Spesso nella vita si arriva a un punto in cui si perde il gusto per ciò che si sta vivendo: le relazioni, il lavoro, l'esistenza stessa sembrano ridotte a una ripetizione senza significato, incapace di risvegliare in noi emozioni e sentimenti. In questi momenti, emerge il desiderio di cambiare, di cercare nuovi stimoli.
Il vero gusto della vita, però, non deriva dal cambiamento superficiale quando si è stanchi, ma dalla capacità di penetrare la profondità di sé stessi. La questione dell'identità profonda del proprio essere può essere risolta affrontando apertamente la lotta contro le "tentazioni", che rivelano i nostri totem più nascosti.

Nel linguaggio comune, "essere tentati" significa sentirsi attratti dal gusto del proibito. La Bibbia, tuttavia, invita a considerare la tentazione come un momento di verifica della solidità delle scelte compiute dalle persone, un'occasione di crescita. Nella tentazione è insito anche il rischio di errori, ma questo pericolo è inevitabile se si vuole maturare.
Il periodo quaresimale propone da sempre questo grande pellegrinaggio interiore, scandito da tre tappe fondamentali: l'elemosina, la preghiera e il digiuno.
Le Tre Colonne della Quaresima
L'Elemosina: Commozione e Giustizia
Etimologicamente, la parola "elemosina" deriva da una radice greca che significa commuoversi, avere pietà, intervenire in favore di chi è nel bisogno perché ci si sente emotivamente coinvolti nel suo problema: l'altro non è estraneo! È un modo concreto di dialogare.
Nel mondo ebraico, non esiste un termine specifico per definire l'elemosina, ma la si chiama semplicemente "tzedakáh", che significa giustizia. Questo sottolinea come l'atto di dare non sia solo carità, ma un ristabilimento dell'equilibrio e della dignità.
La Preghiera: Apertura alla Realtà e al Mistero
La preghiera non altera il nostro stato d'animo, né ci fa raggiungere confini inesplorati della nostra psiche. Piuttosto, ci apre alla realtà, facendoci cogliere l'altra faccia delle cose: quella vera che non appare subito.
Nel racconto della Trasfigurazione (Lc 9,28-36), Gesù non divenne un altro, non perse la sua identità, ma la manifestò, e questo accadde mentre i discepoli erano in preghiera. Al contrario, nel Getsemani, i discepoli si addormentarono, e il loro sguardo rimase chiuso sul mistero profondo che si stava consumando.
Dobbiamo ammettere, con un po' di tristezza, che il Signore non sempre è al primo posto nella gerarchia dei nostri interessi, del nostro tempo, dei nostri affetti. Ogni ragione è buona per rimandare a un momento successivo il nostro incontro orante con Dio. "Ci sono tante cose da fare!" è la motivazione dietro la quale ci rifugiamo spesso per scusare la povertà della nostra preghiera.
In verità, la povertà della preghiera è una povertà di fede e di amore. Di fede: perché forse non crediamo davvero che la preghiera è il momento dell'incontro a tu per tu con il Signore, il tutto della nostra vita. Sulla preghiera, intesa nella sua qualità come anche nella sua quantità di tempo, si gioca il nostro cammino di santità.
CantoGesu: Preghiera, colloquio con Dio (Padre Claudio Traverso)
Il Digiuno: Purificazione e Liberazione
Il digiuno quaresimale, a livello personale, purifica dal peccato e libera dall'autoreferenzialità. A livello comunitario, invece, diventa un monito che ci invita a renderci conto di quanto le strutture di peccato, ovunque esse si annidino, siano in grado di generare emarginazione e disuguaglianza.
La pratica del digiuno, pertanto, non è soltanto una questione materiale, ma essa - particolarmente oggi - va estesa, come insegna papa Leone XIV, anche al linguaggio umano. Il Signore, infatti, ci chiede di "digiunare" in particolar modo da quelle parole che feriscono, calunniano o escludono.
Queste due dimensioni del digiuno hanno la forza di rigenerare la comunione ecclesiale e di rendere credibile la testimonianza cristiana nel mondo. In questo nostro tempo lacerato da lotte e discordie, una comunità che sa digiunare dalla violenza verbale è una comunità credibile e libera per amare; è una comunità in grado di avviare autentici processi sinodali.
La Quaresima come Scuola di Conversione e Amore
La Quaresima è un tempo spiritualmente molto ricco: è una vera scuola di conversione, che ci riconduce con la forza della Parola di Dio al cuore del mistero cristiano. Guidati dallo Spirito "nel deserto" (Lc 4,1), siamo chiamati - nella logica della beatitudine "beati i poveri" - ad imitare il Figlio di Dio che si è fatto povero per arricchirci.
La povertà alla quale la Quaresima ci richiama è duplice:
- La povertà materiale è segno della fragilità umana e risultato delle ingiustizie sociali.
- La povertà spirituale, invece, è la scelta libera e responsabile per servire i fratelli nel nome di Dio.
Gesù stesso ha scelto la via della povertà per potersi identificare meglio con quella parte di umanità ferita dalle disuguaglianze e dai soprusi (Mt 25,40). La Quaresima è, dunque, tempo di conversione personale e comunitaria.
In questo percorso spirituale si inserisce la "pratica del digiuno". Se siamo pieni di tante cose, se il cuore è tutto occupato e impegnato, come possiamo sentire il desiderio di Cristo? Il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all'accoglienza della Parola di Dio. L'astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo "fame" e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento.

Superare Disperazione e Presunzione
A volte, all'inizio di un nuovo tempo quaresimale, non sempre ci ritroviamo nella gioia interiore. Forse, almeno un po', pesa anche a noi entrare con decisione in un nuovo itinerario penitenziale.
Questo atteggiamento del cuore può assumere una duplice forma di malattia spirituale:
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Mancanza di Fiducia (Disperazione)
"Ho provato già tante volte…! Ho provato negli anni passati, ma ancora mi ritrovo al punto di partenza o solo poco più avanti rispetto a dove mi trovavo allora": non vale la pena riprovare ancora. Qui ravvisiamo una sorta di "disperazione", come definita dal Catechismo della Chiesa Cattolica: "Per la disperazione, l'uomo cessa di sperare da Dio la propria salvezza personale, gli aiuti per conseguirla o il perdono dei propri peccati" (n. 2091). Prigionieri di questa "disperazione" spirituale, ci limitiamo a portare avanti la nostra vita nel segno di quella mediocrità che un giorno avevamo promesso non sarebbe mai stata la regola della nostra sequela di Gesù.
È di vitale importanza diventare consapevoli di questo atteggiamento del cuore, se fosse il nostro in questo momento. Da questo torpore è necessario risvegliarsi con urgenza. La santità deve ridiventare il senso della nostra risposta alla chiamata di Dio. Non arrendiamoci di fronte alle passate sconfitte, subite nella lotta. Abbiamo peccato, è vero: ma Dio è misericordia infinita. Siamo deboli e poveri, ma Dio è grande e potente nell'amore. Forse abbiamo perso qualche battaglia, ma l'esito della guerra non è stato ancora deciso. E noi, questa guerra la vogliamo vincere ad ogni costo.
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Presunzione dello Spirito
Qui ci ritroviamo esattamente all'opposto della forma precedente: viviamo una sorta di "presunzione" dello spirito. Il Catechismo della Chiesa Cattolica la definisce: "Ci sono due tipi di presunzione. O l'uomo presume delle proprie capacità (sperando di potersi salvare senza l'aiuto dall'Alto), oppure presume dell'onnipotenza e della misericordia di Dio (sperando di ottenere il suo perdono senza conversione e la gloria senza merito)" (n. 2092).
Se nella forma precedente della malattia ci si incontrava con una mancanza di fiducia nella forza trasformante della grazia di Dio, qui ci si incontra con una non corretta comprensione del mistero dell'amore di Dio. In entrambi i casi è in questione l'uomo, ma in verità, andando più a fondo, ci si accorge che in questione è sempre il volto di Dio. Tutti noi siamo un po' "disperati" e un po' "presuntuosi". L'esito, se pure per vie diverse, è lo stesso: la mediocrità della vita cristiana, la resistenza all'amore di Dio che chiama alla perfezione della carità. L'esatto contrario di ciò che è costitutivo della nostra vocazione. Proprio per questo tutti abbiamo bisogno di conversione e la Quaresima, per tutti, è un tempo di grazia da accogliere con la gioia nel cuore. Mediocri no, non possiamo e non dobbiamo sopportare di esserlo! Di conseguenza, né disperati, né presuntuosi.

La Chiamata alla Conversione: Cambiare Direzione
È per questo che all'inizio del percorso quaresimale, il Mercoledì delle Ceneri, la Chiesa ci fa riascoltare la parola chiave con la quale Gesù dà inizio al suo ministero pubblico, proprio nel momento toccante in cui riceviamo sul capo il segno delle ceneri, richiamo eloquente a ciò a cui siamo destinati - la cenere, la polvere - se ci collochiamo al di fuori dell'orizzonte dell'amore di Dio.
"Convertitevi e credete al Vangelo", dice il Signore. Potessimo metterci in ascolto di queste parole come se le udissimo per la prima volta! Forse ci può venire in aiuto l'esperienza sempre nuova e affascinante dei grandi convertiti. Per tutti si ripete la gioia di una scoperta che provoca il cambiamento radicale della vita. Che non è cambiamento di qualche particolare, pur significativo, del proprio modo di pensare o di comportarsi. Non è solo trasformazione alla superficie di un genere di vita che rimane sostanzialmente uguale a se stesso. È, al contrario, una trasformazione in radice di tutto l'essere, della mente e del cuore, dell'intelligenza e della volontà, dei sentimenti e delle emozioni.
È proprio questa la conversione che è richiesta a noi nel tempo della Quaresima. Come ha sottolineato il Santo Padre durante l'udienza generale del Mercoledì delle Ceneri: "Il primo richiamo è alla conversione, parola da prendersi nella sua straordinaria serietà, cogliendo la sorprendente novità che essa sprigiona. L'appello alla conversione, infatti, mette a nudo e denuncia la facile superficialità che caratterizza molto spesso il nostro vivere. Convertirsi significa cambiare direzione nel cammino della vita: non, però, con un piccolo aggiustamento, ma con una vera e propria inversione di marcia. Conversione è andare controcorrente, dove la 'corrente' è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio, che spesso ci trascina, ci domina e ci rende schiavi del male o comunque prigionieri della mediocrità morale."
Con la conversione, invece, si punta alla misura alta della vita cristiana, ci si affida al Vangelo vivente e personale, che è Cristo Gesù. È la sua persona la meta finale e il senso profondo della conversione, è lui la via sulla quale tutti sono chiamati a camminare nella vita, lasciandosi illuminare dalla sua luce e sostenere dalla sua forza che muove i nostri passi. In tal modo la conversione manifesta il suo volto più splendido e affascinante: non è una semplice decisione morale, che rettifica la nostra condotta di vita, ma è una scelta di fede, che ci coinvolge interamente nella comunione intima con la persona viva e concreta di Gesù.
Convertirsi e credere al Vangelo non sono due cose diverse o in qualche modo soltanto accostate tra loro, ma esprimono la medesima realtà. La conversione è il "sì" totale di chi consegna la propria esistenza al Vangelo, rispondendo liberamente a Cristo che per primo si offre all'uomo come via, verità e vita, come colui che solo lo libera e lo salva.
CantoGesu: Preghiera, colloquio con Dio (Padre Claudio Traverso)
L'Esempio del Curato d'Ars: Affidamento Totale
Per comprendere meglio cosa significhi consegnare totalmente la propria vita al Vangelo, possiamo guardare all'esperienza spirituale del Santo Curato d'Ars, San Giovanni Maria Vianney, additato dal Papa come esempio per ogni sacerdote.
Una delle opere distintive del suo ministero fu l'istituzione della "Providence", un orfanotrofio e una scuola femminile. Per oltre vent'anni, fu la sua casa, dove compiva i suoi doveri e incontrava le piccole orfanelle.
Quando la "Providence" fu affidata a una Congregazione religiosa femminile, questo provocò al Curato d'Ars una grande sofferenza. Si trovava costretto ad abbandonare un'opera che aveva pensato, avviato e consolidato. Tuttavia, San Giovanni Maria Vianney visse con totale abbandono alla volontà di Dio anche questo non facile passaggio della sua vita e del suo ministero. La sua vita non ebbe che una patria: la voce di Dio, alla quale si affidò sempre e senza condizioni, anche quando si trattò di abbandonare la "Providence".
La parrocchia di Ars, dove San Giovanni Maria Vianney rimase per oltre quarant'anni, inizialmente non si distingueva certo per l'alta qualità della vita cristiana: scarsa frequenza alla Messa, ignoranza religiosa, assidua frequentazione delle osterie e balli pubblici caratterizzati da disinvolta promiscuità. Eppure, alcuni anni dopo l'arrivo del Santo Curato, si cominciò a dire che "Ars non era più Ars". Il motivo di un cambiamento così sorprendente fu lo zelo pastorale di San Giovanni Maria Vianney, pastore instancabile del suo gregge. Egli, ad esempio, passava ore e ore davanti al Tabernacolo, in colloquio intimo e confidente con il Signore presente nella SS. Eucaristia. La sua Messa era una vera e propria scuola di adorazione e di fede. Il Curato d'Ars è l'ennesima riprova che dove sboccia la santità lì c'è sempre una grande vita di preghiera.
La Povertà della Preghiera
Il discernimento ci aiuta a capire ciò che è buono e ciò che è male, anche a scorgere l'azione del nemico, che tiene tutto al buio, e vuole impedirci di riconoscerci "figli amati e perdonati", vuol fare breccia nel nostro cuore per operare sulle nostre debolezze e difficoltà per approfittare. Il desiderio ci fa muovere, ci fa uscire dai nostri palazzi, dalle nostre sicurezze, e il desiderio implica dei rischi, tra questi: la paura. La povertà della preghiera è una povertà di fede e di amore. Di fede: perché forse non crediamo davvero che la preghiera è il momento dell'incontro a tu per tu con il Signore, il tutto della nostra vita.
La Quaresima come Cammino sinodale e Responsabilità Civica
Per la nostra diocesi, che è in cammino verso la celebrazione del Sinodo diocesano, la Quaresima deve diventare tempo fruttuoso di esercizi di sinodalità, cioè di ascolto reciproco, discernimento condiviso e azione collegiale per camminare insieme.
La Quaresima, inoltre, ci ricorda che la Chiesa, se desidera essere fedele al Vangelo, non deve mai sottrarsi alla responsabilità civica: deve farsi voce presso le istituzioni per chiedere politiche che sappiano promuovere un lavoro dignitoso per tutti, che siano in grado di chiedere abitazioni per quelle famiglie che sono senza un tetto e che sappia garantire formazione culturale ed etica.
Le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l'ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale.
Dobbiamo cominciare a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. È bello vivere in mezzo agli altri quando non ci sono maschere, quando c'è sincerità, quando non c'è divisione, quando non si denigra l'altro per mettere in risalto sé stessi. Quello che porta ai conflitti è la prepotenza, l'arroganza, spesso nelle parole, che feriscono la persona e la comunità che si frammenta. Le ferite ci segnano, ci fanno soffrire, anche quando qualcuno non vorrebbe farci del male.
Il percorso di quaresima invita a fare un cammino insieme, come popolo di Dio, come discepoli di Gesù. Di quante divisioni soffre la nostra comunità! Noi nasciamo nudi, vulnerabili, presentiamo le nostre ferite, il nostro dolore, facendole emergere davanti a Dio, riconoscerle, ricucire i frammenti con il filo d'oro.

Riscoprire il Gusto della Vita e l'Amore di Cristo
La Quaresima è un tempo favorevole per crescere nell'amore. La carità nella vita del battezzato, alimentata dall'ascolto della Parola di Dio e dalla partecipazione attiva ai sacramenti, è sempre il frutto maturo dell'azione della grazia. Il ricordo dei 950 anni della fondazione della Cattedrale di Melfi diventi per la nostra Diocesi segno profetico: come la comunità cristiana melfitana nel 1076 fu segno di una realtà ecclesiale creativa e coraggiosa, così oggi siamo chiamati a edificare una Chiesa che sappia dare speranza a tutti, in modo particolare ai giovani. "Memoria" e "missione" devono intrecciarsi: in questo modo riscoprire le radici di un popolo non si riduce ad un'operazione nostalgica, ma riesce ad essere presenza propositiva che si fa carico delle sfide del presente e si protende con speranza verso il futuro.
La Grande Quaresima conduce l'uomo alla Pasqua, alla Risurrezione. Una persona limita i suoi bisogni di cibo, di divertimento. Naturalmente, il digiuno non è solo l'astinenza nel cibo, è il ripristino della pace interiore nel nostro cuore. Il movimento dell'anima verso Dio è una lotta contro il peccato. Perché il cuore possa accogliere l'amore di Cristo, deve essere aperto all'amore, alla compassione, all'umiltà e alla pazienza.
La mente e i sentimenti di una persona intemperante e non umile vagano alla ricerca di cibo peccaminoso per le emozioni, per esprimere i propri desideri, per combatteresi con il prossimo. Il peccato che entra in una persona distrugge il mondo interiore, rende una persona incapace di essere attenta e sensibile a ciò che sta accadendo dentro e fuori. E così non vediamo il nostro prossimo, offendiamo gli altri con la nostra parola, lo sguardo, il nostro comportamento e non ce ne accorgiamo. Viviamo nel modo che pensiamo sia più conveniente, più semplice, più ricco. E se nel nostro cammino incontriamo una persona a cui bisogna dare qualcosa, per la quale bisogna fare qualcosa, non ce ne accorgiamo o ci allontaniamo consapevolmente dal nostro prossimo. E questa vita, costruita sull'autostima, l'autoimportanza, l'orgoglio, rende la persona morta, incapace di vedere o sentire chi è vicino, e così Dio diventa morto per l'anima morta, che non ha pentimento, non ha amore, che è chiusa nel suo 'io' e non vuole conoscere nessuno tranne se stessa.
La Chiesa parla del Regno dei Cieli, ma il Regno dei Cieli inizia qui, sulla terra, quando il Signore entra nel cuore, quando cominciamo ad avere la compassione ed empatia per il prossimo. Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi (Gv 15,12). I frutti dell'amore di Dio, i frutti dello Spirito Santo sono la pace interiore e la bellezza di Dio in un uomo, che si esprime nella parola, nello sguardo e nei pensieri. La persona in cui Dio dimora, diventa fonte di amore e di pace. E acquisire la pace di Cristo, aprire il proprio cuore all'amore di Dio significa aiutare coloro che sono vicini a te. La scuola dell'amore è l'Eucaristia. La passione rende una persona schiava, la passione la blocca e la rende incapace di creare, inventare, costruire in questo mondo. Il cammino del digiuno è il cammino verso la Vita Eterna e lo percorriamo insieme con i nostri vicini. E l'astinenza non è tristezza esteriore, non è qualche aspra regola di vita esteriore. Questa è gratitudine a Dio per ciò che hai, questo è un atteggiamento attento a ciò che ti viene dato in questa vita, questo è la sopportazione umile di quei dolori, malattie e perdite che sono inevitabili in questo mondo.
Un pensiero peccaminoso, una parola peccaminosa, e una persona perde il contatto con Dio e con il suo prossimo. Quindi, ovviamente, dobbiamo essere molto attenti a ciò che diciamo e a dove andiamo in questo mondo. Pensiamo alle conseguenze dei nostri azioni in questo mondo, non affrettiamoci quando sembra che possiamo fare qualcosa senza pensare e ottenere un piacere immediato. Il digiuno ci aiuta a dare uno sguardo sobrio a noi stessi, a concentrare la nostra forza sullo stato interiore della nostra anima e vedere il nostro peccato.
In questo percorso spirituale, il gesuita e filosofo padre Gaetano Piccolo sostiene che "Non possiamo parlare di fede se non la viviamo nella sua dimensione relazionale, altrimenti possiamo parlare di dogmatismo, dove aderiamo a delle idee che diventano ideologie, invece la fede è una relazione con Cristo." La nostra vita affettiva è stata messa da parte. Dio si è incarnato, si è fatto uomo e nella nostra esperienza umana, la relazione con Cristo si vive con affetti, sentimenti, desideri, pensieri, di ciò che si muove dentro di noi. Il gesuita propone una "scuola degli affetti", e questa scuola è il cuore di Cristo. Nel nuovo messaggio di quaresima, papa Leone XIV, per vivere una dimensione più piena della vita, invita a guardare il cuore di Cristo perché possiamo vivere la dimensione del nostro cuore.
Questo cammino di Quaresima è un tempo per vivere "correndo", non con la frenesia cui siamo spesso abituati, bensì lasciandoci entusiasmare dalla corsa di chi accoglie il dono della fede e si pone accanto al Signore Gesù, per fare la sua stessa strada! "Correre accanto" a Gesù significa imparare a conoscerlo e a comprendere i suoi sentimenti, i suoi pensieri ed azioni, come ci suggerisce San Paolo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo» (Fil 2). Ogni giorno scopriremo un sentimento che saremo invitati a vivere. In secondo luogo ai personaggi dei Vangeli delle domeniche di Quaresima, che nel rito ambrosiano sono testimoni posti al nostro fianco che hanno incontrato Gesù o hanno sperato nel suo nome: la Samaritana, Abramo, il Cieco Nato, Marta sorella di Lazzaro e Giovanni l'evangelista - che è stato «accanto» a Gesù nei giorni della sua Passione e Risurrezione. Anche loro hanno nel cuore quei «sentimenti» che il Maestro ha impresso in loro indelebilmente e di cui possiamo anche noi “rivestirci”.
“Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione”. Non si segue Cristo come se si segue un’idea, ma si segue una persona viva e vivente. L’importanza dell’ascolto nella relazione è necessaria per entrare in relazione con l’altro. Quanto ascoltiamo Cristo nella sua Parola? Quanto ci ascoltiamo tra di noi? Quanto ascoltiamo il battito del sole, il soffio dell’alba, il fruscio di un albero? C’è un sentire nell’ascolto, c’è un sentire nell’amore, uno stimolo, una provocazione, che possono essere emozioni, se sono provvisorie, sentimenti, quando perdurano nel tempo. Quanto conosciamo i movimenti del nostro cuore? L’ascolto della Parola ci educa ad una relazione, ad un’amicizia, e siamo chiamati a riscoprire e rinnovare questo rapporto dilatando il cuore. Abbiamo desiderio di essere amici di Cristo? E’ il motore della relazione.
“Tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta.”
Viviamo questa Quaresima come un tempo di vera conversione. Digiuniamo non soltanto dal cibo, ma anche dal linguaggio che divide; nutriti della Parola di Dio ascoltiamo con attenzione i poveri, giovani e le famiglie; pratichiamo opere concrete di solidarietà e giustizia; impegniamoci insieme, senza paura, a costruire relazioni fraterne e riconciliate.
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