Il Vangelo di Marco, nel capitolo 12, versetti 28-34, presenta un episodio cruciale in cui Gesù risponde a una delle domande più fondamentali riguardanti la Legge ebraica: qual è il primo e più grande di tutti i comandamenti? Questo passaggio non solo rivela la profondità del pensiero di Gesù, ma offre anche una sintesi mirabile della fede e della pratica cristiana, ponendo l'amore al centro di ogni cosa.
Il Testo Evangelico (Marco 12,28-34)
In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
Il Contesto della Domanda dello Scriba
La domanda dello scriba non è affatto scontata e sorge in un contesto di accesi dibattiti. Poco prima, Gesù aveva discusso con i sadducei sulla fede nella risurrezione (Mc 12,23-27). Al dottore della Legge, che aveva assistito a quel dibattito, piacque la risposta di Gesù, percependo in essa la sua grande intelligenza, e volle approfittare dell'occasione per fare una domanda di chiarimento: "Qual è il primo tra tutti i comandamenti?".
In quel tempo, i giudei avevano un'enorme quantità di norme, ben 613 comandamenti (365 divieti e 248 comandamenti positivi), per regolamentare la pratica e l'osservanza dei Dieci Comandamenti della Legge di Dio. Alcuni sostenevano che tutte queste norme avessero lo stesso valore, poiché provenienti tutte da Dio, e che non spettasse all'uomo introdurre distinzioni. Gli scribi li dividevano in comandamenti “leggeri” e comandamenti “pesanti”, esaminando ogni legge nei minimi dettagli e escogitando regole complesse. Questa "folla di regole" rendeva difficile individuare l'essenziale.
Un certo numero di profeti e rabbini avevano già cercato di riassumere la legge. Michea 6:8 recita: “O uomo, egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; che altro richiede da te il Signore, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio?”. Hillel diceva: “Ciò che odi per te stesso, non farlo al tuo prossimo. Questa è tutta la legge, il resto è commento”. Anche Akiba affermava: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Lo scriba, quindi, sta chiedendo non quale sia il primo di molti comandamenti, ma piuttosto quale comandamento definisca il nucleo della legge della Torah, quale ne stia al centro e la riassuma.

La Risposta di Gesù: Il Duplice Comandamento dell'Amore
Gesù spiazza lo scriba, che intuisce in quest'uomo proveniente dalla Galilea la possibilità di sentire una parola diversa e nuova, e libera noi dai nostri fantasmi di perfezionismo. La sua risposta è breve e molto profonda.
Il Primo Comandamento: Amare Dio
Gesù risponde citando un passaggio della Bibbia, il Deuteronomio 6,4-5, per dire che il primo tra i comandamenti è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Gli ebrei si riferiscono a queste parole come lo “Shemà”, che significa “ascoltare”. Al tempo di Gesù, i giudei pii recitavano questa frase tre volte al giorno ed era così conosciuta tra di loro come il Padre Nostro lo è tra noi. Lo Shemà è recitato regolarmente nel culto della sinagoga e nelle preghiere quotidiane ed è una delle scritture conservate nei filatteri e nelle mezuzah come costante promemoria. Recitando lo Shemà, Gesù va alla Torah, al centro della fede e della pratica d’Israele, usandola per introdurre il comandamento di amare Dio.
I sei pilastri dello SHEMA' YSRAEL
Gesù mette in evidenza come il primo dovere morale della creatura umana sia quello di amare Colui che è la fonte stessa e il sostegno della nostra vita. Prima dell’amore “orizzontale” viene quello “verticale”. Dobbiamo amare Dio di tutto cuore, cioè dal profondo del cuore. Non si tratta di un sentimento superficiale, ma di qualcosa di molto profondo e appassionato. Inoltre, dobbiamo amare Dio anche “con tutta la nostra anima”. La parola greca per anima, psyche, è correlata a ciò che pensiamo come personalità. Significa davvero “Ama il Signore Dio tuo con tutto ciò che ti rende TE”. Questo implica che, sia che si sia spensierati ed estroversi, sia che si sia tranquilli e introspettivi, la propria unicità deve riflettersi nel modo di servire Dio. Gesù aggiunge anche che dobbiamo amare Dio “con tutta la nostra mente” (o intelligenza). Il comandamento originale in Deuteronomio 6:5 parla di amare Dio con il cuore, l'anima e la forza. Gesù vi aggiunge "con la mente", un approccio intellettuale alle Scritture che Egli non critica affatto, anzi raccomanda come necessario. Amare Dio con cuore, anima, mente e forza significa amare Dio con tutto ciò che noi siamo.
Infine, la “forza” (in greco dynamis) potrebbe riferirsi a tutto ciò che ci dà eccellenza: forza fisica, bellezza, ricchezza, posizione, reputazione o talento. C’è una concentrazione di sforzo, una messa a fuoco. Dobbiamo amare Dio, però, con amore “agàpe”. Questo vuol dire che è più un “fare” che un “sentire”, sebbene coinvolga entrambi. L’agape richiede azione, richiede che dimostriamo il nostro amore in modo pratico. La persona che ama Dio partecipa all’adorazione, cerca di obbedire a Dio, cerca opportunità per servirlo secondo i propri doni e talenti. L’amore agape richiede un’espressione pratica. In tutto questo già vediamo come Gesù si differenzi nettamente dalle concezioni di amore presenti in questo mondo.
Il Secondo Comandamento: Amare il Prossimo
Gesù aggiunge: “Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Lo scriba aveva chiesto di un solo comandamento, ma Gesù ne dà due, legandoli insieme con l’affermazione “Non c’è altro comandamento più grande di questi”. Questi due comandamenti (ama Dio e ama il tuo prossimo) riassumono ordinatamente la prima e la seconda tavola del Decalogo. La prima tavola sottolinea la relazione della persona con Dio (lealtà a Dio, astensione dall’idolatria, rispetto del nome di Dio e osservanza del giorno di riposo). Il comandamento di amare il prossimo è tratto da Levitico 19:18, ma è in armonia con tutta la Legge e i Profeti, entrambi i quali mettono in rilievo i giusti rapporti con le persone e con Dio.
Cristo ci chiama a bilanciare questi due grandi comandamenti. La persona che ama Dio ma non ama il prossimo è gravemente carente. Giovanni 4,20-21 afferma: “Se uno dice: Io amo Dio, e odia il suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama il suo fratello che ha veduto, non può amar Dio che non ha veduto. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: che chi ama Dio ami anche il suo fratello”. Questo è un linguaggio duro, data la difficoltà che la maggior parte di noi sperimenta nell’amare certe persone delle quali diciamo che “non se lo meritano”. Il “merito”, però, non entra in alcun conto della Legge divina.
«Ama il tuo prossimo come te stesso» non sostiene l’amore per sé stessi come prerequisito per amare il prossimo, ma semplicemente ci chiede di estendere agli altri la stessa cura che abbiamo di noi stessi. Nella parabola del Buon Samaritano, Gesù amplia la nostra comprensione del prossimo per includere coloro che sono molto al di fuori della nostra solita cerchia di amici e colleghi, e persino i nostri nemici e coloro che ci perseguitano (Matteo 5:44; Luca 6:27-35). L’amore pratico e servizievole non solo include ogni tipo di persona, ma anche ogni circostanza, da quella più apparentemente insignificante a quella più macroscopica.

La Reazione dello Scriba e l'Elogio di Gesù
Lo scriba che aveva posto quella domanda a Gesù è onesto e riconosce che Gesù è davvero un maestro e che ha ragione: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità”. Egli non era andato da Gesù con intenti ostili. La sua reazione precisa una verità importante: finché la fede sarà solo la somma di sacrifici non sarà mai veramente la fede di Gesù Cristo. Solo quando ami sei davvero libero di fare un sacrificio senza che questo sia più fondamentalmente un sacrificio, ma solo la libera espressione del tuo amore.
Questo scriba comprende che l’amore pratico verso Dio e il prossimo: “…è assai più che tutti gli olocausti e i sacrifici”. Il suo commento è in linea con la tradizione profetica, che ha a lungo sottolineato l’importanza di un cuore spezzato e contrito (Salmo 51,16-17), l’obbedienza a Dio (Geremia 7,21-23), l’amore costante di Dio (Osea 6,6) e la pratica della giustizia, l’amare la compassione e camminare umilmente con Dio (Michea 6:8).
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». Gesù lo loda per la sua buona risposta, indicando che ha compreso ed è sulla buona strada. Il Regno di Dio, infatti, consiste nell’unione dei due amori: amore verso Dio e amore verso il prossimo. Se Dio è Padre/Madre, noi tutti siamo fratelli e sorelle, e dobbiamo mostrare questo in pratica, vivendo in comunità. Lo scriba era già vicino, ma per poter entrare nel Regno doveva fare un passo in più, poiché nel Nuovo Testamento Gesù allarga il senso dell'amore: "Questo è il mio comandamento: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi! (Gv 15,12-13). Allora il criterio sarà "Amare il prossimo come Gesù ci amò".
Dopo questo scambio, “E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo”. Questo sottolinea l'autorità e la saggezza di Gesù, la sua capacità di andare al cuore della questione e di sfidare le convenzioni.
Riflessioni Profonde sull'Amore
L’amore non è questione di fare sacrifici, piuttosto di farsi sacrificio. È facile espiare le proprie colpe con il sacrificio degli animali, come si faceva in quei tempi, o oggi "buttare una preghiera qua e là" o "un centesimo buttato a terra per lo zingaro di turno per mettersi a posto la coscienza". L’amore è ben altro. Non è tanto un donare, ma un donarsi. Non è fare sacrifici ma essere sacrificio.
La nostra vita sembra piena di tantissime cose che sarebbe giusto fare, ma abbiamo bisogno di capire ciò che dovrebbe avere la priorità su tutto, cioè quello che fa da fondamento a tutto e che non dovremmo mai perdere di vista. Ciò che precede la regola dell’amore è il verbo ascoltare. L’ascolto è il mettersi in un atteggiamento recettivo. Solo chi accetta qualcosa può anche poi darla a sua volta. L’amore che Gesù indica non è solo la genialità di tenere insieme il verticale e l’orizzontale; non è solo fare in modo che l’amore a Dio non si contrapponga mai all’amore al fratello, ma è voler suggerire che senza l’esperienza di lasciarsi amare (ascolta!) non è possibile nemmeno tutto il resto.
Amare è la parola più scontata dell’esperienza umana, ma allo stesso tempo è quella più difficile da mettere in pratica. L’istinto non basta, la ragione si ferma dinanzi alle prime difficoltà. Il Vangelo ricorda che l’amore è un comandamento, fa parte della rivelazione, è una parola che Dio ha seminato nella storia d’Israele. Per imparare ad amare dobbiamo accogliere l’amore non come un desiderio soggettivo da vivere secondo i nostri gusti, ma come un comandamento oggettivo, una regola di vita che non dipende da noi ma s’impone a noi e chiede di fare anche quello che istintivamente rifiutiamo.
Possiamo vivere l’amore come un comandamento solo se il nostro sguardo è costantemente rivolto a Dio. Amare Dio con tutto il cuore è il punto di partenza per imparare ad amare il prossimo. Quanto più entriamo in una relazione intima con Dio, tanto più riceviamo da Lui l’invito e la forza per seminare amore nei sentieri della vita quotidiana. Quanto più consegniamo a Dio ogni nostro desiderio, tanto più impariamo che l’unica cosa che conta è quella di tenere accesa la fiaccola dell’amore.

Le Implicazioni per Oggi
Noi oggi, siamo più vicini o più lontani dal Regno di Dio rispetto al dottore che fu elogiato da Gesù? La domanda che Gesù ci pone implicitamente è quanto comprendiamo sull’amore come fondamento della nostra stessa vita. La risposta di Gesù concilia i due rischi che corriamo costantemente quando pensiamo alla fede e alla nostra vita: amare Dio fino a disinteressarci degli altri, o amare gli altri fino a dimenticare Dio. Le due cose devono stare sempre unite e parzializzarle significa cadere in errore. Si ama Dio amando il prossimo.
Noi siamo chiamati ad amare sempre e in ogni momento! Quanto è difficile ciò! Quante volte facciamo esperienza della nostra fragilità! Vorremmo amare Dio con tutto noi stessi, con tutto il nostro cuore e invece ci rendiamo conto che il nostro cuore è spesso malato, abitato da altre cose. Siamo posseduti da altre cose, ma non da Dio, finendo così per amare il nostro prossimo con la misura di cui siamo capaci senza Dio, cioè a tempo, in modo parziale, se non addirittura malato, di certo limitato ed egoistico.
L'amore che il Padre ha per ogni uomo e per ogni donna - al quale siamo tutti chiamati a corrispondere - non è qualcosa di teorico o ideale, ma deve tradursi in un nostro disinteressato impegno davanti a Dio e davanti agli altri. Gesù, nel corso di tutta la sua vita, ha vissuto questo impegno, questa totale donazione al Padre e agli uomini, sino al compimento finale sul Calvario, e ci invita a imitarlo diventando suoi fedeli discepoli. L'annuncio e l'esempio del Maestro sono chiari e precisi, avendo sottolineato con le opere la dottrina. Come San Josemaría ricordava, se professiamo la stessa fede e vogliamo ricalcare le nitide impronte lasciate sulla terra dai passi di Cristo, non dobbiamo accontentarci di evitare agli altri il male che non auguriamo a noi stessi. Questo è già molto, ma è ancora poco, se capiamo che la misura del nostro amore è definita dal comportamento di Gesù.
Questo è il Dio che ci aspetta sempre, il Dio della misericordia che non si stanca di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono. Ma lui non si stanca: settanta volte sette! Sempre! Ci chiama per guarirci, perché la sua ira si è allontanata da noi. La vita di ogni persona che ha il coraggio di avvicinarsi al Signore troverà la gioia della festa di Dio.