La frase "Nelle tue mani" risuona profondamente nel Cristianesimo, simboleggiando un atto di totale affidamento a Dio. Questo gesto spirituale è paragonabile al depositare un bene prezioso in un luogo sicuro, con la certezza della sua protezione divina. Storicamente, fin dai primi tempi del cristianesimo, questa espressione ha significato affidare il proprio spirito a un altro, un simbolo potente di fiducia e resa.
L'esempio più emblematico di questa formula si trova nelle parole di Gesù stesso sulla croce. Rimettendo il suo spirito nelle mani del Padre, Cristo ha compiuto un gesto supremo di rinuncia e consegna totale, mostrando il culmine della fiducia filiale e dell'obbedienza divina.

L'Imposizione delle Mani: Un Gesto Liturgico di Potenza e Benedizione
Il termine "imposizione" deriva dal greco epi thesis, che significa “mettere sopra” - mettere qualcosa su qualcosa o qualcuno allo scopo di apportare qualcosa: invio, benedizione, salute. È permettere al Signore di usare le nostre mani come mezzo speciale di contatto per la benedizione, poiché è il potere di Dio che si riflette sull’aspetto fisico (Rom 1, 20).
Il gesto significa anzitutto una benedizione speciale, esprimendone con realismo il carattere di atto, e non solo di parola. Esiste anche un'imposizione delle mani di identificazione, tendente cioè a stabilire un'unione tra chi offre una vittima in sacrificio e la vittima stessa; questa è consacrata a Dio e "incaricata" di esprimere i sentimenti dell'offerente: ringraziamento, dolore del peccato, adorazione.
L'Imposizione delle Mani nella Scrittura e nell'Agire di Gesù
Il Nuovo Testamento è ricchissimo di momenti in cui c’è imposizione delle mani. Spesso viene chiesto a Gesù di imporre le mani a dei malati per guarirli, ed egli lo fa (Mc 6, 5; Lc 4, 40); altrove è Gesù a prendere l'iniziativa del gesto (Mc 8, 23; Lc 13, 13). Il gesto è, da parte di Gesù, un gesto di liberazione (Lc 13, 13). Gesù ha impiegato l’imposizione delle mani come segno di misericordia, perdono e salvezza, e per ridare la vita alla figlia di Giairo (Mt 9, 18).
Un significato bivalente ha l'imposizione delle mani di Anania su Paolo in procinto di convertirsi: egli riacquista la vista (At 9, 17), ma riceve soprattutto il dono dell'illuminazione interiore; e subito riceve il Battesimo con il dono dello Spirito Santo. Cristo stesso aveva affermato: “E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: (…) imporranno le mani ai malati e questi guariranno” (Mc 16, 17-18).
L'Imposizione delle Mani nella Liturgia Sacramentale
La Chiesa considera questo gesto come elemento essenziale nel conferimento di due sacramenti: la Cresima e l'Ordine Sacro. Per tutti e tre i gradi dell'Ordine è il Vescovo a imporre le mani sul capo del candidato, che si trova in ginocchio, senza dire nulla. Nelle sole Ordinazioni Episcopali impongono le mani anche gli altri due Vescovi Conconsacranti.
Nella Celebrazione eucaristica si effettua una prima imposizione delle mani durante la Preghiera Eucaristica; essa, che consiste nell'invocazione allo Spirito Santo perché santifichi i doni del pane e del vino, prende il nome di epiclesi. Nella Messa, l'imposizione delle mani si vede al momento della consacrazione ed è anche il gesto che esprime meglio la benedizione solenne al termine della Messa.
Anche nel matrimonio si applica l’imposizione delle mani, perché dopo il Padre Nostro il sacerdote stende sugli sposi le mani e pronuncia la sua preghiera di benedizione. Nelle Premesse al Rito della Penitenza, si specifica che "il Sacerdote, tenendo stese le mani, o almeno la mano destra, sul capo del penitente stesso, pronunzia la formula dell'assoluzione". Similmente, nel Sacramento dell'Unzione e Cura Pastorale degli Infermi, "il sacerdote potrà benedire il malato, imponendogli le mani".

L'Imposizione delle Mani da Parte dei Laici
L'imposizione delle mani è riservata in senso compiuto e sacramentale a chi ha ricevuto l'Ordine Sacro. Al laico l'imposizione delle mani è sempre stata espressamente permessa non come atto sacramentale ma come atto di semplice invocazione dello Spirito o di semplice benedizione. Alcuni sacramentali possono essere amministrati anche da laici (Can 1168) (Sc, 79), che possono compiere tutto ciò che per essenza non spetta a un ministro ordinato. L’imposizione delle mani, fuori dal suo utilizzo nei sacramenti, può essere considerata un sacramentale.
È lecito che un fedele preghi per un altro anche con questo gesto di intercessione. Non c’è alcun motivo per proibire che i fedeli impongano le mani mentre si prega per chiedere a Dio di restituire la salute a qualcuno o per chiedere qualsiasi altra cosa; non c’è neanche alcun pericolo nel farlo. Tuttavia, è importante osservare alcune condizioni:
- È importante che il fedele laico abbia purezza di intenzione.
- Il laico deve essere un esempio di sana vita cristiana, molto legato alla vita della Chiesa; deve godere di buona reputazione.
- Le imposizioni delle mani devono portare ai sacramenti e a una vita ecclesiale migliore e più autentica, evitando che le persone, recuperando la salute, si accontentino di questo abbandonando la vita sacramentale. L’imposizione delle mani non dev’essere un sostituto dei sacramenti.
- Bisogna togliere a questo gesto tutto ciò che potrebbe privarlo del suo carattere cristiano e sacro, non dargli un carattere magico o esoterico.
- Nel caso dell’imposizione delle mani durante le Messe di guarigione, bisogna tener conto e insistere sul fatto che tutte le Messe sono sante e guariscono.
- Non dogmatizzare sui dettagli quanto a forme, tempi e luoghi.
La Liturgia Eucaristica: Affidamento, Partecipazione e Ringraziamento
La liturgia eucaristica è un'azione comunitaria dove non siamo noi che “andiamo a messa": è Gesù stesso che ci rivolge l’invito di prender parte alla sua Ultima Cena, e lo fa attraverso la persona del Sacerdote che “gli presta" gesti e voce. Gesù vuole associarci alla sua grande preghiera di ringraziamento che rivolge al Padre, affinché pure noi diventiamo più simili a Lui nell’ascolto della sua Parola e nell’offerta di noi stessi a Dio e al prossimo. La liturgia è infatti un dialogo tra Dio e gli uomini, nel quale «Dio parla al suo popolo... e a sua volta risponde a Dio con il canto e con la preghiera» (SC 33).
I Gesti Iniziali di Fede
- Nel nome del Padre… (ci tocchiamo il capo perché Lui è in alto, è colui che ci ha creati).
- …e del Figlio… (mettiamo la mano sul cuore perché Gesù ci ha amati talmente tanto da dare la sua vita per noi).
La Proclamazione della Parola e l'Omelia
Nel libro del profeta Amos la Parola di Dio è paragonata ad un ruggito: «Il Signore ruggisce da Sion e da Gerusalemme fa udire la sua voce» (Am 1,2). Questo ruggito è una vera e propria manifestazione di Dio, come la voce del tuono: «Ruggisce il leone: chi non trema? Il Signore ha parlato: chi può non profetare?» (Am 3,8).
Così, l’assemblea deve accogliere la proclamazione delle Sacre Scritture come il dono che Dio ci fa oggi, nel contesto storico e personale che stiamo vivendo adesso: qui ed oggi Dio ci parla, Dio mi parla. A ben guardare, ad ogni partecipazione attenta alla messa vi è sempre almeno una frase, una parola, un’espressione, un dialogo, un insegnamento… che viene a nutrire la mia, la nostra vita spirituale; che viene a consolarmi da una pena; che mi è di stimolo per la mia fede; che illumina la mia situazione di coscienza e i rapporti col prossimo; che mi fa apprezzare di più il fascino della persona di Gesù.
Al sacerdote, poi, il compito di spiegare le letture, di attualizzare la Parola di Dio, di sviluppare il tema del giorno, facilitando l’applicazione alla vita che ciascuno farà da parte sua. E di farlo in tempi ragionevolmente contenuti, con un linguaggio comprensibile e capace di far presa sull’uditorio, con un tono per lo più esortativo e mai colpevolizzante, senza pensare di sostituirsi all’azione dello Spirito di Dio che parla ai cuori. L’omelia va preparata, e non improvvisata sul momento come attingendo ad un repertorio. Va pregata e meditata già lungo la settimana. Per quanto importante (se non addirittura strategico, in ottica di una pastorale ben curata!), tuttavia da parte dei fedeli questo momento della messa costituisce un elemento accessorio e non essenziale del proprio personale incontro con Gesù nell’Eucarestia.
Silenzio, Credo e Preghiere dei Fedeli
Alla Parola di Dio proclamata, ascoltata, spiegata, applicata alla vita e accolta come dono di Dio in persona, segue qualche istante di silenzio. Questo tipo di pause meditative tra un momento e un altro della messa, normalmente, non devono essere vissute con disagio, perplessità o incertezza. No! Le pause sono utilissime per l’interiorizzazione di quanto si sta vivendo o di una parola che ha colpito particolarmente.
La prima risposta dell’assemblea al Signore è, così, la proclamazione della nostra fede: di domenica in domenica ci ricordiamo e rafforziamo la convinzione nelle verità contenute nel CREDO. A seconda del periodo liturgico o del tipo di celebrazione, il Credo può essere espresso nella formula (abituale) del Simbolo Niceno-Costantinopolitano, oppure in quella del Simbolo degli Apostoli (più breve), o ancora mediante la formula interrogativa delle Promesse Battesimali.
La seconda risposta è poi la serie di PREGHIERE DEI FEDELI, lette solitamente dal foglietto ufficiale dell’assemblea, oppure (meglio!) preparate dal Gruppo Liturgico parrocchiale o a turno dai vari gruppi, associazioni o movimenti incaricati di animare la liturgia. Solitamente la prima di queste preghiere è espressa a beneficio della Chiesa universale, la seconda è formulata per varie categorie del genere umano (governanti, nazioni, fedeli di altre religioni, professioni varie, ecc…), le altre considerano situazioni contingenti, del posto o di ricorrenze particolari, alla luce degli spunti e dei temi offerti dal Vangelo. Oltre alle preghiere che vengono “lette", anche Dio legge nei nostri cuori le preghiere che ci portiamo dentro, per il prossimo, per le persone che ci sono care, per i defunti che amiamo ricordare e anche per le nostre necessità. Sarà dunque bene che il celebrante riservi degli istanti di silenzio prima di riassumere tutto nell’orazione conclusiva.
L'Offertorio e l'Offerta di Sé
Mentre il ministro (sacerdote o diacono) stende sull’altare il “corporale” (un quadrato di stoffa rigida che accoglierà i sacri vasi contenenti il Corpo di Cristo), dal centro o dal fondo della chiesa vengono portate le offerte: il pane e il vino da consacrare, il denaro o ceste di viveri per le necessità della chiesa e per i poveri, alcuni oggetti simbolici (che sarà bene accompagnare da una spiegazione) indicanti l’offerta spirituale dell’assemblea a seconda del tema del giorno o di un particolare periodo liturgico. Si abbia cura di distinguere ciò che è “offerto" a Dio, da ciò che è segno di qualcos’altro (un impegno, un atteggiamento che si vuole assumere, ecc…): ad esempio, il pallone portato all’altare non viene “offerto", dal momento che poi viene nuovamente adoperato per il gioco, ma viene indicato come simbolo di amicizia, di fraternità, di rispetto del prossimo, o altro.
Comunque venga organizzata la processione offertoriale, in questo momento della messa ciascun fedele, interiormente, offre e depone ai piedi dell’altare la sua stessa vita: le proprie opere buone, le proprie sofferenze, qualche preoccupazione, qualche sacrificio accettato come penitenza o come atto di amore per il prossimo… Nulla di ciò che si sta vivendo è estraneo né di poco conto agli occhi di Dio!
Capire la messa: il senso dell'Offertorio
La Consacrazione e la Comunione
Ora siamo nel Cenacolo, con gli Apostoli, accanto a Gesù, da Lui invitati a rivivere la sua Ultima Cena. Questo evento, grazie alla liturgia, ci raggiunge nell’oggi: nella persona, per le mani e la voce del sacerdote, e grazie all’azione dello Spirito Santo vivo e operante nella vita della Chiesa e nei Sacramenti, Gesù stesso cambia il pane e il vino nel suo vero corpo e nel suo vero sangue. Propriamente, non è una “trasformazione" del pane e del vino (dal momento che proprio la “forma" resta la stessa!): ma un “cambiamento della sostanza”.
Spesso si dice in maniera imperfetta che “pane e vino si trasformano in Gesù“, ma dovremmo imparare a dire che “si transustanziano in Gesù“. L’importante, però, è che i fedeli piccoli e adulti con gli occhi della fede vedano e capiscano quello che avviene sull’altare.
Il sacerdote invita TUTTI i fedeli, quelli che facendo la comunione riceveranno Gesù e quelli che per diverse situazioni se ne asterranno, ad unirsi spiritualmente a Lui. La processione verso la comunione, accompagnata dal canto e dal raccoglimento, resta l’immagine della Chiesa in cammino verso Cristo. Ancora un atto di fede viene richiesto nell’atto di ricevere l’Eucarestia (sulle mani ben aperte o direttamente in bocca): pronunciare la parola “Amen” (="Sì, è così, credo che questo è il Corpo di Cristo!").
La compostezza del momento, poi, impone che non si facciano inchini, che non si sposti la testa, che non si faccia uno scatto all’indietro, che ci si allontani dalla parte esterna della fila senza intralciare gli altri fedeli, che non si facciano svariati metri con l’ostia in mano prima di portarla alla bocca. Tornando al posto, ci si raccoglie in silenzio o ci si accorda con i canti di comunione o di ringraziamento.
L'Importanza della Parola "Amen" nella Liturgia
Amen è un'acclamazione biblica e liturgica. Significa innanzitutto: "certamente", "veramente", "sicuramente", o semplicemente "sì". Il termine italiano è la traslitterazione del termine ebraico, אמן, ´āmēn. Dai LXX il termine fu tradotto per lo più γένοιτο, ghénoito, e nelle versioni latine derivate da questa fiat, "avvenga", il che spiega e giustifica la traduzione italiana "così sia".
Confermando una parola, l'Amen può avere nella Bibbia un senso debole che equivale al nostro "Sia!" (Ger 28, 6). L'Amen di Dio è Gesù Cristo. Di fatto, per mezzo suo, Dio realizza pienamente le sue promesse e manifesta che non c'è in lui sì e no, ma soltanto sì (2Cor 1, 20). Quando Gesù introduce le sue dichiarazioni con un Amen, raddoppiato nel Vangelo di Giovanni, si esprime in modo inusuale per il popolo ebraico; senza dubbio utilizza la formula liturgica, ma, facendola propria, traspone probabilmente l'annuncio profetico: "Così parla YHWH" (Is 52, 6; Ger 28, 6; Ez 5, 11; Ag 1, 13; Zc 8, 9). In questa maniera non si limita a sottolineare egli che è l'inviato del Dio di verità, ma afferma anche che le sue parole sono vere.
Il cristiano quindi, unendosi a Cristo, deve rispondere a Dio, se vuole essere fedele; il solo Amen efficace è quello pronunciato da Cristo a gloria di Dio (2Cor 1, 20). I testi della primitiva letteratura cristiana pongono l'Amen perfino a conclusione di saluti, auguri e dossologie. "Non dici Amen oziosamente, ma confessando nel tuo spirito che ricevi il Corpo di Cristo". L'uso dell'Amen accomuna i cristiani con gli ebrei.
La Liturgia delle Ore: L'Incessante Preghiera della Chiesa
La liturgia di Dio è giustamente ritenuta tra i principali compiti della Chiesa, poiché il culto è il primo dei compiti sacri. Fin dalle origini la comunità cristiana si è mostrata assidua «nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nello spezzare il pane e nella preghiera» (At 2, 42). Gli Atti degli Apostoli attestano la preghiera unanime della comunità cristiana. La Liturgia delle Ore o Ufficio divino, è precisamente preghiera della Chiesa con Cristo e a Cristo, e quell'inno che viene cantato da tutta l'eternità nelle sedi celesti. La Chiesa non solo esorta i fedeli alla preghiera, ma prolunga la preghiera di Cristo per mezzo dell'intercessione, ininterrottamente risuonando davanti al trono di Dio e dell'Agnello (cf SC 83).
L'Esempio di Cristo nella Preghiera
Il Figlio di Dio, pur essendo perfetto, ha voluto anche lasciarci testimonianza della sua preghiera (Lc 3, 21-22). Gesù si prepara alle decisioni più importanti della sua missione con la preghiera, come prima della missione del Battista (Lc 3, 21), prima di chiamare gli Apostoli (Lc 6, 12), prima della moltiplicazione dei pani (Lc 9, 16; Gv 6, 11), prima della Trasfigurazione sul monte (Lc 9, 28-29), prima di risanare un sordomuto (Mc 7, 34) e il cieco (Gv 9, 41 ss), prima della risurrezione di Lazzaro (Gv 11, 41 ss), quando benedice i fanciulli (Mt 19, 13) e prega per Pietro (Lc 22, 32).
La sua vita si presenta congiunta con la preghiera, anzi quasi derivava da essa (Mc 1, 35). Spesso si ritirava in luoghi deserti e pregava (Lc 5, 16). Passava la nottata intera in orazione a Dio (Lc 6, 12). Pregò nell'orto del Getsemani (Mt 26, 36-44 par.), sulla croce espresse la sua grande preghiera (Mc 15, 34), e nel tempio che chiamò casa di preghiera (Mt 21,13 par.). Recitò l'inno nel cenacolo (Mt 26, 30 par.). Il suo ministero messianico e il suo esodo pasquale furono compiuti nella preghiera (Gv 12, 27 s; Gv 17, 1-26). Risorto da morte, vive per sempre e prega per noi (Eb 7, 25).
La Partecipazione della Chiesa alla Preghiera di Cristo
La Chiesa non può fare altro che fare ciò che egli stesso fece. La preghiera della Chiesa è rivolta a Dio (Eb 13, 15), per mezzo di Cristo (Col 3, 17). È perciò sempre un atto di domanda (Rm 8, 26; Fil 4, 6 s) e di intercessione per tutti (1Ts 5, 25; Gc 5,14-16).
Il Cristo, nostro Signore e nostro Capo, prega in noi, prega per noi ed è pregato da noi. Prega in noi come nostro Capo, è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui le nostre voci e le sue voci in noi (S. AGOSTINO, Enarrationes in ps. 85, n. 1: CCL 39, 1176). Tutta la preghiera del Corpo di Cristo, che è la Chiesa, lo manifesta e influisce in esso (cf SC 26). L'unità della Chiesa e dei singoli battezzati nel Cristo e nello Spirito Santo si manifesta anche nella preghiera (1Cor 12, 3; Ef 5, 18; Gd 20).
Struttura e Finalità della Liturgia delle Ore
La Liturgia delle Ore, nota anche come Ufficio Divino, è la preghiera pubblica e comune del Popolo di Dio. Si adatta a qualunque ora del giorno, non si deve tralasciare nulla del salterio distribuito nelle vane settimane. Sono proposti momenti di silenzio da osservarsi secondo l'opportunità. Il Lezionario è disposto in modo da concordare con quello delle letture della Messa. Essa è il culmine della preghiera che la Chiesa, Madre e Maestra, rivolge incessantemente a Dio e al bene di tutti i suoi membri (cf SC 84-85).
Le Ore Principali
- Le Lodi mattutine e i Vespri: sono ritenute le Ore principali, per la loro importanza e dalla sua utilità pastorale e ascetica. Le Lodi del mattino e i Vespri sono come i due cardini su cui ruota l'intero Ufficio divino. Alle Lodi mattutine, che sono una preghiera mattutina, rendiamo grazie a Dio per il giorno che ci è stato donato o con rettitudine abbiamo compiuto e si fanno suppliche per l'inizio del lavoro quotidiano. Ai Vespri, invece, si fa una breve supplica strutturata come preghiera universale e si ricordano anche la nostra redenzione.
- L'Ufficio delle Letture: è destinato alla meditazione sulla Sacra Scrittura e le migliori pagine degli autori spirituali. Stabilisce un vero colloquio fra Dio e l'uomo: gli parliamo a lui e quando leggiamo i divini oracoli ascoltiamo lui.
- Le Ore Minori: Terza, Sesta e Nona, sono state adattate per riflettere le diverse ore del giorno in cui si svolge la vita degli uomini del nostro tempo, offrendo continuità alla preghiera.
Riforma e Adattamenti
Dopo il Concilio Vaticano II, che aveva convocato la Chiesa, e in particolare la Costituzione sulla Sacra Liturgia, si dispose che della Liturgia venissero subito attuati i decreti. L'ordinamento della Liturgia delle Ore era basato sulla partecipazione di numerosi pastori di anime, di religiosi e di laici. Il Concilio ha voluto aprirla non solo ai chierici, ma anche ai religiosi, anzi agli stessi laici, offrendo la possibilità ad ognuno di adeguarla alla propria condizione e vocazione.
Sono stati introdotti adattamenti, che ne alteravano a volte la medesima struttura, come l'abolizione dell'Ora di Prima. Si è stabilito un nuovo Salterio per il suo ordinamento interno, per far fronte alle necessità del culto pubblico. È necessario che la preghiera di Cristo, che egli ha ordinato alla sua Chiesa, riprenda nuova vita e alimenti efficacemente la vita spirituale del popolo di Dio. Il compito della Conferenza dei Vescovi sarà quello di stabilire la lingua moderna e le disposizioni necessarie, tenendo conto delle leggi proprie.

La Partecipazione dei Fedeli
La Chiesa raccomanda vivamente anche ai laici la partecipazione alla Liturgia delle Ore, poiché essa costituisce una genuina fonte di vita cristiana. È opportuno che i gruppi di fedeli che si radunano o quello della preghiera o dell'apostolato o altro, celebrino qualche parte della Liturgia delle Ore. Possono contribuire non poco alla salvezza di tutto il mondo, inserendosi così più intimamente nella Chiesa. Questo va detto soprattutto per coloro che fanno vita contemplativa. Tutti i fedeli devono conoscere il valore della Liturgia delle Ore.
I chierici, con il loro mandato (cf n. 29), sono tenuti a recitare tutte le Ore, osservando, per quanto è possibile, il loro vero tempo. Non devono mai tralasciare le Lodi mattutine e i Vespri se non per un motivo grave (cf CIC, cc. 276 §§ 2 e 3). Invece, i membri degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica sono tenuti ad adempiere la Liturgia delle Ore secondo le loro prescrizioni dal diritto comune o particolare.
Anche se la celebrazione sia individuale e quasi privata, deve manifestare la Chiesa che celebra il mistero di Cristo. La Liturgia delle Ore è un colloquio tra Dio e l'uomo, elemento essenziale di questa liturgia. Questo dialogo, la salmodia alternata e altri elementi congeneri, devono essere praticati sempre più dalla Chiesa.