Una delle più rare e importanti testimonianze giunte fino ai giorni nostri dall’antichità è la Forma Urbis Romae: una meravigliosa pianta della Roma Antica incisa su marmo tra il 203 e il 211 d.C., sotto l’imperatore Settimio Severo, che consente di ammirare un panorama unico del paesaggio urbano della città.
La Forma Urbis Romae: Un Tesoro dell'Antichità
La Forma Urbis era collocata originariamente sulla parete postica di un’aula nel Foro della Pace, un edificio risalente almeno ai tempi augustei, compreso tra il Foro Romano e il Forum Pacis. Questo edificio, da alcuni ritenuto il tempio degli Dei Penati, fu adibito a sede dell'ufficio catastale e prescelto per l'apposizione, sul lato prospiciente il Forum Pacis, della grande planimetria.
L'opera era incisa su lastre di marmo applicate alla parete con perni di ferro. Si riconoscono diverse edizioni della Forma Urbis. Una prima edizione risale all'epoca dei Flavî, presumibilmente dal 74 d.C. in poi, compendiando il lavoro di riordinamento della città compiuto sotto Vespasiano.
Questa prima pianta occupava una superficie di 360 mq (18 metri di lunghezza per 20 metri di altezza) ed era divisa in 140 lastre marmoree, disposte in fasce alternate secondo l'altezza o la larghezza di ogni lastra (la prima in media da 1,70 a 2 m, la seconda da 0,80 a 1 m), e imperniate mediante arpioni di bronzo, i cui fori esistenti sulla parete hanno permesso di riconoscere il numero e l'ampiezza delle lastre.
Nell'edizione dei Flavî, l'orientamento era da SO. a NE., secondo l'antica tradizione determinata dalla divisione regionale serviana e sancita nell'ordine progressivo delle regioni augustee, di cui la prima (Porta Capena) corrispondeva alla più meridionale.

La versione della Forma Urbis di cui possediamo i frammenti appartiene in gran parte a una nuova edizione, compiuta sotto Settimio Severo, dopo il 203 d.C. (data d'inaugurazione del Settizonio, raffigurato nella pianta) e prima della morte dell'imperatore (211 d.C.). Questa nuova edizione, resa necessaria dal grave danno subito dalla pianta a causa dell'incendio del 191 d.C., rappresentò oltre che un restauro, anche un aggiornamento e un mutamento di criterio nell'orientamento.
Il nuovo orientamento fu nettamente da S. a N., prendendo come punto centrale di riferimento l'asse maggiore del Circo Massimo il quale, con la Via Appia e il Settizonio, costituì il punto fondamentale della pianta. Questo nuovo orientamento è attestato principalmente dai frammenti della delineazione del Circo Massimo, la cui didascalia, in grandi lettere, è disposta verticalmente lungo l'asse maggiore; tale disposizione delle didascalie si ripete per tutti i monumenti il cui asse si trovi parallelo a quello fondamentale dell'orientamento.
In questa edizione, la pianta occupava una superficie di circa 18 metri per 13 e vi erano rappresentati almeno 13.550.000 m² di città attraverso una moltitudine di sottili incisioni che raffiguravano le planimetrie degli edifici di Roma, a una scala media di circa 1:240.

Le Vicende della Riscoperta e degli Studi
Non si conoscono le vicende del monumento nel più antico Medioevo. I primi frammenti della Forma Urbis furono scoperti in occasione di restauri alla chiesa dei Ss. Cosma e Damiano, ordinati da Pio IV all'architetto Giovanni Antonio Dosio tra il 1559 e il 1565. La scoperta avvenne nell'orticello di Torquato Conti, duca di Poli, compreso tra la parete postica di S. Cosma e la via Alessandrina, la via in Miranda e la basilica di Costantino. Sembra che allora alcune lastre si trovassero ancora affisse alla parete.
I frammenti ricuperati furono temporaneamente esposti per cura di Onofrio Panvinio e riprodotti in disegno in 11 tavole da Fulvio Orsini nel suo codice Vaticano 3439 (ff. 13-23). I disegni orsiniani riproducono solo 92 pezzi; altri furono delineati nel Cod. Barb. XLIX, 32 (ff. 45-48) e da Stefano Du Pérac nel Cod. Par. 389.
Dopo la morte del Panvinio, gli originali, custoditi a Palazzo Farnese, andarono dimenticati e in parte perduti; furono riesumati da mons. Bianchini nel 1704 e trasportati prima in Vaticano, poi nel Museo Capitolino nel 1742, assai diminuiti e manomessi. Nonostante ciò, G.B. Bellori aveva già pubblicato 169 frammenti nel 1673, inclusi i 92 dell'Orsini; a questa seguirono le altre edizioni ricalcate sulla prima, e cioè quelle del 1682, 1693, 1697, 1699, 1732, 1764.
Nel primo ventennio del XIX secolo, l'architetto A. de Romanis fece una riduzione all'8° dal vero della pianta. La migliore edizione è tuttora quella di H. Jordan, Forma Urbis Romae, Regionum XIII (Berlino 1874), in 35 tavole e commento. Molti frammenti, tuttavia, andarono persi dopo la prima scoperta del 1562, ma fortunosamente oltre 600 di essi furono ritrovati nuovamente tra il 1888 e il 1891.
Già nel 1888 furono ritrovati 14 frammenti inseriti come materiale in un muro presso il Palazzo Farnese; nel 1899 altri 451 frammenti si rinvennero similmente in una casa già dei Farnese in via Giulia, e nello stesso anno nel Foro si rinvenne il frammento raffigurante il tempio dei Castori. Nel 1867 un tentativo di scavo di A. Castellani nell'orto dei Ss. Cosma e Damiano fruttò i frammenti importantissimi riferibili alla Porticus Liviae.
I principali frammenti sicuramente identificati, ma non compresi nell'edizione del Jordan perché scoperti posteriormente, sono quelli relativi alle Terme di Traiano; alle arcuazioni dell'acquedotto claudio-neroniano; al Circo Massimo; a una Statio Cohort. Vigilum; al Ludus Magnus; al Tempio di Marte Ultore; ai templi del Foro Olitorio, al Teatro di Balbo; all'Iseo Campense; al Trigarium; alle Terme di Agrippa, ecc. Tutti questi furono illustrati da R. Lanciani, che identificò molti monumenti raffigurati nella Forma, inclusi due dei quattro templi dell'"area sacra" del Largo Argentina, identificazione poi confermata dalla scoperta dell'area stessa.
La Forma Urbis Oggi: Esposizione e Nuove Visioni
Oggi, la gigantesca planimetria della Roma Antica torna visibile al pubblico, dopo 100 anni, in un allestimento innovativo ed emozionante presso il nuovissimo Museo della Forma Urbis. Inaugurato quest’anno, il museo è inserito all’interno del Parco Archeologico del Celio, situato in un’incantevole area verde con vista sul Colosseo.

I frammenti della Forma Urbis sono stati infatti collocati sul pavimento della sala principale del museo, sovrapposti alla Pianta Grande incisa da Giovanni Battista Nolli nel 1748, la prima pianta scientifica di Roma, creando un dialogo tra le diverse epoche di rappresentazione urbana.
La rappresentazione cartografica di Roma antica realizzata da Rodolfo Lanciani, un documento unico nel suo genere, è essenziale non solo per gli studiosi della Roma antica, ma per chiunque si interessi allo sviluppo urbanistico e architettonico della città. Sull'iconografia della città moderna tracciata in rosso e quella contemporanea tracciata in azzurro (dello stesso colore sono anche i corsi d’acqua), è disegnata in nero pieno o tratteggiato la pianta integra o frammentaria dell’antico.
Sono segnalati gli scavi eseguiti nelle varie parti di Roma, corredati di sommarie indicazioni cronologiche e anche bibliografiche. Le indicazioni toponomastiche sono in latino e in italiano: le antiche in nero, le moderne in rosso, le contemporanee in azzurro.

"Forma Urbis": La Pubblicazione e la Diffusione dell'Archeologia Romana
Oltre all'antica pianta marmorea, il nome Forma Urbis identifica anche una pubblicazione periodica dedicata all'archeologia e alla storia di Roma e del Lazio. Questa rivista offre percorsi archeologici, approfondimenti su scavi, musei, mostre e convegni, contribuendo alla diffusione della conoscenza del patrimonio storico-archeologico.

Tra i numeri pubblicati, ad esempio, si annoverano articoli come:
- "L’archeologia svedese in Italia" (Anno XXII, n. 1, Gennaio 2017)
- "SCAVI, MUSEI, MOSTRE, CONVEGNI" (Anno XXII, n. 2, Febbraio 2017)
- "MADRI DI UOMINI E DI DEI" (Anno XXII, n. 3, Marzo 2017)
- "Parco regionale dell'Appia antica" (Anno XXII, n. 5, Maggio 2017)
- "Siria archeologica" (Anno XXII, nn. 7 e 8, Luglio-Agosto 2017)
- "Morire in Etruria e a Roma" (Anno XXII, n. 9, Settembre 2017)
- "Traiano" (Anno XXII, n. 11, Novembre 2017)
Le edizioni precedenti hanno toccato temi come:
- "Progetto Eagle. Le frontiere digitali dell’epigrafia. Speciali Sibari" (Anno XXI, n. 1, Gennaio 2016)
- "Archeologia del Salento. Roca Vecchia svelata" (Anno XXI, n. 2, Febbraio 2016)
- "Donne e dee" (Anno XXI, n. 3, Marzo 2016)
- "Il museo nazionale romano alle Terme di Diocleziano" (Anno XXI, n. 6, Maggio 2016)
- "X Premio Forma Urbis per l’archeologia, Mozia: Help" (Anno XXI, n. 10, Ottobre 2016)
- "Portus" (Anno XXI, n. 12, Dicembre 2016)
La rivista ha anche dedicato numeri speciali a:
- "Donne nell'antichità" (Anno XX n. 3 Marzo 2015)
- "L’Area Archeologica dello stadio di Domiziano" (Anno XX n. 4 Aprile 2015)
- "Archeologia dell'Iraq" (Anno XX nn. 7-8 Luglio-Agosto 2015)
- "Il tessuto della vita" (Anno XX n. 9 Settembre 2015)
Queste pubblicazioni testimoniano l'impegno costante nella divulgazione e nell'aggiornamento sulle scoperte e gli studi nel campo dell'archeologia romana e della storia urbana.