuni schemi principali, tra cui il Cristo Pantocratore in trono, un modello autorevolissimo dal quale nessun pittore successivo si è mai discostato. Questa icona del Sinai, secondo alcuni studiosi ricavata direttamente dalla Sacra Sindone, è un esempio di Cristo benedicente del VI secolo, un'opera a encausto su tavola (84,5 x 44,3 cm).

Icone della Vergine Maria
Le icone della Madonna sono state da sempre oggetto di grande venerazione e per questo motivo risultano le più diffuse. Protagonisti delle tavole in legno, ricoperte di gesso, colla e tela, sono anche la Vergine o i santi. Le tre iconografie più importanti che riguardano la Madre di Dio sono:
- La Madonna Glicofilusa (Glykophilousa), cioè la Madonna della Tenerezza, in affettuoso colloquio con il figlio.
- La Madonna Odeghetria (Hodeghetria o Odigitria), ossia la Madonna che indica al fedele il Bambino come via per la salvezza.
- La Galàcto-tropusa (Galaktotrophoùsa) o Madonna del Latte, mostrata mentre sta allattando il Bambino.
La Madonna di Vladimir, nota anche come Theotokos di Vladimir o Madre di Dio della Tenerezza, è un'icona bizantina del XII secolo che mostra Maria a mezzo busto, con il Bambino in braccio. La madre reclina delicatamente la testa alla sua destra, verso il Figlio che accosta la propria guancia alla sua, abbracciandola. La Madonna sorregge Gesù con la mano destra mentre con la sinistra lo mostra al fedele.
Un altro esempio è la cosiddetta Madonna Nera di Czestochowa, in Polonia, un dipinto bizantino su legno, posteriore al VI secolo, che rappresenta una Vergine Odigitria. Il nome dell’opera deriva dal particolare colore scuro della pelle di Maria e del Bambino, forse frutto di un'alterazione dei colori o di una precisa scelta iconografica.

Altri Soggetti e Scene
L'icona può raffigurare anche scene dell'Antico o del Nuovo Testamento, il martirio dei santi, il giudizio finale o concetti mistici molto complessi (es. Madre di Dio del roveto ardente). Un particolare tipo di icona raffigura assieme tutti i santi e le festività dell'anno, con funzione di calendario liturgico. I donatori delle icone erano raffigurati raramente; di solito li si faceva di ridotte dimensioni e in ginocchio di fronte ai soggetti dell'icona.
La Tecnica Esecutiva: Dalla Tavola al Colore
Il simbolismo e la tradizione non coinvolgevano solo l'aspetto pittorico, ma anche quello relativo alla preparazione e al materiale utilizzato, oltre alla disposizione e al luogo entro il quale l'opera andava collocata.
Materiali e Preparazione del Supporto
Le icone erano scritte su tavole di legno, generalmente di tiglio, larice o abete. Sul lato interno della tavoletta in genere era effettuato uno scavo che veniva chiamato “scrigno” o "arca", in modo da lasciare una cornice in rilievo sui bordi. La cornice, oltre a proteggere la pittura, rappresenta lo stacco tra il piano terrestre e quello divino in cui viene posta la raffigurazione.
Sulla superficie veniva incollata una tela con colla di coniglio, che serviva ad ammortizzare i movimenti del legno rispetto agli strati superiori. La tela veniva ricoperta con diversi strati di colla di coniglio e gesso, che opportunamente levigati, con pelle di pesce essiccata o carte vetrate, consentivano di ottenere una superficie perfettamente liscia e levigata, adatta ad accogliere la doratura e la pittura, detta levkas. I colori sono ottenuti da sostanze naturali, vegetali o minerali, oppure da piccoli processi chimici come l'ossidazione dei metalli.
Il Processo Pittorico
Si partiva con uno schizzo della rappresentazione, quindi si iniziava con la doratura di tutti i particolari (bordi dell'icona, pieghe dei vestiti, sfondo, aureola o nimbo). Successivamente si cominciava col dipingere i vestiti, gli edifici e il paesaggio. Le ultime pennellate venivano effettuate con la pura biacca. L'effetto tridimensionale veniva reso da tratti più scuri distribuiti in modo uniforme.
Particolare cura assume la lavorazione dei volti. In genere si parte da una base di colore scuro cui vengono sovrapposti strati di schiarimento con colori più chiari. Successivamente, balenii di luce chiari, ottenuti con l'ocra mescolata alla biacca, erano posti sulle parti in rilievo del volto: zigomi, naso, fronte e capelli. La vernice rossa era disposta in uno strato sottile attorno alle labbra, sulle guance e sulla punta del naso.

L'Icona nella Tradizione Orientale e Occidentale
L'Eredità Bizantina e la Scuola Russa
L'arte dell'icona con i relativi artisti giunge in Russia da Costantinopoli, tanto che tra X e XI secolo a Kiev sono già attivi atelier misti greco-russi. L'icona diventa molto importante in Russia, indispensabile alla preghiera dei fedeli. L'arte iconica russa diventa indipendente dal mondo bizantino a causa dell'isolamento del paese, seguito alle invasioni dei Mongoli e alla caduta di Costantinopoli, occupata dai Crociati nel 1204. L'arte russa mostra presto la sua originalità, espressa in diverse maniere pittoriche elaborate nei centri politici quali Kiev, Vladimir, Novgorod e Pskov. Le formule compositive bizantine vengono filtrate attraverso schemi geometrici che ne accentuano la solennità: affermazioni di fede e di certezza della vittoria sul male.
Superata l'invasione dei Tatari, alla fine del XIV secolo assume crescente importanza la scuola di Mosca. Il Quattrocento sarà il secolo d'oro della pittura russa: al Cremlino di Mosca, accanto a Teofane, lavora il celeberrimo Andrej Rublëv, portavoce della nuova religiosità di Sergio di Radonež, che con accenti patriottici pone Mosca al centro dell'unificazione delle genti russe. Se per l'Occidente l'icona è un artefatto realizzato per un determinato periodo storico, in Russia è un organismo sempre vivo.
Riscoperta e Diffusione in Occidente
Da ormai quarant’anni, le icone hanno conquistato anche i fedeli e i cultori d’arte d’Occidente. Quarant’anni fa le icone, messe al bando dal regime sovietico, giungevano in grande quantità dalla Russia in Occidente, e restaurate furono restituite all’originario splendore cromatico, oscurato nei secoli dal fumo delle candele e dato dai colori puri lavorati a pigmento e rosso d’uovo.
Nel 1904, il restauro della Trinità di Rublev segnò la riscoperta dell'icona da parte dell'estetica moderna e nei primi dieci anni del ‘900 le icone diventarono “l'ossessione dell'intellighenzia russa”. Nel 1911, Henri Matisse, durante il suo viaggio a Mosca, le definì il «miglior patrimonio» dell'arte medievale, invitando gli artisti europei a «cercare i propri modelli nei pittori di icone piuttosto che nei maestri italiani». Anche Vladimir Tatlin e Natalia Goncarova cominciarono la loro carriera dipingendo icone. L'arte di Kandinskij, come ha scritto Gilbert Dagron, ha una parentela sicura con il tipo di rappresentazione iconica.
Ci sono importanti collezioni di icone anche in Italia, come la galleria degli Uffizi di Firenze con circa 80 icone russe di periodo tardo (1700), o la più grande collezione esistente di 77 icone epirote in Europa occidentale, conservata nella Chiesa di Santa Maria Assunta a Villa Badessa in Abruzzo. Il museo delle icone di Venezia, presso l'Istituto Ellenico, e le impressionanti icone sulle pareti della cattedrale di Monreale testimoniano la loro presenza e valore anche in Occidente.

Santità e Bellezza: L'Essenza dell'Icona
Nel presentare un personaggio o un avvenimento, le icone richiamano colui o coloro che raffigurano. Sono una sorta di teofania, di manifestazione divina: costituiscono dunque una presenza e creano un legame concreto, tangibile, tra il fedele e la divinità. San Giovanni Damasceno (676-749), teologo e dottore della Chiesa, sosteneva che ogni icona è «come riempita di energia e di grazia», è partecipazione entitativa al corpo di Cristo e della Vergine, che trasmettono la loro santità alla materia con cui sono dipinti. Le icone sono state e ancora sono, per molti fedeli, molto più che semplici quadri.
Nell'ottica cristiana, la santità si declina anche come bellezza. Già il Nuovo Testamento associa queste due esortazioni ai cristiani: avere "una condotta santa" non è altro che avere "una condotta bella" (cfr. 1 Lettera di Pietro 1,15-16 e 2,12). Questa prospettiva di grazia preveniente ci porta ad affermare che altro nome della santità è bellezza. La bellezza dell'icona non risiede solo nell'estetica, ma nella sua capacità di evocare la verità spirituale e di facilitare l'incontro con il divino.
Le icone sono destinate al fedele che in forza della sua fede sa coglierne l’essenza. Come canta il kontàkion della domenica dell’Ortodossia, la prima icona del Signore si è rivelata con la sua incarnazione e la prima iconografa è stata la Madre di Dio: “L’incircoscrivibile Verbo del Padre, incarnandosi da te, Madre di Dio, è stato circoscritto e, riportata l’antica forma l’immagine - l’icona - deturpata, l’ha fusa con la divina bellezza”.
Le icone presentate al nostro sguardo ci invitano a entrare nella scena del Vangelo, a far scorrere gli occhi tra i dettagli, a fermare la nostra attenzione su un elemento. Il pittore di icone è un regista che ha disposto gli oggetti rappresentati secondo un'intenzione precisa. "Mentre l’occhio sensibile fissa l’icona, concentro l’occhio spirituale dell’anima - assieme all’intelletto - sul mistero dell’economia dell’incarnazione". Le icone ci stimolano a lodare Dio e alimentano la speranza, poiché la ricerca della bellezza è il compito del cristiano che vuole riconoscere l'immagine di Dio nel mondo e in se stesso.