L'Abbazia dei Santi Ilario e Benedetto: Un Simbolo della Laguna Altomedievale

L'abbazia dei Santi Ilario e Benedetto fu un importante monastero benedettino ubicato ai margini occidentali della laguna di Venezia, tra le attuali località di Malcontenta e Gambarare (precisamente in località Dogaletto), nell’attuale territorio comunale di Mira. Fiorì tra il IX e il XIV secolo come diretta dipendenza del Doge. La storia di questo monastero è strettamente intrecciata a quella del ducato delle origini (IX secolo) poiché costituisce uno dei luoghi ‘simbolo’ della laguna altomedievale, fondamentale per la ricostruzione delle dinamiche insediative tra l'VIII e il XIII secolo. Di questo monastero, oggi, non resta niente a vista sopra il livello del suolo.

Ricostruzione artistica dell'Abbazia di Sant'Ilario nel periodo di massimo splendore

Fondazione e Sviluppo del Monastero

Sant'Ilario fu fondata nell'819 dai monaci di San Servolo, uno dei primi cenacoli lagunari. Questi monaci furono trasferiti per volontà del Doge Agnello Partecipazio dalla veneziana isola di San Servolo, che non garantiva più le condizioni minime di vivibilità, sulla terraferma lungo la laguna dove un tempo sorgeva un antico villaggio romano. L'insediamento avvenne presso un'antica cappella grazie a una concessione del Doge Angelo Partecipazio e di suo figlio Giustiniano.

Con l'atto di donazione firmato da Carlo Magno nell’819, i monaci ricevettero l'uso perpetuo della Cappella Ducale di S. Ilario e i diritti su un gran numero di terreni esenti dalle “gabelle”. Nell’829 il Doge Giustiniano stese il suo testamento, nel quale dichiarò la volontà di lasciare i marmi e le pietre provenienti da Equilio per la costruzione del nuovo monastero e di ben 15 masserie. Da quel momento, il nuovo monastero sarà intitolato ai Santi Ilario e Benedetto.

L'istituzione si localizzava in una zona strategica, posizionandosi tra la terraferma e la Laguna lungo alcune importanti vie d'acqua che collegavano l'entroterra al Ducato della Venetia Maritima, nato a seguito dell'occupazione longobarda nella seconda metà del VI secolo. Gli abati acquistarono subito forza e potere lungo il territorio lagunare, al punto di essere considerati dei “principi feudali”. In breve tempo, il monastero divenne il fulcro della vita sociale ed economica, favorendo lo scalo merci lungo i canali navigabili e agevolando le comunicazioni via terra. Ad accrescere ulteriormente il potere furono anche i lasciti di alcune famiglie nobili di cui i monaci benedettini beneficiarono.

Declino e Abbandono

La vita del monastero fu sempre condizionata da quella del dogado, e per questo travagliata a causa delle lotte di potere fra le città di Venezia, Padova e Treviso. Anche le trasformazioni ambientali non favorirono la vita dei monaci; determinanti furono i tagli del fiume Brenta, effettuati in primo luogo dai padovani alla ricerca di una via navigabile che permettesse loro di arrivare in laguna, evitando di passare sui territori veneziani e pagare i dazi.

Quando nel XIII secolo i padovani rafforzarono il loro controllo sui territori del ducato veneziano, i monaci, che in un primo momento accettarono la loro protezione, scelsero di lasciare definitivamente la terraferma, troppo paludosa e inospitale. Si trasferirono nella nuova sede di San Gregorio a Venezia. Dopo la Guerra di Chioggia, combattuta da Venezia e Genova nel 1379, il complesso decadde e fu invaso dalle acque, quindi venne abbandonato progressivamente nel corso del XV secolo quando i monaci si trasferirono in San Giorgio a Venezia.

Mappa storica della laguna di Venezia con l'ubicazione dell'Abbazia di Sant'Ilario

Le Scoperte Archeologiche

Nonostante le parziali compromissioni del sito dovute ad attività agricole moderne e a precedenti interventi di scavo ottocenteschi, il potenziale informativo del monastero di Sant'Ilario e San Benedetto rimane elevato. Le scoperte archeologiche hanno portato alla luce ambienti funzionali alla comunità monastica altomedievale e, per un periodo successivo, strutture ecclesiastiche del tardo X secolo, accompagnate da un'estesa area sepolcrale. Questi ritrovamenti offrono uno spaccato prezioso sull'organizzazione della vita monastica e sulle pratiche funerarie in epoca medievale.

Primi Scavi e Ritrovamenti Ottocenteschi

Tommaso Temanza documentò per primo, nella sua Dissertazione sopra l'antichissimo territorio di Sant'Ilario, i ritrovamenti di Dogaletto riguardanti la zona vicino alla quale sorgeva il monastero. Nel XIX secolo, quando divenne proprietario del territorio il Marchese Saibante, furono condotti scavi archeologici. L’impresa fu documentata dal cavaliere Eugenio Gidoni nella sua “Raccolta di scritti ed atti uffiziali relativi agli scavi fatti e da farsi nel sito della celebre abazia di Sant’Ilario. Mestre 1880”. Le sue osservazioni furono trascritte e commentate dal Marzemin nel 1912.

In quell’occasione vennero portati alla luce diversi reperti di epoca altomedievale, le fondamenta della chiesa e della torre campanaria. Nello specifico, fu ritrovata una basilica a tre navate medievale, frammenti di mosaici pavimentali e una serie di sarcofagi e lapidi tombali. La base delle colonne, alcuni pezzi di mosaico e altri reperti furono portati presso il Museo Archeologico di Venezia in Piazza San Marco, mentre altri materiali confluirono nella raccolta del Museo Correr a Venezia (oggi sono visibili nel cortile del Museo Archeologico).

Tre sarcofagi conservati al Museo Archeologico di Venezia provengono dagli scavi di S. Ilario, anche se il loro contesto di rinvenimento non è specificato. Uno è non databile data l'assenza di qualsiasi parametro decorativo o stilistico, un secondo presenta una decorazione abbastanza elaborata (tre croci inscritte in tre arcate, nelle croci sono inseriti torciglioni) riconducibile agli inizi del IX secolo, mentre un terzo viene collocato alla seconda metà del IX secolo, ma sembrerebbe essere un reimpiego di un sarcofago di età più antica. In quest'ultimo il reimpiego è testimoniato dalla croce incisa nell'angolo inferiore destro della facciata e da un'iscrizione, purtroppo poco leggibile, che rimanderebbe ad un certo Donato e forse a suo figlio.

Le Indagini Archeologiche Recenti (Anni 2000-2020)

Negli anni 2000 sono riprese le indagini archeologiche, in accordo tra l’Università Ca’ Foscari Venezia e il Comune di Mira. Nel 2007 l’insegnamento di Archeologia Medievale dell’Università Ca' Foscari, con i finanziamenti della Giunta Regionale del Veneto, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica per il Veneto e il Comune di Mira, ha attivato un progetto di ricerche di superficie tramite "shovel test" nell'area.

Durante la ricognizione sul terreno sono state rinvenute diverse tipologie di resti: vetro, frammenti di decorazione architettonica in marmo, ossa animali e umane, frammenti ceramici, recipienti in pietra ollare, oggetti in metallo e tessere musive. Su un'area di 3500 metri quadrati sono state recuperate complessivamente ben duemila unità: i reperti sono stati datati per la maggior parte fra il IV-V e il XIX secolo, con una concentrazione del 46% di quelli relativi al periodo tra il VII e il X secolo.

L’operazione è stata documentata da Diego Calaon e Margherita Ferri nell’articolo Il monastero dei Dogi. SS. Ilario e Benedetto ai margini della laguna Veneziana. Molti dei reperti rinvenuti nei secoli sono andati perduti, altri sono stati riutilizzati come materiale di recupero, alcuni confluirono a Gambarare e furono impiegati per la costruzione del duomo. Non furono mai ritrovate, invece, le tombe dei Dogi Pietro II e Vitale Candiano.

Fotografia aerea degli scavi archeologici in corso all'Abbazia di Sant'Ilario

Le Indagini Geofisiche e i Nuovi Ritrovamenti (2020-2023)

Dopo un’interruzione di una decina di anni, la collaborazione tra l'Università Ca' Foscari e il Comune di Mira è ripresa nel 2020 grazie a un finanziamento comunale, con attività d’indagine geofisica, pianificate in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna. Nel 2021 si svolsero ancora nuovi scavi. Un team di studiosi dell’Università Ca’ Foscari ha rivelato una chiesa altomedievale finora sconosciuta e più antica della basilica già indagata nell’Ottocento. Le indagini hanno inoltre portato in luce un'altra chiesa più antica a tre navate, di dimensioni più piccole, di cui si conservano le fondazioni piuttosto massicce e realizzate in grandi blocchi di pietra.

Le indagini al momento in corso sul monastero sono condotte dall’Università Ca’ Foscari Venezia (Dipartimento di Studi Umanistici - Insegnamento di Archeologia Medievale) su concessione del Ministero della Cultura e in collaborazione con il Comune di Mira e la Fondazione Università Ca’ Foscari. La campagna di scavo si sta svolgendo sotto la direzione scientifica del Prof. Sauro Gelichi (Ordinario di Archeologia Medievale) e la supervisione esecutiva della dott.ssa Elisa Corrò, Ph.D. (archeologa ed esperta in digital humanities al Venice Centre for Digital and Public Humanities). Il lavoro sul campo è svolto da un team di archeologi di Ca’ Foscari, con a capo il dott. Alessandro A. Rucco, in collaborazione con la geologa Sandra Primon.

La tradizione cronachistica medievale identifica la cappella ducale come luogo di sepoltura del doge Agnello Particiaco stesso, nonché di altri tre dogi a cavallo fra IX e X secolo (Giustiniano Particiaco, Pietro IV e Vitale Candiano). È ovvia l'importanza assegnata al luogo se è scelto come spazio funerario per coloro che hanno assunto la massima carica del nascente stato. È ovvia, inoltre, la continuità di rapporto fra la cappella e il potere politico: Sant'Ilario, come San Marco, è uno degli snodi religiosi e territoriali dove si esercitano le sperimentazioni politiche ed istituzionali della nascente Venezia. Il doge Vitale Candiano, dopo aver abdicato, si ritirò nell'abbazia di Sant'Ilario.

Le scoperte archeologiche hanno portato alla luce un'estesa area sepolcrale. Molte sono le ossa umane ritrovate nell'ultima ricognizione e, sicuramente, ancora numerose sepolture sono conservate al di sotto delle arature moderne. La presenza di un cimitero, dunque, è ovvia. Ma cronachistica e rinvenimenti ci descrivono un'area funeraria, dentro e fuori la primitiva cappella, molto particolare.

Metodologie di Ricerca e Studi Avanzati

Durante i lavori allo scavo sono stati utilizzati caschetti sensoriali, eye tracker e questionari: sperimentazioni che, condotte su diversi gruppi di persone, aiuteranno gli studiosi a valutare in profondità il rapporto tra contemporaneità e antico. Il progetto di ricerca prevede anche lo studio e l’elaborazione di strategie per un’ulteriore valorizzazione del sito, curate in collaborazione con il Venice Centre for Digital and Public Humanities e con il nascente Venice Actions for NeuroHumanities Hub, in partnership con Fondazione Ca’ Foscari e con la coordinazione scientifica di Elisa Corrò.

“Scavare nell’area del monastero di Sant’Ilario - spiega Sauro Gelichi, docente di Archeologia medievale all’Ateneo di Ca’ Foscari e direttore degli scavi - significa toccare con mano uno dei punti cardine della Venezia delle origini. Le finalità della nostra ricerca non sono solo quelle di ridare vita a quelle ‘pietre’ ma anche di contestualizzarle meglio nello spazio topografico e funzionale originario. Prima di queste nuove indagini si era incerti che qualcosa del monastero delle origini fosse ancora conservato al sotto delle piantagioni di granturco che ricoprono l’area: ma già dai primi giorni le nostre aspettative sono state ripagate.”

La reliquia di Sant'Ilario

Valorizzazione e Prospettive Future

L'importanza delle ricerche per il territorio di Mira è stata sottolineata anche dal sindaco Marco Dori: “Per Mira - commenta - si tratta di una ricerca di assoluto valore. Sant’Ilario è un’area che consideriamo strategica e siamo molto contenti di aver ripreso la collaborazione con Ca’ Foscari, dal punto di vista storico, perché ci lega a Venezia e alle sue origini, ma anche per le nostre radici. Riscoprire questi luoghi è anche un potenziale strumento di sviluppo per il futuro.”

In programma, anticipa il primo cittadino di Mira, c’è anche la volontà di creare un parco archeologico da collegare con la laguna e con la vicina Villa Foscari, villa palladiana patrimonio Unesco. “Lo faremo - aggiunge - anche grazie a un percorso ciclabile che verrà realizzato nei prossimi anni e che porterà nuovi visitatori e viaggiatori interessati alla storia, all’arte alla natura. “Vogliamo restituire alla comunità - spiega Corrò - una parte tangibile della propria storia e del proprio patrimonio culturale. I risultati dello scavo in corso verranno condivisi con la cittadinanza per contribuire alla diffusione della conoscenza della storia del luogo e per valorizzare il patrimonio storico e culturale del territorio.

Sono stati organizzati anche eventi dedicati alla riscoperta del monastero, tra archeologia, storia e immaginazione, con il coinvolgimento attivo dei partecipanti, come la presentazione presso il Museo archeologico nazionale di Venezia dei materiali da Sant’Ilario presenti nella collezione museale e visite guidate agli scavi. Una mostra, "Storie dal monastero dei Santi Ilario e Benedetto. Un viaggio tra archeologia e immaginazione attraverso gli occhi di giovani narratori", espone i dati archeologici intrecciandoli con la creatività, curata da Elisa Corrò, Marco Giraldi, Alessandro A. Rucco, Grazia Solenne.

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