La Crocifissione: Analisi Medica Approfondita di un Antico Supplizio

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La figura di Cristo e la sua Crocifissione continuano a esercitare un immenso fascino su milioni di individui, credenti e non, attratti dalla sua identità e dal suo ruolo nella storia dell'umanità. La Crocifissione è l'evento che maggiormente interessa questa nota, ed è stata oggetto di un'ampia rappresentazione artistica nel corso dei secoli.

Le fonti coeve suggeriscono che il termine "crocifissione" in latino e greco si riferisse a diversi metodi di esecuzione capitale, dall'impalamento alla messa alle corde su un semplice albero, e che le tecniche variassero a seconda del tempo e del luogo. Tuttavia, l'unica certezza è che si trattava della pena più umiliante, lunga e dolorosa prevista dal sistema giudiziario dell'epoca nel bacino del Mediterraneo. Cicerone stesso la definì "il supplizio più crudele e più tetro". Le sofferenze del condannato, appeso nudo ed esposto al pubblico ludibrio, venivano prolungate il più possibile, e solo in rari casi si ricorreva all'accelerazione della morte.

rappresentazione artistica di una crocifissione romana

Tipologie di Croci Romane e Tecnica di Fissaggio

Le croci usate dai Romani per le pene giudiziarie all'epoca di Gesù erano di tre tipi:

  • La crux decussata (o croce di Sant'Andrea), formata da due pali fissati a forma di X.
  • La crux commissa, con i pali disposti a T.
  • La crux immissa, la più celebre, in cui la trave orizzontale (patibulum) veniva posta a due terzi dell'altezza di quella verticale (stipes).

Un altro dettaglio piuttosto certo era la presenza di un sostegno a metà dello stipes, chiamato in latino sedile, che offriva al condannato un punto d'appoggio per sostenere il peso del corpo senza crollare a terra, impedendogli così di morire troppo in fretta.

schema delle diverse tipologie di croci romane

Nonostante le informazioni pervenuteci sulla croce in sé siano piuttosto dettagliate, l'effettiva tecnica di fissaggio è rimasta dibattuta per molto tempo. L'unico scheletro mai ritrovato di un condannato alla crocifissione (scoperto nel 1968 nei dintorni di Gerusalemme) aveva le gambe fratturate e un chiodo ancora piantato sull'esterno della caviglia, il che fa supporre che i piedi fossero stati fissati ai lati della croce.

Il dibattito sui Chiodi: Polsi o Palmi?

Per secoli, teologi e fedeli si sono interrogati sul punto esatto in cui venivano piantati i chiodi: nelle mani o nei polsi? I piedi erano inchiodati davanti o sui lati dello stipes? Anche in ambito scientifico la questione è stata dibattuta a lungo, soprattutto verso la fine del XIX secolo.

La teoria che vedeva i chiodi inseriti nel polso, esattamente fra carpo e radio, aveva il vantaggio che con una simile tecnica sarebbero probabilmente stati parzialmente recisi il nervo mediano e il flessore lungo del pollice, ma senza toccare le arterie e senza fratturare le ossa. D'altro canto, l'idea che il Redentore fosse stato crocifisso per i polsi era considerata azzardata da una parte degli scienziati cristiani, in quanto smentiva la maggioranza delle raffigurazioni classiche e poneva un problema teologico riguardo alle stigmate.

Intorno al 1900, Marie Louis Adolphe Donnadieu, professore alla Facoltà Cattolica di Scienze di Lione, cercò di dimostrare che le mani di Gesù sarebbero state in grado di sostenere il suo corpo sulla croce. Tuttavia, la sua dimostrazione non convinse gli oppositori. Trent'anni più tardi, il dottor Pierre Barbet, primo chirurgo all'Ospedale Saint Joseph di Parigi, criticò l'esperimento di Donnadieu, evidenziando le differenze nel cadavere utilizzato.

La meticolosa ricerca di Pierre Barbet lo pone senza dubbio fra i pionieri degli studi medici sulla Crocifissione, in particolare riguardo anche alle ferite riportate sulla Sacra Sindone. Questa teoria, rimasta quella più accreditata per molti decenni, venne smentita dall'ultimo grande esperto di crocifissione, il famoso patologo e antropologo forense americano Frederick Zugibe. I suoi studi, condotti tra la fine degli anni '90 e l'inizio di questo secolo con l'aiuto di volontari, lo portarono a concludere che la parte più alta del palmo fosse perfettamente in grado di sostenere il peso del corpo, senza causare fratture ossee.

L'iconografia classica dell'arte cristiana, con un solo chiodo che trapassa entrambi i piedi sovrapposti e un chiodo nel palmo di ciascuna mano, è radicata, ma storicamente inesatta. Infatti, se i chiodi fossero stati conficcati nei palmi delle mani, i muscoli palmari e l'aponeurosi palmare con ossa e tendini si sarebbero lacerati e il condannato non avrebbe potuto reggere tutto il peso del corpo. È nel polso, precisamente nello spazio di Destot tra le ossa carpali e il radio, che il chiodo poteva penetrare facilmente senza pericolo di lacerazione o emorragie mortali, ma causando la lesione del nervo mediano, che provoca dolori atroci e spasmi. La Sindone di Torino mostra il segno dei chiodi in ciascun polso e non nel palmo della mano.

Per quanto riguarda i piedi, sulla Sindone si trovano due piedi trafitti. La Sindone rivela che i due piedi furono inchiodati sovrapposti, il sinistro sul destro, il che è compatibile con l'usanza vigente e la necessità di posizionare il titulus (la tavoletta con la causa della condanna) sopra la croce.

illustrazione anatomica del polso con lo spazio di Destot e il percorso di un chiodo

Fisiopatologia della Morte per Crocifissione

Diversamente dalle altre pene capitali, quasi nulla la scienza medica conosce direttamente sulla fisiopatologia della morte in croce, a parte rare descrizioni episodiche. L'ultima crocifissione nota della storia, dopo l'epoca romana, fu quella di 26 martiri cristiani a Nagasaki, in Giappone, avvenuta il 5 febbraio 1597, ma in quel caso i condannati furono poi uccisi dalle lance.

L'unico aggancio reale, almeno in parte, è con la pena detta "aufbinden" (legare in alto), praticata nei campi di prigionia durante la prima guerra mondiale e poi ripresa dai nazisti nel campo di internamento di Dachau. Questa punizione vedeva il condannato appeso per i polsi a un palo o a un albero, con tutto il peso del corpo che esercitava una fortissima trazione sugli arti superiori, senza possibilità di toccar terra con i piedi. Il condannato, per respirare, doveva sollevarsi a forza di braccia, ma poteva rimanervi solo per poche decine di secondi. Dopo un certo tempo, i muscoli erano colpiti da violente contrazioni e presentava i sintomi dell'asfissia.

La pena della croce comportava un analogo e tremendo sforzo per respirare, ma volutamente molto più prolungato nel tempo. L'abnorme posizione del corpo, col tronco accasciato e abbassato, determinava l'immobilizzazione del torace in una posizione inspiratoria, rendendo difficoltosa l'espirazione con conseguente ipossiemia, come in una crisi acuta di insufficienza respiratoria. L'espirazione diventava un atto estremamente faticoso: per espirare, riprendere fiato e non soccombere alla lenta asfissia, il condannato doveva spingere sui piedi inchiodati, facendo forza pure sui polsi trafitti, per riportare il torace alla medesima altezza delle braccia, onde ristabilire la normale dinamica respiratoria. Tutti i muscoli interessati alla respirazione erano sottoposti a un'estrema e prolungata sollecitazione: diaframma, pettorali, sternocleidomastoidei, intercostali interni ed esterni, ecc., in una dinamica e meccanica respiratorie del tutto abnormemente coartate.

Respirazione polmonare - Lattes Editori

L'agonia era un continuo e dolorosissimo saliscendi lungo il palo verticale della croce. Dolorosissimo anche perché spalle, dorso e cosce erano già sanguinanti per la flagellazione che di solito il condannato subiva prima di essere crocifisso, e sfregavano lungo l'aspro legno verticale della croce. Continui accasciamenti e raddrizzamenti del torace in un interminabile alternarsi di asfissia-respirazione, fino a quando, esaurita la forza muscolare, il tronco non riusciva più a sollevarsi e sopraggiungeva la morte asfittica, anche dopo 2-3 giorni di tale tormento. Inoltre, la posizione abbassata del corpo comportava un ristagno di sangue alle estremità inferiori e nei visceri addominali, favorendo il collasso ortostatico e la sincope.

L'exitus, infine, sopravveniva, dopo un tempo variabile dalle 24 alle 72 ore circa, per asfissia respiratoria da soffocamento una volta che non era più possibile, o per progressiva debolezza o per l'insorgere di crampi tetanici in presenza di uno stato di ipercapnia, sostenere lo sforzo sugli arti inferiori: la cosiddetta "asfissia da esaurimento".

Il Crurifragio: Abbreviare il Supplizio

Qualora si volesse per qualunque motivo abbreviare il supplizio, si eseguiva il crurifragio (dal latino crurifragius, letteralmente "il gambe-spezzate"), ovvero si fratturavano i femori all'uomo in croce con dei colpi di clava. In tal caso, non potendo più spingere sulle gambe per la totale improvvisa impotenza funzionale dei muscoli delle cosce, la morte asfittica respiratoria sopravveniva in 2-3 minuti, come fu per i due ladroni.

Il crurifragio non fu imposto a Cristo. Il Vangelo di Giovanni riporta che quando i soldati si avvicinarono a Gesù, videro che era già morto, quindi non gli spezzarono le gambe.

La "Morte Rapida" di Gesù: Un'Analisi Multifattoriale

Perché Gesù, uomo sano di circa trentasei anni, morì così in fretta, in un intervallo di tempo di sole 3 ore, tanto da suscitare lo stupore del procuratore romano? L'ipotesi più accreditata rimane comunque quella asfittica per insufficienza respiratoria, resa particolarmente breve dalla copiosa emorragia secondaria non solo alla profusa perdita ematica dal capo, ove era stata a viva forza conficcata la corona di spine, ma soprattutto dalla flagellazione.

La Flagellazione Romana

Per i Romani, la flagellazione al dorso poteva già essere essa stessa pena di morte, tanto copioso era il sanguinamento dalle masse muscolari, soprattutto dorsali, colpite dal flagrum o flagellum (chiamato da Orazio horribile flagellum), una robusta frusta con molte code di cuoio, appesantite da aculei (scorpiones), pezzi di ossa di animali e pallottole di metallo. L'eruditissimo abate romano Giuseppe Ricciotti descriveva la terribile flagellatio romana: "Il flagellato, specialmente se destinato alla pena capitale, era considerato come un uomo senza più nulla di umano... era ridotto di solito a un mostro ripugnante e spaventoso. Ai primi colpi il collo, il dorso, i fianchi, le braccia, le gambe s'illividivano, quindi si rigavano di strisce bluastre e di bolle tumefatte; poi man mano la pelle e i muscoli si squarciavano, i vasi sanguigni scoppiavano, e dappertutto rigurgitava sangue; alla fine il flagellato era diventato un ammasso di carni sanguinolente, sfigurato in tutti i suoi lineamenti. Spesso egli sveniva sotto i colpi; spesso vi lasciava la vita".

Sulla Sindone di Torino si contano non meno di 120 colpi di flagello. Sebbene il film "Passion" di Mel Gibson esageri la violenza, al punto che il personaggio dovrebbe essere già morto durante la flagellazione, il Cristo, secondo la Sindone, possedeva una massa muscolare molto importante (alto circa 1,78-1,80 metri) che gli ha permesso di sopravvivere, sebbene indebolito, perdendo tra 500 ml e un litro di sangue. L'analisi della Sindone rivela anche che i flagellatori non avevano la stessa statura, con angoli di colpo differenti.

rappresentazione della flagellazione romana

La Coronazione di Spine

La "corona di spine" non era una corona nel senso odierno, ma piuttosto una tiara, un copricapo che circondava tutto il cranio, fatto di piante del deserto con spine lunghe 3-4 cm ed estremamente appuntite. Queste spine provocavano ferite puntiformi sul cranio, una zona che sanguina abbondantemente, impregnando i capelli di sangue, come si può osservare sulla Sindone.

Il Trasporto del Patibulum e le Cadute

Gesù non portò l'intera croce, che pesava poco meno di 150 chili, ma solo il patibulum, la parte orizzontale, che, a seconda del legno impiegato, pesava sui 40-50 chili. Il patibulum era costruito per essere incastrato nello stipes, il palo verticale già infisso nel suolo nel luogo dell'esecuzione. Gesù dovette trasportare questo pezzo della croce per una distanza di circa un centinaio di metri, non lungo la Via Dolorosa come è presentata oggi a Gerusalemme, che è un'invenzione medievale. Le sue condizioni, già precarie a causa della flagellazione, della coronazione di spine, della perdita di sangue e della disidratazione, lo avevano reso molto debole, tanto che il centurione romano dovette costringere Simone di Cirene a farsi carico del gravoso patibulum, nel timore che Gesù morisse per strada prima di essere crocifisso.

Le tradizioni e i Vangeli riportano tre cadute di Gesù sotto il peso del patibulum. La Sindone mostra che il suo corpo era nudo, ma i Vangeli indicano che Gesù indossò nuovamente le sue vesti dopo la flagellazione e l'incoronazione di spine. È probabile che non gli furono tolte le vesti prima del Calvario per evitare di riaprire le ferite e causarne la morte prematura. Le spalle, sebbene escoriate e contuse, mostrano ancora le lesioni della flagellazione, indicando che non furono ulteriormente dilaniate dal peso del patibulum sulle spalle scoperte.

Un altro motivo di grave sofferenza per Gesù fu il "titolo" che portava appeso al collo. Si trattava di una tavoletta di circa 80x30 cm, su cui era scritto il nome del condannato e talora il suo misfatto. Il suo peso e il suo oscillare sul davanti sbilanciavano il Signore, impedendogli la vista e peggiorando la situazione durante le cadute. La corda che teneva la tavoletta doveva provocare un dolore di "segamento" al collo. Alcuni studi suggeriscono che questa tavoletta possa aver lasciato tracce di lettere sul volto di Gesù nella Sindone, a causa degli impatti durante le cadute.

illustrazione di Gesù che porta il patibulum

Morte Multifattoriale

Oltre all'anemia emorragica da sanguinamento con conseguente shock ipovolemico, sono state ipotizzate varie altre concause per spiegare la morte "rapida" di Gesù, tanto da potersi parlare di una morte multifattoriale:

  • Ipossiamia cardiaca e cerebrale per l'accumulo di sangue nelle parti inferiori del corpo.
  • Stato di acidosi respiratoria con ipercapnia.
  • Collasso da prolungata stazione eretta.
  • Disidratazione e digiuno.
  • Tossemia per riassorbimento di materiale infetto dalle ferite.
  • Probabile comparsa di febbre da trauma e riassorbimento degli ematomi.
  • Disturbi della termoregolazione per l'esposizione al freddo del corpo nudo.
  • Stress psico-fisico.

Tutta una serie di circostanze si associarono per diminuire la resistenza fisica di Gesù, ed è noto in fisiologia che shock dolorosi in serie non si addizionano, ma in certa misura si moltiplicano.

Altri autori hanno anche ipotizzato le seguenti ulteriori possibili cause di morte: tetania per l'insorgenza di uno stato crampiforme generalizzato e persistente, un'asistolia secondaria allo shock o alla lesione dei nervi mediani trapassati dai chiodi ai polsi, una sincope da deglutizione con letale riflesso dopo che in quella posizione abnorme del capo e del tronco gli fu fatta bere la posca, la bevanda dei legionari composta da acqua, aceto e uovo, allorché Gesù disse di aver sete.

Infarto Miocardico da Stress

Accanto all'ipotesi asfittica, nella seconda metà del Novecento si è fatta strada un'altra ipotesi, già ventilata da un medico scozzese, William Stroud, nel 1871: quella di un infarto miocardico da stress con rottura di cuore. Tale ipotesi, ripresa con nuove conoscenze da altri autori, potrebbe essere tutt'altro che priva di fondamento, anche alla luce delle conoscenze degli ultimi 30 anni circa l'infarto miocardico da stress e da vasospasmo coronarico e comunque ad arterie coronarie indenni.

Oltre alle percosse subite, lo stress psicologico fu fortissimo e iniziò la sera del giovedì nell'Orto degli Ulivi, prima della cattura, quando Gesù, ben consapevole di quello che lo attendeva, presentò il rarissimo fenomeno dell'ematoidrosi, ovvero del sudore sanguigno, come narrato dall'evangelista medico Luca. Tale eccezionale fenomeno fisiopatologico, già descritto da Aristotele, è riconducibile a un intensissimo stimolo neuroendocrino per cui i capillari a contatto con le ghiandole sudoripare si rompono, con conseguente sudorazione ematica. Lo stress proseguì poi con la drammatica e tumultuosa cattura armata sempre nell'Orto del Getsemani, lo sconforto di veder fuggire tutti gli apostoli, i processi farsa e le torture.

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