Monsignor Antonio, o meglio “don Tonino”, Bello, di cui la Chiesa ha riconosciuto le virtù eroiche indicandolo come Venerabile, si è immerso in un fiume di grazia sin da bambino. A partire dal nome, cui preferiva il diminutivo, fino a un’autodefinizione arida per quanto poetica: Io - scrisse - sono «un buono a nulla».
La Ricetta della Santità: Svuotarsi per Amare
La ricetta della santità è chiara, quasi banale, ma profondamente reale e difficile. Consiste nel svuotarsi di se stessi per farsi abitare dall’amore di Dio. Questa sembra una formula astrusa, in realtà è un progetto concretissimo. Eccola la gloria dei figli di Dio, con le mani sporche di fatica e rinunce per lasciare pulito il cuore. Don Tonino era solito stare in ginocchio ore e ore davanti al tabernacolo, così da avere la forza di vincere i pregiudizi, di alzarsi ogni giorno con il sorriso sul viso, di superare le critiche invidiose di chi lo trovava sempre fuori posto.

Il Vescovo degli Ultimi e la Chiesa del Grembiule
Lui se apriva gli occhi si trovava accanto i poveri, gli abbandonati, il popolo dei dimenticati. Uomini e donne che bussavano alla sua porta, prima di parroco, poi di vescovo, con la certezza di trovarla aperta e di avere un cuore disponibile ad ascoltare il loro, dando un nome alle angosce che ne appesantivano la vita. Erano proprio i piccoli, gli “ultimi”, i veri protagonisti della Chiesa del grembiule, secondo una fortunata immagine, quella che ai segni del potere preferisce il potere dei segni.
Profeta della Mitezza e della Convivialità delle Differenze
Certo non lo si poteva considerare un uomo tranquillo. Don Tonino, docile alla creatività dello Spirito, non stava mai fermo, costruendo minuto dopo minuto il Regno della mitezza e del dialogo, adoperandosi nello scandaloso e avversato progetto di realizzare la pace come convivialità delle differenze. Un amore per l’uomo, per ogni uomo, che gli diede la forza di gesti estremi come il pellegrinaggio del 1992, quand’era già malato di cancro, da Ancona a Sarajevo, ostaggio della devastante guerra fratricida, con l’ultimo tratto, iniziato a Spalato, percorso a piedi. Chi ha il cuore pieno di Dio, infatti, non può chinare la testa davanti alla rabbia e alla vendetta, ma ti guarda negli occhi per trovare uno spiraglio in cui infilare lo sguardo del perdono e una lacrima di misericordia, nella consapevolezza che non esiste ferita che non possa essere curata e che le cicatrici sono segno di malattia ma anche firma di guarigione.
L'impresa di pace di don Tonino Bello a Sarajevo raccontata da don Albino Bizzotto
Il Messaggio di Gioia e Speranza: Anticipare la Pasqua
«Amiamo il mondo - diceva il neo venerabile -. Vogliamogli bene. Prendiamolo sotto braccio». Don Tonino Bello è stato un amico, un compagno di viaggio, un poeta, un vescovo-pastore. O più semplicemente un uomo, capace di legare insieme verità e dolcezza, che al pugno chiuso preferiva la mano aperta, a suo modo segno delicato della rinuncia al proprio orgoglio. Egli stesso è stato un profeta, e profeti non sono quelli che predicono il futuro, ma quelli che lo anticipano. Questa è la chiave di lettura che egli scelse per contemplare il mistero delle nozze di Cana di Galilea, dove il vino che sovrabbonda indica le benedizioni dell’Alleanza promessa da Dio a Israele, segno di gioia e festosità, perfino di comunione con Dio, perché il cuore di chi lo contempla gioisce «come inebriato dal vino».
Negli scritti di monsignor Bello, quante volte e in quanti contesti appare la parola gioia. Anche per aprire il vangelo di Cana egli ricorse a questa chiave e la pose in mano a Maria, considerata, in questo servizio, icona della Chiesa. «Essa ci dice: “Coraggio! Non abbiate paura. Nella casa del Padre io sono la Regina e la dispensiera. Faccio tavola io. Che, manca il vino? Manca la festa? La faccio scaturire io! Manca la speranza? la gioia? Farò dilagare l’una e l’altra sulla vostra mensa. Avvicinatevi, vi accolgo io a tavola. Venite. Vi apro la porta io. Sono una creatura come voi, sì, ma Dio mi ha costituita primizia di ciò che tutti voi un giorno sarete”».
Come disse a Molfetta, parlando ai marittimi nel 1988, il compito della Chiesa oggi è quello di anticipare la Pasqua, anticipare i segni del regno, la speranza. «È inutile che continuiamo a lamentarci sul mondo che va male, che va a rotoli. Molte volte siamo incapaci di sussulti di speranza. Non diamo a questo mondo supplementi d’anima, come ha fatto Maria che ha visto che la gioia ormai boccheggiava in quel banchetto, e allora ha procurato la festa col suo intervento. La Chiesa deve fare questo. Raggiungere la città oggi significa raggiungere le periferie, dove la gente soffre, muore, si dispera, raggiungere anche le strutture e le istituzioni pubbliche. Questa è la diaconia, il servizio più forte che dobbiamo dare alla città, al mondo che se n’è andato per i fatti suoi, forse perché si è troppo annoiato dei nostri lamenti, perché ci ha visti troppo tristi, perché ci ha visti sempre imprecare contro tutto ciò che è vita, gioia, giovinezza, stupore».
Lo stesso don Tonino è stato questa anticipazione. «Al vescovo tocca il compito del profeta», disse una volta, e questo egli non lo ha sentito solo come responsabilità, ma lo ha vissuto come compito: con la parola, con le scelte, da ultimo con l’accoglienza del dolore e della morte. Per questo, papa Francesco, venendo ad Alessano il 20 aprile 2018, lo chiamò «profeta di speranza».

Le Beatitudini: La Gioia è la Nostra Vocazione
La gioia è la nostra vocazione, l'unico progetto, dai nettissimi contorni, che Dio ha disegnato per l'uomo. Il discorso delle beatitudini ha a che fare con il discorso della felicità. Sicché chi vuole entrare nella "gioia" per realizzare l'anelito più profondo che ha sepolto nel cuore, deve necessariamente passare per una di quelle nove porte: non ci sono altri ingressi consentiti nella dimora della felicità. Queste porte, pur differenti per forma, sono strutturate sul medesimo telaio architettonico, che è il telaio della povertà biblica. Quel «...perché di essi sarà...» rappresenta il titolo giuridico di possesso incontestabile, che garantisce tutti i poveri nel diritto nativo di avere non solo la "legittima" ma l'intero asse patrimoniale del regno. Un passaggio indicatore di una disposizione testamentaria così chiara che nessuno può avere il coraggio di impugnare.
Esiste un’alternativa al titolo di "povertà" come valido per l'usufrutto del regno: quello della "solidarietà" con i poveri, ovvero diventare così solidali con loro da esserne il prolungamento. «Beati... non potrà mai dimenticare lo stupore di Mons. Gasparini, vescovo missionario nel Sidamo, quando un giorno, indicandomi un gruppo di bambini etiopi, dagli occhi sgranati per fame, dalle gambe filiformi, devastati dalle mosche sul corpo scheletrito, mi disse quasi sottovoce: “Vedi: che questi bambini siano figli di Dio non mi sorprende più di tanto. E neppure che siano fratelli di Gesù Cristo. Ma ciò che mi sconcerta e mi esalta è che questi poveri siano eredi del paradiso! Sembra un assurdo. Ma è proprio per annunciare quest'assurdo, che sono felice di aver speso tutta la mia vita in mezzo a questa gente”».
Maria, Donna di Parte
Maria non fu neutrale. Basta leggere il Magnificat per rendersi conto che si è schierata. Degli umiliati e offesi di tutti i tempi. Dei discriminati dalla cattiveria umana e degli esclusi dalla forza del destino. Maria ha fatto una precisa scelta di campo. Si è messa dalla parte dei vinti, ha deciso di giocare con la squadra che perde. Si è arruolata nell'esercito dei poveri, ma senza roteare le armi contro i ricchi, bensì invitandoli alla diserzione e intonando, di fronte ai bivacchi notturni del suo accampamento, canzoni cariche di nostalgia. Ha esaltato, così, la misericordia di Dio.
La Trinità e le Relazioni Umane: Uno per Uno fa Sempre Uno
Il mistero della Santissima Trinità ci insegna che, stringi stringi, il nucleo di ogni Persona divina consiste in una relazione. Allo stesso modo, ogni essere umano, in quanto persona, deve essere essenzialmente una relazione: un io che si rapporta con un tu, un incontro con l'altro. Al punto che, se dovesse venir meno questa apertura verso l'altro, non ci sarebbe neppure la persona.
L'uomo è icona della Trinità («facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza») e pertanto, per quel che riguarda l'amore, è chiamato a riprodurre la sorgività pura del Padre, l'accoglienza radicale del Figlio, la libertà diffusiva dello Spirito. Come le tre Persone divine, anche ogni persona umana è un essere per, un rapporto o, se è più chiaro, una realtà dialogica. Più che interessante, cioè, deve essere inter-essente. Eppure, spesso l'acidità ci inquina. Stiamo diventando corazze. Più che luoghi d'incontro, siamo spesso piccoli centri di scomunica reciproca. Tendiamo a chiuderci. L'isola sperduta ci affascina più dell'arcipelago. Sperimentiamo la persona più come solitario auto-possesso, che come momento di apertura al prossimo. E l'altro, lo vediamo più come limite del nostro essere, che come soglia dove cominciamo a esistere veramente.

La Pasqua: Il "Terzo Giorno" che Dissicca le Lacrime
«Coraggio. Irrompe la Pasqua! È il giorno dei macigni che rotolano via dall'imboccatura dei sepolcri. È l'intreccio di annunci di liberazione, portati da donne ansimanti dopo lunghe corse sull'erba. È l'incontro di compagni trafelati sulla strada polverosa. È il tripudio di una notizia che si temeva non potesse giungere più e che corre di bocca in bocca ricreando rapporti nuovi tra vecchi amici. È la gioia delle apparizioni del Risorto che scatena abbracci nel cenacolo».
La collina del Calvario, che l'altro ieri sera era solo un teschio coperto di fango, oggi si è improvvisamente allagata di un mare d'erba. I sassi si sono coperti di velluto. Le chiazze di sangue sono tutte fiorite di anemoni e asfodeli. Il cielo, che venerdì era uno straccio pauroso, oggi è limpido come un sogno di libertà. Non è trascorso del tempo: è passata un'eternità. Nel giorno solennissimo di Pasqua, la domanda di Gesù a ciascuno di noi è: «Perché piangi?». Le tue lacrime non hanno più motivo di scorrerti dagli occhi, a meno che non siano l'ultimo rigagnolo di un pianto antico o l'ultimo fiotto di una vecchia riserva di dolore da cui ancora la tua anima non è riuscita a liberarsi. La Resurrezione di Gesù ne ha disseccate le sorgenti. Riconciliamoci con la gioia. La Pasqua sconfigga il nostro peccato, frantumi le nostre paure e ci faccia vedere le tristezze, le malattie, i soprusi e perfino la morte, dal versante giusto: quello del «terzo giorno». Da quel versante, il luogo del cranio ci apparirà come il Tabor. Le croci sembreranno antenne, piazzate per farci udire la musica del Cielo.
Un Piccolo Segreto di Pace per gli Inquieti
Don Tonino si rivolgeva anche a coloro che, pur non essendosi mai allontanati da Dio, non riuscivano ugualmente a trovare riposo nella loro vita. A voi per i quali il fardello più pesante che dovete trascinare siete voi stessi; a voi che non sapete accettarvi e vi crogiolate nelle fantasie di un vivere diverso; a tutti voi voglio ripetere: non abbiate paura! La sorgente di quella pace che state inseguendo da una vita, mormora freschissima dietro la siepe delle rimembranze presso cui vi siete seduti. Non importa che a berne non siate voi, per adesso almeno. Ma se solo siete capaci di indicare agli altri la fontana, avrete dato alla vostra vita il contrassegno della riuscita più piena, perché la vostra inquietudine interiore si trasfigurerà in prezzo da pagare per garantire la pace degli altri.
L'Eredità e l'Impegno: Continuare la Profezia
«Siate soprattutto uomini fino in fondo. Anzi fino in cima! Perché essere uomini fino in cima significa essere santi. Non fermatevi perciò a mezza costa. La santità non sopporta misure discrete». In queste parole di don Tonino - rivolte all’Azione Cattolica di Molfetta nel 1990 - troviamo sintetizzato il senso stesso della sua vita e della sua santità: essere uomo fino in fondo e fino in cima. La sua genuina umanità, la sua voce poetica e profetica, il profumo delle sue «virtù teologali e cardinali», continuano ancora ad attrarre tanta gente, a suscitare speranza e a provocare scelte coraggiose, coerenti con la fede e con le beatitudini del Vangelo.
La sua forma di vita può essere considerata la vera grande eredità spirituale consegnata a quanti, come lui, continuano ad avvertire oggi le stesse passioni di umanità, si coinvolgono nelle stesse scelte di campo dalla parte dei poveri e condividono gli stessi sogni diurni della pace come “convivialità delle differenze”. Nelle ultime ore della sua giornata terrena, tra lancinanti e persistenti dolori, con un filo di voce, ci incoraggiava ripetutamente a proseguire sulla stessa strada, in parte già percorsa insieme, dicendo che lui stesso ci avrebbe ancora in qualche modo accompagnati, e abbozzando un sorriso amichevole, aggiungeva: «consideratemi sempre in mezzo a voi, Io sono e rimarrò sempre iscritto a Pax Christi…».
Il modo migliore per onorare don Tonino non è tanto l’omaggio cultuale o l’invocazione di favori celesti, quanto piuttosto il voler vivere nel nostro tempo le stesse tensioni profetiche e le stesse visioni eutopiche che hanno ispirato tutto il suo essere e il suo agire. Ciò comporterà sicuramente un supplemento di impegno e di responsabilità per costruire, come credenti, una Chiesa sinodale per camminare «insieme, alla sequela di Cristo, sul passo degli ultimi». E sarà altresì un ulteriore impegno a diventare sempre più, a tutti i livelli - sociali, politici e culturali - artigiani e architetti di pace e di giustizia, con le strategie della nonviolenza attiva e creativa, nella prospettiva di un’ecologia pienamente umana, integrale e planetaria.
Ricordare don Tonino è dare più voce e seguito più concreto agli appelli di Papa Francesco contro l'incremento delle spese militari e contro il commercio delle armi che alimenta la spirale perversa di guerra, miseria, distruzione ambientale, migrazioni e stragi di innocenti. «Sentinella di pace», egli potrebbe stimolarci oggi a chiedere con più forza all'Italia di ratificare il trattato delle Nazioni Unite per mettere al bando le armi nucleari. E poi ancora fare pressione perché l’Europa adotti politiche migratorie più accoglienti e integrative, superando la logica dei muri e dei respingimenti, riconoscendo concretamente la dignità di ogni persona e il rispetto dei Diritti Umani di tutti. Citare i testi del grande «vescovo fatto popolo» deve farci sentire promotori instancabili della cultura del dialogo e dell’incontro, coinvolgerci in un patto educativo globale che formi le nuove generazioni a relazioni inclusive e solidali, in vista di una pace stabile e duratura, nello spirito dell’enciclica «Fratelli tutti». In definitiva, venerare don Tonino, specialmente per i cristiani e per le comunità ecclesiali, significa assumere come impegno e opzione fondamentale di vita lo stesso progetto che ha ispirato integralmente la sua esistenza terrena: «Ama la gente, i poveri soprattutto e Gesù Cristo».
