La Battaglia di Castelfidardo e la Campagna Pontificia del 1860

Le vicende risorgimentali del 1860 stavano volgendo al termine, e gli occhi di tutti erano puntati su Roma, destinata a diventare la capitale della nuova Italia. In un disperato tentativo di salvaguardare il potere temporale dei Papi, migliaia di giovani accorsero da ogni parte d’Europa per arruolarsi nell’esercito di Pio IX.

Contesto Storico: L'Unificazione Italiana e lo Stato Pontificio

La politica di Cavour e le aspirazioni territoriali

I moti rivoluzionari del 1848, culminati con la fuga di Papa Pio IX a Gaeta e la proclamazione della Repubblica Romana, avevano consentito al Piemonte, sebbene reduce dalla disfatta di Novara, di farsi paladino della politica italiana. Il giovane Vittorio Emanuele II aveva trovato in Cavour un protagonista all’altezza del momento, scaltro, deciso a tutto e certamente privo di scrupoli. Sono noti i suoi indovinati interventi in campo internazionale per suscitare consensi alla causa italiana, come l’invio di una spedizione in Crimea, e i discutibili maneggi per convincere l’imperatore dei francesi ad intervenire in Italia contro l’Austria. La sconfitta austriaca portò come conseguenza l’abbandono da parte delle guarnigioni delle Legazioni pontificie di Bologna e della Romagna, dove si formarono giunte provvisorie di giovani filo-piemontesi. Pio IX protestò inascoltato dinanzi alle potenze europee chiedendo il ripristino dell’autorità pontificia.

La situazione politica precipitò quando la sinistra ebbe il sopravvento e Cavour dovette correre ai ripari. Dinnanzi alla diplomazia internazionale, si affrettò a condannare i rivoluzionari - che poco innanzi aveva spinto con ogni mezzo al Sud - e, fattosi paladino dell’ordine, inviò un numeroso corpo di spedizione per la conquista delle Marche e dell’Umbria per contrastare l’azione di Garibaldi. Il pretesto per l’invasione non mancò, col beneplacito di Napoleone, che pronunciò l’ignobile frase: «Fate, ma fate presto». Emissari piemontesi, muniti di larghi mezzi, furono inviati nelle due regioni allo scopo di suscitare focolai di ribellione al governo pontificio, ingigantendo ad arte sporadici episodi subito repressi. La popolazione, tuttavia, restava fedele al suo legittimo sovrano, ma Cavour non demorse, ed ogni mezzo fu escogitato per favorire l’intervento armato.

Tutto era già deciso: un numeroso corpo di spedizione militare al comando dei generali Manfredo Fanti e Enrico Cialdini - senza dichiarazione di guerra ma dopo l’emanazione di due inqualificabili proclami nei quali venivano insultati con le più vergognose menzogne i militari pontifici - fu inviato ai confini del territorio pontificio, mentre una squadra navale con materiale d’assedio si dirigeva ad Ancona agli ordini dell’ammiraglio Persano.

La riorganizzazione dell'esercito pontificio e la mobilitazione

Il piccolo esercito pontificio, composto da volontari cattolici provenienti da ogni nazione, navigava fra mille difficoltà. Il pro-ministro alle armi, Cardinale Giacomo Antonelli, fu sostituito da Monsignor Saverio de Merode, già valoroso ufficiale dell’esercito belga e francese. De Merode riuscì in breve tempo, data l’urgenza del momento, a far sì che il piccolo esercito diventasse uno strumento efficace, moderno e bene organizzato, atto a mantenere l’ordine pubblico ma anche ad opporsi all’invasione di bande di volontari che si stavano formando ai confini dello Stato. Egli riorganizzò le truppe pontificie a nome di Pio IX, e l'invito fu accolto con entusiasmo in tutti i paesi cattolici, dichiarando che «un figlio non può non rispondere quando il padre chiama».

A capo dell'esercito pontificio venne nominato il generale Christophe de Lamoricière, un eroe della guerra di Crimea e della Legione d’Onore, che accettò l'incarico accogliendo l'appello a difendere la causa della legittimità e della Santa Sede.

Ritratto del Generale Christophe de Lamoricière

Le Forze in Campo

L'esercito piemontese

Il corpo di spedizione piemontese, sotto il comando dei generali Fanti e Cialdini, era numeroso e ben equipaggiato. Cialdini, in particolare, disponeva di due divisioni, ovvero 13.500 uomini, un migliaio di cavalieri e ventiquattro cannoni, disposti in gran parte davanti a Castelfidardo.

L'esercito pontificio: un corpo cosmopolita

L’appello del Papa era stato raccolto in quasi tutti i paesi cattolici, spinti dal potente richiamo della fede. Mobilitati dai comitati diocesani formatisi in ogni nazione, si presentarono nella Roma del tramonto papalino giovani di ogni estrazione sociale: contadini e studenti universitari, figli del popolo e cadetti della più blasonata aristocrazia europea. Tra essi si annoveravano figure come il principe Pietro Aldobrandini, il principe Paolo Borghese, il principe Francesco Ruspoli, il principe Vittorio Odescalchi, il principe Carlo Chigi Albani della Rovere (tutti della nobiltà romana); il principe Alfonso di Borbone-Sicilia (fratello del Re Francesco II); il principe Alfonso Carlo di Borbone d’Austria-Este (successivamente pretendente carlista al trono spagnolo); il barone Athanase de Charette (discendente dell’eroe vandeano). Tra i romagnoli si segnalarono il marchese Zappi di Imola, i conti Filippo e Gustavo di Carpegna, il patrizio Odoardo Corbucci di San Giovanni in Marignano, il conte Emaldi di Lugo.

Gli Zuavi Pontifici

Una parte significativa di queste forze era costituita dagli Zuavi Pontifici, che prendevano il nome dalla divisa indossata. Essi, insieme ad altre formazioni come i Carabinieri Svizzeri e i Cacciatori della Brigata Pimodan, formavano un esercito composito che combatteva per la Chiesa come al tempo degli antichi crociati. Molti di loro pagavano per l’onore di servire tra le file degli zuavi, e offrirono cospicue somme di denaro all’Obolo di San Pietro. La provenienza era estremamente varia: un contingente numeroso arrivò dall’Olanda, mentre dal Belgio accorsero volontari con entusiasmo, richiamando alle Crociate e a Goffredo da Buglione. Un forte contingente arrivò dalla Francia (si contano 1337 francesi), e anche dagli Irlanda giunsero circa 1.000 uomini. Molti erano profondamente religiosi, sebbene talvolta ignoranti e privi di esperienza militare, ma tutti spinti da un forte spirito di fede.

Infanteria di Zuavi Pontifici in uniforme

La Campagna Nelle Marche e Nell'Umbria (Settembre 1860)

A metà settembre del 1860, le truppe sarde, con le direttive del Generale Cadorna, entrarono nei confini del Regno Pontificio. Le milizie sabaude avanzarono al comando di Enrico Cialdini, dirigendosi verso Pesaro e Senigallia. L’11 settembre, l’esercito piemontese occupò Urbino e Pesaro, il 13 Senigallia, il 14 fu la volta di Perugia e Foligno, e il 16 fu assalita Spoleto.

La strategia di Lamoricière

Dopo la presa di Perugia, la guerra tra italiani e pontifici ruotò essenzialmente sul tentativo da parte di Lamoricière di raggiungere Ancona e, da parte di Fanti, di impedirglielo. Lamoricière, che si trovava a Macerata, doveva attendere per farvi convergere tutte le forze disponibili, ma ciò offrì a Cialdini, che procedeva spedito, la possibilità di tagliargli la strada. Il generale Lamoricière, il 15 settembre, si portò con la sua brigata a Macerata dirigendosi verso Ancona, raggiunto il giorno 16, dopo un’estenuante marcia, dalla brigata Pimodan, a Loreto. L’esercito pontificio non aveva scampo, e a Lamoricière non rimase altra alternativa se non concentrare le sue truppe ad Ancona per evitare una lotta impari, in attesa dell’auspicato aiuto francese e austriaco che il Segretario di Stato Cardinale Antonelli continuava ad assicurare. Lamoricière non poteva che aprirsi un varco combattendo: i piemontesi serravano ogni possibile passaggio tra i fiumi Musone e Aspio.

Il piano di battaglia pontificio prevedeva che la colonna di sinistra varcasse il Musone, prendesse il colle e vi si mantenesse per dar tempo al resto della truppa di sfilare verso Ancona; poi, doveva cercare di disimpegnarsi con un movimento retrogrado verso la piazzaforte adriatica.

La Battaglia di Castelfidardo (18 Settembre 1860)

Il 18 settembre 1860 ebbe inizio la Battaglia di Castelfidardo, tra le forze pontificie e le milizie sarde. La mattina del 18, Lamoricière inviò contro la postazione piemontese tre battaglioni di carabinieri svizzeri, zuavi franco-belgi e cacciatori della brigata Pimodan, supportati da 12 cannoni. Il generale intendeva poi presidiare il poggio con altri due battaglioni e approfittare del suo possesso per far sfilare verso nord, su Camerano e quindi su Ancona, il resto dell’armata, prima della reazione del grosso dell’esercito nemico.

Mappa strategica della Battaglia di Castelfidardo

Lo scontro sul campo

Alle 9:20 i carabinieri svizzeri urtarono il 26° battaglione bersaglieri dell’Armata sarda e il combattimento si accese. I bersaglieri del re d’Italia, sebbene sorpresi, reagirono con energia ma erano in inferiorità numerica; intanto da parte pontificia affluivano altre truppe di quell’esercito composito. L’attacco iniziò in modo proficuo per i pontifici, i quali si impossessarono di una cascina, detta Casa di Sotto, che costituiva la posizione più avanzata dei piemontesi.

Alle 10:00, tre battaglioni pontifici premevano su una casa a metà del declivio, dove i bersaglieri piemontesi si difendevano coraggiosamente, seppur con fatica. Si assaltò questa seconda posizione, anche con l'uso dei cannoni. Nonostante la tenace resistenza del 26° bersaglieri, alle 10:50 i pontifici occuparono la seconda casa e si avvicinarono alla sommità del dosso. Intanto, le altre colonne pontificie si avviarono al Musone e lo superarono. Lamoricière aveva ottenuto una vittoria tattica che onorava la bandiera e gli apriva la via per Ancona.

Il punto di svolta e la sconfitta pontificia

A quel punto, tuttavia, Lamoricière, obnubilato dall’eccitazione della battaglia vittoriosa, ordinò alla colonna centrale di fronteggiare a sinistra, verso il nemico, anziché proseguire secondo il piano originario verso Ancona. Questo fu l’errore fatale. Lo stesso ondeggiare della prima linea pontificia sconcertò la seconda, e l’obiettivo non fu più Ancona, bensì lo scontro frontale che si voleva evitare. La seconda linea pontificia, presa di mira dall’artiglieria sarda, si sbandò.

Nel frattempo, giunse a sostegno piemontese l’altro reggimento della brigata Regina, che strinse i pontifici sulla destra, ostruendo loro la strada per Ancona. L’accerchiamento del generale francese fu completato dall’afflusso di altri due battaglioni di bersaglieri lungo il Musone e di quattro squadroni di Novara, ancora alle spalle dell’avanguardia pontificia. Lamoricière fece avanzare a sostegno della prima linea altri due battaglioni, uno di bersaglieri austriaci e uno di cacciatori, ma ogni ulteriore avanzata sul poggio era ormai preclusa dalla pressione piemontese. Sulla linea del fuoco, il generale Georges de Pimodan fu colpito a morte. Invano Lamoricière e altri si prodigarono a fermare il tracollo.

Le cose precipitarono, una casa fu perduta, e una nuova linea difensiva si formò tumultuariamente più sotto. Ma dal colle scesero i battaglioni del 10° fanteria e quel che restava dell’indomito 26° bersaglieri. I pontifici contrattaccarono ancora una volta alla baionetta, poi la linea di difesa arretrò e si ruppe in combattimenti sempre più isolati. Alcuni reparti pontifici si dispersero; quelli che si erano meglio battuti ripiegarono a Loreto e l’indomani capitolarono con l’onore delle armi. Lamoricière riuscì a guadagnare la fuga oltre il fiume insieme a 400 uomini, di cui cinquanta a cavallo, procedendo verso est, in direzione della costa. Il resto della sua armata si concentrò quasi tutta a Loreto, che la notte stessa Cialdini fece circondare. Il giorno seguente, il generale piemontese ne raccolse la resa: si trattava di 3000 uomini, a cui se ne aggiunsero altri 2000 tra i presidi e gli sbandati della zona.

L'Assedio di Ancona e la Fine della Campagna

Lamoricière si asserragliò con 7000 uomini ad Ancona, che Fanti non perse tempo ad assediare. Quello che restava dell’esercito pontificio era ora concentrato ad Ancona, dove subì un duplice attacco dal mare e da terra: dalla flotta di Persano e dalle artiglierie di Cialdini. La città fu circondata dal giorno 20 sia dal 4° che dal 5° corpo, nonché dalla flotta. Il generale piemontese conquistò una dopo l’altra tutte le principali postazioni difensive del caposaldo, costringendo la guarnigione alla resa entro il 29 settembre. In diciotto giorni la guerra era terminata e l’esercito pontificio totalmente dissolto. Agli inizi di ottobre, Re Vittorio Emanuele II di Savoia raggiunse Ancona e guidò l’esercito sardo in direzione del fiume Volturno.

1173 L'assedio di Ancona

L'Eredità della Battaglia

La Battaglia di Castelfidardo e la successiva presa di Ancona segnarono un momento decisivo nella campagna piemontese del 1860. Questi eventi permisero l'invasione del Regno delle Due Sicilie per evitare un attacco a Roma da parte dei combattenti garibaldini, in seguito alla loro vittoria contro i militari borbonici. La missione piemontese, con la Regia Armata Sarda, aveva come obiettivo un ripristino dell’ordine complessivo e l’estensione dell’operazione bellica fino al Regno delle Due Sicilie. Di fatto, l’azione piemontese contrastò la nascita di una repubblica autonoma con Garibaldi e la ribellione al Papato, consolidando il processo di unificazione italiana e riducendo drasticamente il territorio dello Stato Pontificio. Questi "crociati del XIX secolo", come li definì Piero Raggi, manifestarono in modo eroico il profondo amore che ogni cattolico dovrebbe avere per la Sede di Pietro.

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