Il Significato del "Gesù Bambino" nell'Opera di Francesco De Gregori

Le canzoni di Francesco De Gregori, "il Principe" della musica d'autore italiana, hanno attraversato cinquant'anni e più di storia, segnando l'immaginario collettivo di generazioni. La profondità e la complessità dei suoi testi sono state oggetto di studio, come nel caso del volume di Enrico Deregibus, "Francesco De Gregori. I testi", un'analisi approfondita di tutti i brani discografici del cantautore.

Una caratteristica distintiva della scrittura degregoriana è la sua natura immaginifica e la capacità di lasciare ampio spazio all'interpretazione personale. Come De Gregori stesso ha affermato, "Solo se costretto ammetto che il significato vero di una canzone è quello che gli ho dato io", sottintendendo che "va bene qualunque significato a patto che non ne stravolga il senso." Questa apertura a molteplici letture si manifesta in diverse figure e simboli presenti nella sua opera, tra cui spicca la complessa figura del "Gesù bambino".

"Santa Lucia": Una Preghiera Laica e la Metafora del "Gesù Bambino"

Francesco De Gregori al pianoforte durante un concerto, con un'atmosfera pensosa

Tra i brani più emblematici che toccano questa simbologia vi è "Santa Lucia", canzone conclusiva dell'album "Bufalo Bill" del 1976. Riconosciuta come uno dei pezzi più belli della storia della musica italiana, "Santa Lucia" è una canzone che può essere letta come una preghiera laica o una poesia in musica. Se la si ascolta una volta, non la si dimentica più, e si è inevitabilmente "condannati a riascoltarla ancora e ancora, trovandovi ogni volta un significato diverso". Questo brano è uno scrigno prezioso dai significati inesauribili, capace di suscitare commozione sin dalla prima nota.

All'epoca, De Gregori fu inizialmente tacciato di blasfemia per aver dedicato una canzone a una santa. I critici non colsero che il Principe aveva composto, a suo modo, una preghiera in nome degli umili e degli emarginati, di tutti coloro che la "brillante società dell'apparenza non vede". "Santa Lucia" è un testo criptico, denso di metafore spesso oscure, cifra stilistica ormai familiare nel cantautorato di De Gregori.

L'Invocazione e la Critica Sociale

Il testo è scandito come una preghiera, aprendosi con un'invocazione alla santa, ripetuta in ciascuna delle tre strofe. Il primo riferimento è proprio a Santa Lucia in quanto protettrice della vista. De Gregori la invoca non per curare coloro che non vedono, ma per curare "coloro che vedono soltanto la superficie delle cose, la spoglia e nuda realtà, l'apparenza". Sono loro i veri ciechi, i veri malati, secondo il cantautore. Questo incipit è folgorante: un appello fortissimo, dal potente significato simbolico, oggi più che mai necessario, in una società "delle luci, dell'efficienza a tutti i costi, dell'apparenza che trionfa sopra tutto". Si evidenzia l'abilità nel correggere i difetti fisici e morali, ma non "la trave che sta nel nostro occhio", ovvero l'incapacità di vedere e cogliere "le cose essenziali della vita", il "cuore che non basta agli occhi".

La seconda strofa è un elogio agli umili, agli emarginati, ai falliti, agli sconfitti, a coloro che cadono proprio lungo "l'ultimo metro". In queste righe si coglie una forte critica alla "nostra società della performance che elogia solo i successi e disprezza le sconfitte", come se il mondo fosse composto solo di persone belle, ricche e vincenti. Essere umani, afferma il cantautore romano, significa invece conoscere il peso del dubbio e della sofferenza, portare sul proprio capo una "corona di stelle e di spine". De Gregori abbina al riferimento cristologico un riferimento poetico, in una specie di chiasmo: le stelle trovano il parallelismo nella fantasia sconfinata dell'uomo, mentre le spine sono il corrispettivo del buio dato dal dolore e dalla morte. Essere umani significa dubitare e, soprattutto, avere paura, poiché nell'umanità è insita anche la coscienza profonda della propria mortalità.

Il Messaggio Finale: Solitudine e il "Gesù Bambino" Metaforico

Nella conclusione, il cantautore lancia un messaggio importante che si rivolge alla nostra società, in cui la povertà è un fenomeno sociale significativo ma spesso relegato ai margini. La forbice sociale si allarga, con il risultato che spesso ad avere successo sono solo i ricchi o i figli dei ricchi, mentre tutti gli altri sono chiamati a lottare "come in una giungla con il coltello tra i denti nella marmaglia di chi non [ha] altro strumento, se non le proprie mani e la propria testa, per elevarsi."

Il "canto della povera gente" è paragonato a una nave che imbarca acqua da tutte le parti e lentamente affonda. Tuttavia, è un canto dolce e struggente come le note di un violino: un canto fine a sé stesso, senza alcuna speranza di redenzione, che non attende applausi in risposta. Ed è qui che emerge la figura del "Gesù bambino": "De Gregori sembra dedicare la canzone proprio a quel bambino non ancora cresciuto, una specie di Gesù bambino che rappresenta il futuro stesso del mondo." Il cantante è consapevole che la sua strada sarà difficile, per questo motivo nella sua "preghiera laica" a Santa Lucia gli augura dolcezza e serenità nell'affrontare la tempesta. La canzone si chiude sulla parola "solitudine", così fondamentale e necessaria, nella quale sembra essere racchiusa tutta l'individualità di ciascun essere umano, il nocciolo stesso della coscienza, tutta la fatica e il gusto dolceamaro del vivere. L'invocazione a Santa Lucia è una preghiera che anche i non credenti possono proferire a mezza voce, con il potere curativo di risanare una società corrotta dal denaro e dal pregiudizio. Nonostante il Principe non sia propenso a spiegazioni, come nel celebre "Non c'è niente da capire", l'interpretazione di "Santa Lucia" offre spunti profondi sulla sua visione del mondo.

Lucio Dalla parla di De Gregori

Diverse Immagini del "Gesù Bambino" nell'Opera di De Gregori

Oltre alla metafora del "Gesù bambino" in "Santa Lucia", la figura di Cristo e riferimenti a un "Gesù bambino" in contesti più terrene e meno idealizzati riappaiono in altri brani di De Gregori, contribuendo a un quadro più ampio e sfaccettato.

Il "Gesù Bambino" della Gente del Porto

Un'altra narrazione che evoca la figura del "Gesù bambino" si trova in un contesto differente. Si racconta la storia di una ragazza madre, il cui figlio è di un soldato alleato, morto poco dopo. Il testo originale nell'epilogo di questa storia doveva essere: "e anche adesso che bestemmio e bevo vino, per ladri e puttane sono Gesù bambino". A seguito di una breve trattativa, il verso divenne: "e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesù bambino". Tale citazione deriva anche dal nome "Gesù bambino" che la ragazza diede al figlio "del bell'uomo che veniva dal mare".

Si volle inoltre creare un contrasto, un'antitesi tra il fatto che Gesù bambino giochi a carte e beva vino con la gente del porto, tra cui "ladri e puttane". Ma si tratta invece anch'essa di una citazione per coloro che dimenticano che il Gesù storico era solito frequentare peccatrici e pubblicani, poiché diceva «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.»

Scena di porto con pescatori e persone che giocano a carte, in stile pittorico

Il Gesù Cristo Tra Pace e Spada

Questa visione meno edulcorata del divino si connette a passaggi altrettanto significativi, come i versi: "Nella tua stanza, sotto il ritratto di Sturzo,/ il crocifisso ti faceva l’occhiolino e tu pregavi con la faccia sul cuscino,/ un po’ di pane e un po’ di vino./ E nella chiesa l’incenso che brucia se ne va,/ che lingua parla l’agnello che oggi morirà?" Questi testi presentano la figura di Gesù Cristo in una luce tutt'altro che idealizzata. Si conclude con la presenza di colui che ha detto, paradossalmente: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada» (Mt 10,24). Questo dimostra come De Gregori esplori le complessità e le ambiguità della figura cristologica, attribuendole significati che vanno oltre la tradizione convenzionale, spesso in linea con la sua propensione a dare voce agli emarginati e ai "perdenti".

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