Il Significato Profondo della Frase Biblica Finale in Toro Scatenato

Quando nel 1980 Martin Scorsese portò sul grande schermo la vita di Jake LaMotta in Toro Scatenato (Raging Bull), non realizzò semplicemente un film sulla boxe. Al contrario, Scorsese ci mostra come la gloria sia solo una breve parentesi in un’esistenza votata all’autodistruzione.

Ritratto di Jake LaMotta sul ring in bianco e nero

Toro Scatenato: Un Capolavoro di Ascesa, Caduta e Redenzione Incompiuta

Il film racconta l'ascesa e la caduta del pugile di umili origini Jake LaMotta, detto il “toro del Bronx”, violento e paranoico dentro e fuori dal ring, grande incassatore, che nel 1949 vinse il titolo mondiale dei pesi medi per poi cederlo, due anni dopo, al pugile di colore Sugar Ray Robinson, suo storico rivale. Ispirato all’autobiografia dello stesso Jake LaMotta, adattata per lo schermo da Paul Schrader e Mardik Martin, è uno dei più noti e apprezzati film di Scorsese, definito “il miglior film sul pugilato della storia del cinema” (Morandini) e canto del cigno della New Hollywood.

Nel raccontare un’ennesima storia di ascesa e caduta senza riscatto o catarsi, tema forte del suo cinema futuro (da Goodfellas a Wolf of Wall Street, passando per Casinò), Scorsese riprende e amplifica il discorso sulla violenza animalesca insita nell’essere umano che faceva capolino in Mean Street e Taxi Driver. Lo fa con un film estremamente violento che, molto veristicamente, racconta il fallimento dell’uomo dinnanzi a un destino che sembra già scritto, prodotto di una serie di condizioni (sociali, storiche, etniche, antropologiche) che gli impediscono qualsiasi riscatto. Ecco il perché della sua (apparentemente) immotivata rabbia: sono condizioni indipendenti dalla sua volontà, dunque immutabili. È il definitivo fallimento del sogno americano che di fatto NON premia chi lavora sodo per ottenere dei risultati.

Ring e vita privata si intersecano perfettamente finendo per diventare l’una la prosecuzione dell’altra: come se Scorsese volesse sottolineare che la boxe non è altro che l’ennesima espressione dell’istinto bestiale tipico dell’uomo, stavolta veicolato e travestito da sport. Non a caso il film è sbilanciato, poco “sportivo” (nel senso di genere cinematografico) e molto “drammatico”: pochi gli incontri, tutti molto veloci, fulminei, risolti in pochissime inquadrature e non più lunghi di due, tre minuti; molti i dialoghi, le lotte FUORI dal ring, che durano anche dieci o quindici minuti, in cui esce la vera bestialità proprio perché manca l’alibi del ring a giustificarla.

Questo è quello che interessa a Scorsese, più ancora degli incontri (che comunque, a livello registico e di montaggio, hanno fatto scuola) o degli stereotipi tipici dei film sul pugilato: e infatti il montaggio vorticoso, allucinato e paranoico come la personalità di Jake, spesso si quieta e lascia il posto a lunghi, inaspettati piani sequenza in cui si rifiatano. Interessante anche il discorso sull’italianità, sulla sua religiosità deviata, il suo esasperato maschilismo, altri elementi che saranno fondamentali nella successiva opera del regista. Sottofinale in una cella di prigione di struggente pietà.

L’elemento che rende Toro Scatenato un capolavoro è la sua estetica rivoluzionaria. La scelta del bianco e nero, curata dal direttore della fotografia Michael Chapman, non fu solo un omaggio ai cinegiornali degli anni ’40 o un modo per distinguersi dal contemporaneo Rocky. Il ring diventa un palcoscenico espressionista, dove lo spazio si dilata e si restringe a seconda dello stato mentale del protagonista. Le scene di combattimento, montate magistralmente da Thelma Schoonmaker, sono soggettive. Non vediamo un incontro di boxe; sentiamo quello che sente Jake. Per LaMotta, il ring è l’unico luogo dove la sua violenza è legittimata, l’unico spazio in cui può espiare le proprie colpe attraverso il dolore fisico.

Formidabile è anche l'uso dei Super8 per raccontare i rari momenti di serenità familiare: sono le uniche scene girate a colori, e Scorsese ha graffiato personalmente la pellicola per ottenere un effetto di invecchiamento. O il modo in cui utilizza la steadycam all’interno del ring, trasformando la macchina da presa in un terzo atleta, brutale come gli sfidanti.

Il Segreto del Montaggio: Come Dare Vita alle Emozioni!

La Genesi di un Capolavoro tra Crisi Personale e Anelito Spirituale

Clamoroso insuccesso di pubblico ma unanime apprezzamento da parte della critica. New York, New York era stato un disastro al botteghino, e nonostante la Palma d’Oro per Taxi Driver, i dirigenti degli studios rifiutavano di prendere le telefonate di Martin Scorsese, che cadde in uno stato di depressione aggravato dall’uso di stupefacenti. Decise di abbandonare la regia per dedicarsi soltanto all’insegnamento, ma quando rischiò di morire per un’overdose, Robert De Niro accorse al suo capezzale e gli disse che proprio nel cinema avrebbe dovuto trovare la forza per risorgere.

Scorsese non amava la boxe, ma rimase colpito dalla storia di quel pugile italo-americano che si rifiutava di andare al tappeto anche quando veniva massacrato da atleti più forti come Ray Sugar Robinson. Entusiasta, Scorsese si buttò anima e corpo nel progetto continuando a combattere la dipendenza dalle droghe, mentre il produttore Irvin Winkler riuscì a convincere la United Artists a finanziare il film.

Robert De Niro, in quella che è probabilmente la sua interpretazione più iconica, incarna un Jake LaMotta brutale, paranoico e divorato da una gelosia ossessiva. Il vero cuore del film risiede nella trasformazione fisica di De Niro. Scorsese non faticò molto per convincere De Niro a ingrassare trenta chili per le ultime scene del film, l’attore sapeva che avrebbe reso immortale quella impersonificazione. L’attore italoamericano, che mise su dieci chili di massa muscolare e altri venti di ciccia per interpretare LaMotta anziano, ricevette un’epica interpretazione premiata con l'Oscar.

Ebbene sì, perché Raging Bull rappresenta il crisalide Scorsese, rimasto involucro dall’insuccesso di New York, New York, che si fa farfalla e vola, o meglio, torna a volare dopo un periodo non favorevole della sua vita fatto anche di droga e dallo spirito autodistruttivo. Ed è proprio la tendenza autodistruttiva e la mancanza di autostima di Jake che mette a tappeto Scorsese, un tema ricorrente nella sua opera come l’incapacità dei personaggi di fidarsi e di avere relazioni sane ed equilibrate con le donne. Si deve anche a Toro Scatenato se Scorsese sia riuscito a liberarsi dalla dipendenza dalle droghe.

Martin Scorsese e Robert De Niro durante le riprese di Toro Scatenato

La Citazione Finale: Una Chiave di Lettura per l'Anima del Film

Quello che molti sanno di questa frase è che chiude il film Toro Scatenato di Martin Scorsese, e che questa citazione biblica (Giovanni IX. 24-26) è dedicata da “Marty” al suo ex insegnante di cinema Manoogian, morto poco prima dell’uscita del film. Quello che forse molti non sanno è che nella mente del regista italoamericano si era adottata la decisione che quest’opera sarebbe stata, probabilmente, l’ultima.

"Prima ero cieco e ora ci vedo": Un Percorso verso la Consapevolezza

Scorsese, che all’epoca usciva da un periodo personale difficilissimo, riversò nel film tutta la sua ossessione per il peccato e la redenzione. La citazione finale dal vangelo di San Giovanni, “se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo”, anticipa in primo luogo l’anelito a una vera e propria redenzione spirituale. Per questo grande artista che non ha paura di mostrare gli spasmi della verità, la violenza è un tormento che va di pari passo con la riflessione sulla misteriosa esistenza del male, e quella che LaMotta ha dentro di sé esplode ripetutamente in modo incontenibile: contro lo sfidante Tony Janiro, sfigurato perché la moglie lo aveva definito attraente, e persino contro il fratello, che non riuscirà mai più a perdonarlo.

In quel momento, l’uomo e il pugile si fondono: la consapevolezza di aver distrutto tutto ciò che amava emerge in tutta la sua tragica chiarezza. Quella carne in eccesso di De Niro, quel respiro affannato, sono la manifestazione fisica del decadimento morale. “Potevo essere un campione”, dice a se stesso LaMotta, ridotto a un patetico intrattenitore nei nightclub. L’arena sembra quasi trasformarsi in un confessionale dove fare i conti con paure e pulsioni e dove pentirsi: Jake Vs LaMotta.

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