Il vangelo di Giovanni è riconosciuto come la più acuta interpretazione dell'evento-Gesù, meritandosi il nome di "vangelo spirituale", come osservato da Eusebio. Il prologo, o introduzione, di questo vangelo, descrive in forma poetica l'opera di Gesù-Verbo e persona divina nell'ampio orizzonte biblico del piano della salvezza tracciato da Dio per l'uomo. Il prologo serve come un riassunto concentrato del contenuto dell'intero vangelo, paragonabile al tema che viene dato all'inizio di un'opera musicale, introducendo il lettore al cuore del messaggio.

Il Verbo Eterno e la Sua Divinità (Gv 1,1-2)
Giovanni colloca il Verbo in Dio, presentandone la preesistenza eterna, l'intimità di vita con il Padre e la sua natura divina. Il termine "Verbo" (greco: Logos) ha come sottofondo la letteratura sapienziale e il tema biblico della parola di Dio nell'Antico Testamento, dove sia la Sapienza che la Parola vengono presentate come "persona" legata a Dio e mandata da Dio nel mondo per orientarlo verso la vita. Il Verbo è una forza che crea, una rivelazione che illumina, una persona che comunica la vita di Dio.
Il Verbo non solo è vicino al Padre, ma rivolto verso il Padre in un atteggiamento di ascolto e di obbedienza. Giovanni afferma con chiarezza, fin dalle prime parole del suo vangelo, che nel Dio unico esiste una pluralità di persone. Per l'uomo della Bibbia "la parola" è l'espressione più profonda e intima di una persona, e lo stesso Dio non sarebbe Dio se non comunicasse la sua Parola dal fondo del suo essere. Anche per l'evangelista Giovanni è così. Il Verbo è generato eternamente dal profondo del seno del Dio-Amore; egli è il volto del Padre, è l'uguaglianza nella diversità delle due persone che si amano e si comunicano. Con questi primi versetti Giovanni ci introduce nel mistero della rivelazione eterna di Cristo.
La Parola, nel suo significato più profondo, deriva da "parabola", che significa "getta fuori", qualcosa che si espone, si propone, si offre, si dona affinché l'altro possa accoglierlo e dialogare. Questo è tipico dell'uomo, ma ancora di più di Dio stesso, che è Parola, ovvero intelligenza, libertà, comunicazione, comunione e amore. C'è un Padre che parla, un Figlio che ascolta e risponde, e l'amore che li lega. Questo è il principio di tutto, e ciò che sta al principio, caratterizza anche ciò che ne deriva, destinando l'uomo all'intelligenza, alla libertà, all'amore, alla comunione e al dono.

Il Verbo Creatore e Fonte di Vita (Gv 1,3-5)
Dopo i primi due versetti introduttivi, Giovanni ci presenta il ruolo del Verbo nella creazione dell'universo e nella storia della salvezza: "Tutto accadde per mezzo di lui e senza di lui non accadde nulla" (v. 3). Il Verbo spinge tutte le cose all'essere e alla salvezza, in quanto esse partecipano alla comunione di vita con lui. Tutta la storia appartiene a lui; tutte le cose sono opera del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret. Ogni uomo è fatto per la luce ed è chiamato ad essere illuminato dal Verbo con la luce eterna di Dio, che è la vita stessa del Padre donata al Figlio.
La luce di Cristo splende su ogni uomo che viene nel mondo e le tenebre lottano per eliminarla. Tuttavia, l'ambiente del male, che si oppone alla luce di Dio e alla parola di Gesù-Verbo, non riesce ad avere il sopravvento e a vincere. La luce vera, che illumina ogni uomo, veniva nel mondo.
Conosciamo la Bibbia - Vangelo secondo Giovanni - 16 Il Prologo
Giovanni Battista: Il Testimone della Luce (Gv 1,6-8; 1,19-39)
La luce venuta nel mondo è preceduta da un testimone, Giovanni il Battista, che ha la missione di parlare a favore della luce. Questo uomo, mandato da Dio, ha un compito ben definito nel piano della salvezza, e lo stesso suo nome "Giovanni" lo rivela: annunciare che "Dio è pieno di amore misericordioso" per tutta l'umanità. Il ruolo del Battista è unico: "venne come testimone, per dare testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo suo" (v.7). Giovanni è il testimone di Gesù che riceve la testimonianza che il Padre dà al Figlio nel battesimo e che vede lo Spirito scendere e rimanere su Gesù (Gv 1,32-34). Egli è colui che conduce l'uomo alla fede in Gesù-Luce.
Il 24 giugno la liturgia celebra la solennità della nascita di San Giovanni Battista. Pietro Crisologo, vescovo della chiesa ravennate, pronunciò parole altissime per Giovanni Battista, definendolo "scuola delle virtù, magistero di vita, modello di santità, norma dei costumi, specchio di verginità, elogio della pudicizia, esempio di castità, via della penitenza, perdono dei peccati, disciplina della fede". I Vangeli riservano al Battista i più grandi onori: "molti si rallegreranno della sua nascita" (Lc 1, 14), "egli sarà grande davanti al Signore (...) sarà colmo di Spirito Santo fin dal seno di sua madre" (Lc 1, 15), avrà lo Spirito e la potenza di Elia (cf. Lc 1, 17); egli è "profeta dell’Altissimo" (Lc 1, 76), è "voce di uno che grida nel deserto" (Gv 1, 23), è un uomo mandato da Dio per dare testimonianza alla luce (cf. Gv 1, 6-7). Gesù stesso l’ha definito "lampada che arde e risplende" (Gv 5, 35), affermando: "Fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni" (Lc 7, 28).
Giovanni è "l’amico dello sposo" (Gv 3, 29). Come Sant’Agostino ha osservato, "Sembra che Giovanni sia posto come un confine tra i due testamenti, l’Antico ed il Nuovo. Infatti che egli sia, in un certo qual modo, un limite lo dichiara lo stesso Signore quando afferma: «La Legge e i Profeti fino a Giovanni» (Lc 16, 16). Rappresenta dunque in sé la parte dell’Antico e l’annunzio del Nuovo. Infatti, per quanto riguarda l’Antico, nasce da due vecchi. Per quanto riguarda il Nuovo, viene proclamato profeta già nel grembo della madre".

Il Rifiuto e l'Accoglienza del Verbo Incarnato (Gv 1,9-13)
Gesù è la luce autentica e perfetta che appaga le aspirazioni umane; la sola che dà senso a tutte le altre luci che appaiono sulla scena del mondo. Questa luce divina illumina ogni uomo che nasce in questo mondo. È la luce che si offre nell'intimo di ogni essere come presenza, stimolo e salvezza. Gesù-Verbo, presente tra gli uomini con la sua venuta, è vicino ad ogni uomo. Benché fosse già nel mondo come creatore e come centro della storia, "il mondo non lo riconobbe" (v.10), cioè gli uomini non hanno creduto nel Verbo incarnato e nella sua missione di salvatore. Al rifiuto del mondo, Giovanni ne aggiunge un altro ancora più grave: "È venuto tra la sua gente e i suoi non l'hanno accolto" (v.11). In altri termini: la Parola del Signore è venuta nel popolo ebraico, ma Israele l'ha respinta.
È presente qui il lungo cammino dell'umanità che, nonostante il progetto di amore e di vita voluto da Dio, ha perso col peccato l'orientamento di tutto il suo essere e non ha riconosciuto il piano amoroso e salvifico di Dio. Se il comportamento dell'umanità, e in particolare quello d'Israele, è stato di netto rifiuto di Gesù-Verbo, tuttavia, un gruppo di persone, un "resto di Israele", l'ha accolto e ha dato una risposta positiva al suo messaggio, stabilendo un nuovo rapporto con Dio: "A quanti l'hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio" (v.12). Solo coloro che accolgono il Verbo e credono nella sua persona divina diventano figli di Dio, perché sono nati da Dio e non da elementi umani. Questo dono della figliolanza divina si accoglie credendo nel Cristo e approfondendo la nostra vita di fede in lui. Accogliere il Verbo significa "credere nel nome" di Gesù, ossia aderire pienamente alla sua persona, impegnare la propria vita al suo servizio.
L'Incarnazione: Grazia e Verità in Gesù Cristo (Gv 1,14-18)
Il versetto 14 è la sintesi di tutto l'inno: si afferma solennemente l'incarnazione del Figlio di Dio. Il vangelo afferma che "il Verbo divenne carne", cioè che la Parola si è fatta uomo, nella sua fragilità e impotenza come ogni creatura, nascendo da una donna, Maria. Questo è l'annuncio da credere per essere salvati. L'espressione "e pose la sua tenda in mezzo a noi" sottolinea lo scopo dell'incarnazione: Dio dimora con il suo popolo stabilmente e per sempre (cfr Ap 7,15). La sua presenza è nella vita stessa dell'uomo e nella carne visibile di Gesù (cfr Gv 2,19-22).
I discepoli hanno contemplato nella fede il mistero di Gesù-Verbo, cioè la gloria che egli possiede come Unigenito venuto da presso il Padre (v.14). Gesù è la rivelazione di Dio, ma in un modo nascosto e umile. Nel vangelo di Giovanni la gloria del Signore è qualcosa di interiore che solo l'uomo di fede può comprendere. La "gloria" di Cristo è la verità del suo mistero: la rivelazione nell'uomo-Gesù del Figlio di Dio venuto da presso il Padre. La "grazia della verità" (v.14) nel linguaggio biblico è il dono della rivelazione che Dio ha offerto all'uomo. La verità, in Giovanni, indica la rivelazione piena e perfetta della vita divina. Il Verbo incarnato è "pieno della verità", ossia è tutto quanto rivelazione. Gesù è "la verità" (Gv 14,6) ossia la rivelazione definitiva e totale. E questa verità è la "grazia" del Padre, il dono supremo che ci ha fatto il Padre. Il Salmo Responsoriale ci ricorda: "Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi."
Tutta la vita di Gesù è manifestazione di Dio, ma per l'evangelista il momento centrale in cui si manifesta la gloria di Dio in tutta la sua potenza è la croce: l'innalzamento di Gesù è la sua glorificazione. Può sembrare paradossale dire che la croce è la glorificazione, ma tutto diventa luminoso se pensiamo che Dio è amore (1Gv 4,8) e la sua manifestazione è dunque là dove appare l'Amore. È sulla croce che l'amore di Dio rifulge in tutta la sua penetrante luce e pienezza.
I credenti sono coloro che hanno ricevuto "dalla pienezza" (v.16) di Gesù-Verbo il dono della rivelazione, che sostituisce ormai quella della legge antica. Ogni credente può attingere a piene mani da questa fonte di vita ed essere partecipe del dono della verità che è in Gesù. La vita di figlio di Dio entra nell'uomo mediante la fede. Il Figlio di Dio, infatti, si è fatto uomo per rendere tutti gli uomini partecipi della sua realtà di Figlio e introdurli nella vita di Dio. "Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto una grazia al posto di un'altra grazia" (v.16).
Le due grazie di cui si parla sono la legge di Mosè e quella di Cristo. Il versetto 17 ci aiuta a comprenderne il senso: "Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo." Per Giovanni, la storia della salvezza abbraccia due momenti fondamentali: il dono della legge nella rivelazione provvisoria del Sinai e "la grazia della verità" nella rivelazione definitiva di Gesù. Le due tappe della rivelazione non sono in contrasto tra loro: Mosè è il rivelatore imperfetto della legge e il mediatore umano tra Dio e Israele, Gesù invece è il Rivelatore perfetto e definitivo della Parola e il Mediatore umano-divino tra il Padre e l'umanità. Il versetto finale del prologo offre un'ulteriore spiegazione del perché Gesù è il compimento della legge di Mosè: perché Dio si rivela in Gesù. Solo il Figlio unigenito ha potuto rivelare il Padre perché nessuno ha mai visto Dio se non il Figlio unigenito che ce l'ha rivelato (v.18).

La Chiamata alla Fede e la Testimonianza Oggi (Gv 1,35-51)
L’evangelista Giovanni racconta anche come Gesù raccolse intorno a sé i primi discepoli, e questo gruppo si forma in un duplice modo: alcuni, Gesù li incontra di persona e rivolge loro un invito formulato con tanta autorevolezza che all’interpellato è impossibile resistere. Altri discepoli, invece, si avvicinano a Gesù perché sono incuriositi e attratti dalla sua fama, perché hanno sentito parlare di lui da qualcuno in cui hanno fiducia. Nel primo modello di chiamata risalta la potenza di Gesù, una potenza che non è di questo mondo; il secondo modello di chiamata è invece molto più consueto, molto più quotidiano, avviene mediante una sorta di "passaparola" che è un’esperienza familiare a tutti noi.
In questi versetti giovannei è appunto con il "passaparola" che entrano a far parte della cerchia di Gesù Andrea, che lo segue per aver ascoltato Giovanni; Simone, che viene condotto a Gesù da suo fratello Andrea; e Natanaele, che viene invitato da Filippo a fare la conoscenza di Gesù. Tra tutti costoro, Natanaele è l’unico al quale Giovanni attribuisce una certa resistenza a questo incontro, uno scarso entusiasmo dettato da scetticismo per un presunto messia proveniente da una località così insignificante come Nazaret. Gesù non si dimostra chiuso né scandalizzato dinanzi a questa esigenza così umana, l’esigenza che Dio si manifesti alla sua creatura non solo mediante la Parola ma anche per altre vie, più concrete, più tangibili.
Oggi chi è in ricerca di Gesù deve rivolgersi a coloro che Gesù ha lasciato come suoi testimoni, a quelli che compongono la sua Chiesa. "Vieni a vedere" è l’invito che anche noi rivolgiamo a chi si avvicina dimostrandosi interessato o incuriosito. Questo invito può essere formulato in altri termini, ma la sostanza resta questa: vieni a "provare", a "gustare", a "toccare con mano"; vieni, insomma, a renderti conto di persona come il Signore si manifesta nella comunità dei credenti. Il visitatore curioso dovrebbe vedere una comunità che, nonostante tutte le sue fragilità, è salda nella fede e cerca di comportarsi come si comporta "chi davvero ha gustato che il Signore è buono", mostrando amore gli uni per gli altri, come Gesù disse ai discepoli nell’ultima cena: "Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri" (Gv 13, 35).

tags: #expository #sermon #on #john #1