Monsignor Antonio Bello, universalmente conosciuto come don Tonino Bello, è nato ad Alessano, in provincia di Lecce, il 18 marzo 1935. Figura emblematica del Novecento, è stato un vescovo profondamente radicato nel Vangelo e nel Concilio Vaticano II, la cui azione pastorale e sociale è stata guidata dalle "stelle polari" della pace, dell’antimilitarismo, del disarmo, della giustizia sociale e della scelta di schierarsi accanto agli oppressi. La sua radicalità lo portò più volte a scontrarsi duramente con alcuni settori del mondo politico e delle gerarchie ecclesiastiche, che non sempre condividevano le sue posizioni "estreme", in realtà solo profondamente fedeli al Vangelo.
La Formazione e il Sacerdozio
Nato in una famiglia modesta, don Tonino visse gli anni dell'infanzia segnati dalla perdita del padre, Tommaso, maresciallo dei carabinieri, morto improvvisamente il 29 gennaio 1942, quando Tonino aveva appena sette anni. La famiglia fu ulteriormente colpita dai lutti dei suoi fratellastri, Giacinto e Vittorio, deceduti durante il secondo conflitto mondiale. Queste tragedie incisero profondamente nel piccolo Tonino, alimentando in lui il "tarlo della follia della guerra" che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita e plasmato il suo impegno per la pace.
Dal 1940 al 1945 frequentò le scuole elementari ad Alessano, per poi proseguire gli studi in seminario, dove nel 1948 conseguì la licenza di Scuola Media. Nel 1950 fece richiesta di entrare nel Pontificio Seminario Regionale "Pio XI" di Molfetta e nel settembre 1953 si trasferì a Bologna, nel Seminario dell’O.N.A.R.M.O. per i Cappellani del lavoro. Qui, tra il 1953 e il 1957, frequentò i corsi di Teologia presso il Pontificio Seminario Regionale “Benedetto XV”. Quello fu un periodo bellissimo, in cui si vivevano già i segni del preconcilio e si rafforzava il contatto continuo con gli operai, in un mondo ecclesiastico ancora troppo chiuso e diffidente, come egli stesso ricorderà.
Don Tonino Bello fu ordinato sacerdote l’8 dicembre 1957 ad Alessano, a soli 22 anni, grazie a una dispensa ottenuta dal vescovo Monsignor Ruotolo, e incardinato nella diocesi di Ugento - Santa Maria di Leuca. Due anni dopo conseguì la licenza in Sacra Teologia presso la Facoltà teologica dell'Italia settentrionale e nel 1965 discusse la tesi dottorale intitolata "I congressi eucaristici e il loro significati teologici e pastorali" presso la Pontificia Università Lateranense.
Per ventidue anni ricoprì l'incarico di vicerettore del Seminario diocesano di Ugento, oltre a essere assistente dell'Azione cattolica e vicario episcopale per la pastorale diocesana. Nel 1962, in occasione del Concilio Vaticano II, Monsignor Ruotolo lo volle con sé a Roma, considerandolo il suo teologo personale. Don Tonino preparò le tracce degli interventi del vescovo e tenne un diario di quella esperienza, che contribuì a plasmare la sua già ricca cultura pastorale con l'aria di rinnovamento conciliare. Nonostante la nomina a "monsignore" a soli ventotto anni, da lui accettata con buon grado, continuò a farsi chiamare "don" Tonino, un segno della sua profonda umiltà e vicinanza alla gente.
Nel 1978 lasciò il seminario per diventare amministratore parrocchiale del “Sacro Cuore di Ugento” e nel 1979 fu eletto parroco della “Natività di Maria” a Tricase. Qui, in soli tre anni, rivoluzionò il paese con il suo impegno dinamico e le sue scelte rinnovatrici, applicando gli insegnamenti conciliari. Le sue omelie riempivano la chiesa e non risparmiavano "sferzate" ai politici e agli amministratori locali, pur accogliendo l'affetto della gente e dei giovani, ai quali insegnava con dedizione e passione.

L'Episcopato: La "Chiesa del Grembiule" e il Potere dei Segni
Nel 1980 don Tonino Bello fu convocato dalla Congregazione dei vescovi a Roma e gli fu proposta la nomina a vescovo, prima per Palmi e poi per Tursi. Tuttavia, per motivi familiari e l'amore per la sua parrocchia e la sua anziana madre, egli declinò l'invito. Solo dopo la morte della madre, nel novembre 1981, accettò la terza proposta e il 10 agosto 1982 fu nominato vescovo delle diocesi di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi, a cui si aggiunse Ruvo di Puglia il 30 settembre 1986, tutte unite "in persona episcopi".
La sua ordinazione episcopale avvenne a Tricase il 30 ottobre 1982, in una piazza gremita di persone. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e amico di don Tonino, ricorda come l'ordinazione fosse sentita non solo per imposizione delle mani dei vescovi, ma anche come un atto di partecipazione popolare, un vescovo "voluto, desiderato anche dalla gente". Monsignor Vito Angiuli, che allora era educatore nel seminario regionale di Molfetta, ricorda la sua prima impressione: «Mi sembrava che don Tonino dicesse dentro di sé: “Ma sono io quello che deve essere ordinato vescovo?”». Il suo ingresso nella diocesi di Molfetta il 21 novembre 1982, festa della presentazione di Maria al Tempio, fu un evento di grande partecipazione e curiosità.
Un episodio significativo del suo episcopato si verificò a Giovinazzo, dove alcuni lavoratori rischiavano la cassa integrazione. Don Tonino, prendendo le parti dei lavoratori, partecipò a un sit-in sulla ferrovia e parlò con il padrone. Questo gesto colpì profondamente il clero e i seminaristi, che si interrogavano: «Ma chi è questo vescovo? Cosa vuole? Da dove viene? Che c’entra lui con il lavoro? Perché si mette in mezzo?». Era la figura di un vescovo "inserito nelle vene della storia", dentro la realtà concreta delle persone.
Don Tonino amava coniugare il magistero evangelico con il servizio concreto ai più bisognosi. Aprì la sua casa agli ultimi e si impegnò sul fronte della giustizia sociale, spingendo la sua attenzione verso i più poveri e i tossicodipendenti. Nel 1985 fondò la Comunità di Accoglienza e Solidarietà “Apulia” (C.A.S.A.), un progetto in cui investì molte energie e risorse personali, convinto che il recupero passasse per la persona nella sua interezza. A chi gli chiedeva cosa lo affliggesse di più, rispondeva: «Mi fa soffrire molto l'impossibilità di giungere a dare una mano a tutti.»
La "Chiesa del Grembiule" e la Convivialità delle Differenze
Una delle immagini più efficaci coniate da don Tonino Bello è la "Chiesa del grembiule". Egli scriveva: «L’accostamento della stola con il grembiule a qualcuno potrà apparire un sacrilegio. Eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato nel Vangelo che, per la “messa solenne” celebrata da Gesù nella notte del giovedì santo, non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il maestro si cinse ai fianchi» per lavare i piedi ai discepoli. La sua visione era quella di una Chiesa povera per i poveri, che cammina con gli indigenti e ne condivide i problemi e le speranze, andando oltre il dovere dell’elemosina.
Altro concetto fondamentale del suo magistero è la "convivialità delle differenze". Per don Tonino, la pace non viene solo dal prendersi il proprio pane, ma dalla condivisione. La pace è accoglienza e valorizzazione delle diversità, un luogo in cui le diverse culture si arricchiscono a vicenda, senza sminuire l'identità di ciascuno. Auspicava una Chiesa libera e al servizio di tutti, umile, fiduciosa nella Parola di Dio e nel servizio ai poveri, che rifiutasse i privilegi concessi dai potenti.
I suoi "auguri scomodi" sono un esempio della sua spinta profetica. Invitava i fedeli a desiderare «una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio» e a sentire il guanciale «duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio». Egli sottolineava che i poveri erano il "luogo teologico dove Dio si manifesta".

Le Battaglie per la Pace e l'Antimilitarismo
Don Tonino fu profeta di giustizia sulle vie della pace fino all'ultimo respiro. Nel 1985 fu nominato Presidente nazionale di Pax Christi, un ruolo che gli permise di approfondire il suo impegno come operatore di pace. Denunciava instancabilmente le cause che producevano guerra e fame, contribuendo alla nascita della casa editrice "La meridiana" (1987) e della rivista "Mosaico di pace" (1990).
Il Confronto con le Gerarchie e la Politica
Le sue posizioni pacifiste e antimilitariste lo portarono a scontri anche con le gerarchie ecclesiastiche, che a volte lo ascoltavano «con sorrisetti di compiacenza e mormorii di dissenso», e a richiami formali. Negli anni '90, con l'arrivo degli immigrati sulle coste pugliesi, don Tonino fu in prima linea sui moli per organizzare l'accoglienza, nonostante le resistenze e l'ironia di alcuni.
Un esempio lampante del suo coraggio fu la sua opposizione all'intervento armato in Iraq nel 1991. Scrisse ai parlamentari esortandoli a non approvare la guerra e, come Monsignor Romero aveva fatto dieci anni prima, paventò la possibilità di «dover esortare direttamente i soldati, nel caso deprecabile di guerra, a riconsiderare secondo la propria coscienza l’enorme gravità morale dell’uso delle armi». Questo appello, ripetuto davanti alle telecamere di Samarcanda, gli attirò rimproveri dalle gerarchie militariste e dai politici patriottici. Tuttavia, don Tonino tirò dritto, polemizzando anche con il presidente della Repubblica Cossiga per il rinvio della nuova legge sull'obiezione di coscienza.
Era convinto che la difesa nonviolenta non fosse «un sentimento per novizie, ma una scienza articolata e complessa». Sosteneva che la Chiesa dovesse ritirare i cappellani militari dall'esercito e proclamare con più forza l'incompatibilità della scelta cristiana con la partecipazione a qualsiasi titolo alle strutture militari, alla produzione, all'uso e alla commercializzazione delle armi. Sognava una Chiesa in cui il Papa rinunciasse alle guardie svizzere, al titolo e agli onori di capo di stato, e chiudesse tutte le nunziature.
Don Tonino Bello ...e il suo esercito per la pace.
La Marcia di Sarajevo (1992)
Nel dicembre 1992, nonostante fosse già profondamente minato da un tumore, don Tonino Bello partecipò alla marcia di 500 pacifisti a Sarajevo, sotto assedio dall'aprile dello stesso anno. Partiti da Ancona e raggiunta Spalato dopo una traversata burrascosa, i pacifisti arrivarono a Sarajevo la sera dell'11 dicembre, per una marcia della pace promossa dai Beati i costruttori di pace. Questa fu una delle sue ultime azioni, morirà pochi mesi dopo, il 20 aprile 1993.
In un cinema di Sarajevo, illuminato da fiaccole e candele per mancanza di elettricità, pronunciò un discorso memorabile: «La strada per la pace è la nonviolenza attiva, gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati». Luigi Bettazzi, anche lui presente, ricorda: «Don Tonino prese la parola per dire che eravamo giunti fin lì per comunicare ai nostri fratelli che eravamo loro vicini e che il mondo non li aveva dimenticati. In secondo luogo che volevamo richiamare le nostre responsabilità nel conflitto, di europei e di italiani.» Egli paragonò i partecipanti a un'"ONU dei popoli", capace di entrare a Sarajevo anche nel buio, a differenza dei convogli dell'ONU ufficiale.
La Relazione con gli Altri Vescovi e i Ricordi Personali
L'influenza di don Tonino Bello e il suo modo di vivere il ministero episcopale hanno lasciato un segno profondo in molti, compresi altri vescovi.
L'Amicizia con Mons. Luigi Bettazzi
L'amicizia tra don Tonino Bello e don Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, risale agli anni '60, quando entrambi erano giovani preti a Bologna e respiravano l'aria della primavera conciliare. Si sostennero a vicenda nelle numerose battaglie per la pace, e la loro vicinanza è evidente nella partecipazione congiunta alla marcia di Sarajevo, dove don Tonino, già malato, pronunciò parole profetiche.
Le Testimonianze di Mons. Vito Angiuli
Monsignor Vito Angiuli, in una sua omelia del 2025 (data futura presumibile per l'omelia nel testo originale), condivide ricordi personali del suo incontro con don Tonino, avvenuto durante l'episcopato di quest'ultimo a Molfetta, quando Angiuli era educatore nel seminario regionale. Descrive l'ordinazione episcopale di don Tonino a Tricase come un evento di straordinaria partecipazione popolare, dove l'imposizione delle mani non sembrava venire solo dai vescovi, ma anche dalla gente. Questo lo definì un "vescovo fatto popolo".
Angiuli ricorda come don Tonino si fosse "sporcato le mani" in difesa dei lavoratori di Giovinazzo, un gesto che, per chi non lo conosceva, fu una novità assoluta. La sua capacità di essere "inserito nelle vene della storia" e la sua attenzione non solo alla dottrina, ma anche alla realtà concreta, colpirono profondamente. I suoi articoli per il giornalino diocesano "Luce e Vita", le sue predicazioni originali (come quella quaresimale sui "piedi") e le sue immagini incisive negli incontri con gli altri vescovi pugliesi, sono rimasti impressi nella mente di Angiuli. Soprattutto, Angiuli sottolinea il modo pasquale con cui don Tonino affrontò la sua malattia, vivendo la sofferenza come l'esempio più grande.
L'Influenza di Mons. Giacomo Lercaro
La formazione di don Tonino a Bologna, sotto la guida del Cardinale Giacomo Lercaro, fu cruciale. Lercaro, figura di spicco nel periodo preconciliare e conciliare, influì sulla riscoperta della liturgia e dei suoi valori sociali, oltre che sul contatto continuo con gli operai, che don Tonino ricordava come un "periodo bellissimo". Fu proprio Lercaro a conferirgli gli ordini minori a Bologna.
L'Eredità e la Causa di Canonizzazione
Don Tonino Bello è morto a Molfetta il 20 aprile 1993, all’età di 58 anni. I suoi funerali, celebrati sulla piazza antistante l’antico Duomo, furono seguiti da una folla innumerevole di persone. Il suo corpo fu tumulato nel cimitero di Alessano, accanto alla madre Maria.
La sua memoria è rimasta viva e la sua figura continua a ispirare. È definito "vescovo poeta, pastore sempre dalla parte degli ultimi, costruttore di pace, profeta di una chiesa che si cinge il grembiule del servizio". Chi lo ha conosciuto ricorda la sua semplicità, la capacità di condividere l’esistenza della gente "normale", la porta sempre aperta e la sua fede profonda, alimentata dalla preghiera e dall'amore per l'Eucaristia.
La causa di canonizzazione di don Tonino Bello è iniziata nel 2007 e la fase diocesana si è conclusa nel 2015. Recentemente, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che ne riconosce le virtù eroiche, un passo significativo verso la beatificazione. Il suo segretario personale, don Gianni Fiorentino, lo definisce «un indice puntato su Gesù Cristo! Un uomo, un cristiano, un prete, un Vescovo innamorato di Gesù Cristo», sottolineando che la sua attenzione ai poveri, l'impegno per la pace e la sua carica profetica derivavano proprio da questo amore incondizionato.

I "Cinque Amori" e la "Contempl-Attività"
Il suo insegnamento può essere sintetizzato nei "cinque amori": la vita, la terra, la pace, i poveri e Cristo. Amare la vita in modo pieno, mantenere legami forti con la propria terra come radice per aprirsi al mondo, perseguire la pace intesa come "convivialità delle differenze", dedicarsi ai poveri come "luogo teologico dove Dio si manifesta", e innamorarsi di Cristo come fonte di tutto.
Don Tonino ha coniato il termine "contempl-attività" per descrivere il suo ideale di vita cristiana e ministeriale. Non si tratta di stare solo nella contemplazione o solo nell'azione, ma di vivere un "dentro e fuori" costante, come Mosè che entra ed esce dal tabernacolo: «Dentro, è rapito dalla contemplazione; fuori, è pressato dalle necessità di creature inferme. Dentro, medita i misteri di Dio; fuori, porta i pesi delle realtà carnali». Questo ciclo vitale di intimità con Dio e servizio ai poveri è la chiave della sua spiritualità e del suo impatto duraturo sulla Chiesa e sulla società.