Il momento in cui un sacerdote saluta la sua comunità parrocchiale per assumere un nuovo incarico è un evento carico di significato, sia per il pastore che per i fedeli. Non è solo un cambio di persone, ma spesso riflette profonde trasformazioni nella vita della Chiesa, nei modelli pastorali e nelle esigenze spirituali delle comunità. Questa transizione invita alla riflessione, al bilancio di quanto compiuto e all'apertura verso nuove prospettive.

Il Saluto dei Parroci Uscecnti: Riflessioni e Bilanci
L'Esperienza di Don Arcangelo Martina a Salice Salentino
Il cambio alla guida della Parrocchia “San Giuseppe” di Salice Salentino ha visto monsignor Giovanni Intini, arcivescovo di Brindisi-Ostuni, affidare ufficialmente la Parrocchia a don Salvatore Innocente il 5 ottobre. Il parroco uscente, don Arcangelo Martina, che da oggi si occuperà fra l’altro del “Servizio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso” della Curia diocesana, ha diffuso una nota indirizzata ai fedeli dal titolo “Non sono più il vostro parroco. Addio Comunità di San Giuseppe!”.
Don Arcangelo ha sentito la chiamata di Dio al presbiterato nel 1978, all’età di 18 anni e mezzo, vivendo un cammino di speciale vocazione da circa 45 anni, di cui 37 come presbitero. È stato protagonista nell’azione pastorale parrocchiale per 52 anni, dal 1971, dall’età di 11 anni, quando già da ragazzino faceva parte dell’Azione Cattolica tra i giovani e svolgeva il servizio di animatore liturgico, educatore Acr e catechista. Ha sottolineato di non aver mai aspirato a venire in servizio nella sua città d’origine o in una determinata parrocchia, poiché ciò contraddirebbe la natura della vocazione, che implica totale e indifferenziata disponibilità missionaria. Pertanto, è andato sempre dove ha deciso il vescovo.
Giunto nella comunità di Salice dopo esperienze a Molfetta, Roma, Brindisi, Veglie, San Pancrazio Salentino, ha sempre mantenuto il legame con le sue origini umili: i suoi genitori, semplici contadini, gli hanno lasciato una grande eredità di libertà e distacco dalle cose terrene. Il padre, in particolare, è stato un esempio di grande lavoratore, allegria e ottimismo, distribuendo con gioia i frutti della terra e non volendo mai avere soldi in tasca, riconosciuto da tutti come un vero “francescano”.
Durante i suoi 12 anni a Salice, don Arcangelo ha profuso le sue migliori energie, in comunione e cooperazione con i fedeli, per favorire la formazione permanente e la partecipazione attiva e corresponsabile di tutti secondo il nuovo spirito inaugurato dal Vaticano II. L'obiettivo era avvicinarsi sempre più ad essere una vera comunità-comunione-missione dinamicamente a servizio del Regno di Dio, in spirito evangelico, sempre in movimento verso tutti gli ambienti, le diverse realtà e persone concrete del territorio e della città. Questi anni sono stati una semina continua di gesti di amore verso le persone e anche verso le strutture parrocchiali a 360 gradi, senza trascurare neanche i piccoli dettagli: restauri generali, acquisti, opere d’arte, migliorie, eccetera. L’inventario dei beni parrocchiali e le relazioni annuali stilati sono risultati di molte pagine!
Un versetto evangelico, "Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili," è diventato per lui un motto fondamentale di vita. Tuttavia, ha ammesso che molto di più avrebbe potuto essere realizzato se si fossero sempre vinti nemici come la pigrizia, l’indifferenza, i pregiudizi, la chiusura nel privato, l’invidia, l’egoismo, riconoscendo quante occasioni siano state sprecate. Nonostante qualche dispiacere e l'amaro per un contesto divisivo e arrogante che sta cancellando il cammino compiuto, ha sottolineato la bellezza di questo percorso di 12 anni insieme.
Fare il parroco non è l’unico modo per fare il prete. L’arcivescovo Giovanni, molto sensibile e attento alle persone, ha dato ascolto anche alle sue esigenze personali. Pertanto, gli ha concesso la possibilità di svolgere il suo ministero non più da parroco ma secondo una modalità diversa e varia. Cambiare modalità di servizio pastorale, obiettivi, luoghi, contatti, problematiche, sfide, progetti, può essere un’occasione di rigenerazione. Anche per i fedeli, cambiare parroco può essere un’occasione straordinaria di riflessione, sviluppi e stimoli inediti. È stata una scelta dura e sofferta, considerando che da 52 anni è un operatore pastorale parrocchiale "esageratamente iperattivo", di cui 37 da prete, senza mai aver fatto ferie o giornate libere nel vero senso della parola.
In concreto, il suo futuro prevede di continuare ad abitare a Salice come suo quartier generale, svolgere il ruolo di delegato vescovile del servizio diocesano “Ecumenismo e Dialogo tra le Religioni del mondo”, seguire spiritualmente e celebrare la Messa nei giorni feriali con le Suore DGE, inclusa la loro RSA, e dare aiuto pastorale principalmente alla chiesa madre di Guagnano. Ha espresso un particolare saluto e abbraccio a tutti, in special modo a coloro che sono stati operai pronti e generosi, e alle Suore DGE, offrendo vicinanza e preghiera per gli anziani, i sofferenti e le persone in disagio. Ha accolto cordialmente il nuovo parroco, don Salvatore Innocente, esortando tutti ad avere un pieno e incondizionato spirito di comunione e collaborazione.
Don Michele Arcangelo Martina (detto don Arcangelo) ha 63 anni. Durante la sua lunga e proficua attività sacerdotale, ha ricoperto numerosi incarichi, tra cui vicario della Parrocchia “S. Ponziano” di Roma, docente presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “S. Lorenzo da Brindisi”, insegnante di Religione Cattolica presso l’Istituto Tecnico Commerciale “Marconi” di Brindisi, direttore dell’Istituto di Scienze Religiose di Brindisi. È stato altresì vicario parrocchiale della Chiesa “San Vito Martire” di Brindisi, parroco della Chiesa “SS. Rosario” di Veglie, parroco della Chiesa Madre “SS. Pancrazio e Francesco D’Assisi” di San Pancrazio Salentino, e vicario foraneo della Vicaria del Salento. Durante i 12 anni alla guida della Parrocchia “San Giuseppe” di Salice, oltre all'attività pastorale, ha promosso o realizzato numerosi interventi, fra cui la sistemazione della pavimentazione dei marciapiedi intorno alla Chiesa, la riqualificazione e ristrutturazione del sagrato (anche a beneficio dei disabili), il doppio restauro della facciata della Chiesa (il secondo con 3 nicchie nuove e statue scolpite da Gianpiero Leo) e il portone d'ingresso della Chiesa.
Don Alessandro lascia Subbiano il Saluto del parroco e della comunità
La Prospettiva di un Parroco di Padova sul Cambiamento del Ministero
Un altro sacerdote, salutando la sua comunità di Padova dopo solo un anno di permanenza, ha ringraziato i fedeli per il tratto di strada percorso insieme. La Chiesa di Padova lo ha inviato a svolgere il ministero di parroco a Natività e ad essere responsabile della Scuola diocesana di Teologia per laici. Un cambio dopo un solo anno può sembrare singolare, ma è necessario considerare alcuni aspetti importanti per comprenderlo.
È in atto anzitutto un cambio radicale nella figura del parroco, complice il notevole calo numerico dei preti in attività rispetto al numero delle parrocchie. Anche la Diocesi di Padova, come tante altre in Italia, si trova a dover mettere insieme più Comunità con un solo prete a loro servizio, oppure, come in questo caso, ad affidargli una parrocchia e insieme un altro servizio diocesano. Sono lontani i tempi in cui c’era un parroco per ogni parrocchia, il cui servizio durava una vita e il pastore diventava un padre della Comunità, tanto da essere comune l’espressione che un parroco “sposava” la sua parrocchia.
Un altro aspetto da considerare è che il turn over dei preti oggi è motivato non solo da dati numerici o dalla necessità di accorpare le parrocchie, ma anche da un modo diverso di intendere la figura stessa del prete a servizio della Comunità. Non è più il parroco il centro, ma la Comunità stessa, con il Consiglio Pastorale e le varie persone responsabili dei settori operativi della parrocchia. Il sacerdote è un fratello cristiano, consacrato nel servizio, che si affianca per un tratto di strada alla vita della Comunità, vi porta il suo contributo originale, offre le sue capacità e certamente anche i propri limiti. Poi lui passa, mentre la Comunità resta. Anche il cambiare ha la propria importanza: dopo alcuni anni aiuta il prete come persona a rinnovare la propria scelta, chiamato ancora una volta a “lasciare le reti e seguire” il Maestro, mentre la parrocchia “cambia voce” e anch’essa si rinnova nel confronto con una persona diversa. È in quest’ottica e dentro questo “modello” di Chiesa che si può leggere anche il cambio che sono chiamato a fare.
Il sacerdote ha confessato che non è facile, come non è stato semplice lasciare la parrocchia precedente o “ripartire” nella nuova. Questo è però il cammino che attende un prete oggi: in ascolto delle richieste della propria Diocesi, capace di prendere spesso le valigie, non legato da poteri consolidati nel tempo, disponibile alle necessità pastorali in un tempo di cambiamenti veloci. Ha invitato i fedeli a fare questa analisi razionale dei fatti, anche per evitare ipotesi e congetture che assomigliano più ad una telenovela. La sua decisione è scaturita da una revisione globale della Diocesi, che lo ha individuato come il più adatto a gestire insieme la parrocchia della Natività e la Scuola di Teologia. Ha riflettuto molto e chiesto consiglio, scegliendo di dare credito alla richiesta del Vescovo, con la fatica che comporta.
Nel partire, ha portato nel cuore un anno ricco: le varie iniziative e la sincera amicizia con i ragazzi, la riscoperta del patronato come casa della Comunità, la celebrazione dei Sacramenti serena e piena di festa. Ha ricordato anche gli interventi tecnici di ristrutturazione e razionalizzazione degli spazi in canonica, la messa a norma di sicurezza di tutto il patronato, alcuni interventi per rendere più confortevoli gli appartamenti dei sacerdoti coadiutori; tutti lavori affrontati senza creare debiti grazie all’attenta gestione finanziaria precedente. Si è anche celebrata la riscoperta e la valorizzazione di tre opere storico-artistiche in chiesa: il battistero, la pala di san Basilio, la pala di san Giuseppe, e la loro ricollocazione alla vista di tutti.
Non sempre è stato un anno facile: arrivare in una parrocchia dopo una leadership lunga quasi quarant’anni comporta la fatica di adattarsi al nuovo, come persona, come mentalità, come idea pastorale e come progettualità d’insieme. È chiaro che possono insorgere resistenze o incomprensioni, ma ha anche gradito l’apprezzamento da parte di molte persone. Ha ringraziato i sacerdoti che lo hanno affiancato e che resteranno a servizio della Comunità. L’obiettivo principale è stato creare un clima sereno e accogliente, nella collaborazione, negli ambienti della parrocchia, nelle attività proposte, nei momenti di celebrazione liturgica. Ha espresso il desiderio che questo sia anche il clima con cui ci si saluta e uno stile che rimanga nel tempo come un impegno profondo di tutta la Comunità. Questo è uno dei modi migliori di presentare e vivere il Cristianesimo oggi, in un contesto culturale spesso fatto di corse senza fine e di conflitti. La serenità e l’accoglienza, anche di chi non la pensa allo stesso modo, la disponibilità a lavorare insieme, anche se non si è protagonisti assoluti ma solo semplici volontari, sono stili importanti che offrono il respiro largo della libertà. Libero dal successo come dall’insuccesso, ha assicurato l'affetto reciproco e l'amicizia che resterà viva. Ha augurato ai fedeli di accogliere con affetto il nuovo parroco e di sostenerlo nel suo doppio incarico, ricordando che siamo tutti sul sentiero, chiamati, ognuno nel proprio ruolo, ad essere un raggio di luce per il mondo in cui viviamo.

Il Contesto Moderno dei Cambiamenti Pastorali
La Trasformazione della Figura del Parroco
Il fenomeno del cambio di parroci, talvolta anche dopo brevi periodi, non è una casualità ma rispecchia una più ampia trasformazione nella Chiesa contemporanea. Il notevole calo numerico dei sacerdoti attivi rispetto al numero delle parrocchie costringe le diocesi a ripensare la distribuzione del clero. Ciò porta spesso all'accorpamento di più comunità sotto la guida di un unico sacerdote o all'assegnazione di più incarichi pastorali a un singolo presbitero.
Questo turnover dei preti è motivato non solo da dati numerici, ma anche da un modo diverso di intendere la figura stessa del prete a servizio della Comunità. Non è più il parroco il centro esclusivo della vita parrocchiale, bensì la Comunità stessa, con il Consiglio Pastorale e le varie persone responsabili dei settori operativi. Il sacerdote assume il ruolo di fratello cristiano, consacrato nel servizio, che si affianca alla vita della Comunità per un tratto di strada, offrendo il suo contributo, le sue capacità e i suoi limiti, per poi passare il testimone mentre la Comunità permane.

Le Sfide e le Opportunità del Cambiamento
Il cambiamento di modalità di servizio pastorale, obiettivi, luoghi e dinamiche può rappresentare per il sacerdote un'occasione di rigenerazione, un nuovo slancio per rinnovare la propria scelta vocazionale. Allo stesso modo, per i fedeli, il cambio di parroco può essere un'occasione straordinaria di riflessione, di sviluppi e stimoli inediti e significativi, che rinvigorisce la comunità. Questo approccio richiede ai sacerdoti una massima disponibilità a "prendere spesso le valigie", a non essere legati da poteri consolidati nel tempo e a rispondere prontamente alle necessità pastorali in un'epoca di rapidi cambiamenti.
Voci di Sacerdoti: Emozioni e Riflessioni sul Cambiamento
Il momento del cambio, pur essendo parte integrante del ministero sacerdotale, è vissuto con un misto di emozioni e sfide. Spesso, mentre la comunità si interroga sul futuro della parrocchia, sono in pochi a pensare all'uomo, al sacerdote che attraversa un passaggio così delicato.
- Don Umberto Sordo, passato dalla Cattedrale a Madonna Pellegrina, ha sottolineato che "cambiare significa cambiare davvero, fino in fondo". Questo implica adattarsi a "orari diversi, stili diversi, modalità di impostare le relazioni completamente diverse", costringendo il sacerdote a rimettersi completamente in gioco. I fattori positivi includono la possibilità di "non assolutizzare un singolo modello di comunità" e la scoperta, spesso solo nel momento del congedo, del bene compiuto attraverso un "grazie" inatteso. Per Don Umberto, lasciare una comunità è "toccar con mano il fatto che il nostro è un puro servizio, reso alla diocesi".
- Don Francesco Mascotto, dopo 15 anni a Crespano del Grappa, ha descritto l'esperienza di lasciare come "vivere un lutto", un processo che va elaborato. Ha coniato la metafora che "cambiare comunità è come il parto", un dolore che precede una nuova vita. Il prete mette in conto il cambiamento e talvolta se lo aspetta, ma la separazione dalla comunità più stretta, con cui si è condiviso tanto, crea un vuoto che richiede elaborazione sul piano della fede. Tuttavia, cambiare è anche "ritornare alle origini, riprendere con slancio le motivazioni degli inizi".
- Don Romano Cavalletto ha vissuto il suo secondo ingresso in una nuova parrocchia dopo aver lasciato Valsanzibio. Ha osservato che ogni spostamento è diverso in base alla destinazione e alla dimensione della comunità. Pur vivendo il cambiamento con gioia per l'incontro con persone "buone e accoglienti", ha ammesso di sentire un certo stress per il "controllo" della situazione. Le difficoltà pratiche - non trovare un bottone, le chiavi, la carta per le fotocopie, sbagliare porta - si sommano alla difficoltà di ricordare i molti nuovi nomi. Il cambiamento significa rimettersi in gioco, specialmente dopo aver lasciato una comunità in cui si è sentito un padre per tutti, una "famiglia allargata".
- Don Federico Camporese, nuovo parroco di Cristo Risorto, ha sorriso dicendo: "Quando arriva la richiesta di cambiamento, rispondi che ci penserai su, in realtà sai già che lo farai". Se razionalmente il cambio permette di fare sintesi sulla pastorale, a livello affettivo e relazionale "cambiare crea un problema", poiché si lasciano amici e relazioni. Ci sono anche esigenze concrete, come la mancanza di mobili o il non sapere dove lavare i panni, che fortunatamente vedono la famiglia d'origine stringersi attorno. Don Federico ha riflettuto più profondamente sul perché il cambio generi disagio, ricollegandolo alla "paura e dolore" inscritti in noi dal "più grande cambiamento della nostra vita: il parto". Nonostante lo spettro del fallimento o la paura dell'isolamento, come Abramo e gli apostoli, ci si affida a Dio, da cui nascono incontri che, nel tempo, si finirà anche per rimpiangere.

Idee Regalo per Sacerdoti: Simboli di Ministero e Apprezzamento
Nel contesto dei saluti e dei cambiamenti, o in occasione di ordinazioni e anniversari, la scelta di un regalo per un sacerdote assume un significato particolare. L'obiettivo è spesso quello di offrire un segno tangibile di apprezzamento per il suo ministero, qualcosa di utile e duraturo che lo accompagni nella sua vita sacerdotale. Ecco alcune idee di regali che sono particolarmente apprezzati, specialmente per un'ordinazione sacerdotale, ma che possono anche essere doni di stima per un sacerdote già in servizio.
La Stola Sacerdotale
La stola è il simbolo caratteristico del ministro ordinato. Si tratta di una striscia di tessuto che il sacerdote indossa intorno al collo e che cade verticale sul davanti. Spesso le stole hanno almeno una croce decorata sulla parte posteriore e in molti casi altre due croci decorate sulle due strisce anteriori. I sacerdoti la indossano sopra il camice e la fermano con il cingolo intorno ai fianchi, poi indossano la casula. È più facile quindi per i fedeli vedere il parroco con la stola nei momenti in cui non indossa la casula, come durante la confessione, o in casi di concelebrazione. Proprio perché si indossa intorno al collo viene simbolicamente assimilata ad un “dolce giogo” di cui il sacerdote deve farsi carico, ovvero gli obblighi del sacerdozio. Durante il rito dell’ordinazione, dopo la preghiera di consacrazione, il sacerdote indossa la stola per la prima volta nel modo presbiteriale e non più diaconale. La stola è tra i paramenti più utilizzati dal sacerdote e per questo un regalo molto ben accetto. Il colore della stola è sempre abbinato a quello della casula e cambia a seconda del tempo liturgico, quindi può essere bianca, rossa, verde e viola. Il tipo di ricamo e di tessuto che compongono la stola ne determinano anche lo stile. Si può optare per un’elegante stola in seta con ricami in oro dall’aspetto più solenne ma che si può comunque utilizzare ogni Domenica, oppure una stola in lino/poliestere con ricami a gigliuccio o intaglio, pratica anche da trasportare nella borsa.

Il Completo da Messa
Il completo da Messa fa parte dei lini utilizzati sull’altare ed è composto da 4 pezzi: palla, purificatoio, corporale e manutergio. La palla viene posta sul calice per evitare che corpi estranei vi entrino, il purificatoio, come dice il nome, viene utilizzato per “purificare” il calice e la patena, il corporale serve a raccogliere eventuali frammenti di ostia e vino che potrebbero cadere sull’altare e infine il manutergio è utilizzato dopo le abluzioni liturgiche per asciugarsi le dita. Un completo da Messa, magari con croci in oro e originale sfilatura, è un dono apprezzato per l'ordinazione presbiterale dato il suo quotidiano utilizzo. Si tratta dei lini che servono a preparare la mensa per accogliere il sangue e il corpo di Cristo, hanno quindi un significato e un ruolo molto importante. I quattro pezzi sono realizzati in puro lino e sono accomunati dal medesimo disegno. Alcuni servizi da messa sono completi anche dell’amitto, il telo di lino che il sacerdote avvolge intorno al collo, anche questo decorato con il medesimo motivo degli altri pezzi, formando un completo da messa a 5 pezzi. Le decorazioni richiamano i classici motivi legati al banchetto eucaristico, come per esempio le spighe, il tralcio dell’uva e la croce.

La Palla per Calice
La palla per calice è un quadrato di stoffa che viene posto sul calice per impedire che elementi estranei contaminino il Sangue di Cristo. Come abbiamo visto, la palla è uno degli elementi del servizio da Messa quando è realizzata nello stesso tessuto degli altri pezzi e presenta anche lo stesso disegno. Esiste però anche un altro tipo di palla, che ben si adatta a un regalo per ordinazione sacerdotale, ed è la palla rigida con inserto. Esistono due tipi di modelli: la palla in pura seta ricamata a mano in oro o argento e la palla in lino con motivi ricamati ad intaglio. In questo caso il motivo ricamato può riprendere quello della casula oppure della pianeta indossata dal sacerdote o può trattarsi anche di un disegno diverso.
Tutte queste idee regalo per ordinazione sacerdotale sono solitamente vendute in apposite ed eleganti scatole che il futuro sacerdote potrà utilizzare anche successivamente per conservare nel modo migliore il vostro regalo.