La vita e gli insegnamenti di Don Dolindo Ruotolo, sacerdote napoletano di straordinaria spiritualità, offrono una profonda lezione, specialmente per coloro che, come gli "apostoli titubanti", si trovano ad affrontare dubbi, incomprensioni e sfide nella loro fede e nel loro cammino spirituale. La sua esistenza, segnata da immense sofferenze e da una fede incrollabile, si erge a testimonianza vivente di abbandono alla Divina Provvidenza.
La Vita di Dolindo Ruotolo: Un Esempio di Fede e Obbedienza

Don Dolindo Ruotolo si è offerto come vittima a Gesù per la Sua Santa Chiesa. Nella sua esistenza terrena, è stato calunniato e disprezzato da alcuni e amato da altri, ha vissuto enormi sofferenze congiunte al Crocifisso ed ha subito il vero martirio del cuore. Sospeso per ben 19 anni, don Dolindo è rimasto fedele ed eroicamente ubbidiente alla Chiesa fino alla fine. Il suo segreto, come lui stesso ripeteva, era "Gesù Sacramentato".
La testimonianza di don Dolindo è diventata la luce e la forza di molti per avvicinarsi a Cristo. Milioni di fedeli nel mondo hanno conosciuto don Dolindo e vivono affidandosi pienamente a Dio attraverso il famoso Atto di Abbandono: “Gesù pensaci Tu!”, scritto, appunto, da padre Dolindo. Persino Padre Pio da Pietrelcina mandava tanti penitenti a don Dolindo, e in una delle lettere scritte allo stigmatizzato di San Giovanni Rotondo, questi scrisse: “Niente di quanto è scaturito dalla penna di don Dolindo deve andar perduto. È un santo sacerdote!” La fama di santità di don Dolindo cresce in maniera esponenziale.
“Fui chiamato Dolindo, che significa dolore…” erano le sue parole per spiegare il significato di questo nome, elaborato e impostogli dal padre al battesimo. Nato a Napoli il 6 ottobre 1882 da Raffaele Ruotolo, ingegnere e matematico, e da Silvia Valle, discendente della nobiltà napoletana e spagnola, il dolore si presentò nella sua vita prestissimo. A 11 mesi subì un'operazione chirurgica sul dorso delle mani per un osso cariato, poi un altro intervento per un tumore sotto la guancia che interessò anche le ghiandole. La numerosa famiglia, le scarse entrate e la quasi avarizia del padre facevano sì che in casa si soffrisse la fame, con mancanza di vestiario e scarpe.
Nel 1896, i coniugi Ruotolo, troppo diversi nel carattere, si separarono e Dolindo, con il fratello Elio, venne messo nella Scuola Apostolica dei Preti della Missione in via Vergini. Nel 1903 fece domanda di andare in Cina come missionario, ma il Visitatore dell’Ordine gli rispose: “Dio le dà questo desiderio per prepararla alle sofferenze e all’Apostolato. Sarà martire, ma di cuore, non di sangue.”
Dal 3 settembre 1907, le forze dell’incomprensione e del dolore si scagliarono contro padre Dolindo Ruotolo. Fu chiamato da padre Giunta a Giovinazzo, dove gli fu chiesto di esaminare una presunta veggente. Il suo parere fu positivo, anche se la supposta veggente asseriva di assistere alla ‘manifestazione dello Spirito Santo in forma di bambino’. Il 29 ottobre 1907 fu richiamato a Napoli, intimato di non interessarsi più di questi fatti straordinari e sospeso dalla celebrazione della Messa. Sottoposto a perizia psichiatrica, risultò sano di mente. Ridatigli i sacramenti, fu inviato di nuovo a Napoli con l’espulsione dalla Comunità e il 15 maggio 1908, con la morte nel cuore, ritornò nella sua casa. Seguirono anni di tormenti di ogni genere, dovette accettare di essere esorcizzato, considerato come un pazzo, con i fatti riportati negativamente e travisati dalla stampa.
Nella sua solitudine, cominciò ad avere delle comunicazioni soprannaturali, scrivendo quanto gli veniva rivelato, specie da santa Gemma Galgani; il 22 dicembre 1909 Gesù gli parlò solennemente dall’eucarestia. Una seconda volta, nel dicembre 1911, padre Dolindo venne convocato a Roma, alloggiando in una specie di carcere sacerdotale del Sant’Uffizio e rimandato a Napoli nel 1912. Venne definitivamente riabilitato il 17 luglio 1937; pur ricevendo ancora dolori e incomprensioni, la sua vita di sacerdote ormai diocesano proseguì a Napoli nella chiesa di S. Giuseppe dei Vecchi. Vera luce della spiritualità napoletana e della Chiesa cattolica, riposa nella chiesa di S. Giuseppe dei Vecchi. Le ‘Figlie spirituali’ di don Dolindo mantengono vivo il suo ricordo e i suoi insegnamenti nella “Piccola Casa della Scrittura”.
Il Significato della "Lezione Rivolta agli Apostoli Titubanti"
36 Gesù di Nazaret - Guarigione del cieco nato
La "lezione" di Dolindo Ruotolo agli apostoli titubanti può essere compresa approfondendo la narrazione della guarigione del cieco nato, come esposto nel Vangelo di Giovanni, capitolo 9. Questo passo evangelico è una profonda metafora della cecità spirituale e del cammino verso la fede.
La Guarigione del Cieco Nato: Simbolo della Verità Rivelata
La domanda iniziale posta a Gesù dagli apostoli riguardo al cieco nato - "peccato, costui o i suoi genitori, da nascere cieco?" - rivela una mentalità che lega la sofferenza al peccato. Gesù rifiuta questa visione, affermando che la cecità era per "manifestate in lui le opere di Dio". Questa è la prima grande lezione: le avversità non sono sempre punizione, ma possono essere occasione per il compimento delle opere di Dio, un segno luminoso della Sua Verità, misericordia e amore.
Gesù, guarendo il cieco con del fango e invitandolo a lavarsi nella piscina di Siloe, compie un atto che va oltre la semplice guarigione fisica. È un atto sacramentale, un gesto che coinvolge la fede e l'obbedienza. Il cieco obbedisce e vede, diventando un "uomo nuovo" nella fede. Questo è un richiamo alla semplicità della fede e alla capacità di riconoscere l'opera divina anche in ciò che sembra "un po' di fango".
La Cecità Spirituale: La Difficoltà di Accettare la Verità
La reazione delle persone intorno al cieco guarito, e in particolare dei Farisei, rivela la vera "cecità" alla quale è rivolta la lezione. Molti non riconoscono il cieco, o dubitano della sua guarigione. Ancor più significativo è l'atteggiamento dei Farisei: pur di non accettare il miracolo e la divinità di Gesù, interrogano, investigano, cercano ogni pretesto per squalificare l'evento e il suo autore. "La lezione era tutta rivolta agli apostoli titubanti", ma anche e soprattutto a coloro che, pur avendo la "vista" della legge e della tradizione, erano spiritualmente ciechi.
Il cieco guarito, con la sua semplice ma ferma testimonianza - "io vedo" - e il suo ragionamento logico - "se non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla” - dimostra una chiarezza di visione che manca ai suoi inquisitori. Essi si aggrappano alla violazione del sabato come pretesto per rifiutare la Verità. Gesù viene visto come un impostore, e la luce del miracolo diventa, per essi, "fango" che li acceca ancora di più, spingendoli nelle tenebre più fitte.
Questo rifiuto della Verità per orgoglio intellettuale o per attaccamento alle proprie convinzioni è una forma di cecità più profonda. "Chi ha gli occhi e sta al buio non è come cieco?" si chiede il testo, sottolineando come la conoscenza senza l'umiltà e la disponibilità ad accogliere Dio possa portare a brancolare nelle tenebre, avvolti da una "oscura caligine di errori". L'orgoglio acceca, impedendo di domandarsi: "E se m'inganno io? Se è Dio che opera?".
Il Contratto della Fede: Abbandono e Riconoscimento
Gesù, dopo essere stato riferito dal cieco guarito, lo incontra di nuovo e gli chiede: "Credi tu nel Figlio di Dio?". La risposta del cieco: "Signore, perché io creda in lui?" e la successiva rivelazione di Gesù: "Colui che parla con te è proprio lui", segnano il culmine della lezione. Il cieco, una volta cieco nel corpo e poi nel conoscere, ora vede pienamente anche con gli occhi dell'anima, ricevendo la fede e la salvezza. Questo è il passaggio dalla cecità fisica e spirituale alla piena illuminazione della fede.
Dolindo Ruotolo, attraverso la sua vita e il suo atto di abbandono, incarna questa lezione. In un mondo che spesso si vanta di essere "epoca di lumi" ma è accecato dall'orgoglio e dalla renitenza alla verità, la sua figura invita a guardare al di là delle apparenze, a fidarsi di Dio anche nelle "devastazioni d'un incendio" e nelle incomprensioni. La sua è una chiamata a riconoscere Cristo nei volti quotidiani, anche in quelli "troppo noti" o "male in arnese", e a lasciarsi guidare dalla luce della Verità, accogliendo i "grandi insegnamenti dei quali è ricco" il sacro testo e la vita vissuta nella fede.