Dalle Macerie alla Fraternità: La Chiesa e la Sfida del Germoglio

Innanzitutto, ringraziando Sua Eccellenza Monsignor Sorrentino per gli Orientamenti scritti per l’anno pastorale 2022-2023, intitolati "Veni, Sancte Spiritus", si evidenzia come il cristianesimo sia nato nelle case. Le parrocchie, infatti, vennero dopo, a servizio delle case cristiane.

Oggi, tuttavia, le case sono investite da un vero terremoto spirituale che ha scosso il fondamento stesso, ossia il matrimonio e la vita. Ciò sta producendo case sempre più vuote di fede e di nascite, ricche di solitudine, e invase, attraverso i "media", da una cultura che, pur non mancando di "filoni del bene", è nell’insieme sempre più lontana dal vangelo, quando non apertamente ad esso ostile.

La Crisi Spirituale delle Famiglie e la Necessità di Conversione

Il Terremoto Spirituale come Metafora della Conversione

In questa analisi si trovano alcune affermazioni importanti. Un monaco trappista, André Louf, nel suo prezioso libro del 2000, Sotto la guida dello Spirito (Qiqajon 1990), scriveva proprio di terremoti. Se Assisi e Foligno hanno purtroppo sperimentato cosa significhi un vero terremoto che crea danni importanti, e se Mons. Sorrentino applica questa metafora alle famiglie del nostro tempo, André Louf la vede, invece, in riferimento alla vita spirituale e interiore, per descrivere la necessità della conversione.

In fondo, si potrebbe dire, tutto ritorna lì: i terremoti veri, e quelli nelle nostre case, ci interpellano nel nostro profondo. È molto più confortevole vivere da peccatore o da giusto incallito che da peccatore in conversione. Eppure la grazia ci spinge giorno dopo giorno proprio a questo rovesciamento interiore: Dio viene a toccarci in infiniti modi per renderci docili a questo stato di conversione; da parte nostra possiamo solo prepararci a essere toccati da Dio. Dovranno accadere molte cose, assolutamente al di fuori della nostra buona volontà e della nostra generosità naturale.

Questo rovesciamento non implica una semplice ferita interiore, ma una vera e propria lacerazione che colpisce le nostre fondamenta; implica una probabile rottura e dei frantumi, uno sgretolamento inarrestabile. È come un edificio in cemento armato, al quale possiamo aver lavorato per anni con estrema cura e che, a un certo punto, si è messo a funzionare solo come uno scudo contro il nostro io più profondo e contro gli altri, finendo col rischiare di proteggerci anche contro la grazia di Dio.

Questo crollo è solo un inizio, ma è già gravido di speranza: bisognerà evitare soprattutto il tentativo di ricostruire ciò che la grazia ha demolito. Anche questo non è facile da imparare: la tentazione di montare qualche impalcatura davanti alla facciata pericolante e di rimettersi all’opera è infatti sempre molto grande. Dobbiamo imparare a dimorare accanto alle nostre rovine, a sederci in mezzo ai detriti senza amarezza, senza rimproverare noi stessi né accusare Dio.

illustrazione di un edificio crollato con macerie e una piccola pianta che germoglia tra i detriti, simbolo di rinascita

La Preghiera come Fondamento della Missione

Proprio per il fatto che ci troviamo in una situazione "post-sismica", si può comprendere l’insistenza che nelle indicazioni pastorali si pone riguardo alla preghiera: «la missione comincia dalla preghiera», ribadisce Mons. Sorrentino. È la preghiera di un figlio, direbbe André Louf, che stando tra le macerie di quella casa sa che il Padre si prenderà cura di lui, e della casa stessa. Non è forse accaduto così per il popolo di Israele? A seguito della tragedia nazionale della distruzione di Gerusalemme nel VI secolo a.C., la casa che il Padre vuole ricostruire - scriveva Louf - non è più la stessa casa, anche se si trova allo stesso posto.

La Chiesa delle Origini: Piccolezza, Liminalità e Fraternità

La Piccolezza come Beatitudine

Davanti alle tante sfide della fede - specialmente quelle che riguardano la partecipazione delle giovani generazioni - così come dinanzi ai problemi e alle fatiche della vita e guardando ai propri numeri, nella vastità di un Paese, ci si potrebbe sentire "piccoli" e inadeguati. Eppure, se adottiamo lo sguardo speranzoso di Gesù, facciamo una scoperta sorprendente: il Vangelo dice che essere piccoli, poveri in spirito, è una beatitudine, la prima beatitudine (cfr Mt 5,3), perché la piccolezza ci consegna umilmente alla potenza di Dio e ci porta a non fondare l’agire ecclesiale sulle nostre capacità. E questa è una grazia!

C’è una grazia nascosta nell’essere una Chiesa piccola, un piccolo gregge; invece che esibire le nostre forze, i nostri numeri, le nostre strutture e ogni altra forma di rilevanza umana, ci lasciamo guidare dal Signore e ci poniamo con umiltà accanto alle persone. Ricchi di niente, poveri di tutto, camminiamo con semplicità, vicini alle sorelle e ai fratelli del nostro popolo, portando nelle situazioni della vita la gioia del Vangelo.

mappa stilizzata delle prime comunità cristiane nel bacino del Mediterraneo, con punti che indicano i luoghi di fondazione

La Dimensione delle Prime Comunità

Romano Penna, sia nel suo prezioso volume La cena del Signore, sia in altri contesti, suggerisce che per calcolare il numero dei componenti di una singola comunità bisogna tenere conto del fatto che una casa antica, stando alle informazioni fornite dall’archeologia (naturalmente si intende la casa di un benestante, a prescindere dalle insulae proletarie), disponeva in concreto come ambiente di raduno soltanto del triclinio. Questo spazio poteva contenere più o meno una dozzina di persone, eventualmente raddoppiabili. Non si tratta solo di una piccolezza dimensionale, però.

La Liminalità: Un Cambiamento d'Epoca

È molto interessante l'interpretazione del versetto di Isaia 21,11-12 («Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?». «Viene il mattino, poi anche la notte»), fatta all’inizio dell’evento ad Assisi sull’Economy of Francesco, che molti italiani già conoscevano grazie alla canzone del 1983 di Francesco Guccini, "Shomér Ma Mi-Llailah?". L'interpretazione suggerisce che giorno e notte, alba e tramonto, si susseguono; non c’è un confine preciso tra notte e giorno, e nessuna delle due situazioni è permanente, rendendo difficile rispondere alla domanda.

Anche il passaggio epocale che stiamo affrontando può essere rappresentato come liminalità, quella causata dal passaggio da una cristianità - in Italia e in Europa - che non c’è più, a una che non c’è ancora, ma che già si intravvede. Papa Francesco ci ha abituati a questa lettura: quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. Siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza.

Spesso capita di vivere il cambiamento limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima. Ebbene, ogni cambiamento porta con sé una qualche crisi. Ora, è ovviamente diversa la liminalità di cui parlava Romano Penna, quella cioè vissuta dai cristiani che, a seguito della morte e risurrezione di Gesù, e dei conflitti con il giudaismo del tempo, cercavano una nuova collocazione identitaria. Però è necessario un caveat: piccolezza non deve voler dire insignificanza. Guai se questo ragionamento dovesse portarci a chiuderci in sacrestia, o a ritenere che il Vangelo non abbia più nulla da dire al mondo. Piuttosto, questo ci porta ad arrenderci al fatto che sarà Dio a far crescere il seme come, quando, dove vorrà lui, anche senza la consapevolezza o, piuttosto, il "controllo" del padrone del campo, come si legge nella parabola di Gesù: il seme da lui gettato, «dorma o vegli, di notte o di giorno, germoglia e cresce».

La Rete di Comunione e il "Peccato Originale" della Chiesa

Una Rete Necessaria di Amicizia e Fraternità

Tra questi "pochi" cristiani delle origini c’era una stretta rete di collegamenti e di fraternità. Eppure, tra queste chiese, così diverse e così distanti geograficamente e per origine, doveva esserci una fitta rete di collegamenti. I missionari potevano spostarsi di chiesa in chiesa, portando con sé le lettere di Paolo o gli altri scritti cristiani, come si legge negli Atti degli Apostoli o in altri scritti del Nuovo Testamento.

Rinaldo Fabris, nel suo prezioso volume intitolato Chiesa domestica. La Chiesa-famiglia nella dinamica della missione cristiana. Un profilo unitario a più voci (San Paolo 2009), si sofferma a definire la comunione che legava i credenti della Chiesa di Gerusalemme, e che cresce attraverso l’insegnamento degli apostoli, la messa in comune dei beni, la frazione del pane. Il termine "comunione" potrebbe risultare addirittura troppo ecclesiale o troppo religioso, ma la sua declinazione nel binomio «amicizia e fraternità», invece, esprime qualcosa di positivamente laico e umano che permette una vera apertura.

Dobbiamo imparare dalle chiese delle origini, nelle quali non si entrava in una chiesa (non c’erano!) solo per frequentare una messa la domenica, ma i cui membri invece dovevano avere relazioni strette. La Chiesa delle origini è infatti fondata su un modello familiare e laicale. Per un approfondimento di questo tema, si rimanda al volume citato, che contiene uno studio articolato.

illustrazione dettagliata di una famiglia o piccola comunità cristiana primitiva riunita in una casa per la preghiera e la condivisione

Anania e Saffira: Il Peccato Contro la Comunione

Siamo giunti alla breve disamina di due testi del libro degli Atti degli Apostoli, che Daniel Marguerat ha definito, in modo originale e molto acuto, «il peccato originale nella Chiesa».

Per ricavare l’intenzione degli agiografi, si deve tener conto fra l’altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa in testi in vario modo storici, o profetici, o poetici, o anche in altri generi di espressione. È necessario che l’interprete ricerchi il senso che l’agiografo in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso, intendeva esprimere e ha di fatto espresso. Detto altrimenti, «avere coscienza della peculiarità dei generi è molto importante per il nostro accostarci alla Bibbia, proprio perché siamo tentati di livellare i suoi diversi modi di esprimersi. Questo vale soprattutto per le narrazioni, che si tende sempre a leggere come fossero cronache dei fatti, senza sapere poi come affrontare gli inevitabili problemi di storicità dei testi che non sono resoconti storici o lo sono in modo assai diverso dal nostro scrivere storia» (CEI, UCN, Incontro alla Bibbia).

Un commentatore del libro degli Atti, padre Gerard Rossé (Atti degli Apostoli. Commento esegetico e teologico, Città Nuova 1998), spiega che il genere della pagina che stiamo per rileggere è quello del «giudizio di Dio», per il quale la punizione del peccatore avviene subito e in modo straordinario, al fine di superare in modo «immediato e decisivo un pericoloso attentato ai valori riconosciuti della comunità culturale da cui il testo proviene». Dello stesso parere Daniel Marguerat (Atti degli Apostoli, EDB 2011): «Inquietante, brutale, patetico. Questo racconto non lascia indifferente nessun lettore. La tragedia della fine di Anania, fulminato dalla parola di denuncia di Pietro e sbrigativamente sepolto, è raddoppiata dalla venuta di Saffira all’oscuro del dramma, dalla sua pubblica menzogna, poi dalla sua morte istantanea: questo racconto è fatto per impressionare. Una caratteristica di questo genere è - continua Marguerat - «il ritratto in bianco e nero, vita e morte», dove «bene e male si contrappongono senza sfumature».

Il testo degli Atti (At 5,3-10) racconta:

  • Pietro disse: «Anania, perché Satana ti ha riempito il cuore, cosicché hai mentito allo Spirito Santo e hai trattenuto una parte del ricavato del campo? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e l’importo della vendita non era forse a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione? Non hai mentito agli uomini, ma a Dio».
  • All’udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò. Un grande timore si diffuse in tutti quelli che ascoltavano.
  • Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò sua moglie, ignara dell’accaduto. Pietro le chiese: «Dimmi: è a questo prezzo che avete venduto il campo?». Ed ella rispose: «Sì, a questo prezzo».
  • Allora Pietro le disse: «Perché vi siete accordati per mettere alla prova lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta quelli che hanno seppellito tuo marito: porteranno via anche te».
  • Ella all’istante cadde ai piedi di Pietro e spirò. Quando i giovani entrarono, la trovarono morta, la portarono fuori e la seppellirono accanto a suo marito.

Questa sequenza sulla vita interna della comunità (At 4,32-5,11) è stata definita da Daniel Marguerat come «il peccato originale nella Chiesa». Il confronto con Genesi 3 è suffragato da molti punti di contatto: il delitto di Anania e Saffira distrugge l’armonia originaria («un cuor solo e un’anima sola», At 4,32); si mente a Dio (Gen 3,1; At 5,4b); soprattutto, l’origine della colpa viene collocata nel peccato di una coppia. Scrive Marguerat: «Ormai il ritorno all’immagine “paradisiaca” di una comunità senza peccato è escluso. Il dramma di Anania e Saffira ha aperto la breccia, mostrando che il peccato originale nella Chiesa è un delitto di comunione; bisognerà ricordare che questo delitto è legato al denaro».

Investire nella Famiglia e nei Giovani: Una Pastorale Urgente

Da questa utile analisi deduciamo una conseguenza: è su questa pastorale che si deve investire, a tutti i livelli, perché la trasmissione della fede alle nuove generazioni riprenda l’avvio in famiglia. In un volumetto sui personaggi anonimi nei racconti della passione (Personaggi anonimi nei vangeli della passione, Ancora 2022) è stato commentato il versetto del vangelo di Marco sulla fuga del giovane che scappa via nudo dal Getsemani («Seguiva però [Gesù] un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo»; Mc 14,51-52).

Quel giovane può essere preso a simbolo, oggi, della fuga dei giovani dalla Chiesa. Nel Documento finale del Sinodo dei Vescovi sui Giovani, la Fede ed il Discernimento Vocazionale (27 ottobre 2018), si danno diverse ragioni di questa fuga. Il Sinodo è consapevole che un numero consistente di giovani, per le ragioni più diverse, non chiedono nulla alla Chiesa perché non la ritengono significativa per la loro esistenza. Alcuni, anzi, chiedono espressamente di essere lasciati in pace, poiché sentono la sua presenza come fastidiosa e perfino irritante.

Tale richiesta spesso non nasce da un disprezzo acritico e impulsivo, ma affonda le radici anche in ragioni serie e rispettabili, quali:

  • Gli scandali sessuali ed economici;
  • L’impreparazione dei ministri ordinati che non sanno intercettare adeguatamente la sensibilità dei giovani;
  • La scarsa cura nella preparazione dell’omelia e nella presentazione della Parola di Dio;
  • Il ruolo passivo assegnato ai giovani all’interno della comunità cristiana;
  • La fatica della Chiesa di rendere ragione delle proprie posizioni dottrinali ed etiche.

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