La Solennità del Corpus Domini: Storia, Significato e Arte

Più che l’Incarnazione o la morte in Croce, l’amore di Dio verso gli uomini manifestato nell’Eucaristia oltrepassa la nostra capacità di comprensione. Come affermava Sant’Alfonso Liguori, l’Eucaristia è il cuore della Chiesa, la più alta icona della Bellezza di Dio rivelata in Cristo, la presenza reale del "più bello tra i figli degli uomini". Questo sacramento, il maggiore e più sublime di tutti, ci introduce nella vita divina e ci rende partecipi della natura di Dio.

Il momento solenne della sua istituzione, le ultime ore di Gesù con gli Apostoli prima della Passione, sottolinea la sua importanza. Le parole di Cristo: “Ho desiderato ardentemente di mangiare con voi questa Pasqua, prima della mia passione” (Lc 22, 15), rivelano il suo ineffabile desiderio d’amore per tutti gli uomini. Il desiderio del Divino Maestro era che il mistero del Suo Corpo e Sangue si perpetuasse per i secoli futuri: “Fate questo in memoria di Me” (Lc 22, 19).

Origini della Festa del Corpus Domini

La Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, nota come Corpus Domini, cade nell’ottava di Pentecoste, nel pieno di giugno. Le sue origini risalgono alla metà del XIII secolo in Belgio e furono il risultato di diversi fattori convergenti.

Le Rivelazioni di Santa Giuliana di Mont Cornillon

La prima ragione risale all'epoca in cui Urbano IV, allora membro del clero di Liegi, in Belgio, analizzò le rivelazioni di una giovane religiosa del monastero agostiniano di Mont Cornillon, nei pressi di questa città: Santa Giuliana di Mont Cornillon.

Nel 1208, all'età di 16 anni, Giuliana ebbe una singolare visione: un disco bianco, simile alla luna piena, ma oscurato da una macchia. Dopo anni di intensa preghiera, le fu rivelato il significato di quella “luna incompleta”: simboleggiava la Liturgia della Chiesa, alla quale mancava una solennità in lode del Santissimo Sacramento. Dio aveva scelto Santa Giuliana per comunicare al mondo questo desiderio celeste.

Trascorsero più di vent’anni prima che la monaca, superando la sua umiltà, si decidesse a riferire il messaggio. Su sua richiesta, furono consultati vari teologi, tra cui padre Jacques Pantaléon, futuro Vescovo di Verdun e Patriarca di Gerusalemme, che si mostrò entusiasta delle rivelazioni di Giuliana.

Il Miracolo Eucaristico di Bolsena

Alcune decadi dopo la morte della santa veggente, la Divina Provvidenza volle che Jacques Pantaléon fosse elevato al Soglio Pontificio nel 1261, assumendo il nome di Urbano IV. Mentre si trovava ad Orvieto nell’estate del 1264, giunse la notizia di un miracolo avvenuto a poca distanza, nella città di Bolsena.

Durante una Messa nella Chiesa di Santa Cristina, il celebrante, un sacerdote boemo di nome Pietro da Praga, che con una certa difficoltà credeva nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, vide l'Ostia consacrata trasformarsi in un pezzo di carne, che sparse abbondante sangue sui corporali. La notizia del miracolo si diffuse rapidamente.

Informato dettagliatamente, il Papa fece mandare le reliquie ad Orvieto con la dovuta riverenza e solennità. Egli stesso, accompagnato da numerosi Cardinali e Vescovi, andò incontro alla processione che le conduceva alla cattedrale. Poco dopo, l’11 agosto dello stesso anno, Urbano IV emetteva la bolla Transiturus de hoc mundo, con la quale istituiva la solenne celebrazione della festa del Corpus Domini in tutta la Chiesa.

rappresentazione del miracolo di Bolsena, dove il sangue sgorga dall'ostia

La Risposta alle Eresie Eucaristiche

Un terzo motivo che contribuì alla promulgazione della festa fu la necessità di confondere gli eretici e arrestare l'influenza perniciosa di idee che negavano la vera Fede. Già nel secolo XI, Berengario di Tours si era apertamente opposto al Mistero dell’Altare, negando la transustanziazione e la presenza reale di Gesù Cristo nell'Eucaristia. Agli inizi del secolo XII, Tanchelmo aveva diffuso le sue errate convinzioni nelle Fiandre, affermando che i Sacramenti, e soprattutto l’Eucaristia, non possedevano alcun valore.

Nonostante queste dottrine fossero già state condannate dalla Chiesa, la loro eco si faceva ancora sentire. Così, Urbano IV ritenne necessario censurarle pubblicamente, stabilendo una solennità che riaffermasse la fede nella presenza reale. La bolla papale sottolineava che, sebbene la memoria dell'istituzione del Sacramento fosse rinnovata quotidianamente nella Messa, era conveniente celebrarla più solennemente almeno una volta all'anno, poiché il Giovedì Santo era già gravato da molte altre funzioni.

La Composizione dell'Ufficio Divino

Per ottenere il massimo splendore per questa commemorazione, Urbano IV desiderava che fosse composto un Ufficio da utilizzare unicamente nella Messa cantata in occasione di quella solennità. Convocò una selezionata assemblea dei più famosi maestri di Teologia di quel tempo, sollecitando ad ognuno una composizione da presentare entro pochi giorni, per scegliere la migliore.

Un celebre episodio avvenne durante la sessione. Il primo ad esporre fu Fra’ Tommaso d’Aquino. Con serenità e calma, srotolò una pergamena e i presenti ascoltarono la declamazione della Sequenza da lui composta: "Lauda Sion Salvatorem, lauda ducem et pastorem in hymnis et canticis (Loda, Sion, il Salvatore, la tua guida, il tuo pastore con inni e cantici)…". Stupore generale. Fra’ Tommaso concluse: “…tuos ibi commensales, cohæredes et sodales, fac sanctorum civium (accoglici in Cielo, alla Tua mensa, e rendici coeredi in compagnia di coloro che abitano la Città Santa)”.

Fra’ Bonaventura, degno figlio del Poverello, cancellò senza indugio la propria composizione e gli altri lo imitarono, rendendo tributo al genio e alla devozione dell’Aquinate. La posterità non conobbe le altre opere, ma immortalò il gesto dei suoi autori, vero monumento di umiltà.

Secondo papa Urbano IV, questa doveva essere una festività gioiosa alla quale doveva partecipare il popolo con inni e canti. Per questo San Tommaso d’Aquino fu incaricato dal Pontefice di comporre l’Ufficio Divino del Corpus Domini, la liturgia delle Ore e il messale. L’inno eucaristico Pange Lingua, in particolare, dimostra il legame profondo tra il Corpus Domini e l’Ultima Cena del Signore, evidenziato dal sapiente adattamento di Tommaso degli inni del Giovedì Santo - composti da Venanzio Fortunato, vissuto tra VI e VII secolo - alla nuova liturgia. La promessa pasquale del Giovedì Santo diventa realtà concreta nel Corpus Domini.

L'Eucaristia nel Cristianesimo: Simboli e Realizzazione

Già molto prima dell’Incarnazione, la Divina Provvidenza aveva moltiplicato i simboli e le figure che avrebbero permesso agli uomini di comprendere meglio e amare questo Sacramento. A questo riguardo, dice San Tommaso d’Aquino: “Questo Sacramento è specialmente un memoriale della Passione di Cristo; e converrebbe che la Passione di Cristo, con la quale Egli ci ha redento, fosse prefigurata in modo che la Fede degli antichi si incamminasse al Redentore”.

Melchìsedek: Preannuncio del Supremo Sacerdote

Uno dei segni più remoti dell’Eucaristia appare nel capitolo 14 della Genesi, in quel personaggio affascinante e misterioso che uscì incontro ad Abramo quando questi faceva ritorno dalla sua vittoria contro i re, e lo benedì, offrendogli pane e vino. Melchìsedek, “re di Salem e sacerdote del Dio Altissimo” (Gen 14, 18), riuniva in sé la gloria della regalità, la santità sacerdotale e il carisma profetico. Egli è il simbolo di Colui che più tardi avrebbe proclamato davanti a Pilato: “Io sono Re” (Gv 18, 37) e a proposito del quale tutti commentavano: “un grande profeta è sorto tra noi” (Lc 7, 16).

Ma ciò in cui Melchìsedek si mostrò ancor più pienamente immagine di Cristo, fu nella presa di possesso di un sacerdozio superiore a quello di Aronne, come è scritto nella Lettera agli Ebrei (Eb 7, 11. 15-17). Gesù Cristo, scendendo sulla terra, non offre più pane e vino, come Melchìsedek, ma piuttosto l’oblazione pura del Suo Corpo e Sangue: “Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto. Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa. Allora ho detto: ‘Ecco, io vengo’” (Sal 40, 7-8). Così Egli portò alla pienezza quello che Melchìsedek aveva solo preannunciato.

L'Agnello Pasquale: Figura del Sacrificio Eucaristico

Nel libro dell’Esodo abbondano le figure che ci approssimano all’Eucaristia, soprattutto nella cena pasquale, prescritta nei suoi minimi particolari da Dio a Mosè. Gli israeliti dovevano immolare un agnello senza difetti e mangiarlo con pane azzimo sul far della sera.

A questo riguardo, il Dottor Angelico insegna: “In questo Sacramento possiamo considerare tre aspetti: quello che è il segno sacramentale, ossia, il pane e il vino; quello che è realtà e segno sacramentale, ossia, il vero Corpo di Cristo; e quello che è soltanto realtà, cioè, l’effetto di questo Sacramento. […] L’agnello pasquale prefigurava questo Sacramento sotto i tre aspetti. Quanto al primo, perché era mangiato con pane azzimo, conforme la prescrizione: ‘Mangerete la carne con pane senza lievito. Quanto al secondo, perché era immolato nel quattordicesimo giorno del mese da tutta la moltitudine dei figli di Israele: in questo raffigurava la Passione di Cristo che per la Sua innocenza è chiamato agnello. Quanto all’effetto, perché col sangue dell’agnello pasquale i figli di Israele erano stati protetti dall’angelo devastatore e liberati dalla schiavitù dell’Egitto”. Il pane senza lievito, con il quale i giudei dovevano mangiare la carne dell’agnello, rappresentava anch’esso l’integrità del Corpo di Cristo.

Sviluppo della Devozione Eucaristica

A partire dall’istituzione della festa, la devozione eucaristica fiorì con maggior vigore tra i fedeli. Gli inni e le antifone composte da San Tommaso d’Aquino, tra le quali il Lauda Sion, un vero compendio della teologia del Santissimo Sacramento, occuparono un posto di rilievo all’interno del tesoro liturgico della Chiesa.

Col passare dei secoli, sotto il soffio dello Spirito Santo, la devozione popolare e la sapienza del Magistero infallibile si allearono nella costituzione dei costumi, usi, privilegi e onori che oggi accompagnano il Servizio dell’Altare, formando una ricca tradizione eucaristica.

Le Processioni Eucaristiche

Ancora nel secolo XIII, sorsero le grandi processioni che conducevano il Santissimo Sacramento per le strade, prima dentro un’ampolla coperta e più tardi esposto nell’ostensorio. Anche a questo punto il fervore e il senso artistico delle varie nazioni si distinsero nell’elaborazione di custodie che competessero tra loro in bellezza e splendore, nella confezione di ornamenti appropriati e nella collocazione di immensi tappeti floreali lungo il cammino percorso dal corteo.

I Papi Martino V (1417-1431) ed Eugenio IV (1431-1447) concessero generose indulgenze a chi avesse partecipato alle processioni. Più tardi, il Concilio di Trento - nel suo Decreto sull’Eucaristia, del 1551 - avrebbe sottolineato il valore di queste dimostrazioni di Fede: “Il santo Sinodo dichiara che è pietoso e religioso il costume, introdotto nella Chiesa di Dio, di celebrare tutti gli anni con particolare venerazione e solennità, in un giorno festivo e particolare, questo eccelso e venerabile Sacramento, portandoLO in processioni per le vie e i locali pubblici con reverenza e onore”.

L’amore eucaristico del popolo fedele non si ridusse, comunque, a manifestazioni esteriori; al contrario, esse erano l’espressione di un sentimento profondo posto dallo Spirito Santo nelle anime, nel senso di valorizzare il prezioso dono della presenza sacramentale di Gesù tra gli uomini, conforme le Sue stesse parole: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.” (Mt 28, 20). Il mistero d’amore di un Dio che non soltanto Si è fatto simile a noi per riscattarci dalla morte del peccato, ma ha voluto, in un gesto estremo di tenerezza, rimanere tra i Suoi, ascoltando le loro richieste e rafforzandoli nelle loro tribolazioni, passò ad essere il centro della vita cristiana, l’alimento dei forti, la passione dei santi.

San Pietro Giuliano Eymard, ardente devoto e apostolo dell’Eucaristia, ha espresso in termini pieni d’unzione questa celestiale “pazzia” del Salvatore nel rimanere come Sacramento di vita per noi: “Si comprende che il Figlio di Dio, portato dal Suo amore verso l’uomo, Si era fatto uomo come lui, poiché era naturale che il Creatore avesse interesse nell’opera di riparazione uscita dalle Sue mani. Che, per un eccesso d’amore, l’Uomo-Dio morisse sulla Croce, si comprende anche questo. Ma quello che invece non si comprende, quello che stupisce i deboli nella Fede e scandalizza gli increduli, è che Gesù Cristo glorioso e trionfante, dopo aver terminato la Sua missione sulla terra, abbia voluto ancora rimanere con noi, in uno stato più umiliante e annichilito di quando era a Betlemme e nel Calvario”.

dipinto di una processione del Corpus Domini

Il Corpus Domini nell'Arte

Molti artisti raffigurarono il miracolo di Bolsena e tra tutti Raffaello. Si tratta di un affresco nella Stanza di Eliodoro delle Stanze Vaticane, datato al 1515, che vuole ricordare la devozione di Giulio II per l’Eucaristia in un momento di conflitti e nuovi movimenti dottrinali contrari. La scena è divisa in due parti, come una partitura in due atti, tra passato e presente. Fa da discrimine l’altare al centro, coperto da una sontuosa tovaglia ricamata con iscrizioni. Il momento del miracolo, ovvero ciò che è accaduto, mostra il sacerdote sbalordito e assistito da chierichetti con candele mentre il popolo è agitato dalla sorpresa, sbigottito. Nella parte opposta, inginocchiato e di profilo, in preghiera, il Papa. Sotto, alcuni cardinali e ancora più in basso giovani e splendidi sediari. Da questo lato tutto è statico, quasi immobile. Mentre il passato è raffigurato nella dinamicità del movimento, mentre sta accadendo, il presente è fermo nella certezza quieta della fede.

affresco di Raffaello che raffigura il miracolo di Bolsena

Il legame tra il Corpus Domini e l'Ultima Cena è raffigurato anche in alcune opere d’arte, che mostrano Gesù Cristo mentre dà la comunione agli apostoli inginocchiati. Una delle più mirabili si trova a Urbino, nella Galleria Nazionale delle Marche. La Comunione degli Apostoli, datata al 1473-1476, è una pala d’altare a olio su tavola, opera di Joos Van Wassenhove, detto Giusto di Gand, pittore fiammingo vissuto tra il 1430 e il 1480.

Si tratta di una iconografia che, pur evocando lo schema dell’Ultima Cena, assume una identità chiara e percepibile: Cristo è in piedi, al centro, e non benedice il pane, ma dà l’ostia agli apostoli, che non stanno seduti a tavola ma inginocchiati con le mani giunte intorno a lui. Gli angeli oranti, sospesi sotto la volta della sala, imprimono maggiore solennità e sacralità alla scena. Un particolare non di poco conto, presente anche in altre opere a uguale soggetto, come nell’opera di Cola dell’Amatrice, è che le figure degli apostoli e di Cristo stanno davanti alla tavola che resta sullo sfondo e non dietro come nell'Ultima Cena, segnando visivamente il limite del tempo e il compimento della Missione di Cristo sulla terra. Alla base del dipinto di Gand vi è una predella, opera di Paolo Uccello, Il miracolo dell’ostia profanata, databile tra il 1467 e il 1468. La predella racconta un avvenimento accaduto a Parigi nel 1290, riferito dallo storico fiorentino Villani, che allude alla polemica viva, a quel tempo, contro gli ebrei. Le diverse scene scandiscono gli episodi in modo vivace e coloristico, realizzando una vera e propria fiaba, tra il terrifico e l’edificante. Lo scopo è essenzialmente ammonitore. In particolare, nella terza scena con la riconsacrazione dell’ostia, che era stata trafugata e venduta da una donna a un usuraio e che quindi cotta al fuoco del camino aveva cominciato a sanguinare, si rifà alle celebrazioni del Corpus Domini: una solenne processione in cammino verso l’altare, con il papa, chierici e fedeli. Un episodio che sembra voler essere antitetico al miracolo di Bolsena.

Rappresentazioni delle Processioni Eucaristiche

La tradizionale processione del Corpus Domini, dove il Santissimo viene portato tra le strade sotto un baldacchino, ha un valore profondo e non è solo un’espressione popolare di fede o di usanze folkloristiche. Serve a rimarcare la presenza viva di Gesù e ricordare le sue parole: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

Questo momento solenne della liturgia del Corpus Domini è molto raffigurato nell’arte, dalle miniature agli affreschi e alle tele. Il periodo dove l’iconografia ha riscosso particolare fortuna è l’età barocca per lo sfarzo e la coralità del momento, nel quale i diversi nobili partecipanti volevano essere ben raffigurati in modo da essere riconosciuti e così autocelebrarsi. Ma è nelle opere moderne che possiamo notare particolari innovazioni e la ricerca di un significato più profondo. Le persone si fanno piccole e si confondono come folla popolare festante o in preghiera. Silenzio e raccoglimento dei più umili e semplici si ravvisano nell’opera del pittore sardo Giuseppe Biasi, nella seconda metà del XX secolo, che dipinge una processione lontana e una chiesa semplice immersa in un panorama rosato. Simile a questa come sentimenti e clima sono altre opere dello stesso pittore più volte dedicate allo stesso tema.

La Processione del Corpus Domini a Chieti è un dipinto straordinario e molto particolare, opera di Francesco Paolo Michetti (1851-1929) che valse un premio all’Esposizione nazionale di Napoli del 1877. La processione avanza verso di noi spettatori, uscendo dalla chiesa, e non è quindi vista nel suo fluire laterale come di solito accade in questa iconografia. La grande facciata del sacro edificio sbarra tutto lo spazio come una grande quinta, lasciando al cielo campestre solo uno scorcio laterale. Il sacerdote con il tabernacolo sta uscendo piccolo tra la folla, sotto il baldacchino a righe dorate. Dall’interno della chiesa si scorge la proiezione sul muro del rosone della facciata, una luce bianca e abbagliante. Come è stato notato da Francesco Netti, pittore napoletano contemporaneo del Michetti, più che di un’immagine sacra è l’affastellamento di particolari e di figure. Persone del popolo con i vestiti regionali, una folla tra fedeli, musici, bambini e ragazzi. Un giovane sta facendo scoppiare un petardo e spaventa una giovane suora; dietro di lui la banda del paese prende a suonare tromboni e un grande tamburo. Una madre stringe al petto i suoi due figli piccoli. Altri bambini sono vestiti di fiori e ancora fiori sono lanciati e cadono sulla scalinata del sagrato. Un’atmosfera tra sacro e profano, una gioia popolare tra fede cristiana e memorie dionisiache. Nel 1888, riferendosi alla geniale e rivoluzionaria opera del Michetti, Gabriele D'Annunzio, amico dell’artista e suo conterraneo scrisse: “E il Corpus Domini era per tutti noi, cercatori irrequieti di un'arte nuova, il Verbo dipinto; era, nella nostra chiesa, l'immagine delle immagini”.

dipinto della processione del Corpus Domini a Chieti di Francesco Paolo Michetti

Il Corpus Domini nella Letteratura

Anche nella letteratura, come nella pittura, la festa del Corpus Domini ha risvegliato immagini e sentimenti. Basti richiamare i versi del Carducci, di stampo classico, ma quelli del poeta ermetico Carlo Betocchi sgomentano, colpiscono, incantano. Sembrano sceneggiare il dipinto di Michetti, ma fanno anche pensare alle chiese sempre più vuote. Il poeta era animato da fede profonda, da un senso di fratellanza. C'è sempre speranza per l'uomo, quando tiene a mente che Cristo non ci abbandona mai. In questi versi, solo di primo impatto sconsolati e malinconici, irrompe ancora la figura del Salvatore, che dà vita e speranza a ciascuno:

  • In un borgo selvaggio,
  • in un borgo della montagna,
  • sotto l’ombre del faggio
  • una chiesa si lagna;
  • un’erta strada oscura
  • porta tra le sue mura.
  • La campana ha suonato,
  • non un uomo si vede ancora,
  • raccolti sul sagrato
  • s’accapigliano alla mora;
  • e fanciulli cattivi
  • lanciano acuti gridi.
  • In chiesa malinconica
  • sta il prete con la stola gialla,
  • una luce inarmonica
  • di qua e di là sfarfalla;
  • terribilmente bruna
  • ogni cosa vi sfuma.
  • Quella povera donna
  • che sta sgomenta
  • è inginocchiata all’altare
  • della Madonna,
  • e quell’altra disperata:
  • poveramente disperse
  • sotto l’ombre universe.
  • Nel mezzo è il corpo bianco
  • della chiesa, di tre fanciulle,
  • il cui cantare stanco
  • vola alle travi brulle;
  • il prete non risponde
  • a quell’anima monde.
  • Ma Gesù Cristo volle
  • Due bambini a piè dell’altare,
  • prese due tristi zolle
  • le fece respirare;
  • ed erano due pargoli,
  • eran nudi com’angioli.
  • In essi, che baloccano
  • sopra gli scalini di marmo,
  • meravigliosi toccano
  • i raggi d’un bel sole calmo;
  • vive, nel Corpus Domini,
  • la Messa senza uomini.

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