Le composizioni liturgiche, in particolare quelle che evocano il deserto, sono un elemento significativo nell'arricchimento del percorso spirituale dei fedeli. Esse non sono mero ornamento, ma strumenti per veicolare profondi significati biblici e teologici, conducendo i partecipanti verso la Pasqua e altre solennità. Nella liturgia, tutto è finalizzato all’annuncio della Parola, nella bellezza, mettendo l’arte dei fiori al servizio della celebrazione, perché i fiori in chiesa non hanno significato, bensì “significano”.
Il Deserto come Itinerario Spirituale verso la Pasqua
La composizione posta ai piedi dell’altare vuole essere la rappresentazione dell’itinerario biblico che ci conduce verso la Pasqua. Le pietre nel deserto richiamano alla nostra attenzione il luogo della tentazione in cui Gesù viene condotto dallo Spirito. Nel luogo del silenzio, lo Spirito ci invita ad ascoltarLo: è la nostra speranza, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

La Liturgia della terza domenica di Quaresima ci invita, poi, a rivestirci della luce di Cristo, a svegliarci, a risorgere dai morti e a lasciarci illuminare da Lui. In Lazzaro resuscitato, Gesù ci dà un segno della sua partecipazione alla nostra vita (evocata dalle piante verdi) che, seppure segnata dalla fragilità e dalle prove (le spine), è intrisa del suo Spirito consolatore e vivificante (la luce).
Nei mosaici delle chiese antiche, post-costantiniane, c’è un evidente fiorire della natura in corrispondenza della presenza del Signore Gesù. Ricorre spesso l’uso dell’erba, del pascolo, dei più vari elementi vegetali, come nell’abside della basilica di San Clemente a Roma, dove girali di acanto si dipartono dall’albero della Croce offrendo riparo agli uccelli del cielo.
La Fioritura del Deserto: Segno di Nuova Creazione e Vittoria Pasquale
I profeti hanno ripetuto che il deserto fiorirà. Un mondo senza i fiori è lo stagno del male, del peccato, è un luogo dove non c’è Dio. La coincidenza dell’epoca cosmica del rinnovarsi della natura con il tempo della Pasqua del Signore non è casuale. Se il popolo d’Israele è uscito dall’Egitto con il plenilunio di primavera, Dio non lo ha permesso accidentalmente; già disegnava, seppure nell’ombra, il rifiorire della vita.
La relazione tra la Pasqua del Signore e la primavera che sboccia è nell’ordine della gratuità assoluta, per cui Dio ci ridà la vita senza nostro merito e ci pone perfino nella condizione di dirgli grazie. Il Signore Gesù ha scelto come linguaggio della propria vittoria il nascondimento, la compostezza assoluta, la familiarità di un “Pace a voi”. Così i germogli che bucano i rami secchi e scuri degli alberi, l’erba nuova, lo spandere profumo e poi l’affacciarsi dei colori, i petali impalpabili: tutto è un’immensa celebrazione, ma con uno stile pacato. Un fiore di pesco che sboccia su un ramo, o una rosa che si apre, o anche una semplice margherita, una violetta, un nontiscordardimé, o i campi gialli di colza, sono silenziosi. I fiori non sono mai sfacciati, non richiamano; ci si ferma e li si ammira. Raccontano “Ecco la vita”, senza gridarlo, senza imporsi, senza proclamarlo con enfasi.

Nella Bibbia il giardino è vita rigogliosa, immagine di serenità: «Verranno e canteranno inni sull’altura di Sion, affluiranno verso i beni del Signore, verso il grano, il mosto e l’olio, verso i nati dei greggi e degli armenti. Essi saranno come un giardino irrigato, non languiranno più» (Ger 31,12). È il luogo dove il re riposa, dove regna la giustizia di Dio: «allora il deserto diventerà un giardino… e la giustizia regnerà nel giardino» (Is 32,15-16). Il giardino è la ricchezza dei doni di Dio e promessa di amore, ma anche il giardino del Getsemani, luogo di angoscia e tradimento. Fiori, alberi, frutti, rami, pietre, terra, acqua, dunque, entrano a pieno diritto nel luogo preposto ad incontrare il Signore: la liturgia.
Principi Teologici e Pratici per le Composizioni Liturgiche
Non Ornamento, ma Adesione e Significato
L’uso dei fiori nella Liturgia dev’essere pensato con una prospettiva biblico-teologica; non di arredo, di abbellimento, di apparato, ma di adesione. Se le norme chiedono che non vengano posti sulla mensa dell’altare è perché non si ricrei il contesto del banchetto, del “buffet di gala”. E non è nemmeno il caso di comporre un “presepio” di primavera in cui all’ambone si dà la forma del sepolcro vuoto spalancato, con accanto una pietra rotolata, un lenzuolo che esce. La composizione floreale dev’essere evocativa, non scenografica.
I fiori vanno liberati, non costretti da forme create da noi, disegni geometrici, abbinamenti con legni, sabbia, sassi, stoffe, candele. C’è bisogno della loro purezza, della loro assoluta eloquenza, sciolta da ogni altro linguaggio. Il rimando all’adesione gentile dei fiori allo stile del Signore (di cui è segno eminente, appunto, la “luce gentile” del Cero pasquale) vorrebbe aiutarci a cogliere ciò che avviene sacramentalmente sul presbiterio, tra la roccia del sacrificio e il sepolcro spalancato, e a intuire il mistero della Croce di Gesù.
L'arte floreale giapponese: ikebana.
Il fiore è immolato, è la bellezza (il “bel pastore” del Vangelo di Giovanni) che si sacrifica. Il ministero del fiore è questo genere di vittoria: esso è bello - reciso. È luce, profumo e colore - reciso. Il fiore è una metafora bellissima del sacrificio del Signore. Le composizioni siano prive di leziosità. È bene evitare gli ammassi, ricercare la purezza, una nobile semplicità. Anche solo una rosa accanto a un crocifisso, un mazzo di fiori di campo, trenta margherite bianche nell’acqua… Abbiamo bisogno di ingentilire lo spazio, di dargli la morbidezza, il tratto delle mani di Dio che hanno plasmato questo cosmo, per ricordare al nostro cuore che la Pasqua è nuova creazione.
Il Tempo di Quaresima e il Ritorno dei Fiori
Quando la Quaresima chiede l’assenza dei fiori, nella denudazione di tutto, le chiese si fanno spigolose, fredde; sono pietra, marmo. Al mattino di Pasqua, il profumo dell’incenso che ancora aleggia dalla Veglia e i fiori che sono tornati ammorbidiscono immediatamente la nostra anima. In questa occasione si potrebbe evocare il giardino del Risorto con vasi di piante che donino le loro fioriture lungo le settimane in cui risuona l’eco del grande Alleluja.
Alcuni criteri pratici suggeriscono di abbandonare l’idea di qualche vaso che arredi, dello sfarzo, del salone barocco, del riciclaggio. Le chiese non sono serre. L’eccesso toglie nobiltà alla forza che hanno anche solo pochi fiori accanto alla nuda pietra dell’altare, dell’ambone. I fiori non sono da usare come i soprammobili a casa. Stanno nei pressi dell’altare, circondano l’ambone. L’omaggio di adorazione al tabernacolo o alla Vergine Maria si limiti al tocco, all’‘appena’. Comporre questi vasi deve attingere al nostro personale grazie a Gesù ed è una sensibilità da creare, nelle parrocchie, con la dignità di un autentico ministero.
Le persone che se ne assumono l’impegno potrebbero avere anche molto da lavorare per assicurare fiori nobili, puliti, eliminando fiocchi, carte, coprivasi, plastiche trasparenti. Funerari, matrimoni, omaggi affettivi fanno sì che si raccolga molto materiale e la cosa più sbagliata è infilare in tutti gli angolini degli altari laterali piante su piante o composizioni rigidamente legate all’occasione. Decostruendo gli apparati, si colga di fiore in fiore il meglio, per poter porre sui nostri presbiteri questo segno così puro, così eloquente, così immediato. Bisogna assumere un tratto teologico nell’uso del fiore, dandogli nobiltà e semplicità, con una costanza pasquale.
Un criterio importante è quello di non limitarsi a relazioni scontate con i tempi liturgici e i loro colori, ma di cercare un significato più profondo e autentico. Tuttavia, le norme liturgiche precisano (n. 305): «Nel Tempo di Quaresima è proibito ornare l'altare con fiori. Fanno eccezione, tuttavia, la Domenica Laetare (IV di Quaresima), le solennità e le feste». La presente disposizione, secondo l'interpretazione comune, non permette l'uso dei fiori sull'altare ma oltre l'altare sì. Si potrebbe anche scegliere di non mettere fiori affatto.
Cura del Luogo Sacro e Carità: Una Relazione Armoniosa
Quale senso ha adornare i luoghi liturgici? Quale beneficio procura alla Chiesa l'addobbo floreale e la cura dell'edificio sacro? San Giovanni Crisostomo, commentando un noto passo del Vangelo di Matteo (Mt 25,31-46), ribadisce un concetto ampiamente condiviso dai Padri della Chiesa: Dio accetta i doni e le offerte alla sua casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri. Partendo dal presupposto che il fratello povero è immagine vivente di Cristo, i Padri della Chiesa invitano a una riflessione: che senso ha adornare i luoghi liturgici se poi siamo incapaci di accogliere il povero? Quale beneficio procura alla Chiesa l'addobbo floreale e la cura dell'edificio sacro, se poi trascura il tempio vivo dell'indigente?

Parole severe, ma che vanno rettamente intese affinché non si giunga a conclusioni distorte. La premura verso la casa del Signore è come «zelo che divora» ogni pio israelita. Sin dalle prime pagine veterotestamentarie, l'esperienza del popolo ebraico con il suo Dio sembra procedere di pari passo con la cura per i luoghi, il Tempio in cui il Dio Altissimo si lascia incontrare. Eppure, non mancano sonori e ripetuti appelli - spesso amplificati dalla voce dei profeti - che invitano a non confondere il culto con una vuota formalità rituale, ma a legarlo strettamente alla giustizia e alla carità.
La relazione tra la cura del povero e quella per la chiesa non vive di contrapposizione, semmai si combina in termini di giustapposizione. Nel Vangelo, la parola di Gesù smentisce «l'imperdonabile spreco» di una donna trasfigurandolo nel più incantevole gesto offertoriale: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura». È dunque il tempo di affondare le mani nel nardo prezioso perché ogni nostro gesto possa profumare di Cristo. Animata da tale spirito la Chiesa adorna il tempio con saggezza, semplicità e moderazione. Fiorire con intelligenza i nostri luoghi di culto non equivale a una futile preoccupazione, ma significa abitare coscientemente gli spazi sacri della nostra fede, modulando il nostro respiro sul ritmo della Chiesa e facendo così nostre le istanze del Vangelo.
Composizioni Simboliche per Tempi Liturgici Specifici
Il Simbolismo Quaresimale e Pasquale
Per il Giovedì Santo, ai piedi dell’altare sono stati posti gli oli consacrati dal Vescovo durante la Santa Messa del Crisma. Questi oli erano accompagnati da alcuni simboli del Triduo. Sull’altare, una composizione con le spighe di grano e gli acini d’uva simboleggiava l’istituzione dell’Eucaristia, da cui scendeva un drappo rosso, segno sia della regalità che della passione di Cristo. Per la Pasqua, la composizione ai piedi del cero pasquale è fatta di fiori bianchi come le vesti dei bambini che riceveranno il pane eucaristico, rappresentato dalle spighe di grano. Al crocefisso è stato aggiunto un drappo bianco a significare il sudario con cui era stato avvolto Gesù.
La terza domenica di Quaresima è stata simboleggiata dalla casa con l’uscio aperto, segno del padre che aspetta i figli. Un'altra domenica ha visto protagonista l’adultera colta in flagranza, con Gesù che scriveva sulla sabbia; per simboleggiare questa domenica di gioia e passione, il crocifisso è stato adornato con un drappo rosso pendente dalla croce e, a fianco, un ramo di ulivo per l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme.
Per un percorso quaresimale, si possono usare elementi come l’acqua, intesa come acqua di conversione, e le pietre, presenti nei Vangeli delle domeniche di Quaresima, insieme al colore viola, tipico del periodo. Proposte di composizioni floreali, come quelle a cura di Daniela Canardi per le domeniche di Quaresima, anche con l'uso di bambù, dimostrano l'approccio creativo a questi periodi.
Addobbi per Altri Tempi Liturgici
L’addobbo che ha ricordato la Pentecoste è stato inserito vicino al cero pasquale, essendo la Pentecoste la solennità cinquanta giorni dopo la Pasqua. Il colore liturgico è il rosso, per cui sia il drappo che i fiori sono rossi. Anche per la solennità della Santa Trinità l’altare è stato addobbato con alcuni segni caratteristici, come le tre candele accese che richiamano le tre persone della Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo.
La terza domenica di Avvento viene chiamata Gaudete (o domenica della gioia) dall’incipit della antifona di ingresso: “Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto: rallegratevi. È dunque un invito forte ad essere gioiosi, e tale invito è ribadito da Isaia nella prima lettura: “Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca, canti con gioia e giubilo”. È interessante notare che, secondo il profeta, è il deserto che si deve rallegrare, non il giardino fiorito, la terra arida e non quella fertile. Veniamo esortati a coltivare la gioia - ora, nel nostro presente - che fiorisca come un narciso, fiore magnifico che sboccia alla fine dell’inverno e che annuncia la primavera. Siamo chiamati a rallegrarci del nostro deserto che fiorisce, nonostante tutte le difficoltà e le amarezze dell’esistenza.
L'arte floreale giapponese: ikebana.
Il Contributo dell'Arte Povera nelle Composizioni Liturgiche
Il deserto può ispirare la scelta degli elementi simbolici, come rami secchi, rami spinosi, radici, piccole piante selvatiche, pietre grezze. Poche cose sono sufficienti. Questi elementi devono essere elaborati e disposti con cura creativa, per essere in seguito presentati alla Comunità celebrante, così che tutti possano essere aiutati a entrare nel deserto e a farne, in qualche misura, l'esperienza interiore. Lo stile rustico, a cui si è poco abituati, sostituisce lo stile elegante dei fiori adatto per la festa e, con messaggio appropriato, raggiunge le nostre sensibilità con una sua efficacia. Anche l'arte povera può trasmettere messaggi inediti, che illuminano e richiamano alla semplicità della vita. Lo Spirito di Dio lavora anche attraverso i segni semplici e va oltre le nostre abitudini, le preferenze, i preconcetti, le tradizioni, educando il nostro cuore all'essenziale.
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