La preghiera del Padre Nostro, considerata la preghiera più conosciuta del mondo cristiano e insegnata da Gesù stesso ai suoi discepoli, ha subito una significativa modifica nella sua traduzione italiana. La nuova formulazione, introdotta con la terza edizione del Messale Romano e in uso dal 29 novembre 2020 (prima domenica di Avvento), ha sostituito la sesta richiesta “non ci indurre in tentazione” con “non abbandonarci alla tentazione”. Questa modifica, approvata dall’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e sostenuta da Papa Francesco, è il risultato di un lungo processo di studio e dibattito durato ben 16 anni, volto a garantire una maggiore fedeltà all’originale greco e alle intenzioni di Gesù.

Le Ragioni del Cambiamento: Questioni Linguistiche e Teologiche
Contesto Storico e Linguistico della Preghiera Originale
Il Padre Nostro è una preghiera giunta a noi in greco attraverso due versioni principali: una più estesa, tramandata da Matteo (Mt 6,9-13), e l’altra più breve, da Luca (Lc 11,2-4). Esse riflettono le tradizioni liturgiche delle rispettive comunità, ma si basano su un originale aramaico a noi sconosciuto, la lingua parlata da Gesù. Sia Matteo che Luca riportano, in termini identici, la richiesta riguardante la tentazione.
La Parola "Peirasmos": Tentazione o Prova?
La formulazione tradizionale “non ci indurre in tentazione” ha suscitato perplessità in quanto sembrava implicare che Dio potesse indurre al male. Questo è teologicamente problematico, poiché Dio è il Padre che vuole la nostra salvezza. La Lettera di Giacomo (1,13) nega esplicitamente questa possibilità: “Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno.”
Per una corretta comprensione, è necessario analizzare il testo greco originale. La parola “peirasmos” può significare sia “tentazione” che “prova”. La prova si intende come l’esercizio normale della nostra libertà, la condizione in cui, di fronte alle scelte da prendere, ci mettiamo alla prova dovendo decidere l’orientamento da dare alla nostra esistenza. Dio certamente non può sottrarci alla prova, in quanto essa è una condizione necessaria per la fede e la libertà. Anzi, nell’Antico Testamento, Dio “mette alla prova” i suoi fedeli, come il popolo d’Israele condotto nel deserto (Dt 8,2), con l’intenzione di formarli nella fede. La tentazione, invece, è il rovescio recondito della prova, il rischio di orientare la nostra libertà in direzioni opposte al progetto di Dio.
Il Verbo "Eispherô Eis" e le Difficoltà di Traduzione
L’altro termine chiave è la costruzione “eispherô eis”, che letteralmente significa “portare, condurre verso”. La traduzione latina “inducas” (da cui l’italiano “indurre”) è un calco fedele del greco. Tuttavia, in italiano “indurre” significa “spingere a” o “far sì che ciò avvenga”, evocando l’idea che Dio sia in qualche modo responsabile di condurre le persone alla tentazione o al peccato. Questa interpretazione è inaccettabile, in quanto non coerente con la natura di Dio come fonte di bene.
La Prova di Gesù e l'Ammonimento ai Discepoli
Gesù stesso ha vissuto la prova/tentazione comune agli esseri umani, ma l’ha superata sempre compiendo la volontà del Padre. Gli episodi delle tentazioni nel deserto e, soprattutto, l’angoscia nel Getsemani (Mt 26,36-46), dove prega il Padre di allontanare il calice della sofferenza, mostrano la sua adesione totale alla volontà divina. Nel Getsemani, Gesù ammonisce i suoi discepoli: “Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione (mê eiselthête eis peirasmon)”. Questa frase, la più vicina a quella del Padre Nostro, non può essere intesa letteralmente, poiché i discepoli si trovavano già in un contesto di prova. Essa indica che la preghiera è la dimensione-forza necessaria per affrontare vittoriosamente la prova/tentazione, e il verbo “entrare” va inteso in senso intensivo: “non cadere, non soccombere”.
La Nuova Formulazione: "Non Abbandonarci alla Tentazione"
La traduzione “non abbandonarci alla tentazione” è stata scelta per esprimere meglio il significato del testo originale, ovvero chiedere a Dio di non permettere che la tentazione ci sopraffaccia e di non lasciarci soli di fronte alle prove. Come spiegato da Monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, questa versione evita l’ambiguità della precedente e si allinea con l’idea di un Dio che soccorre e aiuta a non cadere, non un Dio che tende una trappola. Molti teologi e pastori avevano fatto notare che la vecchia espressione facesse riferimento alle prove, ma il termine è lo stesso usato per le vere tentazioni di Gesù.
Episcopati di tutto il mondo hanno affrontato questa problematica: in spagnolo si dice “fa’ che noi non cadiamo nella tentazione”; in francese, dopo un lungo dibattito, la formula attuale è “non lasciarci entrare in tentazione”. La versione italiana, pur introducendo l’idea di “abbandonare” (che non è letteralmente nel testo greco), sottintende l’idea che Dio non debba abbandonarci per non farci soccombere, riflettendo una comprensione più chiara del suo sostegno nelle difficoltà.
Altri Cambiamenti Introdotti nel Nuovo Messale Romano
La terza edizione del Messale Romano, in vigore dal 29 novembre 2020, ha introdotto ulteriori modifiche significative oltre a quella del Padre Nostro:
- L'inizio del "Gloria" recita ora “pace in terra agli uomini, amati dal Signore”, anziché “pace in terra agli uomini di buona volontà”, una traduzione più conforme al testo greco di Luca (eudokìa, amore benevolo di Dio).
- Nel Confiteor dell'atto penitenziario, è stata aggiunta la formula inclusiva "Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle..." e "supplico la beata sempre Vergine Maria, gli angeli, i santi e voi, fratelli e sorelle...", ampliando l'indirizzo della preghiera.
- L'aggiunta linguistica "fratelli e sorelle" è presente in ogni occasione in cui il sacerdote si rivolge all'assemblea, come ad esempio nel ricordo dei defunti nella preghiera eucaristica: "ricordati anche dei nostri fratelli e sorelle che si sono addormentati nella speranza della resurrezione".
- Nella preghiera eucaristica della Riconciliazione, la frase "prese il calice del vino e di nuovo rese grazie" è diventata "prese il calice colmo del frutto della vite".
- Nel rito della pace, il sacerdote ora dice "scambiatevi il dono della pace" invece di "scambiatevi un segno di pace".
- Al momento di mostrare all'assemblea il pane e il vino consacrati, il sacerdote dirà "Ecco l'Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. Beati gli invitati alla cena dell'Agnello", invece di "Beati gli invitati alla cena del Signore".
- Il Messale privilegia l'uso delle invocazioni in greco "Kyrie, eleison" e "Christe, eleison" sull'italiano "Signore, pietà" e "Cristo, pietà".
- Dopo il Santo, il sacerdote dirà "Veramente santo sei tu, o Padre, fonte di ogni santità" proseguendo con "ti preghiamo: santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito", sostituendo la precedente formulazione "Padre veramente santo, fonte di ogni santità, santifica questi doni con l'effusione del tuo Spirito".
- Per l'istituzione dell'Eucarestia, la frase "offrendosi liberamente alla sua passione" diventa "consegnandosi volontariamente alla passione".

Analisi Dettagliata delle Richieste del Padre Nostro
La preghiera del Padre Nostro, insegnata da Gesù per istruire i suoi discepoli al modo corretto di rivolgersi a Dio, offre profonde riflessioni su ogni sua parte. La versione di Matteo (Mt 6,9-13) ha un tenore più ebraico e appare nel contesto del Discorso della Montagna, mentre Luca (Lc 11,2-4) la inserisce dopo un momento di preghiera personale di Gesù. Ecco un'analisi, arricchita dalle riflessioni di don Oreste Benzi e altri teologi:
"Padre nostro che sei nei cieli"
Questa frase manifesta il totale riconoscimento da parte dell'orante che Dio è un essere assoluto e supremo, senza inizio né fine. L'invocazione "Padre" indica che Dio è creatore e attento alla sua creatura. Tale trascendenza diventerà vera anche per Gesù dopo l'Ascensione al cielo. Come sottolineato da don Oreste Benzi, la realtà intima di Dio è un “nostro”, non un “mio”, evidenziando la dimensione comunitaria della fede. Questa frase spiega che Dio Padre è e vive in Paradiso.
"Sia santificato il tuo nome"
Il nome di Dio è già santo in sé, quindi questa richiesta è intesa come un desiderio che Dio manifesti la sua santità attraverso noi. Monsignor Rowan Williams commenta questa frase come la richiesta che i fedeli rivolgono a un Dio il cui nome è sacro, che ispira un timore reverenziale e che essi non possono ridurre a uno strumento per i propri fini. Don Benzi aggiunge che il suo nome sarà santificato se coloro che ci incontrano potranno dire: “Guarda quali figli di Dio veramente belli, guarda come si amano tra di loro.”
"Venga il tuo regno"
Questa richiesta è interpretata come l'auspicio che il regno di verità, giustizia e amore di Dio si manifesti nel mondo degli uomini. G. E. Ladd evidenzia che la parola ebraica Malkuth si riferisce principalmente all'autorità o al governo di Dio come re celeste. La parola greca Basileia ha il doppio significato di "regno" e "regalità". Tradizionalmente, la venuta del Regno di Dio è vista come un dono divino da implorare, ma alcuni gruppi interpretano questa richiesta come un invito all'azione, credendo che il Regno venga per mano di quei fedeli che operano per un mondo migliore, realizzando i comandi di Gesù di sfamare gli affamati e rivestire i bisognosi. Don Benzi chiarisce: “Quando io dico «Venga il tuo regno» è evidente che io dico «io voglio essere nel mondo di Dio», perché solo così il mondo dell'uomo diventa veramente umano.”
"Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra"
Questa richiesta è un'adesione totale alla volontà divina. La volontà di Dio è già compiuta in Cielo dagli angeli santi rimasti fedeli a Dio e dalle anime dei salvati. La preghiera chiede quindi che anche sulla terra, il genere umano ancora peccatore adegui il proprio volere a quello di Dio, in pensieri, parole e opere. John Ortberg interpreta che Gesù non ci ha insegnato a pregare per essere portati via dalla terra, ma per vivere e operare qui come in cielo. Don Benzi sottolinea: “non si può modificare il Padre Nostro e aggiungere «Purché la tua volontà, Signore, sia come la mia!»”.
"Dacci oggi il nostro pane quotidiano"
Il termine greco epiousion rimane di dubbia interpretazione già per Origene, potendo significare sia "supersostanziale" (riferito al pane eucaristico che nutre corpo e anima) sia più semplicemente "quotidiano" (la razione necessaria per ogni giorno). Don Benzi collega questa richiesta alla giustizia distributiva: “Se tu ne hai più del necessario come faranno gli altri ad avere il pane quotidiano? Come si può mangiare sereni il pane se non lo mangiano tutti? Lottare per la giustizia distributiva è compiere la volontà del Padre, è fare regnare Dio, è santificare il suo nome.”
"Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori"
Questa richiesta invoca il perdono dei peccati, intesi come "debiti" verso Dio e verso il prossimo. Poiché Gesù stesso è immacolato, l'espressione è tradizionalmente interpretata come una richiesta formulata per i discepoli. Sant'Anselmo d'Aosta in "Cur Deus homo" spiega il peccato come un debito di pena dell'uomo verso Dio, che può essere compensato con un atto meritorio. La frase suggerisce che il perdono divino è legato alla nostra capacità di perdonare gli altri. Il tempo aoristo greco, tradotto con il presente "rimettiamo", indica un'azione iniziata e non conclusa nel passato con conseguenze nel presente. Don Benzi avverte: “chi fa misericordia riceve misericordia. È grave quello che dice il Signore, perché dice che i tuoi peccati ti saranno perdonati nella misura in cui anche tu li perdoni.”
"Non abbandonarci alla tentazione" (nuova formulazione)
Questa è la modifica centrale della preghiera. La vecchia traduzione “non ci indurre in tentazione” era una traduzione letterale del greco eis-phéro e del latino in-ducas. Tuttavia, la frase probabilmente va interpretata come «Non permettere che cadiamo quando siamo tentati». La preghiera chiederebbe dunque la forza necessaria per vincere la tentazione, piuttosto che di essere esentati dalla prova o che Dio ci spinga al male. Agostino d'Ippona affermava che Dio non compie il male, ma lascia che accada come prova della fede, come accadde anche per Gesù nelle tentazioni nel deserto. Don Benzi la interpreta come: “non permettere che la tentazione sia superiore alle nostre forze.”
"Ma liberaci dal male"
Sia il latino malo (ablativo) che il greco ponerou (genitivo) non permettono di distinguere se si riferiscano al "male" come concetto astratto o al "Maligno" (il Diavolo) come persona. Gesù stesso in Giovanni 15,17 ("Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal Maligno") suggerisce l'interpretazione del Maligno (ek toù Poneroù, inteso con l'iniziale maiuscola). Entrambe le interpretazioni rimangono legittime. L'aoristo nel greco antico indica un'azione senza tempo e senza confini. Don Benzi conclude che è una preghiera al plurale, perché noi siamo il popolo di Dio, affinché Gesù liberi le cose dal male, rendendole sante e gradite a Dio.
L'Uso del Padre Nostro nella Liturgia e la Riforma
La preghiera del Padre Nostro ha un largo impiego sia nella preghiera privata sia in quella pubblica delle Chiese cristiane, dove viene recitata o cantata coralmente. I cattolici di rito latino e bizantino la recitano o cantano durante la Messa, dopo la preghiera eucaristica, e nella Liturgia delle Ore (lodi mattutine e vespri), oltre a precedere ogni decina del Rosario.
Alcuni ordini religiosi, come i ricostruttori nella Preghiera, hanno introdotto innovazioni, ad esempio celebrando il Padre Nostro durante la Messa con pause di silenzio di alcuni secondi, per separare e sottolineare i punti più importanti. Nella celebrazione eucaristica secondo il Messale Romano di Paolo VI, la preghiera è preceduta dalla formula, letta o cantata dal celebrante, «Obbedienti alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire:». Nel rito tradizionale della Messa tridentina, il Pater Noster viene sempre dopo la preghiera eucaristica.
La Conferenza Episcopale Italiana ha dichiarato che la pubblicazione della nuova edizione del Messale costituisce un'occasione per contribuire al rinnovamento della comunità ecclesiale nel solco della riforma liturgica. Questo rinnovamento invita ad assumere il criterio di "nobile semplicità" per riscoprire la celebrazione come dono che afferma il primato di Dio, evitando protagonismi individuali, una creatività che sconfina nell'improvvisazione, o un freddo ritualismo. Monsignor Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, ha espresso che la nuova formula renderà la preghiera “anche più agile nelle comunità”. I fedeli sono invitati a recepire questo cambiamento non come una modifica fine a se stessa, ma come un passo verso una preghiera più consapevole e fedele alle intenzioni originarie di Gesù. La formazione per comprendere questi cambiamenti è destinata a coinvolgere sia i ministri ordinati che i fedeli.
