La dedicazione dell'altare è una vera e propria ars celebrandi, ricchissima di codici e sensi. Per dedicazione si intende l’atto liturgico che inaugura un luogo di culto nel suo complesso, compreso l’altare. Nel caso di un luogo di culto già consacrato ma con un nuovo altare, si adotta un rito specifico per questa situazione. Il rito della dedicazione dell’altare mette in evidenza la dimensione simbolico-sacramentale del luogo di culto e raccoglie l’eredità biblica, teologica e liturgica di un lunghissimo percorso storico.
Le Fasi del Rito di Dedicazione
Il rito di dedicazione si articola in quattro parti principali:
- riti iniziali,
- liturgia della parola,
- preghiera di dedicazione e unzione dell’altare,
- celebrazione dell’Eucaristia.
I protagonisti sono lo spazio consacrato, il popolo di Dio radunato per il rito e la gestualità, il linguaggio e le azioni specifiche per il momento. L’odierno rituale (Ordo dedicationis ecclesiae et altaris), del 1977, è nuovamente centrato sull’Eucaristia, con l’inserimento di alcuni riti simbolici: l’aspersione lustrale (segno di penitenza e del battesimo), la deposizione di reliquie dei santi sotto l’altare (divenuta facoltativa), l’unzione con il crisma dell’altare e delle pareti della chiesa, l’incensazione, l’illuminazione dell’edificio (segno di festa e della luce di Cristo).
Suggestiva è la “preghiera di dedicazione” recitata dal vescovo, che invoca la benedizione divina con parole quali: «Qui la santa assemblea celebri il memoriale della Pasqua […]. Qui salga a te incessante la preghiera per la salvezza del mondo […]. Qui il povero trovi misericordia, l’oppresso ottenga libertà vera e ogni uomo goda della dignità dei tuoi figli, finché tutti giungano alla gioia piena nella santa Gerusalemme del cielo».

L'Altare: Significato e Storia
Etimologia e Ruolo Sacrificale
Di etimologia incerta (dal latino altus, elevato, ma anche da adolere, ardere, allusivo al fuoco che consuma la vittima), l’altare è il luogo dove viene offerto il sacrificio. Fatto di pietra, presso greci e romani aveva dimensioni ridotte, senza escluderne di più ampie, come l’Ara Pacis di Augusto. Nell’economia cultuale del popolo ebraico rivestiva un ruolo preciso: pensiamo all’altare eretto da Noè (Gen 8, 20), da Abramo (Gen 12, 7; 13, 18), da Isacco (Gen 26, 25); Mosè lo innalzò per suggellarvi col sangue l’alleanza sinaitica (Es 24); nel tempio di Gerusalemme l’altare era il luogo cultuale per eccellenza.
L'Altare Cristiano: Da Mensa a Simbolo di Cristo
I cristiani dei primi secoli, coscienti della novità del cristianesimo, hanno preso le distanze dall’idea ebraica e pagana dell’altare: «Ara et delubra non habemus» diceva Minucio Felice (Octavius 32), significando così la peculiarità del culto «in spirito e verità» (Gv 4, 23) inaugurato da Cristo, vero altare, sacrificio, sacerdote e tempio dell’eterna alleanza tra Dio e uomo. Nella “domus ecclesiae” il pane e il vino per il sacrificio eucaristico erano posti su una tavola mobile di legno (come il tripode, comune nelle case romane, raffigurato nella cappella dei sacramenti nel cimitero di Callisto): tale mensa ha valore di altare, essendo l’Eucaristia un convito sacrificale, modellato sull’Ultima Cena; spiegando la comunione al sacrificio di Cristo san Paolo parla infatti di «mensa Domini» (1Cor 10, 21).
Con l’avvento delle basiliche, nel secolo IV, compare in esse l’altare fisso, di pietra o metallo prezioso: san Pier Crisologo commenta che «commutantur in ecclesias delubra, in altaria vertentur arae» (Sermo 51). All’adozione dell’altare lapideo non fu estraneo il simbolo biblico di Cristo «pietra angolare dell’edificio spirituale» (cf. Sal 117, 22; Mt 21, 42; At 4, 11; 1Cor 10, 4; 1Pt 2, 4-8). Contribuì anche l’uso di celebrare l’Eucaristia sulle tombe dei martiri, i “confessori” della fede: la visione giovannea di Ap 6, 9 («Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano reso»), trovò infatti concreta traduzione sia nella costruzione di altari sopra i sepolcri dei martiri, sia nella traslazione delle loro reliquie sotto gli altari delle nuove basiliche. Al riguardo sant’Ambrogio scrive: «Nel luogo in cui Cristo è vittima, vi siano anche le vittime trionfali. Sopra l’altare lui, che è morto per tutti; questi, redenti dalla sua passione, sotto l’altare» (Epistula 22, 13: pl 16, 1023).

Nel V-VI secolo l’altare, posto anche sotto un ciborio per rimarcarne l’importanza nello spazio basilicale, si presentava in tre forme: una lastra di marmo sostenuta da un pilastro centrale o da colonnine ai quattro angoli (l’altare in San Vitale a Ravenna, raffigurato anche nei mosaici del presbiterio); un cubo vuoto, al cui interno sono poste le reliquie, visibili e accessibili per deporvi fazzoletti o indumenti tramite la «fenestrella confessionis», ossia una grata o porticina; un blocco squadrato di pietra, innalzato sopra il sepolcro del martire (confessio), al quale si accedeva mediante una scala. Nelle basiliche romane di San Pietro e di San Paolo l’altare, eretto sopra la tomba dell’apostolo martire, è ancora oggi chiamato della «confessione».
La Moltiplicazione degli Altari e l'Emergenza di Quelli Laterali
Di dimensioni ridotte, fino al secolo IX l’altare si ergeva al centro dell’abside sul pavimento a capo della navata (come nelle antiche basiliche), oppure su un piano rialzato. Dal secolo VI cominciò a disattendere l’antica norma di «un solo altare» e di «una sola messa» in ogni chiesa, a motivo del crescente numero di sacerdoti e della moltiplicazione di messe, specie di suffragio per i defunti.
Dal secolo IX, l’uso di porre le reliquie dei santi sulla mensa dell’altare come di elevare, dietro a esso, l’urna di un santo, lo trasformarono in altare reliquiario. Poiché non tutte le chiese disponevano di reliquie insigni, si diffuse l’uso dell’altare a dossale, sul quale sono raffigurati Cristo, Maria, i santi patroni. Progressivamente la pala si sviluppa in elaborate costruzioni, fino a giungere all’altare monumento, che sarà addossato al fondo dell’abside. In Spagna sono famosi i retablos, ossia elevate pareti in legno policromo istoriato, dapprima intorno ai misteri della vita di Cristo e poi a glorificazione di un santo, specie nel barocco.
Si assistette così a uno spostamento d’accento: le immagini non erano più un accessorio dell’altare, ma era la mensa dell’altare a risultare un accessorio del complesso monumentale. Ne consegue che la mensa del sacrificio eucaristico non attirava più l’attenzione dei fedeli, perché visivamente era più importante l’urna del santo o l’immagine che la sovrasta; scomparve il ciborio; lungo le pareti della chiesa o in cappelle vi erano gli altari laterali o minori, in onore della Vergine e dei santi, a seconda delle devozioni. L’idea dell’unicità era tuttavia custodita dall’altare maggiore.
Ricordiamo che gli altari laterali sorsero e si moltiplicarono nel Medioevo soprattutto nelle chiese abbaziali e cattedrali per consentire la celebrazione di tante Messe, anche simultaneamente, da parte di monaci e canonici. In realtà era scomparsa la concelebrazione, si poteva celebrare a un altare una sola volta al giorno, si moltiplicavano le Messe votive, per i santi e di suffragio, furono erette numerose cappelle per famiglie nobili, confraternite e corporazioni che avevano un loro patrono. Queste cappelle con altari laterali sono testimonianza storica di fede e di arte e vanno salvate da una certa moda iconoclasta.

L'Altare Tabernacolo e le Riforme del Concilio Vaticano II
Un’ulteriore fase evolutiva è la collocazione del tabernacolo al centro della mensa dell’altare. Il primo sostenitore fu il vescovo di Verona, Matteo Giberti (+ 1543). A Milano, ne fu convinto assertore san Carlo Borromeo. Il Rituale di Paolo V (1614) lo prescriveva a Roma e lo raccomandava alle altre diocesi. Nel secolo XVIII, quest’uso era universalmente seguito - eccetto nelle cattedrali che spesso seguivano la prassi antica - fino a sviluppare l’altare tabernacolo. Non sempre però il tabernacolo e, al di sopra, il luogo della solenne esposizione del Santissimo Sacramento (espressione manifesta di fede nella presenza reale contro i negatori di essa) mantennero la giusta proporzione in rapporto alla mensa dell’altare.
La riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II ha inteso restituire all’altare il suo significato liturgico. Tra i luoghi di una chiesa - ambone, sede, battistero, tabernacolo - solo l’altare conosce un rito di dedicazione, a sottolinearne l’eccellenza: «L’altare, sul quale si rende presente nei segni sacramentali il sacrificio della croce, è anche la mensa del Signore, alla quale il popolo di Dio è chiamato a partecipare quando è convocato per la Messa; l’altare è il centro dell’azione di grazie che si compie con l’Eucaristia» (Institutio generalis Missalis Romani, 296). Perciò, come ha ricordato Papa Francesco, «verso l’altare si orienta lo sguardo degli oranti, sacerdote e fedeli, convocati per la santa assemblea intorno ad esso» (Discorso del 24 agosto 2017). Il suo valore è espresso anche dai riti che, nella dedicazione, ne esplicitano il simbolismo: l’unzione con il crisma, l’incensazione, l’illuminazione; stendendovi la tovaglia, il nuovo altare è preparato quale mensa del sacrificio: lì ci si nutre del Pane della vita e ci si disseta al Calice della salvezza; lì risplende e da lì si diffonde la luce che illumina i commensali e i familiari di Dio, perché a loro volta siano luce del mondo. Lo rammenta il Catechismo della Chiesa Cattolica: «L’altare, attorno al quale la Chiesa è riunita nella celebrazione dell’Eucaristia, rappresenta i due aspetti di uno stesso mistero: l’altare del sacrificio e la mensa del Signore, e tanto più in quanto l’altare cristiano è il simbolo di Cristo stesso, presente sia come vittima offerta per la nostra riconciliazione, sia come alimento celeste che si dona a noi» (n. 1383).
Si chiede che in chiesa si costruisca un solo altare, staccato dalla parete per potervi girare attorno e celebrare verso il popolo, e collocato in modo da attirare l’attenzione; sia normalmente fisso e dedicato, con la mensa di pietra (non è esclusa altra materia degna, solida e ben lavorata); sotto l’altare si possono porre reliquie di santi; sia coperto da una tovaglia e sopra o accanto a esso vi siano una croce e i candelieri (cf. Institutio generalis Missalis Romani, 298-308). La venerazione per l’altare (si bacia, lo si incensa, davanti a esso ci si inchina) è motivata dal suo legame col sacrificio di Cristo, al quale nel sacramento si associa il sacrificio della Chiesa orante. Segno di Cristo e vincolo di comunione con lui è il santo altare: su di esso viene deposta l’offerta spirituale dei fedeli, significata nel pane e nel vino, perché lo Spirito Santo, per il ministero del sacerdote, li renda sacramento del corpo e sangue di Cristo, così che quanti se ne nutrono diventino un solo corpo in Cristo, a lode di Dio Padre. Lo esprime in preghiera il prefazio della messa di dedicazione: «Intorno a quest’altare ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio per formare la tua Chiesa una e santa». Sull’altare si depone anche l’Evangeliario. Davanti all’altare si compiono i riti di ordinazione (nel rito bizantino il candidato pone il capo sull’altare), il matrimonio, la professione religiosa, la consacrazione della verginità, e nelle esequie si depone la bara del defunto. Nella liturgia delle Lodi e del Vespro, estensione della lode eucaristica alle ore cardine del giorno, l’altare può essere incensato. Sempre, anche al di fuori dell’azione liturgica, l’altare è invocazione e attesa della presenza di Colui che fa nuove tutte le cose (cf. Ap 21, 5).
Indicazioni Liturgiche e Usi Comuni
Don Antonio Sorrentino ha risposto a diverse domande relative all'uso e agli ornamenti dell'altare e degli spazi liturgici.
Ornamenti Floreali in Quaresima
Giulia ha domandato se in Quaresima fosse possibile preparare i fiori all’ambone, dato che l’OGMR al n. 305 proibisce di ornare l’altare con fiori.
La Quaresima è un tempo austero di penitenza, e questo si manifesta anche con appropriati segni liturgici: Messa senza gloria e alleluia, spazi liturgici senza fiori, colore viola dei sacri paramenti. Se non si orna l’altare, che è il centro della celebrazione, tantomeno si orna l’ambone.
Incensazione e Luci alle Croci di Dedicazione
Giulia e Marina hanno chiesto se durante la celebrazione eucaristica nell’anniversario della dedicazione si possano incensare le 12 croci che si trovano nei punti in cui il vescovo unse le pareti con il sacro crisma, e se si possano accendere lampade o luci davanti a esse nell'anniversario, nelle domeniche e solennità, feste o memorie di santi.
Quando viene dedicata una chiesa, il rito prevede che lungo le pareti vengano segnate 12 croci, a indicare che la Chiesa è fondata sulla testimonianza e la predicazione degli apostoli. Nell’anniversario della dedicazione davanti a queste croci è buona cosa accendere candele o luci elettriche. Di fatto, però, tali luci si usano accenderle anche in altri giorni per illuminare la chiesa. Per quanto riguarda l'incensazione, viene incensata la croce grande che è presso l’altare, e questo è ritenuto sufficiente. Fare altre 12 incensazioni alle 12 croci della dedicazione non è previsto e sembrerebbe eccessivo, quasi devozionismo.

L'Uso degli Altari Laterali e la Devozione al Patrono
Pasquale ha chiesto indicazioni sull'uso di un altare laterale non destinato alla celebrazione della Messa, situato sotto un mosaico del patrono. In particolare, se possa essere ricoperto da una tovaglia, ornato con ceri, e se su di esso si possa preparare un leggio con la Parola di Dio.
La tovaglia che ricopre l’altare è segno del convito eucaristico, così come a casa nostra si mette la tovaglia (detta “mensale”) sulla tavola per indicare che lì si mangia. In occasione di feste patronali, gli altari possono essere anche ornati sobriamente con fiori e candele. Però la loro mensa non sia coperta da tovaglie, perché lì non si celebra la Messa, che invece va celebrata solo sull’altare principale, come ricordano i vescovi italiani nelle loro Precisazioni al Messale del 1983 e l’OGMR (n. 303).
L’altare, come ara sacrificale e mensa conviviale, è segno di Cristo ed è unico. Il rito della dedicazione dispone chiaramente: nelle nuove chiese sia eretto un solo altare, segno dell’unico Cristo, dell’unico sacrificio, dell’unica Eucaristia, dell’unica assemblea, come ricordava già Sant’Ignazio di Antiochia. Anche l’OGMR al n. 318 avverte: “La disposizione delle immagini sacre non distolga l’attenzione dei fedeli dalla celebrazione”. Esponendo e ornando con grande apparato la statua del patrono nell’area presbiteriale, quasi spontaneamente gli occhi dei fedeli si volgono verso essa e non verso l’altare o l’ambone.
Di conseguenza, sull'altare del patrono, dove non si celebra la Messa, non è opportuno preparare un leggio con la Parola di Dio né un Evangeliario, poiché non è il luogo deputato alla celebrazione eucaristica o alla proclamazione liturgica della Parola.

L'Anniversario della Dedicazione e le Sue Riflessioni
La dedicazione di una chiesa è un rito risalente all’epoca dell’imperatore Costantino, quando con il suo editto sulla libertà religiosa (anno 313) permise ai cristiani di uscire dalle catacombe o dalle case private, e di costruirsi edifici sacri adibiti al proprio culto. L’avvenimento è descritto dallo storico Eusebio di Cesarea, vissuto nel IV secolo, con queste parole: «Ebbe luogo uno spettacolo da tutti auspicato e desiderato: feste di dedicazione in ogni città, consacrazioni di chiese di nuova costruzione, riunioni, a questo scopo, di vescovi, concorso di genti da regioni lontane e straniere, sentimenti d’amicizia di un popolo verso l’altro, unione delle membra del corpo di Cristo in una sola armonia di partecipanti».
La storia della Dedicazione della Cattedrale
Gratitudine, festa, partecipazione di tutto il popolo: sono i sentimenti che hanno guidato non solo le dedicazioni ma il ricordo dei loro anniversari. Il calendario liturgico, personalizzato secondo le varie diocesi, prevede una festa dedicata al giorno anniversario delle chiese già consacrate, cattedrali e parrocchie. È l’occasione per ringraziare del dono ricevuto, frutto del lavoro e della fede dei padri, e per meditare sul mistero del tempio.
Tre Riflessioni sul Tempio
Questa memoria ispira almeno tre riflessioni fondamentali:
1) Dio è Presente Ovunque
Innanzitutto, paradossalmente, che Dio è presente ovunque. Egli non ha bisogno di un tempio di pietre per essere vicino agli uomini, è il Signore del cosmo e l’universo intero è la sua casa. Quando Israele era un popolo nomade non aveva templi, ma una “tenda” (hekal) che si ripiegava e si spostava, come le altre tende della tribù. Confidavano in un Dio pellegrino, che lasciava le sue orme sulla strada percorsa dal popolo. La costruzione di un tempio non deve far pensare che imprigioniamo Dio, ma è il segno che egli abita in mezzo a noi.
2) Cristo è il Vero Tempio Cristiano
La seconda riflessione porta a ricordare che il tempio cristiano è Cristo. Gesù stesso lo dice nel noto episodio della cacciata dei mercanti dal tempio (Gv 2,13-22). Il significato teologico di una chiesa-edificio proviene dal fatto che al suo interno si ascolta la parola di Cristo e si celebra il suo mistero pasquale. Un rito antico prevedeva l’incisione sul pavimento della nuova chiesa di alcune lettere greco-latine come la X, che abbreviava la parola Xristos (Cristo), mettendo ai lati l’alfa e l’omega di cui parla Apocalisse 22,13. Indicava che Cristo stesso prendeva possesso di quel luogo.
3) La Chiesa come Assemblea di Persone
La terza riflessione ci chiama in causa. Se i nostri edifici sacri si chiamano “chiese” è perché fin dall’origine sono stati percepiti come luoghi di raduno dell’assemblea (Chiesa dal greco Ekklèsia si traduce con “assemblea”). L’idea è espressa da san Paolo quando dice: «Voi siete il tempio di Dio» (1Cor 3,16). Ne deriva che non ha molto senso costruire belle chiese se poi restano vuote. Una chiesa di mattoni che non si anima riunendo la Chiesa di persone è destinata a diventare un monumento muto. La dedicazione di una chiesa-edificio o la memoria del suo anniversario rimanda dunque al mistero della Chiesa che noi siamo.
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