L'iconografia della donna crocifissa, sebbene meno diffusa rispetto a quella maschile, ha radici profonde nella storia dell'arte e della devozione religiosa, manifestandosi in diverse forme e contesti. Queste rappresentazioni spesso veicolano messaggi di sofferenza, sacrificio, compassione e forza spirituale, adattandosi ai linguaggi artistici delle varie epoche.
"Maria Crocefissa" dell'artista Siviglia
L'opera intitolata “Maria Crocefissa”, realizzata dall'artista Siviglia nel 2021 a Siviglia, misura 132x88cm e utilizza una tecnica mista di fotografia e acrilico su tela. Il fondo di questo quadro è una fotografia astratta di un muro, riprodotta su tela, sulla quale Siviglia ha dipinto Maria crocifissa con colori acrilici, principalmente bianco e nero, con l’aureola in color oro molto brillante.
Maria, raffigurata sofferente con gli occhi chiusi, "vive la morte del suo figlio sulla propria pelle". Questo dipinto si propone di portare la Madonna ai tempi nostri, nelle nostre città, sulle nostre mura urbane, come se fosse un lavoro di street art però staccato dal muro e portato sulla tela. Si tratta di un motivo religioso semi-astratto in stile contemporaneo, in stile Sivigliano.
“Maria Crocefissa”, insieme all'altro quadro “Crocifisso Urbano”, formano una coppia di dipinti preferibilmente esposti insieme. Sono due tele grandi che attirano l’attenzione e trasmettono l’amore di Gesù verso l’umanità e l’amore di Maria verso il Figlio. Entrambi i lavori mettono in mostra la compassione assoluta: la compassione di Cristo che soffre sulla croce supportando per tutti la sofferenza creata dal peccato, e Maria che vive le sofferenze del proprio figlio, poiché è una tortura per qualsiasi mamma veder morire il figlio in un modo così crudele.
Questo dipinto moderno religioso di Maria, che raffigura la Madonna crocifissa e il dolore della croce, è ideale per una chiesa contemporanea o per chi colleziona quadri moderni a tema religioso. Il dipinto della madonna è realizzato su un fondo astratto con colori caldi e forti che catturano l’attenzione di chi lo osserva. L'opera è un dipinto moderno religioso di Maria, raffigurante la Madonna crocefissa, il dolore della croce, e la Madonna che soffre come il suo figlio Gesù Cristo. È un esempio di pop art Madonna in croce, arte religiosa, arte chiesa italiana, e arte sacra italiana.
L'artista ha realizzato questo dipinto dopo aver visto un documentario sui Narcos colombiani del Sud America. Il documentario mostrava come i Narcos arredavano le loro lussuose ville con dipinti religiosi, ritratti di madonne con pistole o con la testa di teschio. Siviglia, ispirandosi a ciò, ha avuto l’idea di dipingere Maria crocefissa, rappresentando la Madonna che sente tutto il dolore provato da Cristo sulla croce. Questo è il significato profondo dell'opera.

La Statua di Santa Giulia Crocifissa a Brescia
Visitando il Museo della Città di Brescia, la prima opera che si incontra, all’inizio del percorso, è un grande crocifisso collocato sulla parete color grigio bluastro che fronteggia l’ingresso. L’associazione immediata è al crocifisso barocco, che teatralizza il modello iconografico antico del Christus triumphans, fissando l’attimo, denso di pathos, in cui Gesù, ancora vivo sulla croce, affida lo spirito al Padre. Eppure, qualcosa sconcerta: la nudità del corpo crocifisso non è coperta da un perizoma, ma da un ampio panneggio che scende fino ai piedi, nascondendo interamente le gambe; e il panneggio è, in realtà, una veste da donna, con il corsetto che, strappato e ripiegato attorno alla vita, lascia scoperto il seno. Una donna crocifissa. L’impatto è forte e fa pensare all’opera trasgressiva di qualche artista contemporaneo.
Dallo sconcerto sorgono due domande: chi era santa Giulia e perché è stata rappresentata così? La statua di santa Giulia è esposta nella sala di un edificio nato non come museo, ma come monastero. All’interno del perimetro del grande complesso monastico erano presenti diverse chiese. I preparativi per l’Anno Santo erano iniziati per tempo. Il cardinal nipote Paolo Emilio Sfondrati aveva avviato i lavori di restauro della basilica paleocristiana di Santa Cecilia in Trastevere nella primavera del 1599; nel successivo mese di ottobre, furono riesumate le spoglie della santa, sepolta nella cripta, per valutarne lo stato di conservazione.
La scultura di Maderno di santa Cecilia, con il suo corpo minuto, quasi da bambina, le mani protese e le ginocchia leggermente sollevate, ebbe grande risonanza e influenza sugli artisti dell’epoca. Il fatto che Zurbarán abbia modellato il suo Agnus Dei sull’opera di Maderno attesta, in modo inequivocabile, la qualità sacrificale e la dimensione vittimale espressa dalla statua di santa Cecilia. Queste qualità sono veicolate anche dalla statua bresciana di santa Giulia crocifissa. Secondo le narrazioni agiografiche, le due sante, Cecilia e Giulia, vissero a distanza di un paio di secoli l’una dall’altra, Cecilia agli inizi del III secolo, Giulia alla metà del V. Nei primi secoli del cristianesimo, la presenza numerosa delle donne e la loro partecipazione attiva alla vita della Chiesa nascente è un dato incontrovertibile. Emblematici, a questo proposito, gli Acta dei martiri Scillitani, il più antico documento della letteratura cristiana in lingua latina. I martiri vengono solitamente citati con un maschile inclusivo; in realtà, si tratta di sette uomini e di cinque donne, il cui nome proprio ci è stato conservato grazie al formalismo giuridico romano. Il martirio è martirio per testimoniare la fede, non fa distinzioni tra maschio e femmina, non vive disparità di genere. Leggiamo nel Martirologio Romano, alla data del 22 novembre: «Memoria di santa Cecilia, vergine e martire, che si tramanda abbia conseguito la sua duplice palma per amore di Cristo nel cimitero di Callisto sulla via Appia. Il suo nome è fin dall’antichità nel titolo di una Chiesa di Roma a Trastevere».
La notazione "vergine" non si trova mai quando il santo è maschio. Per capire il meccanismo che ha presieduto quello che si configura come un vero e proprio slittamento semantico, che ha fatto sì che il martirio per la fede sia diventato per le donne martirio per l’intangibilità sessuale, è indispensabile una precisazione preliminare, relativa alla differenza di genere letterario tra Acta e Passiones. Mentre gli Acta martyrum sono i verbali dei processi subiti dai cristiani con il resoconto, scarno ed essenziale, dei loro ultimi momenti di vita, le Passiones sono narrazioni di carattere leggendario, arricchite da dettagli miracolistici, redatte diversi secoli dopo il martirio. Il principio dell’Aut murus aut maritus - o del Maritar o monacar, come si diceva a Venezia - è stato il perno di secolari politiche familiari alle prese con il fastidioso destino di aver messo al mondo delle figlie femmine. Tra VIII e IX secolo i corpi delle due sante vennero traslati dal luogo di sepoltura originario in due luoghi di culto di nuova fondazione - santa Giulia nel monastero di San Salvatore a Brescia, santa Cecilia nella basilica in Trastevere.
Possiamo, a questo punto, ritornare alla statua di santa Giulia crocifissa di Carra, punto di partenza del nostro percorso, per tentare un esercizio di immaginazione. Proviamo a guardare la statua con gli occhi delle religiose che, a motivo della clausura, non avevano accesso alla Chiesa, aperta al culto dei fedeli, ma assistevano alla messa e alle funzioni religiose dal coro, stando dietro una grata. Dalla grata, le monache intravedevano la Chiesa in penombra, illuminata dalle luci delle candele, e là, sul secondo altare laterale a sinistra, la statua di Giulia crocifissa. Non potevano vederla direttamente, ma sapevano che c’era. Questa consapevolezza può diventare strumento per rileggere in chiave antropologica la questione degli abusi sulle religiose. La vittima silenziosa prende la parola.

Santa Starosta nel Santuario di Loreto
Nel contesto del Santuario di Loreto, ispirato da una leggenda medievale sul trasporto miracoloso della casa della Vergine Maria di Nazareth, si trova, nella cappella angolare di Nostra Signora dei Dolori, un curioso dipinto di Santa Starosta. Questa figura è raffigurata come una donna con la barba che aveva chiesto in preghiera che le crescessero dei peli sul volto per allontanare un corteggiatore indesiderato, finendo per essere poi crocifissa dal padre irabondo perché vide sabotati i suoi progetti matrimoniali.

Santa Maria Crocifissa di Rosa e il Progetto "Arte come Cura"
Il progetto Arte come Cura nasce dalla volontà di veicolare all’interno di alcuni spazi di Fondazione Poliambulanza i messaggi della Fondatrice delle Suore Ancelle della Carità, Santa Maria Crocifissa di Rosa. Dalle Ancelle si riceve un patrimonio di valori espresso in un cammino storico contraddistinto da innumerevoli tappe, di cui sono state testimoni, protagoniste, innovatrici. Uno dei numerosi ambiti in cui hanno riversato il loro carisma è Fondazione Poliambulanza, oggi centro ospedaliero d’avanguardia, in cui queste donne coraggiose hanno scritto pagine memorabili, tra lungimiranza, capacità di visione e intraprendenza. I messaggi universali di Santa Maria Crocifissa di Rosa risultano ancora oggi attuali e riescono a raggiungere il cuore del personale e dei pazienti della struttura ospedaliera. Per amplificarne il valore comunicativo e aiutare a veicolare in modo incisivo i valori cardine che da oltre un secolo animano Poliambulanza, si è sviluppata la sinergia con Fondazione Brescia Musei e l’arte è stata la risposta. Le parole e l’esempio di Santa Maria Crocefissa di Rosa, unitamente all’arte ed alla cultura, diventano così sostegno per chi lavora e per i pazienti che a Poliambulanza affidano la propria salute.

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