La storia, relativamente breve, del secondo Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), esistito tra il 1964 e il 1972, rappresenta un capitolo spesso trascurato della vicenda dell'Italia repubblicana. Nonostante il primo PSIUP (1943-1947) fosse in realtà il Partito Socialista Italiano ricostituitosi dopo la caduta del fascismo, il secondo incarnò un'esperienza politica unica e complessa, che merita un'analisi approfondita.
In generale, sul PSIUP incombe una sorta di damnatio memoriae: il giudizio degli storici è spesso severo o distratto, mentre quello di molti testimoni e protagonisti è reticente o al massimo condiscendente. Una delle accuse più diffuse è quella di aver sottratto, con la sua scissione, forze importanti al Partito Socialista, indebolendolo nell'alleanza di centro-sinistra e privandolo della sua anima più combattiva nel confronto con la Democrazia Cristiana. Retrospettivamente, alla luce dell'insuccesso del tentativo riformatore più impegnativo dell'Italia repubblicana, il PSIUP potrebbe essere definito un «partito inopportuno», un giudizio condiviso fin dall'inizio anche dal PCI. Tuttavia, le scissioni, e questa in particolare, hanno radici profonde e antiche, e le responsabilità non sono da addebitare a una sola parte.

Un "Partito Provvisorio" con Ambiose Aspirazioni
Forse la definizione che meglio rende giustizia al PSIUP è quella di «partito provvisorio», coniata da Gaetano Arfè, allora direttore dell'«Avanti!», all'indomani del II Congresso del partito nel dicembre 1968. Questa definizione, sebbene dettata da un'intenzione polemica, era entro certi limiti condivisa anche da alcuni dirigenti e militanti di base del PSIUP.
Nella sua breve vita, il PSIUP fu caratterizzato dalla coesistenza di due intenti diversi, intrecciati e sovrapposti:
- Da una parte, l'idea di poter essere il perno di una rifondazione dello schieramento politico del movimento operaio nel suo complesso. Questa aspirazione prese slancio tra il 1967 e il 1969, per poi ripiegarsi su se stessa e svanire nella disillusione.
- Dall'altra parte, il PSIUP rappresentò il tentativo più ambizioso e consistente di dare espressione autonoma e organizzata alla sinistra socialista italiana. Sebbene fosse originato da circostanze legate a una stagione particolare della vita politica della Repubblica (l'ingresso del PSI nell'area di governo all'inizio degli anni '60), l'aspirazione alla sua base aveva accompagnato l'intera storia del socialismo italiano, in una perenne tensione dialettica con quella altrettanto forte all'unità del partito.
Il PSIUP fu «partito provvisorio» non solo per la sua esistenza di soli otto anni e mezzo, di cui almeno due di progressiva decadenza, ma anche perché nelle sue file passarono - fosse anche solo per pochi mesi - personaggi tra i più diversi, destinati ad avere ruoli importanti nella storia politica italiana. Tra questi si annoverano, a titolo esemplificativo, Giuliano Amato, Fausto Bertinotti, Peppino Impastato, Pietro Ichino, Alberto Asor Rosa e Sergio Chiamparino.
Fu dunque un tentativo di breve durata e, alla fine, il responso degli elettori certificò il suo fallimento. Tuttavia, si trattò comunque di un'esperienza significativa. Essa riflette e per certi aspetti perfino anticipa quella del «lungo Sessantotto» italiano, una stagione fatta di un periodo preparatorio e di un inizio ricco di fermenti e di promesse, ma che si chiuse su sé stessa all'insegna del ripiegamento nel dogmatismo ideologico e che risultò incapace di incidere a fondo nella politica. In qualche misura, il PSIUP ne rappresentò il paradigma: la cultura politica della sinistra socialista italiana rifletteva e recepiva suggestioni di un più vasto movimento intellettuale europeo, un «revisionismo di sinistra» incentrato sulla critica del neocapitalismo che in quella stagione ebbe un ruolo importante. Quando si organizzò in partito, sembrò, tra le varie forze politiche della «sinistra storica» italiana, quella che meglio sapeva adattarsi alla stagione dei movimenti.
Pietro Nenni (PSI). Anima socialista - Documentario
La Fondazione del PSIUP: Una Scelta Sofferta
La scissione, come osservato da A. Sofri, rappresenta «la festa guastata, certo, le nozze fastose tramutate amaramente in divorzio, con tanto di insulti e avvocati, però commuove e seduce più della festa nuziale. La scissione mette assieme i due piaceri opposti: quello dell’adunata e dell’identità, perché non ci si sente mai così compatti come di fronte al falso compagno che rinnega la bandiera, e quello del sacrificio, perché di niente ci si commuove così perdutamente come di se stessi, della virile forza con la quale ci si strappa via una parte del proprio corpo, persuadendosi che sia doveroso, e dunque saziando il proprio narcisismo».
Il Congresso di Fondazione del 12 Gennaio 1964
Il 12 gennaio 1964, a Roma, presso il Palazzo dei Congressi dell’Eur, circa ottocento delegati, provenienti dalla sinistra del Partito Socialista Italiano, si riunirono per sancire ufficialmente l'ennesima scissione nella storia del PSI. Molti di loro non erano giovanissimi e sui loro volti si leggeva l'espressione tesa di chi si accingeva a compiere una scelta importante e sofferta.
Lo scenario, riprodotto efficacemente da una corrispondenza del settimanale comunista «Vie Nuove», descriveva un'atmosfera priva di retorica trionfalistica:
«Non c’erano bandiere; solo, alle spalle della presidenza, una grande scritta: "Fedeltà al socialismo"; e non c’è stata retorica nei discorsi dei leaders [...] il clima non era arroventato ma nemmeno ‘freddo’ come qualche giornale ha scritto: c’era nell’aria un entusiasmo giovane e il riconoscersi uno ad uno dei delegati nella decisione presa e nella speranza [...] ogni intervento dei leaders veniva salutato al canto di "Bandiera Rossa" che gli anziani intonavano lento, e applaudito ritmicamente dalle file dei giovani».
Questo fu, di fatto, il congresso di fondazione di un nuovo partito della sinistra italiana, il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP). Il nome intendeva sottolineare una «continuità storica», riproducendo quello che il Partito Socialista aveva assunto negli anni 1943-1947. Il simbolo adottato fu la falce e martello, con il globo terrestre sullo sfondo.
L'assemblea dell'Eur approvò l'atto costitutivo del partito e un «appello ai socialisti» in cui si chiedeva il sostegno della base del PSI per la nuova formazione politica. Furono inoltre costituiti una Direzione provvisoria, composta da 19 membri, e un Consiglio Nazionale, di 123 membri. I militanti del partito preferiranno sempre, per sé stessi, la definizione di «socialisti unitari» a quelle, più giornalistiche, di «psiuppini» o «socialproletari», che tuttavia finirono per prevalere.
Interventi dei Leader e le Ragioni della Scissione
A parlare per primo fu il segretario della sinistra del PSI, il cui discorso, teso e commosso, tradiva il peso della scelta della scissione:
«L’unità del Partito non era, non è e non può essere un mito, una formula senza contenuto. [...] Ci sono, fra noi, compagni che hanno sacrificato al Partito tutta la loro vita. Ma, al di sopra del partito, c’è la classe, il socialismo. Posti brutalmente di fronte alla dura necessità di scegliere fra la casa e l’idea per cui la casa fu edificata, non ci possono più essere dubbi in noi».
Successivamente, presero la parola tutti i leader della sinistra socialista che avrebbero costituito il gruppo dirigente del PSIUP negli anni successivi. Tra questi, due interventi risultano particolarmente significativi:
- Lelio Basso, uno dei grandi protagonisti della storia del socialismo italiano, ammonì che «sarebbe errore fatale se noi ci trascinassimo la mentalità della scissione, se continuassimo a essere la sinistra socialista che muta le forme organizzative ma rimane sostanzialmente la stessa». Egli ribadì la necessità di un partito nuovo, in tutto e per tutto, in un lungo articolo intitolato significativamente Ragioni e speranze della scissione socialista. Basso spiegò che «se la sinistra avesse piegato il capo sarebbe scomparsa come forza politica, sarebbe stata liquidata come corrente, si sarebbe ridotta a una pietosa accolita di velleitari impotenti». Egli insistette sul fatto che il PSIUP doveva sentirsi «come una componente minore ma attiva delle forze di sinistra anziché come un concorrente degli altri partiti; più che il partito socialista dell’avvenire un momento essenziale, ma temporaneo e parziale, di quel vasto processo di riorganizzazione delle forze socialiste che è necessario in Italia e in Europa».
- Anche Dario Valori, che sarebbe diventato vicesegretario del partito, pur con orizzonti politici e culturali in parte diversi da Basso, tenne a chiarire che la scissione non significava «un salto indietro, ma [...] un salto in avanti», e doveva impegnare il PSIUP «a sviluppare una linea di ricerca autonoma, ad affrontare in particolare i problemi del socialismo [...] in un Paese dell’Europa occidentale».
Questi accenni evidenziano la ricerca del PSIUP di un proprio ruolo specifico, non solo come semplice scissione, ma come tentativo di ridefinire il socialismo in un contesto europeo occidentale.
Fonti e Ricerca Storica sul PSIUP
La fonte principale per lo studio del PSIUP, finora totalmente inesplorata, è l'archivio del partito, interamente conservato presso la Fondazione Istituto Gramsci di Roma. Qui è stato depositato insieme all'archivio del PCI, di cui è diventato parte integrante dopo la confluenza del 1972.
Si tratta di un archivio abbastanza ben ordinato ma non inventariato, la cui consultazione richiede molta pazienza e tempo. Il materiale è raccolto in 184 buste, sommariamente ordinate all'origine in fascicoli e sottofascicoli. Solo le buste sono numerate, mentre i fascicoli lo sono in modo molto approssimativo e secondo una classificazione ricorrente ogni anno ma non sempre identica (per esempio 1.100 congressi, 1.200 organismi di direzione), e abbastanza spesso si sono mescolati tra loro. Nelle citazioni, perciò, si riportano sistematicamente l'anno e il numero della busta, e solo dove è possibile individuarlo con certezza si indica anche il titolo del fascicolo (per esempio circolari della Direzione, Regioni per province, Corrispondenza singoli).
Oltre all'archivio principale, esistono numerosi fondi di militanti singoli depositati presso archivi locali sparsi in tutta Italia. La loro utilizzazione sistematica avrebbe rappresentato un compito arduo per un singolo ricercatore. L'autore di questo libro, A.A., vi ha fatto ricorso soprattutto per un caso specifico, quello di Torino, considerato di particolare interesse per il biennio 1968-1969. La ricerca è stata enormemente facilitata dal lavoro di Mauro Condò, che con la sua tesi di dottorato ha individuato diverse piste utili.
L'autore ringrazia il personale archivistico e bibliotecario della Fondazione Istituto Gramsci di Roma (in primissimo luogo Giovanna Bosman), della Fondazione Istituto Piemontese Antonio Gramsci (specialmente Matteo D'Ambrosio), del Centro studi Piero Gobetti e dell'Istituto Salvemini di Torino, della Fondazione Lelio e Lisli Basso Issoco e dell'Archivio Centrale dello Stato di Roma. Un ringraziamento particolare va a Marco Albeltaro e Giulia Strippoli per la paziente lettura del libro, a Claudio Rabaglino per il prezioso aiuto, e alla moglie Marina per il suo lavoro di «talpa d'archivio». Il debito maggiore di gratitudine, associato a un grande rimpianto, è verso l'amico Marco Galeazzi, scomparso nel novembre 2011, per l'ospitalità, la compagnia e gli spunti utili offerti dalle conversazioni.