Il Giovedì Santo segna l'inizio del Triduo pasquale, un tempo sacro in cui la Chiesa commemora gli eventi centrali della Pasqua di Gesù Cristo. Questa sera, in tutte le nostre chiese, si ripete la cena istituita da Gesù in obbedienza all'ordine del Maestro di rifare quel gesto. È l'ora di donare la vita, un momento in cui il Signore, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (eis tèlos).
Il Vangelo di Giovanni è chiaro: Gesù sapeva tutto. Come un malato terminale, a cui medici e parenti hanno rivelato l'entità del suo male e la durata dei suoi giorni; come un condannato, recluso nel braccio della morte in attesa dell'esecuzione capitale; come un soldato, rimasto da solo in prima linea, Egli ha deciso di offrire ai suoi una cena. Questa notte, prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, manifesta il suo amore infinito per i discepoli.
L'Istituzione dell'Eucaristia: Il Dono di Sé
Nel Vangelo secondo Giovanni, nella celebrazione dell'Ultima Cena, non si fa alcun riferimento all'Eucaristia né al Sacerdozio in termini espliciti come negli altri sinottici, ma la sua essenza è profondamente veicolata. L'apostolo Giovanni, a differenza degli altri Evangelisti, non racconta il momento in cui Gesù istituisce l'Eucaristia, eppure ne parla. Ne parla con alcune espressioni che gli sono proprie, come: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine», cioè fino alle estreme conseguenze.
San Tommaso, il grande teologo, definisce l'Eucaristia come «il sacramento della carità di Cristo», il segno più grande, il più convincente, il più esaltante della carità del cuore del Signore. San Bernardo la chiama «l'amore degli amori», come a dire l'amore più grande e intenso che possiamo immaginare. Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». È per amore che Egli ha voluto rimanere con noi e farsi pane e nutrimento per la nostra vita.

La Lavanda dei Piedi: Un Esempio di Umile Servizio
Il gesto che Gesù compie in Giovanni è quello della lavanda dei piedi. Questo episodio veicola lo stesso significato delle parole pronunciate da Gesù nell'Ultima Cena e riportate dagli altri tre evangelisti. Gesù, sapendo che era venuta la sua ora, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua in un catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto. Nella sua vita pubblica, Gesù ha raccomandato più di una volta ai suoi discepoli di non cercare di occupare il primo posto, ma di aspirare piuttosto all'umiltà del cuore.
Quando venne da Simon Pietro, questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Il gesto della lavanda dei piedi non consiste tanto nell'umile abbassamento di Gesù, quanto nel fatto che questo suo abbassamento si pone come un gesto di accoglienza e di comunione. L'accondiscendenza misericordiosa con cui il Signore si abbassa e ci viene incontro con il suo amore, nonostante la nostra indegnità, può scontrarsi col rifiuto che possiamo liberamente opporgli.
L'asciugamano con cui Gesù si cinge i fianchi è simbolo del servizio. L'immagine che ne emerge è quella di una «chiesa del grembiule», una Chiesa che serve l'uomo, a cui annuncia la salvezza di Gesù. Dopo aver lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

L'Istituzione del Sacerdozio Ministeriale
Il Giovedì Santo è il giorno in cui il Signore diede ai Dodici il compito sacerdotale di celebrare, nel pane e nel vino, il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue fino al suo ritorno. Al posto dell’agnello pasquale e di tutti i sacrifici dell’Antica Alleanza subentra il dono del suo Corpo e del suo Sangue, il dono di se stesso. Così il nuovo culto si fonda nel fatto che, prima di tutto, Dio fa un dono a noi, e noi, colmati da questo dono, diventiamo suoi: la creazione torna al Creatore. Così anche il sacerdozio è diventato una cosa nuova: non è più questione di discendenza, ma è un trovarsi nel mistero di Gesù Cristo. Egli è sempre Colui che dona e ci attira in alto verso di sé. Soltanto Lui può dire: «Questo è il mio Corpo - questo è il mio Sangue». Il mistero del sacerdozio della Chiesa sta nel fatto che noi, miseri esseri umani, in virtù del Sacramento possiamo parlare con il suo Io: in persona Christi.
Questo mistero commovente, che in ogni celebrazione del Sacramento ci tocca di nuovo, noi lo ricordiamo in modo particolare nel Giovedì Santo. Gesù ha investito gli apostoli e i loro successori del potere e del dovere di ripetere la Cena eucaristica nella santa Messa. Cristo si sacrifica durante la Messa, ma egli resta lo stesso «ieri, oggi e sempre» (Eb 13,8).
La Messa del Crisma
In mattinata, in tutte le cattedrali della Chiesa nel mondo, ogni vescovo raduna, in modo particolare, tutti i sacerdoti della sua Diocesi, per quella suggestiva celebrazione definita «Messa del Crisma». Durante questa Messa, il Vescovo, circondato dagli altri sacerdoti, benedice gli oli che verranno adoperati nei diversi sacramenti: il crisma (olio mescolato con profumi), per significare il dono dello Spirito Santo nel Battesimo, nella Cresima, nell'Ordine; l'olio per i catecumeni e quello per i malati, segno della forza che libera dal male e sostiene nella prova della malattia. È un momento di unità e di preghiera per il sacerdozio.

Il Sacerdozio come Identità e Amicizia con Cristo
Riflettendo sul significato del sacerdozio, Benedetto XVI, in una sua omelia del 2009 per le ordinazioni presbiterali in occasione dell'Anno Sacerdotale, ha messo in luce aspetti fondamentali che risuonano con l'istituzione del sacerdozio nel Giovedì Santo. Egli ha affermato che il sacerdote riceve la propria identità da Cristo, e tutto ciò che fa, lo fa in nome suo. Il suo «io» diventa totalmente relativo all'«io» di Gesù. Nel nome di Cristo, e non certo nel proprio nome, l'apostolo può compiere gesti di guarigione e aiutare gli «infermi» a risollevarsi.
Il Signore ci ha imposto le mani e vuole ora le nostre mani affinché, nel mondo, diventino le sue. Vuole che non siano più strumenti per prendere le cose, gli uomini, il mondo per noi, per ridurlo in nostro possesso, ma che invece trasmettano il suo tocco divino, ponendosi a servizio del suo amore. Vuole che siano strumenti del servire e quindi espressione della missione dell’intera persona che si fa garante di Lui e lo porta agli uomini. L'unzione con l'olio, simbolo dello Spirito Santo e della sua forza, significa che il sacerdote fa e dona più di quello che deriva da lui stesso; in un certo qual modo è espropriato di sé in funzione di un servizio, nel quale si mette a disposizione di uno più grande di lui.
Il significato profondo dell'essere sacerdote è diventare amico di Gesù Cristo. Questa amicizia significa comunanza nel pensare e nel volere. In questa comunione di pensiero con Gesù dobbiamo esercitarci, ascoltandolo, vivendo insieme con Lui, trattenendoci presso di Lui. La lettura della Sacra Scrittura è preghiera, deve emergere dalla preghiera e condurre alla preghiera. Il sacerdote deve essere soprattutto un uomo di preghiera. L'agire esterno, in fin dei conti, resta senza frutto e perde efficacia, se non nasce dalla profonda intima comunione con Cristo.
Vestirsi di Cristo: Un Paradosso Divino
Lo scrittore russo Leone Tolstoi narra di un sovrano che chiese ai suoi sacerdoti di mostrargli Dio. Un pastore, offrendosi di assumere il compito, scambiò i vestiti con il re e disse: «Questo è ciò che Dio fa». Di fatto, il Figlio di Dio - Dio vero da Dio vero - ha lasciato il suo splendore divino: «…spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso … fino alla morte di croce» (cfr Fil 2,6ss). San Paolo usa esplicitamente l'immagine del vestito per quanto accade nel Battesimo: «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,27). Ci rivestiamo di Cristo, Egli ci dona i suoi vestiti, e questo significa che entriamo in una comunione esistenziale con Lui, che il suo e il nostro essere confluiscono, si compenetrano a vicenda. «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» - così Paolo stesso nella Lettera ai Galati (2,20) descrive l’avvenimento del suo battesimo.
Questa teologia del Battesimo ritorna con nuova insistenza nell’Ordinazione sacerdotale. Come nel Battesimo viene donato uno «scambio dei vestiti», così anche nel sacerdozio si ha uno scambio: nell’amministrazione dei Sacramenti, il sacerdote agisce e parla ora in persona Christi. Nei sacri misteri egli non rappresenta se stesso e non parla esprimendo se stesso, ma parla per l'Altro - per Cristo. L'indossare le vesti sacerdotali, sempre di nuovo in ogni Santa Messa, è un entrare nel «sì» del nostro incarico - in quel «non più io» del battesimo che l’Ordinazione sacerdotale ci dona in modo nuovo e al contempo ci chiede.
La Presenza di Dio tra Luci e Ombre della Fede
A volte si parla di secoli bui della storia, di oscurantismo, o si definiscono scristianizzati certi paesi. Altre volte, invece, si enumerano i segni di una rinascita dei valori spirituali e si parla di un ritorno della fede. Quello che si dice della storia delle nazioni, si può dire anche della storia personale di ognuno. Ci sono momenti di entusiasmo e momenti di oscurità, momenti in cui si sente palese la presenza di Dio e momenti nei quali ci si lamenta del silenzio di Dio. Eppure Dio è sempre stato presente in ogni momento della storia, ed è presente in ogni attimo della nostra vita. Gesù ci ha assicurati che sarebbe sempre rimasto con i suoi. Lo Spirito Paraclito è sceso sulla comunità dei credenti e abita in essa.
Perciò nei momenti oscuri della giornata, nei momenti di difficoltà e di tristezza, nei momenti di smarrimento e di oscuramento dei valori cristiani, non serve interrogare Dio o indagare se per caso Gesù se n'è andato e ci ha abbandonati. È il momento, invece, di esercitare la fede, di ritrovare la gioia nella sicurezza che il Paraclito ci assiste in continuazione, di prestare maggiore attenzione al Consolatore che dimora in noi. Egli ci illuminerà perché sappiamo riconoscere le opere meravigliose che Dio compie e che con le nostre sole forze non siamo capaci di vedere. È il momento anche di invocare con insistenza lo Spirito Santo, perché ci faccia conoscere tutta la verità e cambi la nostra afflizione in gioia. È giusto leggere in chiave escatologica le parole di Gesù: «Ma la vostra tristezza si cambierà in gioia».
Gesù prepara i suoi discepoli ad affrontare i futuri avvenimenti: il dolore e lo sconforto della sua passione e morte per poi arrivare alla gioia della risurrezione. La tristezza dei discepoli si cambierà in gioia non perché Cristo Gesù ritornerà, ma perché Lui ritornerà da Salvatore, Redentore, Giudice dei vivi e dei Morti, Signore dell'universo, Rivestito della stessa gloria, onore, potenza, del Padre. La gioia cristiana è una presa di consapevolezza, la fine di un lungo percorso, non solo un'emozione fuggevole.
L'Eucaristia: Sacramento della Carità e Nutrimento Spirituale
L'Eucaristia è il sacramento della carità di Cristo, l'amore degli amori. Ci accade, per grazia, che ne rimaniamo coinvolti, che l'amore col quale ci incontriamo è come un vortice che ci porta dentro di sé e che ci trasforma il cuore e la vita. Sant’Agostino, incontrandosi con il Signore Gesù dopo averlo ricevuto nella Comunione, ascolta il Signore che gli dice: «Guarda che con questo cibo non ti accadrà quello che accade quando ti nutri dei cibi materiali. Tu li trasformi in te, quei cibi. Cibandoti di Me ti accadrà qualcos’altro: che tu ti trasformerai in Me». Un filosofo celebre ha affermato: «L’uomo è ciò che mangia». È verissimo! Noi siamo quello che mangiamo, noi siamo l’Eucaristia di cui ci cibiamo, noi siamo l’Eucaristia che contempliamo e che adoriamo. Noi siamo chiamati ad amare l'Eucaristia con tutto il cuore e con tutta l'anima.
Il rapporto con l'Eucaristia si esprime nella celebrazione con la Messa, nel consumo come nutrimento, e nell'adorazione e visita. Suor Maria di Gesù Crocifisso, dopo aver ricevuto il Signore, diceva: «Adesso ho tutto, adesso ho tutto, adesso ho tutto!». Edith Stein, l'ebrea filosofa diventata cristiana cattolica, rimase stupita nel vedere persone che entravano in cattedrale, si inginocchiavano davanti al tabernacolo, dicevano qualche preghiera, in silenzio, e poi ripartivano per i loro impegni. Gesù si è consegnato nelle nostre mani facendosi pane: questo è il suo amore per noi.

Riti Liturgici e Adorazione
Nel Giovedì Santo sera, la liturgia presenta momenti specifici. Appena intonato il Gloria, risuonano a festa campane e campanelli, e l’organo suona con forza, solennità e gioia. Questo perché oggi, nel giorno in cui ricordiamo che Gesù ha istituito l’Eucaristia e il Sacerdozio, non possiamo non esultare, non possiamo non essere nella gioia, non possiamo non provare meraviglia e stupore per ciò che è scaturito dal cuore di Gesù, innamorato di noi. Si dice il Gloria, durante il canto dell'inno, si suonano le campane. Non si dice il Credo e si omette la preghiera universale.
Dopo l'omelia ha luogo la lavanda dei piedi, dove motivi pastorali lo consigliano. Alla fine della Messa, si forma la processione che, attraverso la chiesa, accompagna il Santissimo Sacramento al luogo della reposizione, preparato in una cappella convenientemente ornata. Apre la processione il crocifero; si portano le candele accese e l'incenso. Si esortino i fedeli, tenute presenti le circostanze e le diverse situazioni locali, a dedicare un po' di tempo nella notte all'adorazione davanti al Santissimo Sacramento nel tabernacolo. Se l'adorazione si protrae oltre la mezzanotte, si faccia senza alcuna solennità.
Vivere il Mistero: Chiamati all'Amore e al Servizio
Il mondo ha bisogno di Dio - non di un qualsiasi dio, ma del Dio di Gesù Cristo, del Dio che si è fatto carne e sangue, che ci ha amati fino a morire per noi, che è risorto e ha creato in se stesso uno spazio per l’uomo. Questo Dio deve vivere in noi e noi in Lui. È questa la nostra chiamata sacerdotale: solo così il nostro agire da sacerdoti può portare frutti. I credenti che partecipano al Sacrificio eucaristico cambiano, ma il loro comportamento nei confronti di Cristo è più o meno lo stesso di quello degli apostoli nel momento della Cena. Ci sono stati e ci sono tuttora dei santi e dei peccatori, dei fedeli e dei traditori, dei martiri e dei rinnegatori. Volgiamo lo sguardo a noi stessi. Chi siamo? Qual è il nostro comportamento nei confronti di Cristo? Dio ci scampi dall'avere qualcosa in comune con Giuda, il traditore. Che Dio ci permetta di seguire san Pietro sulla via del pentimento. Il nostro desiderio più profondo deve però essere quello di avere la sorte di san Giovanni, di poter amare Gesù in modo tale che egli ci permetta di appoggiarci al suo petto e di sentire i battiti del suo cuore pieno d'amore; di giungere al punto che il nostro amore si unisca al suo in modo che possiamo dire con san Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).
Un esempio di questo amore radicale e di auto-donazione è Andrea Santoro, quel sacerdote della Diocesi di Roma assassinato a Trebisonda mentre pregava, che disse: «Sono qui per abitare in mezzo a questa gente e permettere a Gesù di farlo prestandogli la mia carne… Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore va condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in fondo come ha fatto Gesù». Gesù ha assunto la nostra carne. Diamogli noi la nostra, in questo modo Egli può venire nel mondo e trasformarlo.