Il compito di un nunzio apostolico è intrinsecamente complesso, poiché bilancia la dimensione sacra della Chiesa con le necessità pragmatiche delle istituzioni mondane. Questa missione, che richiede un difficile equilibrio tra religiosità e interazione politica, è particolarmente evidente in contesti storici e sociali tesi, come quello di El Salvador. La storia recente del Paese centroamericano è costellata di momenti critici in cui l'operato della diplomazia vaticana, incarnata dai nunzi, ha dovuto navigare tra le esigenze della fede, la ricerca di giustizia sociale e le pressioni politiche.

Il Contesto Storico: L'Arcivescovo Oscar Romero e la Reazione della Nunziatura
La Trasformazione di Romero e il Suo Martirio
Oscar Arnulfo Romero nasce il 15 agosto 1917 a Ciudad Barrios, un paesino di mille abitanti. La sua formazione fu profondamente influenzata dai sei anni di studio trascorsi a Roma (1937-1943), presso la Pontificia Università Gregoriana, che lo portarono a maturare un senso più universale della Chiesa. Questo periodo favorì una "romanizzazione" di Romero, incentrata su un'idea alta della funzione ecclesiastica e sull'affermazione del primato dell'ecclesiale e dello spirituale. Gli studi romani furono per il giovane Romero occasione di formazione, non di ricerca teologica, e si tradussero in un'adesione al Magistero della Chiesa e un puntiglioso svolgimento dei propri doveri di pietà religiosa. Il 4 aprile 1942, a 25 anni, fu ordinato sacerdote.
Fino al 1967, per ventitré anni, Romero prestò servizio nella diocesi di San Miguel, ricoprendo numerosi incarichi, dal segretario del vescovo al parroco, fino all'assistente di diverse associazioni. Il Romero di San Miguel, in continuità con il periodo romano, si rifaceva per lo più alla tradizione. Le sue preoccupazioni riguardavano in particolare la cura dei doveri spirituali e liturgici, la disciplina ecclesiastica, il contrasto alla diffusione del protestantesimo, la lotta contro i massoni e la denuncia del comunismo. La difesa e la trasmissione dell'ortodossia cattolica nella sua integrità rappresentavano la sua costante preoccupazione.
Nel 1971, la pubblicazione del testo di Gustavo Gutierrez "Teologia della liberazione" segnò un punto di svolta nel pensiero teologico latinoamericano, preoccupando inizialmente Romero, che ne temeva una deriva troppo politicizzata. Tuttavia, l'esortazione apostolica di Paolo VI, Evangelii nuntiandi, gli permise di leggere con chiarezza le novità che invadevano la chiesa latinoamericana: il Papa affermava che la liberazione evangelica è liberazione da tutte le schiavitù, personali, sociali e strutturali che feriscono e degradano l'uomo.
Il 21 aprile 1970 Romero venne nominato vescovo, scegliendo come motto episcopale "Sentir con la Iglesia", un programma di vita che indicava il suo amore e attaccamento alla Chiesa. Non tutti i sacerdoti salvadoregni accolsero con entusiasmo la nomina del nuovo vescovo; i più favorevoli ai cambiamenti del Concilio e della Conferenza di Medellin videro nella nomina di Romero una vittoria della tradizione e della parte della Chiesa latinoamericana avversa a ogni cambiamento. Il 15 ottobre 1974 Romero fu nominato vescovo di Santiago de Maria, dove rimase per due anni, mantenendo sempre posizioni fedeli alla tradizione, insomma, un vescovo conservatore.
Alla fine del 1976, l'arcivescovo di San Salvador, mons. Luìs Chavez Gonzalez, si dimise per limiti di età. L'ausiliare, Arturo Rivera y Damas, sembrava il candidato naturale, ma le sue posizioni critiche verso il governo gli impedirono di ottenere l'incarico. La scelta, sostenuta dalle massime autorità ecclesiali della regione e dall'oligarchia, cadde così su Oscar Romero, ritenuto più moderato. Pochi giorni dopo, il 12 marzo 1977, il gesuita padre Rutilio Grande, fraterno amico di Romero, fu assassinato a colpi di arma da fuoco insieme a due contadini. Rutilio Grande, con la sua vita accanto ai contadini, era visto come colui che li spingeva alla lotta politica e sindacale; era ritenuto un pericolo per gli interessi degli agrari. Romero considerava padre Rutilio un vero uomo di Dio. L'assassinio del gesuita costituì pertanto un fatto sconvolgente per l'arcivescovo: per la prima volta la violenza del potere lo toccò nei suoi affetti più cari e lo costrinse a interrogarsi a fondo sui motivi di tutto ciò. Di fronte al cadavere dell'amico, Romero iniziò a comprendere che il Corpo vivente di Cristo, i poveri, erano oppressi e uccisi da un potere politico ed economico che si presentava come baluardo della cristianità, ma che in realtà era inumano e anticristiano.
Tra il 1977 e il 1980 altri cinque sacerdoti vicini a mons. Romero furono assassinati dalle Forze di sicurezza e dagli squadroni della morte, oltre a un numero imprecisato di catechisti, delegati della Parola, contadini sindacalizzati ed esponenti delle forze di opposizione. Romero stesso parlava di una "svolta" nella sua vita. A Oscar Romero, divenuto la voce di un popolo oppresso e perseguitato, ogni fine settimana Marianella García Villas (presidente della Commissione per i diritti umani, poi assassinata il 13 marzo 1983) faceva pervenire informazioni dettagliate su quanto avvenuto nel Paese: uccisioni, torture, massacri, sparizioni. Le sue omelie, ascoltate e venerate da una parte, temute e osteggiate dall'altra, erano diffuse in tutto il Salvador dalla radio diocesana Ysax e rappresentavano il tentativo di illuminare con la Parola di Dio i momenti difficili e tragici che il Salvador stava vivendo. "Una predicazione che non denunci il peccato, non è predicazione del Vangelo," affermava. Egli sottolineava che la dimensione politica della fede non è altro che la risposta della Chiesa alle esigenze del mondo reale e socio-politico in cui essa vive, optando per i poveri reali e non fittizi, per coloro che sono realmente oppressi e repressi.
Con gli inizi del 1980 la situazione in Salvador degenerava sempre più. Le forze armate e gli squadroni della morte continuavano la loro opera di repressione. Gli appelli di Romero a cessare la repressione e attuare le riforme restavano inascoltati. L'arcivescovo si rivolse anche ai gruppi rivoluzionari, chiedendo loro di abbandonare la strada della violenza. "Mai abbiamo predicato la violenza, solo la violenza dell’amore," ribadiva. Il 17 febbraio 1980 Romero prese un'iniziativa senza precedenti: scrisse al presidente americano Carter per chiedergli di non concedere aiuti militari alla Giunta salvadoregna, poiché essi avrebbero favorito la repressione. La richiesta non fu accolta. Domenica 23 marzo, ultima di Quaresima, Romero celebrò la messa nella basilica del Sagrado Corazón, appellandosi direttamente ai soldati perché non obbedissero a leggi ingiuste e non agissero contro la legge di Dio. Lunedì 24 marzo 1980, alle ore 18,25, mentre stava celebrando la Santa Messa, appena terminata l'omelia, l'arcivescovo Oscar Arnulfo Romero fu colpito al cuore da un colpo di arma da fuoco e morì poco dopo in ospedale. Veniva così messa a tacere la voce che nella nazione centroamericana denunciava violenze, sequestri, omicidi, indicando responsabilità e complicità.

Il Ruolo del Nunzio Apostolico Girolamo Prigione
La figura del nunzio apostolico Girolamo Prigione è legata a momenti cruciali della storia salvadoregna. Forse la citazione di Romero sconvolse Prigione, facendogli riaffiorare il ricordo di quando era nunzio in Salvador. Fu proprio Prigione ad aver suggerito Romero quale vescovo ausiliare e poi primate, considerandolo "topo di biblioteca, studioso conservatore, testa fra le nuvole", una presenza che rassicurava le grandi famiglie, un tipo così che non avrebbe mai messo naso nei poteri politici e sociali che stremavano milioni di persone. Purtroppo, Romero non sopportava violenza e massacri, e chiuse i libri per affrontare il dramma fino a quando due colpi di fucile lo fermarono sull’altare.
Prigione, in altre occasioni, aveva fatto sapere di considerare disobbediente ogni pastore che applicava i principi disegnati dal Concilio Vaticano II. In Messico, il suo "ricamo diplomatico" aveva lo scopo di creare un concordato tra il Vaticano e il governo messicano. Per garantirsi l’appoggio delle nomenclature politiche, Prigione aveva "ripulito le gerarchie messicane" dalla presenza di vescovi che si mescolavano alla speranza della teologia della liberazione, suscitando il risentimento dei governi. Circondò la nunziatura di pastori che sdegnavano il "populismo" dei preti impegnati fra i senza niente, favorendo l'ascesa di figure come monsignor Posadas di Tijuana e monsignor Reyoso di Monterrey, che scalavano rapidamente le gerarchie, considerati guardiani prediletti del gruppo che i preti senza censo chiamavano "club di Roma".
Quando il vescovo Samuel Ruiz, pastore minacciato di morte in Chiapas, si schierava dalla parte dei contadini senza diritti, l'Osservatore Romano si commosse schierandosi al suo fianco e citando Romero: "coraggiosamente sfida il martirio come il vescovo Romero ucciso in Salvador." Questo atto provocò la stizza di Prigione, che smentì duramente l'Osservatore Romano, rimpicciolendolo in "uno dei tanti giornali cattolici, ma non voce ufficiale del Vaticano". La sua reazione mostrava la volontà di mantenere una linea diplomatica che non si discostasse dalle strategie vaticane verso il potere politico, anche a costo di mettere a tacere voci di dissenso interno alla Chiesa.
Il Massacro dei Gesuiti dell'UCA e la Ricerca di Giustizia
La Tragedia del Novembre 1989
Il potere di destra si accanì contro l’Università dei gesuiti (UCA) perché erano persone che "davano disturbo". I gesuiti erano chiamati comunisti e marxisti, anti-patrioti, persino atei. Il 16 novembre 1989, un commando delle Forze armate salvadoregne penetrò nel campus dell’Università e uccise il rettore, lo spagnolo Ignacio Ellacuría, e altre sette persone, tra cui cinque preti (Amando López, Juan Ramón Moreno, Segundo Montes, Ignacio Martín Baró, Joaquín López), la cuoca Elba Ramos e sua figlia Celina di 16 anni. Lo "squadrone della morte" irruppe nel Centro pastorale dell’ateneo, rastrellò chi c’era e li fucilò faccia a terra senza lasciare testimoni in vita.
Il teologo Jon Sobrino, scampato alla strage, conosceva bene i suoi colleghi e amici, e affermò che erano "cristiani tutti d’un pezzo, convinti di seguire Gesù di Nazaret nella lotta di liberazione dall’ingiustizia e dai soprusi". Non fu mai il marxismo la loro fonte principale di ispirazione, come si sosteneva anche nella Curia romana. Il rettore, Ignacio Ellacuria, era una celebrità come filosofo e teologo. Era il vangelo di Gesù che ispirava l’azione dei gesuiti, fedeli alle parole del vescovo massacrato Romero: "I processi politici vanno giudicati a seconda se vanno o no a beneficio del popolo." Per questo appoggiavano quanto di positivo c’era nei movimenti popolari e anche nel FMLN, criticandone però le azioni terroristiche e gli assassini dei civili. Erano per il dialogo e il negoziato con i capi del movimento. Era un'idiozia - disse Sobrino - affermare che fossero la facciata ideologica del FLMN; erano invece la facciata delle maggioranze popolari, dei poveri e degli oppressi del Paese.

La Riapertura del Processo e la Ricerca della Verità
Dopo anni, si è riaperto il processo contro i presunti autori intellettuali del massacro dei sei gesuiti dell’Università centroamericana di San Salvador e delle due collaboratrici. Le autorità dell’università, "davanti alla passività dei diversi organi dello Stato", avevano depositato una richiesta presso il Tribunale Terzo di Pace di San Salvador "per la riapertura del Caso Gesuiti con il fine di riprendere il processo contro gli autori intellettuali del crimine". Il tribunale ha ordinato alla Procura di riaprire il caso e procedere all’udienza preliminare. Bisognerà ancora aspettare una sentenza della Camera costituzionale della Corte suprema che ha annullato una legge di amnistia del 1993, ma è questione di giorni.
I militari accusati del crimine sono i generali, oramai in pensione, Humberto Larios, Juan Rafael Bustillo, Francisco Elena Fuentes, Rafael Zepeda, il defunto René Emilio Ponce e il colonnello Inocente Montano, quest’ultimo estradato in Spagna dagli Stati Uniti e in questo momento sotto processo per questo stesso crimine. Dalla riapertura delle indagini sono esclusi gli autori materiali, perché sebbene siano stati processati nel corso di un procedimento che la parte lesa considera "una farsa", la stessa accusa ritiene che la verità sia stata raggiunta e giustizia fatta. Gli autori dell’eccidio sono noti, un commando di militari del battaglione anti-guerriglia Atlacatl, e le motivazioni anche: decapitare le presunte teste pensanti del movimento insurrezionale che si stava preparando.
A muovere le fila della riapertura delle indagini sono il rettore della UCA, il gesuita Andreu Oliva, il direttore dell’Istituto per i Diritti Umani (Idhuca) della stessa Università padre José Maria Tojeira, e l’avvocato dell’Idhuca Arnau Baulenas. "Semplicemente non conosciamo ancora tutta la verità," ha ribadito Andreu Oliva, "C’è ancora una nebulosa che avvolge i fatti. Chi ha dato l’ordine, perché l’ha fatto, come si è tramato l’assassinio. È emerso con tutta evidenza che l’azione è stata molto ben pianificata e organizzata." Andreu Oliva ha anche parlato di perdono degli autori a nome dei suoi colleghi e di tutta l’Università Centroamericana, sottolineando che "giustizia e misericordia non sono in contraddizione." La giustizia consiste nel conoscere la verità dei fatti e nell'applicare civilmente ai responsabili ciò che le leggi stabiliscono. Il perdono si dà esplicitamente se si sa chi si sta perdonando e per che cosa. "In noi non c’è nessun rancore, noi abbiamo perdonato, non abbiamo nessun desiderio di vendetta. Vogliamo sapere chi sono i responsabili della morte dei nostri fratelli e perché sono stati uccisi nel modo in cui lo sono stati."
La Nunziatura Apostolica Oggi in El Salvador
L'Arcivescovo Santo Rocco Gangemi: Un Ponte tra Tradizione e Realtà
L'Arcivescovo Santo Rocco Gangemi, messinese di origine, dopo lunghi anni di servizio diplomatico per la Santa Sede in Africa e altri continenti, è stato nunzio apostolico in El Salvador. Al suo arrivo in quella Nazione, il suo primo atto ufficiale fu celebrare con solennità la canonizzazione del martire della fede Mons. Romero, San Oscar, veneratissimo dell’intera America Latina, elevato agli altari per volontà di Papa Francesco nell’ottobre del 2018. Questo gesto simbolico ha segnato l'inizio della sua missione, ponendo l'accento sulla ricomposizione e il riconoscimento delle figure che hanno lottato per la giustizia nel Paese.
Nell'ambito del suo servizio diplomatico, Mons. Gangemi ha enfatizzato l'importanza di una seria, profonda e completa formazione nel cammino verso il sacerdozio, che tocchi tanto la sfera teologica, quanto quella culturale, spirituale e pastorale. Riguardo alla diplomazia, ha sottolineato che alla base di ogni buon servizio diplomatico ci deve essere la capacità di dialogare e di mediare, senza cedere mai sui principi fondamentali, che formano la specificità della diplomazia della Santa Sede. "Situazioni delicate ce ne sono sempre e si possono incontrare anche lì dove uno non se lo sarebbe mai immaginato. L’importante è non scendere mai a compromessi," ha dichiarato, richiamando l'esortazione di San Paolo a non "lasciarsi sballottare da ogni vento di dottrina".
Durante la pandemia di Covid-19, pur colto in Italia, Mons. Gangemi ha vissuto un periodo particolare, che gli ha permesso di rinsaldare i legami con la sua parrocchia. Ha celebrato quotidianamente la Santa Messa, molte volte anche in diretta Facebook, dalla parrocchia messinese di Zafferia, esprimendo la "strana sensazione" di parlare a un pubblico virtualmente presente di cui non poteva percepire pienamente la vicinanza. In El Salvador, il Governo non è entrato "in re ecclesiastica" e la Conferenza Episcopale ha veicolato le disposizioni governative per impedire la diffusione del contagio, dimostrando un approccio rispettoso dell'autonomia ecclesiastica.
"TUTTI SIETE INVITATI" - Intervista a mons. Gabriele Caccia, Nunzio Apostolico in Libano
L'Arrivo del Nuovo Nunzio: Monsignor Luigi Roberto Cona
Il 20 gennaio 2023, l’arcivescovo Luigi Roberto Cona è arrivato a San Salvador, accolto in aeroporto da una delegazione che includeva monsignor José Luis Escobar Alas, arcivescovo di San Salvador e presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Gregorio Rosa Chávez, vescovo ausiliare emerito di San Salvador, e monsignor Edward Karaam, consigliere della nunziatura apostolica. Erano presenti anche rappresentanti del Corpo diplomatico.
Il 25 gennaio, il nunzio apostolico ha consegnato la copia delle lettere credenziali alla signora Alexandra Hill Tinoco, ministro degli Esteri, con la quale ha intrattenuto una conversazione sul tema dell’assistenza ai migranti. Successivamente, il 29 gennaio, durante una solenne celebrazione eucaristica presso la cattedrale, ha avuto luogo la consegna della lettera commendatizia. In questa occasione, il rappresentante pontificio ha portato il saluto e la benedizione del Santo Padre. Giovedì 2 febbraio, l’arcivescovo Luigi Roberto Cona ha consegnato la lettera credenziale al presidente della Repubblica di El Salvador, il signor Nayib Bukele. Alla cerimonia è seguita una conversazione informale, durante la quale il capo dello Stato ha sottolineato le ottime relazioni esistenti tra El Salvador e la Santa Sede e si è detto riconoscente per la vicinanza dimostrata in più occasioni da Papa Francesco.
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