La riflessione sulle analogie e differenze tra la Divina Liturgia Ortodossa e la Liturgia Cattolica è un tema di grande profondità teologica e pastorale. Avendo già descritto in precedenza la Divina Liturgia ortodossa, con particolare riferimento al Rito bizantino, questo articolo si propone di approfondire il confronto, evidenziando la sostanza immutabile delle azioni liturgiche e le peculiarità di ciascun rito.
La Messa come Gesto Supremo della Fede
Il gesto più importante di tutta la storia del mondo è la morte e la resurrezione di Cristo. Nella nostra vita, questo gesto è il sacrificio della Messa, rendendola il gesto più significativo della nostra esistenza. La Messa è l'espressione suprema dell'assemblea cristiana, di quella assemblea permanente che è la vita cristiana, il gesto supremo della comunità e del mistero nascosto di Cristo e della sua Chiesa.
La fede è un giudizio nuovo sulla realtà, su ciò che vale la pena di vivere, e tutto deriva dalla risposta che diamo a questa domanda. A tale risposta la Scrittura si riferisce quando dice: «il mio giusto vive di fede» [1]. La fede è un giudizio sul valore della vita e del mondo che ha come sorgente il gesto della Sua morte e resurrezione, di cui facciamo memoria. In questo gesto, la comunione con Lui, con il Padre e con lo Spirito, rivive e rinasce continuamente. Nella Messa, tutto ciò esprime la sua forza.
L'intera vita del cristiano dovrebbe essere una Messa vissuta; la Messa dovrebbe essere il paradigma, la struttura ideale, ispirativa, la forma di tutte le nostre azioni. Siamo chiamati a rendere vita il mistero dell'assemblea cristiana cui si fa memoria della morte e resurrezione di Cristo. Tutti i nostri gesti, nessuno escluso, vi sono implicati. Ogni nostro gesto ha, in dimensioni ridotte, la struttura del mistero della morte e della resurrezione di Cristo, cioè la struttura della Messa.
La Struttura della Liturgia: Un Gesto Unitario in Diverse Parti
La Messa è un gesto unitario, ma è costituito da diverse parti che realizzano i vari fattori di un'unica realtà.
L'Inizio nel Nome della Santissima Trinità e la Consapevolezza del Peccato
La Liturgia inizia in Nome della Santissima Trinità. È la premessa della fede, quel giudizio sulla vita per il quale si riconosce che il senso della nostra esistenza, di tutta la storia del mondo, si chiama Gesù Cristo. È il mistero della Trinità, il mistero del Dio uno e trino, del Dio che è comunione. È il mistero di questo Dio che si è rivelato insediandosi tra di noi. "Nel nome" in ebraico indicava la potenza di una persona. Perciò "nel nome di" vuol dire riconoscere che tutte le cose sono sostenute dalla potenza di Dio, che tutto è Dio. Questa è la premessa di ogni azione, la vigilanza, chiamata preghiera continua. Vivere vigilanti è vivere con intelligenza, vivere con personalità. L'abituarsi a questo desiderio lo rende più facilmente realizzabile.
Il giudizio di valore sulla mia vita e su quella del mondo è Cristo morto e risorto. Egli non è vissuto duemila anni fa e basta, ma tutto ciò che è accaduto allora sta investendo la storia, non secondo le forme carnali - come dice san Paolo [2] - ma secondo una presenza che sta muovendo il mondo al suo destino attraverso le nostre esistenze.
Segue l'ammissione dei propri peccati. Il primo fattore fondamentale di un'azione convertita, di un'azione cristiana, è la coscienza del proprio peccato. L'ascolto della Parola di Dio è parte fondamentale della Liturgia. La parola di Dio ci aiuta a capire la sproporzione tra noi e l'ideale di Cristo, ma anche ci affiata con questo ideale. Infatti, nella Messa, dopo il gesto della contrizione, si passa alla proclamazione della parola di Dio con il brano dell'Antico Testamento, l'Epistola e il Vangelo.
Non si possono capire questi brani letti durante la Messa se l'ascolto di quelle parole non produce in noi la consapevolezza di essere peccatori. Solo attraverso questa contrizione reale è possibile partecipare al gesto della comunità che in quel momento si sta compiendo, cogliendo il richiamo profondo della parola di Dio, il richiamo alla fede. Vivere la fede significa che essa informa tutto, come concezione, come sentimento, come progetto, come decisione, come modo di affrontare le cose, come scrive san Paolo ai Filippesi. Non esistono cose buone o cattive, ma, per i cristiani, esiste un affrontare le cose con fede o senza fede. Se allora la parola di Dio illumina la nostra vita accompagnandola con la consapevolezza della nostra sproporzione, quel dolore che avvertiamo sempre in fondo alle nostre azioni è un dolore sano, costruttivo, che non ci arresta, che spinge ad essere migliori. È quello che san Paolo chiama la “tristezza secondo Dio”, che nota la sproporzione, la pochezza e la meschinità della nostra vita, ma non si ferma lì, generando un dolore che capovolge, che converte. La consapevolezza del nostro peccato ci cambia il volto, ci riempie di desiderio di cambiare la vita. La parola di Dio converte la vita, muta il significato della vita, sempre, tutti i giorni.
La Consacrazione e i suoi Gesti
Il fulcro della Liturgia è, indubbiamente, la Consacrazione. L'importanza teologico-sacramentale dell'incommensurabile valore della transustanziazione è data per acquisita.
La Copertura del Calice
Un primo elemento è la copertura del calice. Questo gesto è importante perché ritroviamo la medesima presenza nella Divina Liturgia ortodossa, in termini di tovaglie e decori per l'altare. La copertura del calice sembra essenzialmente un gesto di prudenza, per evitare che vi cadano elementi estranei, soprattutto quando contiene il vino trasformato nel sangue di Cristo. Nei primi secoli si stendeva una sola tovaglia sull'altare. Le tovaglie si moltiplicarono dall'ottavo secolo, probabilmente per evitare che il vino consacrato, versato accidentalmente, finisse fuori dall'altare. La prima di queste tovaglie fu chiamata palla corporalis: coprendo l'intero altare, sulla parte anteriore erano poste le offerte, mentre quella posteriore era piegata sul calice, proprio per preservarlo da impurità. Da questa tovaglia unica siamo giunti al corporale sul quale si pongono le oblate e alla palla, che può essere usata per coprire il calice.

L'Aggiunta dell'Acqua al Vino
Secondo un uso greco, seguito in Palestina ai tempi di Gesù, prima di bere del vino vi si aggiungeva una modica quantità d'acqua. Le antiche preghiere eucaristiche orientali ricordano questo gesto durante l'ultima cena, pur non essendovene traccia nel Vangelo. Quando i fedeli si comunicavano sotto le due specie, l'acqua veniva versata dal diacono in capienti calici, con un gesto a forma di croce. Scomparsa la comunione al calice dei fedeli, la quantità di vino è limitata e il sacerdote vi versa solo poche gocce d'acqua. La Chiesa antica ha visto in questo gesto simbolico l'unione a Cristo che salva. Come il vino assimila l'acqua, così Gesù, unendoci a lui, ha preso su di sé i nostri peccati: «Se qualcuno offre solo vino, il Sangue di Cristo comincia a essere senza di noi, ma se offre acqua soltanto, il popolo comincia ad essere senza Cristo» [6].
La Frazione del Pane e l'Immixtio
Il gesto successivo è lo spezzare il pane, seguito dall'immissione di un pezzo di ostia consacrata nel calice. Rompere il pane per condividerlo era un gesto comune presso gli ebrei. Lo troviamo fra i gesti di Gesù durante la cena: la frazione del pane diventa il nome con cui la tradizione lucana indica l'eucaristia [7]. Per la liturgia antica sembra un gesto funzionale per comunicare i fedeli, assumendo una forma rituale precisa. Il rito non ha solo una funzione pratica. Significa che noi, pur essendo molti, diventiamo un solo corpo nella comunione a un solo pane che è Cristo, come dice l'apostolo Paolo. Ricordando l'episodio della moltiplicazione dei pani, il gesto assume un valore escatologico: tutti possono avere parte al Regno di Dio.
Alla frazione del pane è legato il gesto dell'immixtio, l'immersione nel calice di un pezzo di pane consacrato. Fra le varie interpretazioni possibili, la più convincente fa riferimento al rito del fermentum. Nella messa papale una parte del pane consacrato era conservata per la celebrazione seguente, volendo indicare così la continuità del sacrificio eucaristico; un'altra parte era inviata ai vescovi suburbicari e ai preti delle chiese titolari romane.
La Divina Liturgia Ortodossa: Caratteristiche Distintive
Della Divina Liturgia ortodossa abbiamo già ampiamente discusso, riprendendo solo un paio di concetti fondamentali per il confronto.
Adorazione e Venerazione nella Tradizione Ortodossa
La Chiesa Ortodossa adora Dio con lo stesso spirito con cui Egli viene adorato in Cielo, secondo le rivelazioni bibliche presenti in Isaia, Ezechiele e nell'Apocalisse. Ciò comporta l'utilizzo di elementi esterni quali l'incenso, i ceri, le vesti liturgiche e le prostrazioni, dal momento che adorare Dio in terra significa compiere un'esperienza che coinvolge anche il corpo. La Chiesa venera la croce, i Vangeli, le immagini del Cristo e, per estensione, tutte le icone dei Santi. Le icone, infatti, non sono adorate, visto che ciò le equiparerebbe a degli idoli, bensì venerate. Rendendo loro un omaggio, ci si rivolge al prototipo da esse rappresentato (Cristo).
Approccio alla Liturgia e L'Iconostasi
Il primo esercizio che il fedele deve compiere è quello di allontanarsi dai pensieri e dalle fantasie della vita terrena, è quello di fare un profondo silenzio in sé. Solo così i segni e i simboli liturgici cominciano a interpellare e a interagire con l'interiorità dell'uomo. Naturalmente, essendo come una palestra, la Liturgia richiede impegno. Va sottolineato anche come sia differente l'approccio: l'ortodosso si accosta alla Liturgia come un assetato alla fontana. Prende quanto gli è necessario a dissetarsi e poi va per la sua strada. Più è grande la sua sete più sente che deve bere. E la fontana non smette di gettare la sua acqua essendo lì per quello. Ecco spiegato quell'andirivieni dei fedeli dalle lunghe Divine Liturgie.
Un elemento distintivo nelle chiese di rito bizantino è l'Iconostasi, una parete che divide il Presbiterio dal resto della navata, su cui, secondo schemi precisi, sono disposte le icone del Cristo, della Madre di Dio, del Santo a cui è dedicata la chiesa e altre. Un altro aspetto fondamentale è il canto: la Divina Liturgia è sempre interamente cantata, per dare solennità al Mistero della Salvezza che vi si rinnova. Nella tradizione della Chiesa russa, non sono usati strumenti musicali.
Come funziona una chiesa: l'iconostasi - ARCHITETTURA
Principi Comuni e Distintivi delle Liturgie Cristiane
L'immutabile natura della Liturgia è un tema centrale, specialmente dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, che ha visto numerosi cambiamenti. È fondamentale distinguere tra la sostanza della Liturgia, che non può mutare, e gli accidenti, le forme esteriori che possono cambiare. Il Concilio Vaticano II afferma: “Giustamente... la Liturgia è ritenuta l’esercizio del Sacerdozio di Gesù Cristo; in essa, per mezzo di segni sensibili viene significata e, in modo ad essi proprio, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal Corpo Mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale.”
La Liturgia è un'azione sacra per eccellenza, soprannaturale, che si colloca a livello della Grazia e del Mistero. È opera di Cristo e, al tempo stesso, opera di tutta la Chiesa. È per sua natura sacramentale e ministeriale, richiedendo un Ministro che agisca "in persona Christi et Ecclesiae", attraverso l'Ordinazione sacra e la Successione Apostolica.
Una tendenza pelagiana, che enfatizza l'azione dell'uomo a discapito della Grazia divina, è sempre un pericolo. La prima attitudine di chi partecipa alla Liturgia è quella dell'ascolto, dell'aprirsi, del ricevere la Grazia di Dio, non del fare. La partecipazione che conta è quella interiore, una cooperazione con la Grazia, suscitata da segni e parole. La fede e la conversione sono indispensabili per una partecipazione fruttuosa. Il Battesimo, che inserisce nel Mistero della Morte e Risurrezione di Cristo, dona la “capacitas” soprannaturale di credere, sperare e amare.
L'Autorità competente in materia liturgica deve garantire che tutto indichi la natura sacra-soprannaturale della Liturgia, conducendo all'idea che si celebrano i Divini Misteri. Il contenuto della Liturgia è immutabile. Tuttavia, le espressioni portatrici di tale contenuto possono essere soggette a cambiamento, con massima prudenza, da parte di chi detiene la “sacra potestas”. Questo potere spetta a coloro che possono garantire la Successione Apostolica e agire “in persona Christi et Ecclesiae”.
Principio della Tradizione
Entrambe le liturgie sono il risultato di uno sviluppo organico di un antico nucleo apostolico, trasmesso attraverso secoli di fede viva. Nonostante le attribuzioni a santi famosi come San Giovanni Crisostomo o San Basilio, il rito è opera di vari santi. Possiamo definire principio della tradizione l'atto di ricevere ciò che si tramanda.
Spessore e Preparazione
L'antica Liturgia romana, così come l'antica Liturgia bizantina, è pervasa di contenuti dogmatici, morali, mistico-ascetici. Le preghiere sono fitte, ricche e colme di religiosità, un arazzo poetico della Scrittura e di altre espressioni devote. Strettamente connesso è il principio della preparazione, adeguata e ripetuta.
Principio di Veridicità
L'intero messaggio evangelico è presente nei lezionari occidentali, sia nelle parti "difficili" che in quelle più facili. La lex orandi tradizionale contiene e trasmette con vigore apostolico la piena lex credendi della Chiesa cattolica, senza modifiche imposte da sensibilità contemporanee. Nelle liturgie antiche si vedono e si ascoltano molte dottrine della fede, perché il rito stesso le rende evidenti, come la venerazione dovuta ai santi o l'adorazione del Santissimo Sacramento.
Principio della Separazione
Tutte le autentiche liturgie cristiane conservano e fanno uso rituale della teologia iscritta nell'architettura del tempio dell'Antica Alleanza, che, come insegna la Lettera agli Ebrei, è ricapitolata in Cristo e quindi simboleggiata per sempre nel nostro sacrificio eucaristico. Questo è rappresentato dall'eloquente iconostasi e dal progressivo simbolismo della sopraelevazione dell'altare rispetto all'assemblea.
La Divina Liturgia nella Chiesa Cattolica e Ortodossa
La Divina Liturgia equivale nella sostanza e nel significato alla celebrazione della santa Messa. È, anzi, uno dei riti con cui la Chiesa Cattolica celebra la Santa Messa, insieme con il rito romano e con il rito ambrosiano. È celebrata nei Patriarcati di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, Russia, Serbia, Romania, Bulgaria, Georgia, nelle Chiese di Cipro, Grecia, Polonia, Albania, Rep. Ceca e Slovacchia, e in alcune Chiese cattoliche di rito bizantino.
Il Rito Bizantino e la sua Diffusione
Significativo è il famoso racconto dell'adozione del rito in Russia: la delegazione inviata dal principe Vladimir nel 987 a Costantinopoli per “esaminare la fede greca” descrisse l'incontro avvenuto con espressioni che ne sottolinearono da subito la potente connotazione estetica: “giacché”, riferirono i delegati, “non sapevamo se fossimo in cielo o in terra. Poiché sulla terra non esiste splendore o una tale bellezza e noi siamo del tutto inadeguati a descriverli. Sappiamo solo che il Signore si ferma lì tra gli uomini e il loro servizio è più luminoso delle cerimonie delle altre nazioni.”
All'epoca, questa chiesa comprendeva gran parte degli ucraini e dei bielorussi, sotto il dominio della Confederazione Polacco-Lituana. I vertici della Chiesa di Kiev si unirono in sinodo nella città di Brěst e composero i 33 articoli dell'Unione, che furono accettati dal Pontefice romano. L'Unione di Lublino nel 1569 aveva comportato uno stretto vincolo tra il Regno di Polonia (che era cattolico) oltre che alla Lituania propriamente detta (anch'essa cattolica) anche ai territori da quest'ultima dipendenti, abitate da popolazioni slave di religione greco-ortodossa. In seno alla Chiesa cattolica, in modo ricorrente, nacque, però una diffidenza per la Chiesa unita.
Riconciliazione Cattolico-Ortodossa
Un evento storico di grande rilevanza ebbe luogo il 5 gennaio 1964, quando il patriarca Atenagora I e papa Paolo VI si incontrarono a Gerusalemme: il loro “abbraccio di pace” e la loro dichiarazione di riconciliazione furono il primo atto ufficiale congiunto delle due chiese dallo scisma del 1054. La Dichiarazione comune Cattolico-Ortodossa del 1965 fu letta contemporaneamente il 7 dicembre 1965 in un incontro pubblico nell'ambito del Concilio Vaticano II a Roma ed in occasione di una cerimonia speciale a Costantinopoli: precisò che lo scambio di scomuniche del 1054 era fra le persone interessate e non fra le Chiese, e che tali censure non intendevano rompere la comunione ecclesiastica fra le sedi di Roma e di Costantinopoli.
Il 27 novembre 2004, per “promuovere l'unità dei Cristiani”, papa Giovanni Paolo II restituì le reliquie dei patriarchi Giovanni Crisostomo e Gregorio Nazianzeno a Costantinopoli. Il patriarca ecumenico Bartolomeo I, insieme con altri capi delle Chiese autocefale orientali, ha presenziato ai funerali di papa Giovanni Paolo II, l'8 aprile 2005.
Svolgimento della Divina Liturgia Bizantina
Dopo le preghiere iniziali e la vestizione, il sacerdote e il diacono si recano all'altare della Protesi e preparano i Santi Doni (il pane ed il vino). La liturgia dei Catecumeni (che comprende riti di ingresso e la Liturgia della Parola) consta:
- All'altare tre preghiere sacerdotali, accompagnate da tre litanie, si alternano con tre antifone.
- Segue il Piccolo ingresso: Gesù Maestro, simboleggiato dal Vangelo portato processionalmente, entra nel mondo.
- Vengono poi cantati i Tropari che commemorano la festa o i santi del giorno; il Trisagio (inno “Tre volte santo”), l'Epistola, preceduta e seguita da versetti (Prokimen), e il Vangelo.
- Il sacerdote dispiega l'Antiminsio.
Al Grande ingresso il sacerdote e il diacono portano processionalmente all'altare il disco e il calice, mentre il coro canta l'Inno dei cherubini. Simboleggia l'ingresso nel mondo di Gesù vittima e sacerdote. Seguono una litania, l'abbraccio di pace (quando vi sono più sacerdoti concelebranti) ed il Credo, durante il quale si toglie il velo dai Santi Doni. Segue la Liturgia eucaristica propriamente detta, che culmina nella consacrazione. Si ricordano quindi i defunti e i viventi. Una litania precede il Padre Nostro. Il pane consacrato viene immesso nel calice. Seguono: Comunione, Ringraziamento e Benedizione.
Partecipazione dei Cattolici alla Liturgia Ortodossa
Un cattolico può partecipare all'Eucaristia celebrata dagli ortodossi e può ricevere la Santa Comunione. I sacerdoti ortodossi, infatti, godono della successione apostolica. Gli ortodossi chiamano la Messa “la Divina Liturgia”. Ugualmente un cattolico può confessare i propri peccati a un sacerdote ortodosso. Tuttavia, quello che si può fare con gli ortodossi non lo si può fare con altre confessioni cristiane, come quelle protestanti, dal momento che i loro pastori non godono della successione apostolica e pertanto non possono consacrare e non possono assolvere.
Bizantino e Ortodosso: Chiarimenti
I bizantini sono gli ortodossi o anche i cattolici che seguono il rito bizantino (detto anche greco). Per rito s'intende un insieme di cerimonie e di regole riguardanti il culto. Il bizantino è uno dei tanti riti orientali. Bizantino e ortodosso non sono equivalenti, perché vi sono ortodossi che non sono di rito bizantino, e vi sono cattolici che sono di rito bizantino.
Il Rito Ambrosiano
L'ambrosiano è uno dei riti occidentali, di cui il principale è il rito romano o latino. L'ambrosiano (o milanese) è un rito proprio della Chiesa ambrosiana, e pertanto è celebrato nella diocesi di Milano.
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