Il Significato della Stola e del Grembiule secondo Don Tonino Bello

La figura di Don Tonino Bello, vescovo di Molfetta-Giovinazzo-Terlizzi, risuona ancora oggi per la sua sconcertante semplicità e per la profondità della sua visione di Chiesa. Tra i suoi scritti più illuminanti, spicca la meditazione "La stola e il grembiule", che offre una prospettiva unica sul ministero sacerdotale e sulla vera identità del cristiano, fondata sul servizio e sulla prossimità agli ultimi.

Ritratto di Don Tonino Bello con elementi simbolici della stola e del grembiule

Don Tonino Bello: Un Testimone della Fede e della Pace

La vita di Don Tonino Bello è stata una testimonianza di fede intensa e di umanità profonda. La sua grandezza risiede nella sua semplicità, forgiata nella sua terra natale, «piccola e povera», che gli donò «la ricchezza incomparabile di capire i poveri e di potermi oggi disporre a servirli». La sua infanzia fu un affresco di valori umili e puliti, con «tepori di focolari nelle sere d’inverno» e «profumi di campo e di bucato». Pur nominato vescovo, scelse di farsi chiamare "don Tonino", convinto che il titolo episcopale non avesse «molto da spartire né con la povertà di Betlemme né con l’ignominia del Calvario».

La sua vocazione era chiara fin dall'ordinazione sacerdotale, segnata dalla frase evangelica: «Per questo Egli mi ha consacrato per annunziare la buona novella ai poveri» (Lc 4,18). Don Tonino non si limitò a predicare questa missione, ma la visse con una concretezza disarmante. All'ingresso nella diocesi di Molfetta, chiese di essere accolto come «fratello e amico, oltre che come padre e pastore», portando con sé solo «la Parola di Dio e la tenerezza, la sofferenza e la speranza indistruttibile della mia piccola, stupenda Chiesa d’origine». Egli voleva essere «un Vescovo fatto popolo», coniando l'espressione potente di «Chiesa del grembiule».

La pace fu la sua bandiera. Da presidente nazionale di Pax Christi, si impegnò con tutte le sue forze per far comprendere che la pace «non è un semplice vocabolo, ma un vocabolario», e che «non c’è una pace rossa e una pace bianca... C’è una sola pace: quella del Padre». Egli combatté apertamente contro la Guerra del Golfo e il suo impegno raggiunse l'apice con la marcia a Sarajevo nel dicembre 1992, dove, nonostante fosse gravemente malato, si unì a cinquecento pellegrini per osare la pace.

La "Chiesa del Grembiule": Un Simbolo Sacerdotale Rivelatore

Il cuore della riflessione di Don Tonino Bello sul ministero sacerdotale è racchiuso nel binomio "stola e grembiule". Questa meditazione, tanto breve quanto illuminante, prende avvio dal commento alla pagina evangelica in cui Gesù lava i piedi ai suoi discepoli, indossando «l’unico paramento sacerdotale registrato dal vangelo».

La Stola: Simbolo della Liturgia

Ordinariamente, la stola richiama l'armadio della sacrestia, dove, con tutti gli altri paramenti sacri, profumata d'incenso, fa bella mostra di sé, con la sua seta e i suoi colori, con i suoi simboli e i suoi ricami. Non c'è novello sacerdote che non abbia in dono dalle buone suore del suo paese, per la prima messa solenne, una stola preziosa. Nel linguaggio canonico, l'espressione "diritti di stola" e le sue sottospecie colorate ("stola bianca" e "stola nera") indicavano il compenso per le funzioni liturgiche. Per Don Tonino, la stola rinvia alla celebrazione liturgica e alla dignità del sacerdote che presiede.

Il Grembiule: Il Paramento del Servizio

Il grembiule, invece, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre a portata di mano della buona massaia. Ordinariamente, non è articolo da regalo: tanto meno da parte delle suore per un giovane prete. Eppure, secondo Don Tonino, è l'unico paramento sacerdotale registrato dal vangelo. Il vangelo, per la messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo, non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali, ma solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale.

Per Don Tonino, la cosa più importante non è introdurre il "grembiule" nell'armadio dei paramenti sacri, ma comprendere che la stola e il grembiule sono quasi il diritto e il rovescio di un unico simbolo sacerdotale. Anzi, meglio ancora, sono come l'altezza e la larghezza di un unico panno di servizio: il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo. La stola senza il grembiule resterebbe semplicemente calligrafica. Al contrario, il grembiule senza la stola sarebbe fatalmente sterile. Don Tonino si augurava che il vuoto lessicale lasciato dalla frase "diritti di stola" fosse compensato dall'ingresso di un'altra terminologia nel vocabolario sacerdotale: "doveri di grembiule"!

La Stola e il Grembiule - Parte 1a/4 | Don Tonino Bello sacerdote e parroco (1 parte)

La Lavanda dei Piedi: Gesto di Servizio e Consacrazione

La meditazione di Don Tonino sulla stola e il grembiule affonda le radici nell'episodio evangelico della lavanda dei piedi. Questo gesto di Gesù, compiuto nella notte del Giovedì Santo, è altamente rivelatore.

Gesto di Servizio

La lavanda dei piedi è un gesto di servizio radicale, che manifesta la kenosi di Gesù, il suo amore «fino alla fine» che lo porta ad abbassarsi e a spogliarsi della sua divinità per rivestirsi dell’umanità. Egli depone la sua divinità per rivestirsi dell’umanità, tutta rappresentata in quel lembo di stoffa che è l’asciugatoio. È proprio nell'umiliazione e nell'abbassamento che si manifesta la gloria del Figlio di Dio. Nella lavanda dei piedi c’è già l’inizio della glorificazione.

Gesto di Consacrazione

Il gesto di Gesù ha anche una radice nell’Antico Testamento, dove sono riportate le istruzioni per consacrare i sacerdoti attraverso abluzioni con acqua (Es 29,4; Es 30,18-21). Questo significa che la lavanda dei piedi non esprime solo la kenosi del Verbo, ma ha anche un significato che ha a che fare con la consacrazione dei sacerdoti. Don Tonino suggeriva di completare il guardaroba delle sacrestie con l'aggiunta di un grembiule, ritagliato dalla stola, per simboleggiare l'inscindibilità di questi due aspetti del ministero.

La "Triade di Verbi" nel Vangelo di Giovanni

Nel Vangelo di Giovanni, don Tonino identifica una triade di verbi scarni ed essenziali che illustrano la complementarietà della stola e del grembiule:

  1. "Si alzò da tavola": L'eucaristia non sopporta la sedentarietà, l'assopimento, ma ci spinge all'azione, a lasciare le nostre cadenze troppo residenziali per investire in gestualità dinamiche e missionarie il fuoco ricevuto. Se non ci si alza da tavola, l'eucaristia rimane un sacramento incompiuto. Questa spinta all'azione deve partire dalla tavola, dalla consuetudine con Cristo, da una intensa vita di preghiera.
  2. "Depose le vesti": Per i sacerdoti, significa divenire "clero indigeno" degli ultimi, dei poveri, dei diseredati. Implica l'abbandono delle vesti del tornaconto, del calcolo, dell'interesse personale, per assumere la nudità della comunione. Significa deporre le vesti della ricchezza, del lusso, del dominio, dell'arroganza, per ricoprirsi dei veli della debolezza e della povertà. Dobbiamo abbandonare i segni del potere, per conservare il potere dei segni.
  3. "Si cinse un asciugatoio": Questo gesto rappresenta il servizio concreto. Don Tonino commenta che «con il cencio ai fianchi, con quel catino nella destra, con quel piglio vagamente ausiliare, viene fuori proprio un’immagine che declassa la Chiesa al rango di fantesca». Questo non è un declassamento, ma una riscoperta della sua vera identità.

Per Don Tonino, in questo testo evangelico si trova la sintesi dei due gesti, quello di consacrazione e di servizio: stola e grembiule, «l’altezza e la larghezza di un unico panno di servizio; il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo».

La Chiesa del Grembiule: Una Visione Profetica

L'espressione "Chiesa del grembiule" sembra un'immagine un tantino audace, discinta, provocante, ma è al centro del Vangelo. Don Tonino la definiva «Chiesa del servizio», una Chiesa che non cerca il consenso popolare, ma si pone al livello dell'uomo, senza nascondere la sua fragilità. Questa visione è in netto contrasto con l'immagine di una Chiesa che si presenta come maestra di conoscenza o fornitrice di valori, rischiando di ridurre il Vangelo a legge morale e di oscurare la dimensione escatologica della salvezza.

Don Tonino, pur non essendo un ecclesiologo in senso stretto, aveva fatto sua la lezione di Paolo VI, secondo cui la Chiesa, per essere ascoltata nel mondo moderno, dovrebbe dimostrarsi testimone credibile del proprio messaggio, più che proporsi come maestra di conoscenza. Questo si sposa perfettamente con la visione del cristianesimo come stile, suggerita dal teologo Cristoph Theobald: ciò che Gesù fa e dice è un tutt'uno con il suo essere, una bellezza che affascina il credente e può salvare il mondo.

Una Chiesa fedele allo stile di Gesù, intuita da Don Tonino, non si presenta come istituzione detentrice di un sistema di dogmi da insegnare al mondo, ma come spazio in cui le persone trovano la libertà di far emergere la presenza di Dio che già abita la propria esistenza. Ogni persona, quali che siano la sua religione, il suo pensiero e la sua cultura, è portatrice di un'immagine di Dio che aspetta di rivelarsi.

Illustrazione del servizio e della carità cristiana

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