Giacomo Zanella: Biografia di un Poeta tra Fede e Scienza

Giacomo Zanella (Chiampo, Vicenza, 9 settembre 1820 - Monticello Conte Otto, Vicenza, 17 maggio 1888) fu una figura poliedrica e rappresentativa della cultura italiana del suo tempo. Sacerdote, poeta, patriota ed educatore, ricoprì incarichi di professore di lettere e filosofia, distinguendosi per la sua capacità di conciliare la religiosità cattolica con la cultura positivista e l'interesse per le problematiche sociali e scientifiche.

La Giovinezza e la Formazione

Nato a Chiampo, nella via che oggi porta il suo nome, Giacomo Zanella dimostrò sin da giovane spiccate doti intellettuali. All’età di nove anni fu condotto a Vicenza per proseguire gli studi scolastici. Dopo aver frequentato per due anni il ginnasio, nel 1833 si iscrisse al seminario cittadino. Qui, sotto la guida di insegnanti quali Andrea Sandri, Giovanni Battista Dalla Valle e Paolo Mistrorigo, completò gli studi all’insegna della più stretta tradizione classica, unendo un naturale interesse per il progresso scientifico.

Ritratto di Giacomo Zanella in giovane età

Sacerdozio e Inizi dell'Insegnamento

Ordinato sacerdote il 6 agosto 1843, Zanella iniziò la sua attività di docente dal ginnasio seminariale, insegnandovi filosofia e filologia latina. Fu in questi primi anni che venne in contatto con le idee di Antonio Rosmini e soprattutto di Vincenzo Gioberti, circostanza che determinò una svolta significativa al suo orientamento didattico e al suo attivismo sociale. I suoi sentimenti di "italianità" e un moderato impegno patriottico, uniti a frequentazioni dichiaratamente antiaustriache, lo resero inviso all’autorità politica locale. Nel 1848 fu sospeso dall'insegnamento a causa delle sue idee patriottiche e la polizia austriaca iniziò una sua azione inquisitrice, cercando i testi delle prediche tenute da Zanella nella chiesa di S. Caterina, senza riuscire a trovarli. Alla fine, Giacomo abbandonò il Seminario per non coinvolgere nella persecuzione politica altri insegnanti, dimettendosi nel 1853.

Zanella fu convinto sostenitore della funzione politica della letteratura, affermando che «la penna dello storico e la lira del poeta prepararono la spada del soldato» (Saggi critici, a cura di A. Baldini, 1990, I, p. 75). Il suo contributo alla causa risorgimentale fu essenzialmente di tipo morale, traducendosi in una produzione poetica di stampo patriottico (quasi del tutto perduta), in prediche pubbliche e in un’opera di sostegno a ogni forma di alfabetizzazione popolare. Egli la favorì con forza nell’intento principale di «elevare il popolo e di farlo conscio dei propri diritti e anche dei propri doveri» (G. Biadego, Giacomo Zanella, in La Lettura, IV (1913), p. 737).

Carriera Accademica e Riconoscimenti

Nel 1857 riottenne la cattedra. Rifiutato il trasferimento a Udine, nel gennaio del 1862 approdò a Padova per dirigervi il ginnasio-liceo. Nella città antoniana, importante centro universitario, trovò nuove motivazioni e stimoli grazie alla frequentazione di intellettuali e studiosi di vari campi, nonché di alcuni circoli culturali cittadini come il caffè Pedrocchi. Dopo l'annessione del Veneto al Regno d'Italia nel 1866, Zanella divenne professore di letteratura italiana nell'Università di Padova e vi insegnò fino al 1876. Innalzato poi alla dignità di rettore magnifico, consolidò amicizie con importanti figure come Antonio Fogazzaro, Fedele Lampertico e Luigi Luzzatti.

Università di Padova, Palazzo del Bo

L'Opera Poetica: Tra Romanticismo e Scienza

Risalgono al 1839 le prime prove poetiche che, nei quasi trent’anni a seguire, circolarono solo localmente in una miriade di pubblicazioni occasionali. La sua prima raccolta di scritti poetici, intitolata semplicemente Poesie, vide la luce nel 1868, pubblicata dagli editori Barbèra. La produzione poetica di Zanella durò per circa vent’anni, fino alla sua morte, e fu originale rispetto al panorama letterario del suo tempo per la capacità di presentare in versi argomenti di carattere scientifico e il tentativo di conciliare religiosità cattolica, cultura positivista e problemi sociali (come il lavoro operaio e la povertà). Zanella visse in un’epoca di trasformazioni politiche, letterarie e soprattutto scientifiche, che accolse con favore e inserì in una visione provvidenziale della storia.

Le scelte poetiche dello Zanella lo collocarono in una posizione anomala nell’ambiente culturale del suo tempo. Fu infatti mal visto sia dal mondo culturale laico, per il suo rifiuto delle tesi materialistiche, sia da una parte delle autorità ecclesiastiche per il patriottismo, la scienza e l’interesse per la “questione sociale”.

Sopra una conchiglia fossile nel mio studio

Tra le sue opere più celebri spicca l'ode Sopra una conchiglia fossile nel mio studio, composta di getto tra l’8 e l’11 marzo 1864. Questa poesia è considerata il suo capolavoro e fu scritta in un periodo in cui iniziava il dibattito in Italia attorno alle ipotesi dell’evoluzione formulate da Charles Darwin. Motivo d’ispirazione fu la vista di una conchiglia fossile, trovata in un luogo montano e adoperata come fermacarte. Il poeta, contemplando la conchiglia, medita sulle età più antiche della Terra e sul destino dell’umanità, il cui futuro nasce dalle ceneri del passato attraverso un percorso che coinvolge l’intero universo.

L'ode fu molto apprezzata, anche da Alessandro Manzoni, come testimonia lo stesso Zanella in una lettera datata 30 aprile 1869, inviata al collega Pietro Mugna: «è qui il marchese d’Adda di Milano, che volle conoscermi per dirmi che Manzoni aveva imparata a memoria la mia “Conchiglia” e che egli stesso lo aveva udito recitarla…»

Estratto da "Sopra una conchiglia fossile nel mio studio"

Sul chiuso quaderno
di vati famosi,
dal musco materno
lontana riposi,
riposi marmorea
dell’onde già figlia,
ritorta conchiglia.

Occulta nel fondo
d’un antro marino,
del giovane mondo
vedesti il mattino;
vagavi co’ nautili,
co’ murici a schiera,
e l’uomo non era.

Per quanta vicenda
di lente stagioni,
arcana leggenda
d’immani tenzoni
impresse volubile
nel niveo tuo dorso
de’ secoli il corso!

Tu, prima che desta
a l’aure feconde,
Italia la testa
levasse da l’onde,
tu, suora de’ polipi,
de’ rosei coralli
pascevi le valli.

Riflesso nel seno
de’ ceruli piani,
ardeva il baleno
di cento vulcani:
le dighe squarciavano
di pelaghi ignoti
rubesti tremoti.

Pur baldo di speme
l’uom, ultimo giunto,
le ceneri preme
d’un mondo defunto:
incalza di secoli
non anco maturi
i fulgidi augùri.

Su i tumuli il piede,
ne’ cieli lo sguardo,
a l’ombra procede
di santo stendardo;
per golfi reconditi,
per vergini lande
ardente si spande.

T’avanza, t’avanza,
divino straniero;
conosci la stanza
che i fati ti diêro:
se schiavi, se lagrime
ancora rinserra,
è giovin la terra.

Eccelsa, segreta
nel buio de gli anni,
Dio pose la mèta
de’ nobili affanni:
con brando e con fiaccola
su l’erta fatale
ascendi, mortale!

Conchiglia Fossile

Milton e Galileo

Un altro poemetto significativo di Zanella è Milton e Galileo, che apparve nella sua prima raccolta poetica. L’opera trae ispirazione dall'incontro avvenuto nel 1638 nell’esilio ad Arcetri tra John Milton e Galileo Galilei, un episodio che colpì molto l’immaginario ottocentesco.

Nella dedica all’amico Fedele Lampertico della prima edizione dei suoi versi, Zanella spiegò le sue intenzioni: «I soggetti che più volentieri ho trattato sono quelli di argomento scientifico, ma non è già l’oggetto della scienza che mi paresse capace di poesia, bensì i sentimenti che dalle scoperte della scienza nascono in noi; per questo non ho mai posto mano ad uno di questi soggetti, che prima non avessi trovato il modo di farvi campeggiare l’uomo e le sue passioni, senza cui la poesia, per ricca che sia d’immagini, è senza vita. Ciò si vedrà ne’ versi, che hanno per titolo MILTON E GALILEO (…) Quella visita mi parve soggetto opportuno ad esporre alcune idee sulla religione e sulla scienza, che altrimenti non mi sarei avventurato a mettere in versi».

Le idee sulla religione e sulla scienza di Zanella erano innovative per un sacerdote della sua epoca (sul soglio pontificio sedeva Pio IX), cercando di inserire le scoperte scientifiche e le novità tecnologiche in un disegno provvidenziale. Galileo viene presentato come un cattolico osservante, quasi comprensivo per i suoi inquisitori, pronto a controbattere alle osservazioni indignate del giovane protestante Milton fino quasi a convincerlo.

Illustrazione dell'incontro tra Milton e Galileo

Estratto da "Milton e Galileo"

L’opera si apre con l’arrivo di Milton nell’esilio di Arcetri, dove lo scienziato, vecchio, malato e ormai quasi cieco, è accudito dalla figlia Maria, suora del vicino convento:

A te levo il pensier, Milton divino.
Ed a te, Galileo, quando seduti
Sui toschi poggi a libero sermone
L’ eccelse anime apriste. E non v’ intese
Altri che l' ombre della queta sera,
Le mute siepi e le sorgenti stelle
Che parean su’ romiti orti d’ Arcetri
Piovere ossequiiose il primo raggio.

L’orgoglio dello studioso è il primo a emergere nell’animo di Galileo:

“Aprimi il ver. Son io creduto ancora?
Fra i magnanimi pochi a cui rifulse
De’ novi dommi il raggio, i miei volumi
Ancor son vivi? Ovver dal dì che affranto
Dall’ etade e da’ morbi, io derelitto
Vecchio tremante, delle corti ignaro.
Avvolto di nemici e combattuto
Da mortali terrori, alle minacce
Del Vatican m’ arresi e la parola
Rinnegatrice di mie glorie emisi,
Tutto forse perii ? Perì la luce
Ch’io primo accesi? Nell’antica notte
Ricadranno le genti, a cui sì bella
Di secolo miglior l'alba sorgea?”

Milton lo rassicura:

“De’ tuoi naufragi il Vaticano, e chiuso
Nel silenzio sperò di questi colli
L’ odiato vero. Ma la tua parola
Indefessa viaggia, e non del Reno
Alle rive soltanto e del Tamigi,
Ove già franco de’ vetusti ceppi
Liberissime vie batte il pensiero;
Ma del nemico Tevere sull’onde
Venerata risuona; e qualche pio.
Cui la porpora ancor dell’ intelletto
Il lume non offese, a’ novi veri
Segreto applaude, e sulle tue sventure.
Che immortale di Roma onta saranno,
Versa, arrossendo, generoso pianto”.

Ma il pisano sorprende con una dichiarazione di fedeltà alla chiesa romana:

“Ma de’ miei padri mi sarà giocondo
Addormentarmi nella Fé : ne andranno
Le mie figlie felici; e di riposo
A questa faticata anima Iddio
Largo sarà, di cui l’augusto accento
A riverir nel Roman Padre appresi”.

Provocando l’indignata reazione dell’inglese, che critica lo sfarzo del papa e dei cardinali:

“Supremo regnator l'uom che de’ servi
Servo si chiama. Allor dal tempio in bando
Le virtù se n’ andar che fean la stola
Venerabile al mondo. Allor d’ imperi
E di porpore e d’ oro una superba
Febbre i cori riarse : empio mercato
Di mendaci dispense e di perdoni
Entro il tempio s’ aprì : la terra accorse
Credula, e l’oro al poverel negato
Cesse all’altar, perchè più sontuosi
Ondeggiassero i manti al sacerdote,
E di fuggenti colonnati e d’aule,
Come il deserto, paurose, avvolti
Fossero al molle Archimandrita i sonni.
(...)
Tal Roma io vidi. E tu, Divino, a questo
Di bugiardi splendori idol caduco
La fronte inchini trepidando? Tu
Sovra la curva de’ rotanti soli
Uso a colloqui coll’ Eterno, udirne
Credi la voce d’ un Urban sul labbro?»

Il Galileo di Zanella replica, rimproverando coloro che si sono allontanati da Roma, con la tipica visione ecumenica dei cattolici: tutti uniti, ma sotto il papa:

“Figlio, dell’ uomo tu nel cor non leggi,
E poeta non sei. L’ Onnipotente
Ben io nel volto delle stelle adoro :
Pur quando all’alba l'umile chiesuola,
Che vedi là, m’accoglie, e l’inno ascolto
Delle devote vergini, lo Sposo
Propizianti a’ nostri error, più cara
Né nien solenne dentro mi risuona
La voce dell’ Eterno”.
(...)
Nel superbo pensier tutto raccolto,
«Perchè, dicea, perchè l’ eroica gente
Che pe’ lati Oceàni alle venture
Schiatte prepara gli opulenti seggi
D’ inclite industrie, se comuni i fasti
Ed il sangue ha comun, perchè l’altare
Non ha comune, ed unica non suona
De’ fratelli la prece ? A suo talento
Perchè ciascuno Iddio si foggia, e muta,
Come muta stagion, riti e costumi?
Ah, se custode de’ celesti veri
Autorità non siede e sola il pane
Di sapienza a’ parvoli non frange,
D’ umane fantasie ludibrio, o fìglio.
Vedrai farsi l’Eterno; e stanca l’alma
Del vano fluttuar, come fanciullo
Indispettito che le case atterra
Fabbricate per gioco in sulla sabbia,
Gl’idoli suoi respingere, e la creta
Delirando abbracciar, ultimo nume».

Il dialogo viene interrotto dai canti delle suorine intente al vespro serale nella chiesa del vicino convento. Riprende con la richiesta di Milton di provare il telescopio. Galileo lo fa portare dalla figlia e si lancia in una lunga apologia della rivoluzione resa possibile dallo strumento, con la Terra che ha perso la sua posizione privilegiata e con il Sole diventato il centro dell’universo:

E questa Terra che un vetusto orgoglio
Dell’ universo salutò reina,
Stabil reina, a cui ministri intorno
Il sole si aggirassero e le stelle
Disseminate per l’immenso vano,
Io, giusto librator, balzai di trono
E fra l’ancelle rilegai. Se di Dio
A lei cale diffondere l’onore.
Opra feci diversa io, che nel tempio
Delle divine glorie non fumante
Cera o vile licor, ma sterminati
Gruppi di soli, pria non visti, accesi?
Io rapitor di sua corona all’ uomo ?
Io che tratta di dosso al vanitoso .
Una porpora irrisa, ale gli diedi
Da spaziar nell’ Infinito, e gli astri.
Ultime scolte a’ limiti del mondo,
Di sua ragion sommettere al comando?

E tu, vase di fiamma, astro gigante,
Che regalmente la movenza affreni
De’ seguaci pianeti, augusto Sole,
Dell’ immoto tuo soglio e de’ torrenti
Lucidi, che pel nero etra diffondi.
Non superbir! Col vindice baleno
Le mie pupille saettasti intente
Nel tuo volto sovran ; ma non sapesti
Già le tue macchie ascondermi, o nebbioso
Genitor della luce. Ampi di fumo
Oceani io distinsi e. rubiconde
Isole fluttuar entro il tuo seno
Ch’ incessante bufera agita e squarcia.

Finalmente il giovane Milton può accostare l’occhio alla lente del telescopio. Il dialogo tra i due giunge persino ad ipotizzare l’esistenza degli extraterrestri, ma si conclude con un invito di Galileo a non trarre conclusioni che il libro della natura non può e non vuole svelare:

Lo sguardo v’appressò, né lungamente
Stette l’Anglo a mirar, che si ritrasse
Impaurito dell’ arcana possa
Che al ciel pareva avvicinarlo. Immota
Maria sorrise; ed ei riscosso alquanto
Dall’immenso stupor, «Montagne e valli,
Esclamava, toccai! Tra mondo e mondo
Qual ponte hai steso, o Galileo! Ma dimmi :
Quegli aspetti son veri? O vana immago
Svia con bugiarda somiglianza il senso?»
(...)
«E vi son mari e fiumi? Il suol s’ ammanta
D’ erbe e di mèssi? Le felici lande
Sguardo rallegra d’ anime viventi?»
E l’austero Geometra: «Tu chiedi
Più che non possa mia scienza apporti ;
Né mai giorno verrà che a tanto attinga
Intelletto mortal. Ma quando io scerno
Che abitabili piagge han Marte e Giove,
E di spirabil aere vestita
Iride e nembi Venere conosce.
Credibile non panni che Colui,
Che l’ostel fabbricò, voto il lasciasse
D’ abitatori. Esìl grano d’ arena
Nell’oceàn degli esseri è la terra.
Sé noi, cotanto in fondo, i firmamenti
Pur abbracciam coll’alma, e contemplando
Di giro in giro ci leviamo a Dio,
Chi torrammi la fé, che popolate
Sian di più pure, amanti Intelligenze
Le più nobili sfere, e ripercosso
Da tutti quanti i cieli, unico, immenso
Inno di lode al Creator risuoni?
Tal mi detta una fé; sull’alto arcano
Tace scienza.”

“Allor ch’ io venni
Ne’ suoi giardini, a me disse Sofia:
Figlio, del mondo le riposte origini
Non ricercar, né a qual lontano termine
L’ universo si volva : impervie tenebre
All’ umana ragion, quando la fiaccola
La Fé non alzi e l'atro calle illumini.
Modesta più, ma men fallace indagine
A te fia di natura il libro svolgere
Che chiuso giace, di segrete sillabe
Tutto vergato e d’incompresi numeri”.

E l’orgoglio dell’uomo non lo spinga alla perdizione. Galileo (cioè Zanella) denuncia l’arroganza dell’uomo che, pieno della sua scienza, si è sostituito a Dio:

L’ uom trascorre la terra, ed al suo cocchio
Docili aggioga le selvagge forze
Che gli evi tenebrosi empiean di larve.
L’ ali incatena al fulmine: il listato
Cinto fura alla luce; e gli elementi
A suo senno stemprando, a novi corpi
Origin dona : civiltà procede,
E di saper, di costumanze e d’agi
Più nobil fassi e più gentil la vita.
Cotanta di trofei mèsse corranno
Lungo il sentier, che ritentando. non io schiusi,
Le non remote età! Di sue conquiste
Il mortai tuttavia non inorgogli;
Né sé creda alle cose unico sire.
Unica legge e fine. I monti adegui :
Misuri i mari: annoveri le stelle ;
Ma dì non sia, che baldanzoso usurpi
Trono non suo (...)

Milton sembra convinto, e si propone di scrivere un’opera sulla caduta dell’uomo provocata dall’orgoglio (sarà il Paradiso perduto):

Che virtù nova dalla tua parola
Attinge, Galileo. Veglio divino!
Poi che sinistro antiveder t’ accora,
E paventi che tumida d’ orgoglio
Scienza contro Dio l’armi non prenda;
Io rammentando al secolo superbo
L’ antico fallo, ond’ abbia esempio e freno,
Dell’ uom la prima inobbedienza e ‘l frutto
Canterò del vietato arbore, amaro
Frutto letal, che sulla terra addusse
Onda infinita di sciagure e morte.
Oltre l’Eden perduto ; infin che scende
Da’ cieli a ristorarne Alma più grande
E ne racquista le beate sedi”.

Periodo di Crisi e Ultimi Anni

Nell’ottobre del 1871, Zanella si recò a Brusuglio in visita da Alessandro Manzoni, il quale «gli fece accoglienza cordialissima». Nonostante la nomina a rettore dell’ateneo patavino e l’incontro cordiale e significativo con Manzoni, entrambi del 1871, i gravosi impegni lavorativi, la morte della madre (29 luglio 1872) e alcuni spietati attacchi subiti dalla critica e da qualche collega, furono le cause scatenanti di un buio e malinconico periodo di crisi depressiva. Questa portò Zanella a isolarsi e a interrompere ogni rapporto con il mondo esterno «per tre verni / Noiosamente eguali, / Amaramente eterni» (Le poesie, a cura di G. Auzzas - M. Pastore Stocchi, 1988, pp. 236 s.). Lo scoramento che ne seguì lo spinse ad abbandonare l’incarico universitario: la richiesta di dimissioni venne accettata dal ministro Ruggiero Bonghi e resa effettiva a partire dal 1° gennaio 1876.

Libero dagli impegni scolastici, di cui sentiva tutto il carico e la responsabilità, Zanella poté dedicarsi con maggior serenità alle lettere. Nel 1877 tornò all’insegnamento, accettando la cattedra d’italiano presso l’istituto delle Dame inglesi di Vicenza, scuola di cui fu pure preside. Fu qui che nacquero i sonetti del ciclo dell’Astichello (Astichello ed altre poesie, Milano 1884), che per la loro atmosfera intimistica e descrittiva si distinguono nettamente dalla precedente produzione poetica zanelliana. L’esercizio di questo genere, praticato fin dalla gioventù e da molti ritenuto il più apprezzabile della sua produzione lirica, si risolse da sempre per Zanella in un modo alternativo di poetare, inteso come ricerca dell’eleganza più che della fedeltà al testo originale.

Nel 1870 vendette la casa natale per comprare un palazzo di fine Settecento a Vicenza. Diede prova dei suoi sentimenti anche in occasione di eventi nazionali, come la morte di Vittorio Emanuele II (9 gennaio 1878), cui dedicò i versi "In morte del Re d’Italia", e di Pio IX (17 febbraio 1878), per il quale compose "In morte di Pio IX", esprimendo i suoi sentimenti di devoto cristiano e sacerdote. Membro di numerose istituzioni culturali nazionali, nel dicembre del 1887 si recò a Firenze presso l’Accademia della Crusca, dove lesse l’elogio di Giuseppe Barbieri. Trascorse gli ultimi dieci anni della sua vita tra la villetta di Cavazzale e la casa in città a Vicenza, componendo nuove poesie e assolvendo ai suoi incarichi pastorali.

All’inizio del 1888, Giacomo fu assalito da una congestione cerebrale. Il suo corpo ormai stanco si spense la sera del 17 maggio 1888.

Opere e Studi Critici

L’intera e frammentaria produzione letteraria, nonché la rassegna critica su Zanella, sono state oggetto di numerosi studi. Un’edizione critica delle opere, seppure ancora incompleta, è stata promossa dall’Accademia olimpica di Vicenza ed edita da Neri Pozza nella collana Opere di Giacomo Zanella:

  • Le poesie e Poesie rifiutate disperse postume inedite, a cura di G. Auzzas - M. Pastore Stocchi, rispettivamente 1988 e 1991.
  • Saggi critici, I-II, a cura di A. Balduino, 1990.
  • Prose e discorsi di argomento religioso e civile, a cura di T. Barbieri.

Relativamente ai carteggi si segnalano:

  • T. Barbieri, Lettere inedite di G. Z. a Giosue Carducci, in Convivium, XXVII (maggio-giugno 1959), pp. 328-334.
  • Carteggio inedito Maffei - Z., a cura di M. Rusi, Padova 1990.
  • E. Reato, G. Z. e l’Italia liberale (dalle sue lettere inedite a Lampertico e a Fogazzaro), in Archivio veneto, s. 5, CXXV (1994), vol. 143, pp. 93-128.
  • V. Aganoor, Lettere a G. Z. (1876-1888), a cura di A. Chemello, Milano 1996.
  • I.F. Baldo, Lettere di un’amicizia: G. Z.- Antonio Fogazzaro, Vicenza 2011.
  • O. Palmiero, Il carteggio fra G. Z. e Luigi Luzzatti (1858-1880), in Quaderni veneti, V (2016), 2, pp. 11-137.

Tra i contributi utili a ricostruire le vicende biografiche e la rassegna critica su Zanella, si rimanda a:

  • F. Lampertico, G. Z. Ricordi, Vicenza 1895.
  • S. Rumor, Gli scrittori vicentini dei sec. XVIII e XIX, Venezia 1908.
  • M. Guderzo, Bibliografia di G. Z., Firenze 1986.
  • E. Franzina, Il poeta e gli artigiani. Etica del lavoro e mutualismo nel Veneto di metà ’800, Padova 1988.
  • E. Greenwood, Vita di G. Z., Vicenza 1990.
  • G. Z. e Padova nel centenario della morte. Atti della Giornata di studio... 1989, a cura di A. Chemello, Padova 1991.
  • G. Z. e il suo tempo (nel 1° centenario della morte). Atti del Convegno... 1988, a cura di F. Bandini, Vicenza 1994.
  • P. Marangon, Educazione e riforma religiosa. Chiesa e mondo cattolico a Vicenza tra restaurazione e unità, Vicenza 2004.

tags: #giacomo #zanella #di #santa #caterina #villarmosa