La Trasfigurazione di Cristo sul Monte Tabor

L'episodio della Trasfigurazione di Cristo, narrato dai Vangeli, rappresenta uno dei momenti più significativi della vita di Gesù. Questo evento, che rivela la sua natura divina, è tradizionalmente collocato sul Monte Tabor, un luogo che da secoli attira pellegrini e artisti, diventando un crocevia di fede, storia e arte.

L'Episodio Evangelico della Trasfigurazione

Quaranta giorni prima della sua Crocifissione, Gesù Cristo fu trasfigurato. I Vangeli di Matteo (17,1-13), Marco (9,2-18) e Luca (9,28-36) raccontano questo momento in modo identico, con le stesse parole e con il medesimo sviluppo di azione e tempi. Per descrivere l’episodio, i Vangeli usano un linguaggio esatto e coerente, facendo cronaca di un evento che permette agli occhi della fede di comprendere la Rivelazione.

L'evento vede Gesù prendere con sé i tre discepoli prediletti, Pietro, Giacomo e Giovanni, e salire su un alto monte. Qui il suo volto diventa splendente come il sole e le vesti candide come la luce. Accanto a Lui appaiono Mosè ed Elia che conversano. Questo momento segna la rivelazione di Gesù in corpo e spirito, ovvero la coesistenza in Lui delle due nature: l’umana e la divina. Nella Trasfigurazione, inoltre, Antico e Nuovo Testamento si saldano insieme nelle figure di Mosè, rappresentante della legge, ed Elia, rappresentante dei profeti.

I tre discepoli sono pieni di paura e cadono a terra. Solo Pietro tenta di dire qualcosa, sentendosi confuso e affermando che è bello stare lì e che vorrebbe costruire tre capanne per Gesù e i profeti. Una nube scende dall’alto, e dalla nube si ode la voce di Dio che dice: “Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!”. È una rappresentazione teofanica, dal greco ϑεοϕάνεια e ϑεοϕανία (composto di ϑεο -“teo”, dio, e ϕαν - phan dal verbo ϕαίνομαι - “phainomai”, apparire), in cui Dio si manifesta. In un’altra occasione Dio aveva fatto sentire la Sua voce agli uomini mostrando il Figlio: durante il battesimo di Cristo.

La memoria della Trasfigurazione si celebra il 6 agosto, a distanza di quaranta giorni dalla festa dell’Esaltazione della Santa Croce, il 14 settembre, ricreando così una successione temporale. Il Vangelo di Marco assegna alla memoria della trasfigurazione di Gesù una collocazione precisa, tra la teofanìa sul Giordano e la proclamazione angelica della Sua risurrezione. I tre Vangeli sinottici concordano nel raccontare la presenza divina col simbolismo di una nube accompagnata da una voce misteriosa. La Trasfigurazione anticipa la gloria di Pasqua, e nel rappresentare lo stesso episodio, i tre evangelisti intendono indurre a seguire Gesù fino alla croce.

Come sottolineato dai Padri della Chiesa, la Trasfigurazione mostra la gloria divina di Gesù, confermando la confessione di Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente" (Mt 16, 16). Questo rafforza la fede degli apostoli in prossimità della Passione, che Gesù aveva già cominciato ad annunciare loro. San Girolamo, commentando il Vangelo di San Marco, evidenzia la differenza tra i rappresentanti dell'Antico Testamento e Cristo: «essi sono servi, Costui è mio Figlio (…). Ad essi voglio bene, ma Costui è il mio Amato: pertanto, ascoltatelo (…). Mosè ed Elia parlano di Cristo, ma sono servi come voi: Questi è il Signore, ascoltatelo».

Il Monte Tabor: Contesto Geografico e Identificazione

Veduta panoramica del Monte Tabor dalla pianura di Esdrelon, con la sua caratteristica forma isolata e tondeggiante.

Già per i primi pellegrini cristiani, il Monte Tabor è il luogo dove si colloca l’episodio della trasfigurazione di Cristo, e dove sorge oggi la basilica della Trasfigurazione. Anche se il nome del monte non viene direttamente citato nei Vangeli, la tradizione lo ha subito identificato con il Tabor, che si distingue nettamente dalle altre alture della Galilea. Con i suoi 588 metri sul livello del mare, si eleva per più di 300 metri sopra il terreno circostante, rendendolo un "alto monte" isolato e con una forma conica peculiare.

L’espressione greca per «in disparte» usata da Marco e Matteo (Mt 17,1; Mc 9,2) per descrivere il luogo, giustificherebbe l'identificazione con il Tabor, isolato rispetto ai rilievi circostanti. Inoltre, l’indicazione cronologica «sei giorni dopo» il riconoscimento di Gesù come Messia a Cesarea di Filippo, corrisponde alla distanza tra Cesarea e il Tabor.

Il primo autore a informarci della tradizione relativa al Tabor è Cirillo, vescovo di Gerusalemme, nell’anno 348. Tracce si trovano anche in un Commento ai Salmi attribuito a Origene (morto nel 253-4) e nella Seconda lettera di Pietro (2Pt 1,18), dove si legge: “Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul [non su un] santo monte”, suggerendo un luogo ben noto. Sebbene Eusebio di Cesarea indicasse il Monte Ermon, questa è meno di una mezza verità, poiché egli faceva riferimento a entrambi i monti del Salmo (89,13): «Il Tabor e l’Ermon cantano il tuo nome».

Il Tabor vanta una lunga storia religiosa e politica in Israele. Nei momenti di guerra, il monte diventava un luogo di rifugio, e fu circondato da muraglie già ai tempi di Giuseppe Flavio, e poi ancora in epoca crociata, di cui si vedono tuttora tracce. Le sue pendici sono caratterizzate da una notevole vegetazione, con lecci, lentischi e piante montane, e in primavera, iris e gigli. La cima offre un ampio altopiano con cipressi e un magnifico panorama sulla fertile pianura di Esdrelon e oltre.

Secondo i racconti dell'Antico Testamento, il Tabor fu teatro di importanti eventi: Debora vi riunì diecimila israeliti al comando di Barak per sconfiggere l'esercito di Sìsara (Gdc 4, 4-24), e lì i Madianiti e gli Amaleciti uccisero i fratelli di Gedeone (Gdc 8, 18-19). Il monte delimitò le frontiere tra le tribù di Zàbulon, Issacar e Nèftali (Gs 19, 10-34), che lo consideravano sacro e offrivano sacrifici sulla sua vetta. Il profeta Osea stigmatizzò questo culto. Il salmista lo unisce all'Ermon per simbolizzare tutti i monti della terra (Sal 89, 13), e Geremia lo compara con il giganteggiare di Nabucodònosor sui suoi nemici (Ger 46,18).

La Trasfigurazione nell'Arte: Iconografia e Maestri

Nell’arte, la Trasfigurazione, pur essendo una rappresentazione teofanica del soprannaturale, ha mantenuto un'iconografia sorprendentemente fissa nel tempo. Le immagini rimangono fedeli alla volontà di illustrare le parole così precisamente ripetute dai tre Vangeli sinottici. Poche sono le differenze tra arte orientale e occidentale, almeno per quanto riguarda lo schema tradizionale: un grande triangolo con la figura del Cristo al centro, in posizione frontale e assiale, racchiuso nella mandorla. I profeti sono disposti simmetricamente ai lati, mentre in basso, su una radura, si trovano gli apostoli.

Numerosi esempi di questa iconografia si trovano dal mirabile mosaico del VI secolo nel Monastero di Santa Caterina sul Sinai, ai manoscritti miniati databili tra l’879 e l’882 (Paris, BnF, ms. Grec 510). Le icone greche, orientali o slave hanno mantenuto una sorta di immobilità, riscontrabile anche in esempi di arte moderna, dalle icone del XX secolo austriache, rumene o polacche, fino al mosaico di Rupnik nella chiesa dei Santi Giacomo e Giovanni a Milano (2002), che descrive il nodo che permette di comprendere il mistero pasquale del Cristo.

L'Eccezione di Sant'Apollinare in Classe

Mosaico dell'abside della Basilica di Sant'Apollinare in Classe a Ravenna, con la croce al centro.

La decorazione a mosaico dell’abside della basilica di Sant’Apollinare in Classe di Ravenna sfugge a questo schema consueto, proponendo una rappresentazione eccezionale della Trasfigurazione. La forza delle immagini risiede interamente nel simbolo icastico della croce che campeggia nel catino. La figura del Cristo è riassunta nel suo solo volto, posto in un clipeo dorato al centro dell’intersezione dei due bracci, punto focale dell’intera basilica. La croce è inscritta in un globo azzurro trapunto di novantanove stelle, a sua volta al centro di un cielo d’oro con piccole nuvole rossastre da cui emergono, uno per lato, i busti dei profeti. Poco al di sotto, tre agnelli con il muso rivolto verso il Signore rappresentano gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni. Questo grande globo sembra sollevarsi sull’orizzonte di un giardino verdeggiante e fertile, dove ai lati di Sant'Apollinare pascolano pecore. Iscrizioni in greco completano e spiegano l’intero apparato iconografico, mentre la mano che scende dal vertice dell'arco è la manus Dei, simbolo del Padre che fa sentire la sua voce e mostra il Figlio.

La "De-iconizzazione" nel Rinascimento e Oltre

Nel Rinascimento, si assiste a quella che alcuni storici dell’arte hanno definito "de-iconizzazione" o "de-teofanizzazione". La rappresentazione del soprannaturale cede il passo a immagini più reali e "storiche", anche nell’iconografia cristiana. Eppure la Trasfigurazione continua ad essere rappresentata con una spinta creativa fortissima, uno spirito nuovo che rende queste opere vive e comprensibili.

Beato Angelico: La Trasfigurazione (Convento di San Marco)

Affresco della Trasfigurazione del Beato Angelico nel Convento di San Marco, Firenze.

La Trasfigurazione del Beato Angelico, affresco datato tra il 1438 e il 1440 nel convento di San Marco a Firenze, appare quasi come una rappresentazione teatrale, un’apparizione di luce. Cristo allarga le braccia prefigurando la croce, vestito di bianco con un elegante gioco dei panneggi che richiamano le scanalature delle colonne classiche. Cristo è rappresentato come colonna portante tra cielo e terra, con i piedi sulla base troncoconica della roccia del monte e racchiuso in una mandorla bianchissima, simbolo del significato divino. Ai lati, spuntano dal cielo dorato solo le teste dei due profeti, una soluzione artistica che riassume le intere figure. Lungo il perimetro della pittura si dispongono le figure di Maria e san Domenico, mentre in basso, i tre apostoli schermano con le mani la luce insostenibile. La composizione risponde a precisi calcoli matematici, secondo la “proporzione divina” della sezione aurea, e Cristo guarda leggermente verso il basso con uno sguardo dolcissimo, privo della terrificante indifferenza delle divinità pagane.

Giovanni Bellini: La Trasfigurazione (Museo di Capodimonte)

Dipinto della Trasfigurazione di Giovanni Bellini, Museo di Capodimonte, Napoli.

Pervasa da una serena impronta classica è la Trasfigurazione del veneziano Giovanni Bellini. L’artista aveva già dipinto un primo dipinto su tavola con lo stesso soggetto tra il 1455 e il 1460, ora conservato al museo Correr di Venezia. L'opera successiva, realizzata per la cappella Fioccardo del duomo di Vicenza e poi confluita nella collezione Farnese a Napoli nel 1734, è databile tra il settembre-ottobre del 1478 o nello stesso periodo dell’anno successivo, grazie ai cartigli scritti in ebraico tenuti dai profeti. La rappresentazione della natura è pervasa da una luminosità tenue, con un paesaggio veneto sullo sfondo e figure composte e gentili. I gesti sono misurati, i volti mai drammatici, e questa morbidezza non viene meno nonostante la staticità e la simmetria. Anche il monte Tabor appare come una radura muschiata priva di asperità, se non fosse per il taglio della sua sezione che ne disvela le rocce. Queste rocce aride e gli anfratti scuri nella parte inferiore del dipinto sembrano presagire la futura iconografia divisa in due parti, come quella di Raffaello, che includerà la scena dell'Ossesso.

Raffaello Sanzio: La Trasfigurazione (Pinacoteca Vaticana)

Dettaglio del volto di Cristo nella Trasfigurazione di Raffaello, Pinacoteca Vaticana.

Celebre è la Trasfigurazione di Raffaello, commissionatagli nel 1483 dal cardinale Giulio de’ Medici per la cattedrale di San Giusto a Narbonne, e terminata nel 1520, poco prima della sua morte. Giorgio Vasari, nelle sue Vite, descrisse l'opera come la "ultima cosa che affare avesse", talmente importante da far "scoppiare l’anima di dolore" a chiunque vedesse la tavola appesa accanto al corpo morto del giovane artista. Raffaello muta la consueta iconografia introducendo una novità: prosegue con il racconto dei Vangeli (Mt 17, 14-18; Mc 9, 14-27; Lc 9, 37-43a), includendo l'episodio in cui Gesù, sceso dal monte, incontra un padre che gli chiede la guarigione del figlio ossesso.

La grande pala, oggi nella Pinacoteca Vaticana, è divisa in due parti contrapposte. Nella metà superiore risplende la figura di Cristo, librato a mezz’aria, con le braccia leggermente allargate e il volto immerso nella gloria del Padre. La mandorla si è dissolta in un bagliore di bianco assoluto e luce purissima. Ai lati si dispongono i due profeti, anch’essi sospesi nel cielo con i mantelli gonfi di vento. La metà inferiore presenta gli apostoli prostrati su una radura che delimita un mondo scuro e denso, popolato da figure concitate e illuminate da spot di luce cruda. In primo piano spicca la figura di una donna inginocchiata, che richiama echi michelangioleschi. Tutti i personaggi indicano con il dito: chi in alto Gesù - gli apostoli che avevano inutilmente cercato di scacciare il demonio - chi il ragazzino ossesso, disarticolato e con gli occhi bianchi. Braccia che sembrano frecce si rincorrono, confrontando l’armonia del divino con il disordine del male, la luce della Rivelazione con il buio dell’ignoranza, il Logos con il caos.

Pieter Paul Rubens: La Trasfigurazione (Musée des Beaux-Arts, Nancy)

La Trasfigurazione di Pieter Paul Rubens, Musée des Beaux-Arts, Nancy.

Ispirata all’opera di Raffaello è la monumentale tela di Pieter Paul Rubens, oggi custodita nel Musée des Beaux-Arts di Nancy. Anche questo artista rappresenta i due diversi episodi dei Vangeli in modo contrapposto, ma con soluzioni pienamente barocche, a cominciare dall’orizzontalità della composizione. La Trasfigurazione appare con una visuale fortemente prospettica, esaltata dai raggi irradianti la figura di Cristo, più in alto e lontana, che fa apparire la folla dei personaggi in basso sullo stesso piano del nostro sguardo e con figure di dimensioni maggiori. La spinta dinamica è fortemente accentuata, con le vesti gonfie di vento e le nuvole dense. I tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni sono sagome drammatiche. Le pennellate nella scena dell’ossesso sono nervose, i volti fortemente caratterizzati, in alcuni casi caricaturali, e nel buio le figure sembrano quasi ritagliate nella luce che proviene dall’alto e si mescola al turbinio ventoso. L’opera fu commissionata nel 1604 da Vincenzo I duca di Gonzaga per la chiesa gesuita della Santissima Trinità a Mantova, dove era associata all’altra immagine teofanica per eccellenza della vita di Cristo, il Battesimo.

Il Santuario del Monte Tabor: Storia e Architettura

La Basilica della Trasfigurazione sul Monte Tabor, con i suoi campanili gemelli.

TABOR: IL MONTE DELLA TRASFIGURAZIONE

Storia del Santuario

La ricerca archeologica sul Tabor ha messo in evidenza l'esistenza nel IV o V secolo di un santuario, che alcuni testimoni antichi attribuiscono a Sant'Elena, costruito sui resti di un luogo di culto cananeo. Già nel 570, il pellegrino di Piacenza menzionava l'esistenza di tre basiliche sul Tabor, a ricordo delle tre tende citate nei Vangeli. Successivamente, i racconti di pellegrini del VI e VII secolo parlano della presenza di un gran numero di monaci. Il V Concilio di Costantinopoli, nel 553, eresse un episcopato sul Tabor, e nell'808 le chiese erano curate da 18 religiosi con il vescovo Teofane.

A partire dal 1101, durante il regno latino di Gerusalemme, si stabilì sul Tabor una comunità di benedettini. Essi restaurarono il santuario ed eressero un grande monastero protetto da una muraglia fortificata. Tuttavia, queste fortificazioni non furono sufficienti a resistere agli attacchi dei saraceni: l'abbazia fu conquistata e, tra il 1211 e il 1212, trasformata in un bastione di difesa. Sebbene ai cristiani fosse concesso di tornare, la basilica fu nuovamente distrutta nel 1263 dalle truppe del sultano Baibars. Il monte rimase abbandonato fino al XVII secolo.

Solo nel 1620, i francescani, una volta reinsediatisi a Nazaret, iniziarono a recarsi ogni anno il 6 agosto sul Tabor per la festa della Trasfigurazione. L’occasione per stabilirvi una comunità permanente arrivò nel 1631, grazie al benevolente emiro druso Fakhr ad-Din. Poco dopo, la stessa concessione fu fatta agli ortodossi greci.

La Basilica Francescana

Interno della Basilica della Trasfigurazione, con la scalinata verso la cripta e il mosaico dell'abside.

Gli scavi archeologici intrapresi fin dall’Ottocento hanno permesso la costruzione dell’attuale Basilica della Trasfigurazione, realizzata tra il 1921 e il 1924 dai francescani. Questo edificio, opera prima dell’architetto Antonio Barluzzi in Terra Santa, richiama lo stile siro-romano. La basilica, concepita per essere luminosa, sorge sulle rovine delle tre chiesette di epoca bizantina, coperte e protette dalla chiesa crociata, e comprende il terreno venerato fin dall’epoca bizantina.

L'attuale santuario, a tre navate, occupa il piano di quello precedente. La facciata, con il grande arco tra le due torri e i frontoni triangolari, accoglie i pellegrini invitandoli all'elevazione spirituale. I due campanili si innalzano sugli antichi oratori di Mosè ed Elia, e le rispettive cappelle laterali sono dedicate a questi due grandi personaggi biblici. Percorrendo la navata centrale, separata da grandi archi a tutto sesto, si giunge ad una grande scalinata tagliata nella roccia che scende verso la cripta bizantina. In alto, il presbiterio è dominato da un'abside con la scena della Trasfigurazione rappresentata su fondo completamente dorato. L'evocazione del mistero è sottolineata da una luminosità particolare, ottenuta grazie alle finestre aperte nella facciata, nei muri della navata centrale e nell'abside della cripta. La cripta conserva l’antica abside e i suoi mosaici approfondiscono il significato di "trans-figurazione", mostrando come Gesù abbia assunto diverse figure attraverso la sua nascita, l’istituzione dell’eucaristia, il suo sacrificio in croce e la sua risurrezione.

Il progetto della basilica ha rispettato e integrato i resti delle chiese precedenti. Vicino alla porta, le due torri sono state costruite sopra cappelle con absidi medievali dedicate a Mosè ed Elia. Nella cripta, l'altare è lo stesso delle costruzioni antiche, e resti di muratura sono visibili sulle pareti. A nord della basilica giacciono le rovine del monastero benedettino medievale, con tracce di una cappella, della sala del Capitolo e del refettorio. Recentemente, sotto il refettorio, è stata scavata una piccola grotta con iscrizioni greche e monogrammi con croci, forse tracce del cimitero dei monaci bizantini.

Attualmente, i pellegrini salgono al Tabor tramite una strada tortuosa tracciata agli inizi del XX secolo. L'arrivo in cima è segnalato dalla Porta del Vento (Bab el-Hawa), un resto della fortezza musulmana del XIII secolo. Da lì, un lungo viale fiancheggiato da cipressi conduce alla Basilica della Trasfigurazione e al convento francescano. Le terrazze situate ai lati della basilica offrono un magnifico panorama sulla valle di Esdrelon e le alture circostanti.

Sullo spiazzo di fronte al santuario sorge il convento francescano, costruito nel 1873-75, con annessa la Casa nova, un ostello per i pellegrini. Un servizio prezioso è offerto dal 2006 dalla comunità Mondo X, un'associazione italiana di ex tossicodipendenti che contribuisce alla manutenzione del complesso attraverso il lavoro manuale e la vita spirituale.

Il Complesso Greco Ortodosso

La parte settentrionale del monte è occupata dalle proprietà degli ortodossi greci, accessibili solo ai pellegrini della Chiesa ortodossa. La chiesa di Sant’Elia è stata costruita nel 1911 sulle fondamenta di un tempio crociato, che a sua volta insisteva su fondamenta bizantine, come dimostra il pavimento a mosaico. Verso ovest, prendendo il sentiero a sinistra della Porta del Vento, si trova una grotta in cui i pellegrini medievali onoravano la dimora di Melchisedec, che benedisse Abramo (Gen 14,18-20).

La Rilevanza Spirituale della Trasfigurazione

Per Benedetto XVI, il significato più profondo della Trasfigurazione «è riassunto in quest'unica parola. I discepoli devono ridiscendere con Gesù e imparare sempre di nuovo: "Ascoltatelo!"» (Joseph Ratzinger/Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Dal Battesimo alla Trasfigurazione, pagina 364). Questa esortazione si applica a ogni fedele cristiano, come evidenziato da San Josemaría: "Meditate a una a una le scene della vita del Signore, i suoi insegnamenti. Considerate soprattutto i consigli e gli ammonimenti con cui preparava quel pugno di uomini che sarebbero diventati i suoi Apostoli, i suoi messaggeri, da un confine all'altro della terra" (Amici di Dio, 172).

Per ascoltare Cristo e conoscere i suoi insegnamenti, i Vangeli sono la fonte principale (cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione Dogmatica Dei Verbi, 18-19). Essi ci comunicano la verità su Gesù e ce lo rendono presente. San Josemaría invita: "Vuoi imparare da Cristo e prendere esempio dalla sua vita? - Apri il Santo Vangelo, e ascolta il dialogo di Dio con gli uomini..., con te" (Forgia, 322).

Questo dialogo spirituale richiede un ascolto attento e meditato. Non basta avere un'idea generica dello spirito di Gesù; bisogna imparare da Lui dettagli e atteggiamenti. "Quando si ama una persona si desidera sapere anche i minimi particolari della sua esistenza, del suo carattere, per avvicinarsi il più possibile a lei. Per questo dobbiamo meditare la storia di Cristo, dalla nascita nel presepio fino alla morte e alla risurrezione" (È Gesù che passa, 107). Meditare la vita di Cristo ci permette, chiudendo gli occhi, di contemplarla "come in un film" e richiamare le sue parole e i suoi gesti quando dobbiamo decidere come comportarci.

Dopo l'ascolto, il dialogo esige una risposta. Non si tratta solo di pensare a Gesù, ma di prenderne parte, esserne attori, seguirlo standogli accanto come la Madonna, gli apostoli o le sante donne. Se ci comportiamo così, senza frapporre ostacoli, le parole di Cristo penetreranno nel fondo della nostra anima e ci trasformeranno (È Gesù che passa, 107). Con la sequela di Cristo e l'identificazione con Lui, sentiremo la necessità di unire la nostra volontà al suo desiderio di salvare tutte le anime, accendendo lo zelo apostolico: "I minuti giornalieri di lettura del Nuovo Testamento che ti ho consigliato - inserendoti nel contenuto di ogni scena e partecipandovi come uno dei protagonisti -, ti servono per incarnare, per «compiere» il Vangelo nella tua vita..., e per «farlo compiere»" (Solco, 672).

David Maria Turoldo, nella sua meditazione del 1963 sulla Trasfigurazione, definisce questo momento come "forse il momento più delicato del Vangelo". Egli riflette sul dramma cosmico della luce e della notte che si scontra nell'uomo, con Cristo come sintesi di questo dramma, un corpo che "gronda luce". La Trasfigurazione è vista come il punto massimo della storia del mondo, indicando la traiettoria della biologia del mondo: la terra attende di arrivare alla luce per immergersi e diventare luminosa. Turoldo invita i cristiani a salire la montagna, a trasfigurarsi con Cristo, a immergersi nella nube luminosa, distaccandosi dalle "bassure" e intraprendendo il viaggio dell’ascesa con Lui. In cima, si sveleranno tutti i misteri della terra, e dopo la trasfigurazione, si potrà ridiscendere per risalire l'altra montagna del Calvario, avendo raggiunto la luce.

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