La presenza di una croce sulla porta di casa, sia essa un crocifisso appeso o un piccolo segno tradizionale, racchiude un profondo significato spirituale che affonda le sue radici negli insegnamenti evangelici. Gesù stesso parla della "porta stretta" come via della salvezza, un'immagine potente che si estende dalla croce sul Golgota alle infinite "porte" della vita quotidiana, rappresentate dai poveri, dai sofferenti e da chi attende ascolto e accoglienza.

La "Porta Stretta" nel Vangelo: Un Invito alla Salvezza
Nel Vangelo, Gesù, rispondendo alla domanda di un tale che lo interroga sulla salvezza, usa l’immagine della “porta stretta”. Questa immagine solleva interrogativi sulla sua natura: "Porta stretta in che senso? Quanto è larga e quanto è alta? Che forma ha questa porta così particolare attraverso la quale siamo chiamati a passare per salvarci? Che cosa mette in comunicazione questa porta? È una porta interna alla casa? È il portoncino principale dello stabile o uno secondario?" Per avere qualche misura in più di questa porta è importante considerare il contesto in cui è posta, all’interno dell’architettura del brano evangelico.
L’evangelista Luca ci dice che Gesù è in viaggio verso Gerusalemme. Non è un viaggio come tanti: è il viaggio definitivo che lo porterà alla croce. Qualche capitolo prima Luca ci ha detto che Gesù prese la ferma decisione di andare a Gerusalemme, sapendo bene a cosa andava incontro. La croce sul Golgota è la porta stretta finale di Gesù, quella che ha scelto di varcare in modo definitivo per essere per sempre con noi, uomo fino in fondo, amandoci fino alla fine.

La Croce di Cristo: Porta Stretta per Eccellenza
La croce è davvero la “sua” porta stretta, le cui misure sono quelle dell’amore verso Dio e verso il prossimo. Se guardiamo la croce, in altezza essa punta verso Dio, e in larghezza abbraccia l’intera umanità e la Storia. Ma la croce non è solamente la porta finale del cammino di Gesù: prima di essa egli ha varcato infinite altre porte strette, che erano le vite delle persone che ha incontrato, i piccoli e i poveri che ha soccorso. E la misura di quelle porte era proprio la povertà, la sofferenza, il bisogno di ascolto e di accoglienza.
Al tale che lo incontra per strada e gli pone una domanda troppo generica sulla salvezza, Gesù risponde invitando lui, i suoi discepoli e noi a non mancare mai le porte della vita che hanno misure strette, a volte piccolissime: porte che ci costringono a piegarci, e soprattutto a liberarci di tutto ciò che ci rende goffi e ingombranti nel passare.
Il Simbolismo della Porta nella Tradizione Biblica e Cristiana
Per la Bibbia la porta ha un alto valore simbolico.
La Porta nell'Antico Testamento
Innanzitutto va evidenziata l’idea della porta come mezzo di separazione tra il cielo e la terra. Ad esempio, quando Giacobbe si risveglia dal sogno della scala celeste dice: «Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo» (Gen 28,17). Anche i vv. 19-20 del Salmo, con immagini diverse, rimarcano lo stesso significato: «Apritemi le porte della giustizia: voglio entrarvi e rendere grazie al Signore.
Nell’Antico Testamento la porta della città è segno della città stessa. Infatti dal possesso della porta dipendeva il possesso di tutta la città. Ecco alcuni esempi: «Impadronirsi delle porte dei nemici» (Gen 22,17) significa conquistare le loro città. «Il Signore ama le porte di Sion più di tutte le dimore di Giacobbe» (Sal 87,2); la parte (cioè le porte) stanno per il tutto (la città di Gerusalemme). Alle porte della città, inoltre, si trattava il diritto e si amministrava la giustizia.
La Porta nel Nuovo Testamento: Significato Escatologico
Nel Nuovo Testamento la porta ha soprattutto un significato escatologico. In Luca 13,23-25 si legge: «Un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Rispose: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete”».
L’immagine della Porta, così come emerge nel testo giovanneo del capitolo 10, ha una forte valenza simbolica e antropologica. La mobilità della Porta rende il limite del riparo costruito dall’uomo, sia esso casa o qualunque altro edificio, un limite che non imprigiona ma che è a servizio della libertà, sia quando protegge l’intimità della persona all’interno, sia quando la apre alle relazioni all’esterno. Immagine di chiusura e apertura, di intimità e di relazione, di protezione e di esposizione, la potenza antropologica del simbolo della Porta viene infatti applicata dal quarto vangelo a Cristo stesso.
Gesù: "Io sono la Porta delle Pecore"
Il culmine del simbolismo biblico della porta è l’autoproclamazione di Gesù: « Allora Gesù disse loro di nuovo: “In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo”» (Gv 10,7-9). Infatti, attraverso la porta che è Cristo stesso, si entra e si esce[5]. Entrare e uscire è tipica formula polare semitica che indica una totalità, tutta la vita umana riassunta nei due atti fondamentali di entrare e uscire: dalla nascita, l’uscita dal seno materno, all’uscire ed entrare in casa e negli spazi della vita, fino all’uscita definitiva con la morte.
Il simbolo della Porta applicato a Cristo indica dunque il compito del cristiano di vivere ricominciando sempre la sequela di Cristo, ovvero passare attraverso la Porta che è Cristo. La vita in abbondanza portata da Gesù è questa nostra unica vita, questa innestata in Cristo è risignificata.
Giovanni vuole dire che non è il tempio ma il Corpo di Gesù, la vita di Gesù culminata nella sua morte e resurrezione, che dà accesso alla comunione con Dio, è la Porta che immette nella vita con il Padre. Questo il senso già delle parole profetiche di Gv 2,19-22, quando Gesù parlava del tempio del suo corpo. L’esodo infatti non è solo un movimento negativo, di uscita, di presa di distanza, bensì anche di ingresso, è un movimento esistenziale totale. Ormai tutta la vita, colta come sequela di Gesù Cristo, è un movimento di esodo, di liberazione e salvezza. Si tratta di passare attraverso la porta che è Cristo stesso: allora uno ‟entrerà e uscirà”, cioè vivrà pienamente la sua vita umana in Cristo, trovando nutrimento in Cristo.
Se poi Cristo è la ‟Porta” che conduce alla salvezza (Gv 10,9), e se la porta fa parte dell’edificio a cui permette l’accesso, Gesù è al tempo stesso il mediatore della salvezza e la salvezza stessa. Gesù è la Via verso il Padre, ma è anche la Vita (Gv 14,6): in Gesù troviamo la vita del Padre. Tutta la storia della salvezza è collocata tra due porte: la “Porta del Paradiso”, da cui i progenitori vengono scacciati dopo il peccato originale e la “Porta della Gerusalemme Celeste” attraverso la quale si entrerà nella salvezza eterna.
Le parole del Signore all’angelo della Chiesa di Laodicea utilizzano l’immagine della porta: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). La Gerusalemme celeste è circondata da dodici porte e ciascuna è «formata da una sola perla» (Ap 21,21); nelle porte si intravvede già tutto lo splendore della città santa, cioè la gloria di Dio. Le porte non si chiuderanno mai, anche se attraverso di esse non entrerà mai nulla di impuro.
La Porta Santa e il Giubileo
Quando si parla di Giubileo è immediato il collegamento alla Porta Santa, che ne rappresenta uno dei simboli centrali. Attraversando quel varco i pellegrini vogliono compiere un gesto simbolico di passaggio, dal peccato alla grazia di Dio, dall’uomo vecchio - direbbe San Paolo - all’uomo nuovo. L’opera della salvezza realizzata da Cristo può essere qualificata come redentrice, perché il suo essere nostro «parente in Gesù fattosi nostro fratello», il suo diventare uno di noi, nel Figlio suo, implica una condivisione piena della nostra situazione di schiavitù, per cambiarla dall’interno.
Il Giubileo, che la Chiesa celebra è un tempo di Grazia per aiutare tutti e ciascuno a vivere nella propria carne la vera relazione con Lui e passare da una “non relazione” ad una “relazione” piena. I discepoli di Gesù sono quindi chiamati ad attraversare, simbolicamente, la Porta che è Gesù, dice infatti Giovanni: «Io sono la Porta delle pecore». Interiormente, per il valore che la Porta Santa esprime, attraversano un ponte, uno spazio di mediazione che poi è Cristo che li rende creature nuove. La Porta è simbolo efficace di Grazia, un sacramentale e non un sacramento che ci pone nelle condizioni di fare questa esperienza piena di fede. Nel tempo il simbolismo della Porta ha accompagnato il cammino della Chiesa e dei Giubilei.
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La prima Porta Santa della storia è quella che si trova nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, aperta in occasione del primo Giubileo della storia, indetto da Papa Celestino V nel 1294 e noto con il nome di ‟Bolla del perdono”, perché il Pontefice, appena eletto, volle concedere un’indulgenza plenaria a chiunque, pentito e confessato, avesse attraversato quel varco tra il 28 ed il 29 agosto[2]. Nel 1300 Papa Bonifacio VIII indice il primo Giubileo, ma la prima Porta Santa entrerà a far parte del simbolismo cristiano solo nel 1500, in occasione del Giubileo indetto da Papa Alessandro VI che ne ordinò l’apertura nella Basilica di San Pietro. In quell’occasione fu il Pontefice stesso ad abbattere il muro che sigillava la porta, rimuovendo così simbolicamente gli ostacoli che dividono l’uomo da Dio e fra di loro. A tal proposito San Paolo nella lettera agli Efèsini afferma: ‟In Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete stati avvicinati per mezzo del sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due popoli uno e ha demolito il muro di separazione, avendo abolito nella sua carne l’inimicizia[3]. Mentre nel 1540 Papa Paolo III fissò le caratteristiche del rito dell’apertura della Porta Santa e incluse ufficialmente anche le Porte Sante nelle Basiliche papali di Roma, cioè San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e San Paolo fuori le mura. Papa Pio XII nel 1950, cioè nel primo Giubileo dopo la Seconda guerra mondiale, evidenziò l’importanza della Porta Santa quale rappresentazione di speranza e riconciliazione di un mondo ferito[4].
Cristo come Porta e Mediatore
La Porta è stretta e per entrare in essa è necessario ridimensionarsi attraverso la conversione. Spesso, soprattutto nel periodo medievale, le porte delle Chiese ‘parlano’ attraverso le loro iscrizioni come voce di Cristo stesso il quale invita alla conversione. Nella Cattedrale di Modena si legge: ‟Hincvos per gentes cum corpore flectitementes” (voi che passate da qui piegate col corpo anche la mente); Piegare: non nel senso di reverenza, ma nel senso di mutamento, ecco perché San Paolo parla di assumere i sentimenti di Cristo il suo pensiero per essere uomini nuovi. Egli nella lettera ai Filippesi afferma: ‟Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5).

L’apostolo, mentre si trova in carcere a causa della sua predicazione, scrive una lettera alla comunità della città di Filippi. Questi che si sono impegnati con generosità nella nuova vita, testimoniando l’amore cristiano, Paolo l’incoraggia ad andare avanti, a crescere ancora come singoli e come comunità, e per questo ricorda loro il modello, dal quale imparare lo stile di vita: Gesù, sino ad assumere il suo stesso vivere. Il termine che usa Paolo è *phronesis*, in greco φρόνησις che vuol dire saggezza, sapienza, intelligenza. In altri termini S. Paolo ci chiede di piegare, cambiare il nostro modo di guardare la realtà e inteligere cioè guardare la realtà alla maniera di Cristo o meglio con la stessa Sapienza e intelligenza di Gesù, direi con lo stesso discernimento di Lui, di Gesù.
Per riconoscere e coltivare in noi il sentire, il pensare, il discernere di Gesù, riconosciamo prima di tutto in noi stessi la caducità e la presenza del suo amore, la potenza del suo perdono; poi guardiamo a Lui, facendo nostro il suo stile di vita, che ci spinge ad aprire il cuore, la mente e le braccia per accogliere ogni persona così com’è. Evitiamo ogni giudizio verso gli altri, ma invece lasciamoci arricchire dal positivo di chi incontriamo, anche quando è nascosto da un cumulo di miserie e di errori e ci sembra di ‟perdere tempo” in questa ricerca. Il sentimento, o meglio il pensare, come Lui, significa assumere il suo atteggiamento e tra gli atteggiamenti ce n’è uno che è più forte che possiamo fare nostro ed è l’amore gratuito, la volontà di metterci a disposizione degli altri con i nostri piccoli o grandi talenti, per costruire coraggiosamente e concretamente rapporti positivi in tutti i nostri ambienti di vita; è saper affrontare anche le difficoltà, le incomprensioni, le divergenze con spirito di mitezza, tenerezza e con la determinazione di trovare le strade del dialogo e della concordia.
Ecco il senso vero di valicare la Porta che è Cristo stesso, il mediatore non solo tra l’uomo e il Padre, ma Egli è la Porta, la mediazione tra gli uomini stessi[8]. Qui Egli è anche Porta stretta che ci aiuta a comprendere cosa vuol dire passare per la Porta che è Lui, il Cristo.
La Croce sulla Porta di Casa nella Tradizione Popolare: Il Caso di Capracotta
La croce inchiodata sul retro del portone di casa ha anche una valenza nella tradizione popolare. A Capracotta, ad esempio, un quesito ha animato la comunità: come mai su molti portoni di via Roma sono affisse delle piccole croci in legno? Qual è il loro significato? Dopo aver verificato i riferimenti bibliografici e aver ascoltato persone di profonda e genuina cultura paesana (due sacerdoti e un falegname), la risposta univoca è che in passato quelle piccole croci in legno di palma venivano consegnate dal parroco durante le rogazioni, ossia durante la processione propiziatoria che si svolgeva dopo Pasqua, il 25 aprile, e che aveva per fine quello di benedire le seminagioni.

Bisogna infatti sapere che fino alla prima metà del '900 si svolgeva a Capracotta la Via Crucis, che attraversava ogni rione del paese, toccando alcune delle croci stazionarie sparse per l'abitato, dalla Chiesa Madre al Santuario della Madonna di Loreto, fino al Calvario. Durante il periodo delle rogazioni non mancavano le preghiere e le litanie, per cui quelle piccole croci rientrano a pieno titolo nella tradizione meridionale legata alla Pasqua cattolica, che presso il popolo minuto potrebbe aver dato vita ad una qualche forma di superstizione legata ai riti propiziatori dell'acqua. Persino sull'uscio della mia abitazione di via San Sebastiano è tuttora presente una di queste piccole croci.

Ovviamente c'è chi non è d'accordo con questa interpretazione, sostenendo che attaccare le croci in legno alla porta di casa fosse un rito pagano per scacciare le streghe (come le cruci d'azona siciliane), il che potrebbe essere pure una credenza legittima se non fosse che quelle crocette stavano anche e soprattutto sui portoni delle nostre chiese. La domanda sorge spontanea: è credibile che il clero abbia ceduto alla superstizione popolare andando a profanare gli ingressi delle chiese con amuleti e talismani? E perché quelle croci in legno sono pressoché di identica fattura, come provenienti da un solo fornitore? Per rispondere a queste domande non ci si può basare soltanto sulla vox populi, come se questa fosse la voce tonante di Dio. È proprio questo atteggiamento di ignoranza e protervia che ha dato vita alle streghe e che poi le ha messe al rogo.
In ogni caso, appendere un crocifisso da parete in segno di fede è un atto di devozione che invita chiunque varchi la porta di casa a riconoscere tale segno. Il simbolo principale della croce è fatto con cinque dita protese che simboleggiano le cinque piaghe di Cristo.
Valicare la Porta: L'Impegno Quotidiano del Discepolo
Gesù parla di una «porta stretta» (Lc 13,24) attraverso la quale bisogna «lottare» con noi stessi, col nostro “io” che spesso è un muro d’abbattere per entrare in rapporto fraterno con l’altro[9]. Così, non ci sarà nessuna preferenza, nessun diritto acquisito, nessun privilegio da vantare («abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza»): hanno sì ascoltato Gesù («tu hai insegnato nelle nostre piazze»), ma non si accenna a qualcuno che abbia voluto diventare suo discepolo.
Nel vangelo di Matteo si va addirittura oltre, fino alla pretesa di accampare diritti in nome di un falso apostolato, i cui esiti si percepiscono dai frutti: «ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti, dunque, li riconoscerete» (Mt 7,17-18). Pertanto, vengono esclusi anche quanti dicono: «Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demoni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?» (Mt 7,22).
Questi tali sono rimasti sulla soglia dell’insegnamento di Gesù, non hanno valicato Lui Porta, pur compiendo tutti i riti che evocano Lui Porta d’attraversare; questi non si sono impegnati in maniera reale, perché non hanno acquisito lo stile di Gesù, il suo vivere, il suo pensiero, la sua tenerezza e mitezza. Quindi non basta voler entrare per passare attraverso la Porta, né tantomeno c’è da superare una calca: la lotta cui si fa riferimento è la stessa che il Cristo ha affrontato nella sua passione (Lc 24,44: «entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra»), oppure - così il vangelo di Matteo - le «tribolazioni» e le persecuzioni che riempiono il cammino dei discepoli. La salvezza, dunque, si accoglie con la perseveranza di scelte libere in Cristo divenendo Lui, acquisendo il suo discernimento, il suo pensare e agire.
La Speranza Cristiana e la Vita "a Misura di Cristo"
Papa Francesco, nel commentare il brano dell’evangelista Luca sulla domanda se “sono pochi quelli che si salvano”, ha spiegato che “Sforzatevi di entrare per la porta stretta” non vuol dire che la salvezza è riservata a pochi o ai perfetti. Gesù si riferiva all’uso ai suoi tempi di chiudere di notte tutte le porte della città tranne una, piccola, la sola da cui si poteva passare per tornare a casa. E ricorda l'altra affermazione di Gesù: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato”. Per entrare nella vita di Dio bisogna, dunque, passare attraverso di Lui accogliendo la sua Parola. Come per entrare in città bisognava “misurarsi” con l’unica porta stretta rimasta aperta, così quella del cristiano è una vita “a misura di Cristo”, fondata e modellata su di Lui.
Significa che il metro di misura è Gesù e il suo Vangelo: non quello che pensiamo noi, ma quello che ci dice Lui. E allora si tratta di una porta stretta non perché sia destinata a pochi, no, ma perché essere di Gesù significa seguirlo, impegnare la vita nell’amore, nel servizio e nel dono di sé come ha fatto Lui, che è passato per la porta stretta della croce. Papa Francesco spiega che cosa significa seguire Gesù e quindi “entrare nel progetto di vita che Dio ci propone”. Vuol dire “restringere lo spazio dell’egoismo”, della superbia e dell’orgoglio, non sentirsi autosufficienti e superare la pigrizia per amare gli altri.
Pensiamo a quei gesti quotidiani di amore che portiamo avanti con fatica: ai genitori che si dedicano ai figli facendo sacrifici e rinunciando al tempo per sé stessi; a coloro che si occupano degli altri e non solo dei propri interessi; a chi si spende al servizio degli anziani, dei più poveri e dei più fragili; a chi va avanti a lavorare con impegno, sopportando disagi e magari incomprensioni; a chi soffre a motivo della fede, ma continua a pregare e ad amare; a quanti, anziché seguire i propri istinti, rispondono al male con il bene, trovano la forza di perdonare e il coraggio di ricominciare. Tutte queste sono persone che al posto delle proprie comodità scelgono di spendere la propria vita nell’amore. Queste alla fine saranno riconosciute dal Padre. La scelta è tra la strada facile del pensare solo a noi stessi o la porta stretta del Vangelo, che mette in crisi i nostri egoismi ma ci rende capaci di accogliere la vita vera che viene da Dio e ci fa felici.
La «porta stretta» di Luca e la «porta della città» di Matteo lasciano accanto a sé un passaggio a cui si accede uno alla volta. Matteo, in aggiunta, oppone alla «porta stretta», la «porta larga» e la «via spaziosa… che conduce alla perdizione» (Mt 7,14). Una sola in definitiva è la Porta che è il Signore stesso. Perciò «pochi sono quelli che trovano» la strada per la «vita» (Mt 7,14), o, detto in altro modo, «molti sono chiamati, ma pochi eletti» (Mt 22,14).
Pertanto la ‟Speranza non delude”, così come recita la bolla[10] d’indizione del Giubileo, perché la Speranza è Lui difronte al quale bisogna stare, e con Lui difronte al fratello, attraversare il muro dell’indifferenza e del pregiudizio. Siamo chiamati a stare difronte a Gesù, il Fratello per eccellenza, così da imparare a sostare, vivere con tutti gli altri fratelli. La Speranza è un appello dell’Apostolo Paolo al discernimento nella fede, per imparare ad avere una fede pasquale che ci coinvolge e ci avvolge. La Speranza è collegata necessariamente alla fede che ci apre gli occhi alla Verità, che è Gesù stesso. Si tratta della Speranza cristiana, che è appuntamento continuo, nel già e non ancora, e cioè tra la nostra umanità in cammino e l’eternità della perfezione divina, svelata in Gesù Cristo. Una porta stretta ma aperta a tutti, a condizione di porre come “metro di misura” della propria vita il Maestro e il suo Vangelo.