La figura di San Sebastiano, martire cristiano, ha ispirato innumerevoli opere d'arte e ha assunto un ruolo significativo nella devozione popolare, specialmente a Roma e in altre città italiane. La sua storia, tra realtà e leggenda, si intreccia con momenti cruciali della storia del cristianesimo e della produzione artistica.
La Basilica di San Sebastiano fuori le Mura a Roma
La Basilica di San Sebastiano fuori le Mura, inserita nel pellegrinaggio delle Sette Chiese, custodisce un patrimonio di arte, fede e storia che affonda le radici nei primi secoli del cristianesimo. Costruita al IV miglio dell'antica via Appia, sul luogo in cui, secondo la tradizione, furono nascoste le reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo durante la persecuzione di Valeriano, rappresenta una delle tappe più significative del cammino giubilare notturno ideato da San Filippo Neri nel XVI secolo.

San Filippo Neri e la "Pentecoste di fuoco"
Negli ipogei di San Sebastiano, presso la tomba del martire romano situata nell’omonimo complesso catacombale, San Filippo Neri si recava spesso in preghiera. Qui, nel 1544, si verificò l’episodio miracoloso della frattura e dell’allargamento della sua cassa toracica. Nei locali della Basilica si conserva ancora il crocifisso davanti al quale avvenne l’evento mistico della cosiddetta "Pentecoste di fuoco". Padre Stefano Tamburo, parroco e rettore dell’Ordine dei Frati Minori, ricorda che "San Filippo Neri trascorreva molte notti in meditazione qui. Questo avvenimento soprannaturale, confortato anche da esami clinici in occasione dell'ultima ricognizione canonica, è tipico della vita dei grandi santi, come San Francesco o San Pio, che sperimentano nel loro corpo il grande amore di Gesù sulla croce".
Storia e Tesori della Basilica
Il complesso archeologico su cui sorge la Basilica conserva le memorie della prima comunità cristiana, essendo stata una necropoli pre-cristiana dove furono sepolti molti martiri dei primi secoli. I resti mortali del giovane Sebastiano, comandante dei pretoriani e stimata guardia personale dell’imperatore Diocleziano, ucciso per la sua fede cristiana, sono custoditi nel sarcofago collocato sotto la cappella a lui dedicata e decorata con la celebre statua del secentesco Giuseppe Giorgetti. San Sebastiano testimoniò il Vangelo anche nel suo ambiente di lavoro, aiutando i cristiani incarcerati, seppellendo i martiri e convertendo militari e nobili della corte.

Quando la sua fede venne scoperta, subì un doppio martirio. Sopravvissuto alle frecce scagliate contro di lui dai suoi commilitoni sul colle Palatino, raggiunse ferito il corteo dell'imperatore rimproverandolo pubblicamente per la barbara persecuzione dei cristiani. La sua invettiva non restò impunita: Diocleziano lo fece catturare nuovamente e uccidere a bastonate, gettando poi il corpo nella Cloaca Maxima. Secondo la tradizione, apparve in sogno alla matrona romana Lucina, indicandole il luogo in cui si trovava il suo cadavere e chiedendole di seppellirlo sulla via Appia ad Catacumbas, letteralmente "presso le grotte, nell'avvallamento", un'area in cui sorgeva una cava di pozzolana. Da allora, il termine "catacomba" si diffuse per indicare i cimiteri dei primi cristiani.
Durante la grave pestilenza del Seicento a Roma, San Sebastiano fu invocato dai cittadini nella speranza di salvarsi, così come egli era sopravvissuto alle frecce. Cessata l’epidemia, fu subito venerato come taumaturgo, difensore della Chiesa e terzo patrono di Roma, dopo Pietro e Paolo. In quell’occasione la sua sepoltura venne solennizzata nella cripta e la basilica fu rinominata Sancti Sebastiani. Nel luglio 2022 è stata effettuata la ricognizione delle reliquie, la prima dal 1511. L’urna è stata riaperta dopo cinquecento anni: sono ancora presenti le ossa della caviglia, del ginocchio o del gomito. In quell’occasione è stata prelevata un’insigne reliquia, che sta viaggiando per il mondo, dall’Europa all’India.
Le reliquie di San Sebastiano
Da ogni latitudine, pellegrini si recano nella Basilica romana in preghiera presso la tomba del santo o davanti alle altre reliquie qui custodite, come l’impronta dei piedi di Cristo, proveniente dalla vicina chiesa del Domine Quo Vadis. Senza considerare l’inestimabile tesoro archeologico delle catacombe, il patrimonio storico, artistico e spirituale della Basilica si è ulteriormente arricchito negli ultimi trent’anni con un capolavoro unico, divenuto una delle sue principali attrattive: l’ultima opera scultorea del Bernini, il Salvator Mundi, realizzata nel 1679, all’età di ottant’anni, per la regina Cristina di Svezia. Il Maestro, cristiano convinto, lo chiamava il suo "Beniamino", pensando al dodicesimo e ultimo figlio di Giacobbe. Se ne era persa traccia per secoli: era collocata nella portineria del convento francescano, ma il suo valore era ignoto. Solo negli anni Novanta è stata finalmente identificata dagli esperti. In tempi ancora più recenti, uno studio affascinante ha rivelato un nuovo aspetto straordinario legato alla fede del Bernini: è stata effettuata una sovrapposizione con il volto della Sindone e, in modo incredibile, si è scoperto che le due immagini combaciano perfettamente nelle proporzioni. Questo suggerisce non solo che Bernini abbia visto e studiato la Sindone, ma rappresenta anche una testimonianza ulteriore della sua profonda cristianità.
Le Catacombe di San Sebastiano
Il termine "catacombe", che venne poi usato per tutti i cimiteri dello stesso tipo (prima si chiamavano cripte), si fa risalire proprio al piccolo avvallamento di quest’area, chiamato ad Catacumbas, che nel III secolo venne interrato per costruirvi sopra il sepolcreto cristiano. La chiesa che sorge sul cimitero sotterraneo, nonostante il suo aspetto secentesco, dovuto al Vasanzio (Jan van Santen), conserva parte dell’originario edificio sacro, la Ecclesia Apostolorum, che Costantino aveva fatto innalzare in memoria degli apostoli Pietro e Paolo, le cui spoglie secondo la tradizione erano state temporaneamente portate in queste catacombe per sottrarle ai pericoli delle persecuzioni.
I resti venerati di Sebastiano rimasero nella catacomba fino alla metà del IX secolo; parte di essi furono poi riposti in preziosi reliquiari e portati in altre basiliche romane (tra cui S. Pietro e i Ss. Quattro Coronati) e in quella di S. Medardo a Soissons, in Francia.
La Chiesa di San Sebastiano al Palatino
Meno imponente, ma molto suggestiva, è la chiesetta di San Sebastiano al Palatino, che sorse intorno al X secolo nel luogo del martirio, con annesso un monastero. Si chiamava un tempo in palladio (e poi in pallara) in ricordo del Palladio che era conservato nel tempio dedicato da Elagabalo al Sole invitto (in seguito intitolato a Ercole). Del convento rimangono alcune murature, mentre la chiesa è stata restaurata nel 1631 per volere di Taddeo Barberini, nipote di Urbano VIII. Sull’abside vi sono resti di affreschi del X secolo con Storie di Cristo e di San Sebastiano, mentre è secentesco l’affresco della lunetta con San Sebastiano curato da Irene, di Bernardino Gagliardi.
Iconografia e Rappresentazioni Artistiche di San Sebastiano
Il suo supplizio è stato raffigurato da innumerevoli artisti del passato (Piero della Francesca, Signorelli, Mantegna, Antonello da Messina, Perugino, Tiziano, Tintoretto, Bernini, Reni, Memling, El Greco, Ribera, tanto per citarne alcuni), che vedevano nel suo corpo nudo, pur trafitto dalle frecce, l’integrità fisica e morale del militare cristiano. Spesso è stato proposto come un giovane, la cui nuda avvenenza richiama quella classica di Adone o di Apollo.

Il San Sebastiano di Andrea Mantegna
Un celebre dipinto raffigura il santo trafitto dalle frecce del martirio e legato alla colonna di un'imponente costruzione architettonica all'antica, ormai diroccata e in rovina. Ai suoi piedi stanno vari frammenti classici, tra cui il piede d'una statua: Mantegna era infatti appassionato di reperti antichi, che collezionava e inseriva spesso nelle sue opere. In primo piano, nell'angolo in basso a destra, si notano i due giustizieri, l'arciere e un compagno, che sono raffigurati con quell'insistenza chiaroscurale sui solchi del viso tipica delle opere di Mantegna più espressive. Alcuni dettagli grotteschi o iperrealistici (come l'espressione truce dell'arciere o la finezza con cui sono disegnati uno per uno i peli della sua barba) rimandano ad opere fiamminghe, in particolare alla lezione di Rogier van der Weyden che Mantegna ebbe modo di assimilare in gioventù.
Il santo, come consueto nelle rappresentazioni dalla seconda metà del Quattrocento in poi, diede l'opportunità al pittore di eseguire una virtuosa rappresentazione anatomica del nudo maschile, con il torace trattato con una particolare morbidezza di toni, su cui spicca per contrasto la durezza quasi marmorea del panneggio del perizoma. Le frecce, a differenza della tavola viennese, entrano ed escono dal corpo martirizzato, scorrendo talvolta sottopelle, per aumentare il senso tragico di dolore del martirio, che Sebastiano sembra tra l'altro sopportare con pietosa rassegnazione grazie alla fede religiosa, come suggerisce il suo viso rivolto al cielo. Da notare alcuni virtuosismi, come l'effetto delle corde che stringono le carni con grande realismo, come sul braccio destro. Lo sfondo è occupato da un lontano paesaggio montuoso, con un capriccio di architetture, antiche e moderne, che, in ossequio alla forma della tela, si svolge in maniera più che altro verticale, sullo sfondo di un cielo sereno attraversato da gonfie nuvole. Il monte è dominato in alto da un castello, appoggiato su uno sperone roccioso, sotto il quale sta un'altra rocca. Più in basso si trova la città (visibile anche a sinistra), sotto la quale spicca una piazza lastricata circondata da monumenti romani in rovina: una porta-arco di trionfo con alto attico (le mura superiori richiamano le aggiunte tipicamente medievali come nell'Arco di Augusto di Rimini) e una sorta di tempio con mozziconi di colonna e una parapetto scolpito a bassorilievi, che si erge sopra un porticato in grossi blocchi di pietra. Non si tratta più delle ricostruzioni in stile che avevano caratterizzato le opere giovanili come la Cappella Ovetari, ma di un'interpretazione più inquieta, con le rovine che simboleggiano la caducità del mondo antico.
Opere di Domenico Cresti il Passignano
Un rame, attribuito dalla critica a Domenico Cresti il Passignano, proviene con molta probabilità dal sequestro delle opere del Cavalier d'Arpino, sottratte nel 1607 al pittore accusato di detenzione illegale di armi da fuoco. L'opera rappresenta un momento insolito della Passio di Sebastiano, quando il corpo del martire, trafitto da frecce, viene deposto da tre uomini, uno dei quali ritratto mentre manovra la fune a cui è appeso il santo. La scena è rappresentata all'aperto, davanti a un albero che con la chioma nasconde il paesaggio sullo sfondo, di cui si intravede in lontananza un piccolo borgo turrito.
La corretta assegnazione al catalogo di Domenico Cresti è dovuta a Roberto Longhi (1928) dopo che il dipinto era stato erroneamente avvicinato da Adolfo Venturi (1893) a Simone Cantarini e descritto erroneamente da Giovanni Piancastelli nel 1891 come "Crocifissione di S. Andrea". Secondo Simonetta Prosperi Valenti Rodinò (1984), quest'opera fu eseguita intorno al 1602-1603 contestualmente agli altri due dipinti Borghese - l'Annunciazione (inv. 189) e Cristo nel sepolcro (inv. 349) -, subito dopo l'arrivo del pittore nell'Urbe, dove si recò per adempiere a uno degli incarichi più prestigiosi della sua carriera: la Crocifissione di san Pietro per la basilica vaticana. Il pittore ebbe modo di tornare su questo soggetto in più occasioni: un primo dipinto raffigurante il Seppellimento di san Sebastiano si conserva a Napoli presso il Museo di Capodimonte, un secondo con San Sebastiano ritrovato nella Cloaca Massima fu eseguito nel 1612 per il piccolo vano della cappella Barberini in Sant'Andrea della Valle a Roma, mentre tra il 1614-1616 il pittore è documentato nel cantiere della cappella dedicata a S. Antonio.

Scheda Tecnica del Rame di Domenico Cresti il Passignano
| Inventario | Posizione | Datazione | Tipologia | Periodo | Materia / Tecnica | Misure | Cornice |
|---|---|---|---|---|---|---|---|
| Salvator Rosa | (?) Roma, collezione Giuseppe Cesari detto il Cavalier d'Arpino, 1607; (?) Roma, collezione Scipione Borghese, 1607 | 1602-1603 circa | Dipinto | Barocco | Rame | 43 x 93,5 x 4 cm | Assente |
Il Martirio di San Sebastiano del Domenichino
Nella basilica di Santa Maria degli Angeli, nel presbiterio, è conservato un gigantesco dipinto (olio su muro, m 9,30 x 4,20) con il Martirio di San Sebastiano, che il Domenichino aveva realizzato per la basilica di San Pietro in Vaticano tra il 1625 e il 1631. Dopo un secolo il dipinto venne staccato, segando il muro, insieme ad altri dipinti, e sostituito nella basilica Vaticana da una copia in mosaico, collocata nella II cappella della navata destra.

Affresco votivo di Benozzo Gozzoli a San Gimignano
Nella chiesa di Sant’Agostino a San Gimignano, Benozzo Gozzoli eseguì un affresco votivo commissionato dagli agostiniani a seguito della peste che nel 1464 colpì la città. L’iconografia di questo affresco è abbastanza inusuale rispetto alla tradizionale rappresentazione che vuole san Sebastiano vestito solo con il perizoma e legato ad un albero o ad una colonna. Qui il santo è rappresentato in piedi sopra un piedistallo sorretto dagli angeli e vestito con una tonacella legata in vita e un ampio mantello aperto per proteggere la popolazione, in preghiera ai suoi piedi, come ricorda l’iscrizione sul piedistallo: SANCTE SEBASTIANE INTERCEDE PRODEVOTO POPOLO TVO. Un’altra iscrizione lungo lo spessore del pavimento marmoreo dipinto indica la data del 28 luglio 1464 quale termine di esecuzione.
Nel registro superiore è raffigurato Dio Padre, circondato dai serafini, che impugna una freccia per scagliarla contro l’umanità; sotto di Lui Maria mostra il suo petto e Gesù ostenta le sue ferite per ricordare il sacrificio compiuto per la redenzione del mondo, cercando in questo modo di intercedere contro l’ira del Padre. L’affresco vuole imitare con un raffinato effetto illusionistico, caratteristico dello stile di Benozzo, una grandiosa pala d’altare racchiusa entro una finta cornice marmorea; concorre ad accentuare questo gioco illusionistico la piccola pace con la Crocifissione, dipinta come una tavoletta appoggiata alla mensa dell’altare sottostante. Nel frate agostiniano inginocchiato ai piedi del Crocifisso è stato individuato dagli studiosi il ritratto di fra’ Domenico Strambi, il committente del ciclo con le storie di Sant’Agostino; l’iscrizione F.D.M.P., forse acronimo di “Frater Dominicus Magister Parisinus”, che accompagna la rappresentazione, sembrerebbe convalidare questa ipotesi. Il recente restauro compiuto nel 1990 ha stabilito che l’affresco fu eseguito in sole sedici giornate di lavoro e dunque con una certa sollecitudine, permettendo all’artista di proseguire i lavori per la cappella del coro della chiesa. Circa due anni dopo Benozzo dipinse un altro affresco, con lo stesso soggetto, sulla controfacciata della Collegiata di Santa Maria Assunta a San Gimignano.

Il Busto di San Sebastiano attribuito al Bernini
La chiesa di San Sebastiano fuori le Mura ospita, tra le altre opere d’arte, il Salvator Mundi di Gian Lorenzo Bernini, l’ultima splendida opera del geniale scultore, realizzata nel 1679 quando aveva 82 anni, e allo stesso Bernini è attribuito il busto di San Sebastiano nella sottostante cripta, l’ambiente catacombale che conservava le sue spoglie.

Scultura di Pier Paolo Campi a Sant'Agnese in Agone
Anche nella chiesa di Sant’Agnese in Agone, in piazza Navona, vi è un altare intitolato a San Sebastiano, con una scultura marmorea di Pier Paolo Campi (1717-19). Il bel volto estatico del giovane trafitto guarda verso l’alto e ricorda quello classico di Alessandro Magno.
Mosaico a San Pietro in Vincoli
A Roma San Sebastiano è raffigurato anche con un’iconografia inconsueta, ovvero come uomo maturo o addirittura vecchio. Un mosaico del VII secolo nella chiesa di San Pietro in Vincoli lo raffigura con barba e capelli bianchi, vestito di una tunica romana sopra una corazza dorata e con in mano la corona del martirio.
Devozione e Patronati
Il culto del santo martire da Roma si diffuse in tutto il mondo cristiano, invocato soprattutto come protettore dalla peste, le cui epidemie infierivano nel Medioevo, in seguito alla narrazione, fatta da Paolo Diacono nella Historia Longobardorum, del suo intervento nel corso dell’epidemia scoppiata a Roma e a Pavia nel 680. Sempre in virtù di quelle frecce, divenne il patrono degli arcieri, pur essendo stato loro vittima, degli archibugieri, dei mercanti di ferro e perfino dei tappezzieri.
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