Il Santuario della Beata Vergine Addolorata di Rho: Storia, Miracolo e Architettura

Un Gioiello della Lombardia

Il Santuario della Beata Vergine Addolorata di Rho è riconosciuto come uno degli edifici di culto più grandi e preziosi della Lombardia. La sua fondazione risale al 1583 e fu voluta direttamente da San Carlo Borromeo, in seguito a un miracoloso evento. Già nel 1522, sul luogo dove oggi sorge il santuario, era stata eretta una piccola cappella dedicata alla Madonna della Neve, in segno di ringraziamento per una grazia ricevuta da un aristocratico dell'epoca. Questa cappella ospitava l'antico oratorio campestre e l'affresco che sarebbe stato al centro del prodigio, successivamente inglobato nel nuovo edificio.

Il Miracolo del Pianto di Sangue (1583)

Il Contesto Storico e il Prodigio

Il miracoloso pianto di sangue, avvenuto il 24 aprile 1583, giorno dedicato a San Giorgio, commosse profondamente tutta la Diocesi. Erano tempi assai tristi, segnati da guerre, carestie e pestilenze. Per questo, si credeva che la Gran Madre di Dio apparisse in diversi luoghi, operando miracoli in favore degli infelici per portare aiuto ai suoi fedeli.

Quel giorno, una domenica, alcuni fedeli erano soliti radunarsi nella chiesetta per l'officio della Beata Vergine. Terminata la funzione, prima di recarsi a cantare il Vespero nella chiesa parrocchiale, un certo Girolamo de Ferri con tre amici si recò nuovamente all'Oratorio per fare orazione. Dopo alcune preghiere, i tre uomini se ne andarono e rimase solo il Ferri. Questi, mentre devotamente pregava la Madonna, osservò che il volto della Sacra Immagine era pallido più del solito. Pensò che forse qualche pittore l'avesse recentemente ritoccato e ne uscì senza più pensarci.

Mentre ritornava in paese, si incontrò con l'amico Alessandro de Ghioldi, detto il Marchettino, che si stava recando alla chiesetta. Fu invitato a tornare assieme all'Oratorio della Madonna e, mentre ambedue erano inginocchiati a pregare, il Ghioldi, rivolgendosi a Gerolamo, disse: "Vedi là, com'è sporco quell'occhio? Non era così quando abbiamo cantato il Vespro?". Girolamo rispose: "Né men era così poco fa quando io mi son trattenuto ad orare".

Così discorrendo tra loro, ben lontani dal sospettare l'avvenuto miracolo e credendo si trattasse di un innocente oltraggio, forse schizzato sull'Immagine dalle rondinelle che solevano svolazzare in quel luogo, il Ghioldi si recò a casa di un certo Maffeo per prendere la chiave del cancelletto che chiudeva la Cappelletta, con l'intento di togliere quella "sozzura" dal volto della Madonna prima che si essicasse.

Aperti i cancelli, entrò per primo Girolamo Ferri e salì sull'altare per togliere dal sacro volto quella creduta lordura. Per non imbrattare il suo fazzoletto, chiese all'amico di procurargli qualche pezzuola usata. Questi, veduto in terra uno straccio di pannolino, lo raccolse e glielo porse. Senonché, mentre il Ferri credeva di pulire l'occhio della Madonna, vide impresse nel pannolino tre macchie di sangue vivo e notò l'occhio della Madonna tutto rosseggiante, vedendo inoltre scendere dall'occhio della Vergine altre due lagrime di sangue, che scesero fino alle labbra, ed una terza le seguiva fermandosi sotto il mento. Non pensando minimamente al grande prodigio cui avevano assistito, inizialmente buttarono via il pannolino.

illustrazione del miracolo del pianto di sangue a Rho

L'Indagine e il Riconoscimento

Il Ferri e il Ghioldi, emozionati e scossi, si recarono ad avvertire il Prevosto Traiano Spandrio, che si portò sul posto con il prete Viviani Prati e con Giovanni Giolti, notaio Apostolico. Il Viviani salì sull'altare e toccò l'occhio della Vergine, ancora umido di sangue, tanto da bagnarsi il dito. Sebbene le pareti presentassero tracce di umidità, il pannolino esaminato recava evidenti macchie di sangue.

Il Prevosto, con molta prudenza e con grande fede, esortò il popolo a venerare l'Immagine, ma usò tutta la sua avvedutezza nell'ammettere il miracolo e avvertì subito l'Ordinario di Milano. L'Arcivescovo volle innanzitutto far svolgere con estremo rigore le indagini per accertarsi dei fatti. Poi, nel mese di maggio del 1583, inviò a Rho il Dottor.

L'inchiesta sul miracolo durò quasi un mese e durante tale periodo si verificarono molti altri prodigi. Furono discusse le testimonianze degli oculari del fatto e si raccolsero dichiarazioni e deposizioni sulle grazie straordinarie che anche in passato la Madonna aveva largamente elargito. Le testimonianze sui "Miracoli dell'Addolorata" formarono un cospicuo volume, conservato oggi presso l'Archivio Arcivescovile di Milano.

San Carlo Borromeo, appena ebbe il rapporto, lo esaminò molto attentamente in tutti i suoi particolari e promosse ulteriori indagini, ma al termine esclamò: "Qui c'è il dito di Dio". Padre Borgonovo, interpretando l'evento, scrive: "Era la Vergine che piangeva per amor nostro. Se Gesù per il sacrificio è Sommo Sacerdote, Maria pel pianto continua il Sacerdozio di Gesù. E se Gesù morto diè prova suprema d'amore con l'effusione dell'ultimo suo sangue, Maria ne dà segno e prova d'amore effondendo vivo sangue dalla sua immagine". L'affresco "miracoloso" è custodito nel "Gesiolo" (Gesio nel dialetto rhodense), la cripta che si trova sotto l'abside del Santuario, il luogo esatto in cui avvenne la lacrimazione.

La Nascita del Santuario: Dal Progetto alla Consacrazione

La Volontà di San Carlo Borromeo e il Progetto di Tibaldi

Dopo un'indagine approfondita sull'accaduto, l'arcivescovo, il futuro San Carlo Borromeo, ordinò all'architetto Pellegrino Tibaldi la progettazione di un santuario per il culto mariano allo scopo di commemorare il miracolo. Nell'ottobre di quell'anno, San Carlo tornò nuovamente a Rho, ospite dei conti Simonetta, e prese alcune decisioni riguardo al Santuario in costruzione: metà delle elemosine sarebbero andate ai sacerdoti del Collegio dei Padri Oblati, ai quali venne conferito il compito di supervisionare la costruzione della struttura e la loro futura gestione. Non molti giorni dopo San Carlo morì, e gli succedette Gaspare Visconti, che con un decreto confermò la volontà dell'illustre predecessore.

La Lunga Edificazione e le Sue Fasi

Nel 1586 il santuario, sebbene ancora in lavorazione, venne già aperto al culto dal cardinale Visconti e Federico Borromeo: l'affresco della Pietà fu posto sull'altare maggiore, dove si trova tuttora. Tuttavia, l'edificazione del luogo di culto fu lenta e richiese in tutto circa tre secoli. Lo schema planimetrico di Pellegrino Tibaldi fu sostanzialmente rispettato durante il complesso cantiere di costruzione della chiesa, iniziato nel 1584 e proseguito nel corso del primo quarto del Seicento con interventi di Martino Bassi, Dionigi Campazzo, Aurelio Trezzi e forse Fabio Mangone.

Nel 1694 vennero poste le fondamenta per il peristilio che avrebbe dovuto abbellire il santuario secondo il progetto del Tibaldi. Nel 1751 sorsero problemi per un'altra intuizione del Tibaldi: la cupola venne considerata troppo costosa dal rettore del collegio, padre De Rocchi, perciò l'architetto Giuseppe Merlo fu incaricato di rivedere il progetto. Le quattro colonne del progetto originale furono sostituite con quattro archi appoggiati su otto pilastri, riducendo gli ornamenti esterni della cupola e del lucernario. Notevole per ampiezza e architettura è la luminosa cupola, eseguita tra il 1752 e il 1764 su progetto di Carlo Giuseppe Merlo, non senza complesse valutazioni statiche, caratterizzata da lesene binate di ordine corinzio e otto ampi finestroni.

Il 4 aprile 1755 la chiesa fu consacrata in una cerimonia dal cardinale Giuseppe Pozzobonelli, che la intitolò alla Regina dei Martiri. Lo stesso cardinale diede una forte spinta alla conclusione dei lavori di edificazione del santuario, sia per quanto riguarda la cupola, sia per la torre campanaria, progettata da Giulio Galliori, costruita nella seconda metà del XVIII secolo e alta 75 metri.

Nel 1876 vennero finalmente avviati i lavori del collegio (in attesa da un secolo e mezzo), ultimato nel 1911. La costruzione del santuario, invece, risultò compiuta nel 1888 quando venne montato l'ultimo insieme di campane. Alla fine del XX secolo, durante un'opera di restauro, l'altare fu ricostruito per opera dello scultore Floriano Bodini.

Architettura e Tesori Artistici

Dimensioni e Struttura

Il Santuario di Rho vanta dimensioni imponenti: la lunghezza della navata maggiore è pari a 74 metri, il braccio del transetto maggiore a 43 metri, la cupola raggiunge l'altezza di 54 metri, mentre il campanile è alto 75 metri.

L'Altare Maggiore e le Opere D'Arte

Meritevole di particolare attenzione è il monumentale altare maggiore, di origine secentesca ma ampliato e trasformato alla fine dell'ottocento su progetto dell'architetto Gaetano Moretti. Esso è arricchito da attuali gruppi scultorei in marmo di Carrara di Antonio Carminati, mentre le sculture in bronzo sono opera di Eugenio Bellosio e Giovanni Lomazzi.

Notevoli gruppi scultorei ottocenteschi decorano gli interni, tra cui i due grandiosi modelli in gesso dello scultore Pompeo Marchesi, "La Religione" e "San Carlo comunica San Luigi Gonzaga", giunti direttamente dallo studio milanese dello scultore nel 1868. Verso la seconda metà dell’Ottocento, il santuario fu abbellito da un grande ciclo pittorico. Tra i dipinti ottocenteschi si segnalano le opere di Giuseppe Sogni, Raffaele Casnedi nella cappella dell’Immacolata e la pala di Roberto Galperti da Verolanuova in una cappella laterale.

foto degli interni del Santuario di Rho, con l'altare maggiore

I Padri Oblati Missionari di Rho

Fin dalla decisione di erigere il Santuario, San Carlo Borromeo aveva assegnato la sua gestione alla congregazione dei padri Oblati di Sant’Ambrogio, poi definitivamente confermati nel ruolo nel 1589 e ancora oggi presenti come Oblati Missionari di Rho. A custodia del Santuario furono posti i Padri Oblati dell’Addolorata, con il compito di tenere viva la fede con la predicazione e la dottrina cattolica.

Il loro fondatore è un prete ambrosiano del Settecento, il Venerabile P. Giorgio Maria Martinelli, sepolto in Santuario nella cappella del Sacro Cuore. Nacque a Brusimpiano (Varese) il 9 maggio 1655. Venne a Rho nel 1715 per dare inizio alla sua opera, e il 4 aprile 1721 fondò la comunità degli Oblati Missionari di Rho, conosciuti anche come "missionari dell'Addolorata". Morì la sera del 2 novembre 1727 in concetto di santità.

Gli Oblati Missionari, oltre al servizio religioso in Santuario, si dedicano alla predicazione delle missioni popolari e degli esercizi spirituali.

Servizi e Spiritualità

Accanto al Santuario si trova una Casa di Spiritualità, in cui si tengono incontri, ritiri ed esercizi spirituali, specialmente per il clero. Per chi volesse, è possibile pranzare presso il nuovo bar 1583 Cafè, situato di fianco al Santuario.

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