Egon Schiele (1890-1918) fu il più attivo e rappresentativo esponente del movimento espressionista austriaco. La sua breve ma intensa esistenza fu segnata da una profonda introspezione e da una costante esplorazione dei temi più aspri e reconditi dell'animo umano, quali la morte, la sessualità compulsiva, il senso di colpa e la ricerca di riscatto ed espiazione.

Introduzione all'Artista e al suo Contesto
L'arte di Schiele si distinse per la rappresentazione della cruda realtà umana, con immagini spesso dolorose e grottesche, caratterizzate da un linearismo incisivo e di grande efficacia espressiva, un vitalismo grafico struggente e, al contempo, elegantissimo. Il suo lavoro è noto per l'intensità espressiva, l'introspezione psicologica e la comunicazione del disagio interiore attraverso i suoi numerosi ritratti. Schiele fu un abile disegnatore, dal tratto nitido, rapido e secco, senza ripensamenti, non concedendo spazio al decorativismo o al compiacimento estetico delle sue opere.
La Vienna di fine XIX secolo era un crogiuolo di culture molto diverse tra loro, un contesto ideale per la discussione dei temi fondamentali dell'esistenza umana. Mai, infatti, altrove ci si era occupati tanto profondamente della sessualità in letteratura, psicologia e pittura. In questo clima sociale e politico, Schiele si dimostrò sensibilissimo a questa nuova, complessa e multiforme visione dell'uomo. Sonda, nelle figure angosciate prive di riferimento storico e contesto sociale, le "pulsioni represse", indagando il voyeurismo e l'esibizionismo, una coppia freudiana di piaceri perversi.
La Vita e le Sue Influenze sull'Arte
Egon Schiele nacque il 12 giugno 1890 in una stazione ferroviaria a Tulln an der Donau, una cittadina nei pressi di Vienna, sestogenito del funzionario delle Ferrovie Imperiali Adolf Eugen Schiele e di Marie Soukoup. La sua infanzia venne segnata in maniera permanente dal repentino progredire della malattia mentale del padre, malato probabilmente di sifilide, e dalla sua prematura scomparsa nel 1905. Questo evento alimentò la sua ossessione per il tema della morte, associato a una sessualità compulsiva e sfrenata, al senso di colpa e alla costante ricerca di riscatto ed espiazione. All'età di quindici anni, la sua esistenza e la sua opera si impregnano di un costante senso di malinconia e dolore.
Dopo la morte del padre, la tutela di Egon fu assunta dal suo ricco padrino, lo zio Leopold Czihaczek, il quale, dopo aver tentato inutilmente di orientarlo verso una carriera nelle ferrovie, ne riconobbe il talento artistico. Nel 1906, Schiele entrò all'Accademia di belle arti di Vienna, dove studiò pittura e disegno, ma i rapporti con la madre si deteriorarono, sentendosi Marie non sufficientemente tutelata e sostenuta dal figlio.
L'incontro decisivo per tutto il suo percorso artistico avvenne nel 1907 nel Café Museum di Vienna, dove conobbe Gustav Klimt. La personalità di Klimt lo influenzò profondamente, ma Schiele puntò a superare la languida eleganza, la preziosità bizantina e la ridondanza decorativa della pittura di Klimt. Pur rigettando l'invadente simbolismo della Secessione viennese, Schiele adottò una linearità scarna e nervosa, ma mai aggressiva o disturbante. Nel 1909, Schiele ottenne il ritiro della tutela da parte dello zio, abbandonò l'Accademia e fondò la Neukunstgruppe, emancipandosi definitivamente dall'influsso di Klimt. Al raffinato erotismo dell'Art Nouveau, contrappose una rappresentazione della sessualità intesa come pulsione esistenziale profonda dell'uomo.
Schiele mostrò una passione per le figure femminili, soprattutto infantili. Le sue modelle preferite erano donne cui era unito da un profondo legame personale: in gioventù la sorella Gerti, poi Wally Neuzil, e infine Edith Harms, che divenne sua moglie nel 1914. Le raffigurazioni di bambini occupano un posto importante nella sua opera, con modelli trovati nei quartieri proletari, spesso bambine alle soglie dell'adolescenza ritratte nude o semivestite, nei cui sguardi si percepivano il timore del divenire adulte e l'incipiente risveglio della sessualità.
Egon Schiele: vita e opere in 10 punti
Il Periodo di Krumau e Neulengbach
Fra il 1910 e il 1911, Egon trascorse lunghi periodi nella città di Böhmisch Krumau, la città natale della madre, dove affrontò temi quali la città, i bambini e si dedicò al paesaggio. Schiele e Wally decisero di lasciare Vienna per cercare ispirazione in campagna. Gli abitanti di Krumau, tuttavia, li costrinsero dopo breve tempo alla partenza, disapprovando il loro stile di vita non convenzionale. Si recarono allora nel paesino di Neulengbach, non lontano da Vienna.
Qui, Schiele fu rinchiuso in prigione per un breve periodo, accusato di aver traviato una minorenne. Alla fine del processo, fu ritenuto colpevole soltanto di aver esibito opere considerate pornografiche dall'autorità. Le sue parole dal carcere descrivono la sofferenza di quel periodo: «Devo vivere con i miei escrementi, respirarne l'esalazione velenosa e soffocante. Ho la barba incolta - non posso nemmeno lavarmi a modo. Eppure sono un essere umano!» Deluso da questa esperienza, Schiele decise di tornare a Vienna.
La Guerra e la Fine della Vita
Proprio quando nel 1914 la sua fama artistica si stava affermando, scoppiò la Prima Guerra Mondiale, che segnò la fine di un'epoca con il crollo definitivo dell'Impero Asburgico. Schiele raffigurò questo imminente crollo nell'opera Il Mulino, dove una fragile struttura di legno è distrutta dalla crescente forza dell'acqua. Nel 1915, fu chiamato alle armi ma, grazie a superiori comprensivi e amanti dell'arte, poté continuare a dipingere.
Nell'aprile del 1918, si trasferì al museo militare di Vienna. Quell'anno un mutamento di stile gli fruttò fama e riconoscimenti; partecipò con successo alla quarantanovesima mostra della Secessione viennese e tenne esposizioni di successo a Zurigo, Praga e Dresda. Nell'autunno dello stesso anno, l'epidemia di influenza spagnola raggiunse Vienna. Edith, incinta di sei mesi, contrasse la malattia e morì il 28 ottobre. Durante l'agonia della moglie, Schiele la ritrasse più volte. Tre giorni dopo, il 31 ottobre 1918, a soli 28 anni, Egon Schiele morì anch'egli, vittima della stessa epidemia.
Lo Stile Espressionista e l'Introspezione del Sé
L'arte di Schiele fu prima di tutto introspettiva. Non è certamente un caso che il genere pittorico da lui più amato sia stato quello dell'autoritratto. L'artista si dipinse un centinaio di volte, ma non si trattò mai di una forma di esasperato narcisismo. Schiele era solito scrutarsi in uno specchio, alla ricerca di risposte che mai arrivarono nel corso della sua breve esistenza. I ritratti fotografici e gli autoritratti ci mostrano l'artista in espressione assorta e corrucciata, contratto in posizioni rigide, chiuso in sé stesso, con le sue grandi mani in primo piano, le dita distese e dure. In opere come Autoritratto con dita aperte (1911), l'artista esprime una tensione ben testimoniata dalla mano in primo piano, con le dita separate in un gesto che compare in molti suoi dipinti.

Il pittore cercava esplicitamente di comunicare allo spettatore, suo privilegiato interlocutore, tutto il disagio e il tormento che lo accompagnavano quotidianamente, e per questo puntava i suoi grandi occhi scuri su chi idealmente si trovava davanti a lui. Anche i colori, lividi e cupi, ben circoscritti da marcate linee di contorno, e la sostanziale assenza di chiaroscuro contribuivano ad accentuare l'espressione di questa tensione spirituale. L'assoluta mancanza di prospettiva, l'appiattimento dello sfondo privo di evidenza spaziale, con gli oggetti talvolta presenti ma quasi sempre irriconoscibili, contribuivano a proiettare l'immagine del pittore in un contesto atemporale e universale.
I precedenti letterari sul doppio, da Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde (1886) a Il Ritratto di Dorian Gray (1890), erano autorevoli, e Sigmund Freud, indagando l'animo umano, stava legando il tema del doppio al conflitto interiore in chiave psicoanalitica. Schiele si dimostrò sensibilissimo a questa nuova visione dell'uomo.
In quanto esponente dell'Espressionismo, Schiele contrappose al decorativismo esasperato di Klimt la vertigine dello spazio vuoto. I suoi autoritratti nudi, con quel busto quasi scheletrico, le gambe magre e talvolta mutilate, le braccia alzate che spesso nascondevano il volto, la pelle livida che contrastava con i toni algidi degli sfondi uniformi, non avevano nulla di volgare. Esibendo enfaticamente la propria carne, Schiele denunciava una realtà di dolore che non era solo sua; se rinunciava al desiderio di bellezza era per assecondare un radicale bisogno di verità, che coinvolgeva tutti.
Schiele utilizza una linea tagliente e incisiva per esprimere la sua angoscia e per mostrare impietosamente il drammatico disfacimento fisico e morale. Il colore acquista un valore autonomo, non naturalistico, risultando particolarmente efficace nei moltissimi acquerelli e disegni di allucinata tensione. L'Io dell'artista emerge, contorce la materia e si ferma nello sguardo allucinato e nelle mani contorte. Mani dove le linee sembrano denunciare il dolore, la sofferenza, la malinconia di un'anima alla deriva. In rossi sanguinei, bruni tenebrosi, pallidi gialli e lugubri neri egli tenta di dipingere il pathos direttamente in paesaggi malinconici, con alberi avvizziti, così come in disperate immagini di madri e figli addolorati.
"La Madre Morta": Una Natività nel Tormento
Un'opera emblematica che racchiude i temi della nascita, della morte e del rapporto materno è La madre morta (1910), un dipinto a matita e olio su tavola. In quest'opera, compaiono le figure di una donna e di un neonato, e sebbene il titolo non lasci dubbi sull'interpretazione, essa può essere letta come una "natività" tragica, un'introduzione alla vita segnata dal dolore.

In alto, il viso della madre è reclinato verso la sinistra dell'osservatore e si appoggia al telo che avvolge il piccolo. Gli occhi della donna sono semichiusi e inespressivi, la bocca serrata e immobile, il colorito pallido e grigio, quasi cadaverico. Nonostante questo, la madre abbraccia ancora il suo bambino, un dettaglio che rende l'immagine ancora più triste, rappresentando l'ultimo pensiero della donna, morta stringendo il suo piccolo.
Il neonato, dipinto al centro dell'opera, osserva in avanti con uno sguardo sereno e apre le mani come per allargare il suo spazio vitale all'interno della fasciatura. La sua pelle è dipinta con colori caldi e accesi, rosa-arancio e rosso cremisi, che contrastano con quello terreo della madre. Questo messaggio è fortemente rafforzato dal contrasto che si crea con il bimbo che appare avvolto da luce, sorridente e protetto ma che si affaccia al mondo senza esserne parte.
In basso, infine, la mano sinistra della donna poggia inanimata e scheletrica sul pesante panno scuro. Questo pesante telo nero che avvolge il bambino, nella tradizione occidentale, rappresenta il lutto manifestato per la morte di una persona cara. Il nero che avvolge le figure indica quindi il buio della morte, ma risulta protettivo nei confronti del bambino. Nonostante il colore vitale del piccolo, sembra che il telo nero che lo avvolge come un bozzolo e la madre morta che lo stringe, conducano il piccolo verso un triste destino. Il bambino è rappresentato come futuro salvatore del mondo.
Secondo gli esperti, in quest'opera si coglie il rapporto complesso di Schiele con la figura materna. La sua stessa madre era anaffettiva e aveva subito il lutto di due figli e del marito, evento che produsse nel giovane pittore un difficile rapporto e un precoce distacco. L'anaffettività della madre provocò, per un processo inconscio di compensazione, una esagerata valorizzazione del proprio io, una ricerca costante di attenzioni e affetto, sfogata poi nella ricerca del sesso compulsivo. L'assenza di una figura materna amorevole e protettiva produsse una particolare visione artistica nel pittore austriaco, che riversa le sue inquietudini nelle figure.
La pittura è tirata, realizzata con pennellate di colore ad olio molto diluito che seguono i leggeri volumi dei visi, delle mani e del panno. Il dipinto presenta uno sfondo molto scuro, tendente al bruno, da cui le figure della madre e del piccolo emergono in grande evidenza. Le forme dei volti e delle mani presentano la deformità spigolosa che si ritrova negli autoritratti e nei molti nudi, maschili e femminili. Le dita della mano, in basso, sono disposte con la solita configurazione disegnata da Schiele: le nocche sono nodose, le falangi scarne e le dita allungate e separate tra medio e anulare. Le figure si trovano in primo piano, ritratte a mezzo busto, dando all'osservatore l'impressione di trovarsi molto vicino al bambino e alla sfortunata donna.
Capolavori e Riconoscimenti
Nonostante la sua breve vita, la produzione artistica di Schiele fu straordinaria: 140 dipinti e ben 2800 tra disegni e acquerelli. Egon Schiele è stato uno dei maggiori artisti figurativi del primo Novecento, nonché esponente assoluto del primo espressionismo viennese assieme ad Oskar Kokoschka.
I maggiori capolavori di Schiele sono ospitati principalmente a Vienna: la Österreichische Galerie Belvedere conserva, ad esempio, La famiglia (1918, l'ultimo grande dipinto incompiuto che sembra annunciare un destino imminente), Ritratto dell'editore Eduard Kosmack, Gli amanti, La morte e la follia e molti ritratti tra i più famosi. Sempre a Vienna, il Leopold Museum, aperto nel 2001, è la più grande collezione di arte austriaca e preserva la più vasta collezione al mondo di opere di Schiele, inclusa La madre morta.
La figura di Egon Schiele è stata oggetto anche di opere cinematografiche. Egon Schiele è protagonista del film biografico Inferno e passione, diretto nel 1981 da Herbert Vesely. Nel 2016, è stato prodotto il film biografico Egon Schiele: Tod und Mädchen, diretto da Dieter Berner e interpretato da Noah Saavedra.