Il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), è una figura di spicco nel panorama ecclesiale e sociale italiano, noto per il suo impegno su temi di pace, dialogo e giustizia sociale. La sua azione pastorale e diplomatica, tuttavia, è stata spesso oggetto di attenzione mediatica e, talvolta, di critiche e controversie.
L'Arcivescovo Zuppi e la Questione della Pace e del Diritto Internazionale
Il Cardinale Matteo Maria Zuppi ha richiamato severamente all'importanza della pace e del diritto internazionale in diverse occasioni. Durante un'omelia prepasquale per le Forze armate e la Polizia di Stato, Zuppi ha difeso il Pontefice, ammonendo che "La voce di Papa Leone raccoglie sempre le voci delle vittime, presenti e passate, e l'aspirazione che è davvero di tutti, che è quella della pace".
Zuppi ha toccato in modo diretto anche il tema della guerra in Ucraina e gli altri conflitti in corso, affermando: “Viviamo un tempo in cui si umilia il diritto internazionale, lo si "irride tanto da farlo apparire inefficace e quindi da limitare". Ha inoltre avvertito che viene di fatto sostenuta "l'inutilità degli organismi internazionali e multilaterali che, anche se in questi 80 anni la guerra non è mai stata ripudiata, anche con la colpevole mancanza di riforma di questi organismi, garantivano comunque un luogo di confronto, di speranza, di giustizia internazionale, di regole del gioco a cui fare riferimento". Senza tutto questo, ha concluso Zuppi, "la regola diventa la forza".
Il Presidente della CEI ha confermato l'importanza della difesa, sottolineando che "perché sia efficace deve essere sempre accompagnata dall'intesa: la forza armata non è mai da deterrente se non è accompagnata dal dialogo, dal confronto, dall'arte di risolvere i conflitti col dialogo".
Come inviato di Papa Francesco, Zuppi è stato protagonista di una missione per la pace in Ucraina, che lo ha visto recentemente a Kiev, Mosca e Washington, e che avrà come prossima tappa Pechino, ribadendo l'impegno della Santa Sede per la risoluzione dei conflitti globali.

Riflessioni sulla Politica, la Democrazia e il Ruolo dei Cattolici
Il Cardinale Zuppi ha espresso forti preoccupazioni riguardo alla situazione politica contemporanea, denunciando il "divorzio tra cultura e politica, non solo per i cattolici, consumatosi negli ultimi decenni del Novecento". Questo ha portato, a suo dire, a "una politica epidermica, a volte ignorante, del giorno per giorno, con poche visioni, segnata da interessi modesti ma molto enfatizzati", un vero e proprio "tradimento della politica stessa!". Ha aggiunto che bisognerebbe "diffidare di una politica così, ma spesso ne finiamo vittime, presi dall’inganno dell’agonismo digitale che non significa affatto capacità, conoscenza dei problemi, soluzione di questi."
Queste affermazioni sono state pronunciate in occasione dell'apertura del convegno Il Codice di Camaldoli, svoltosi al Monastero di Camaldoli, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il Codice di Camaldoli, un documento programmatico elaborato nel luglio 1943 da un gruppo di intellettuali cattolici, aveva lo scopo di fornire una base unitaria per guidare l'azione nell'Italia liberata.

Zuppi ha citato Papa Francesco, che afferma: “‘Per molti la politica oggi è una brutta parola… E tuttavia, può funzionare il mondo senza politica? Può trovare una via efficace verso la fraternità universale e la pace sociale senza una buona politica?’”. Ha poi notato che “oggi la democrazia appare infragilita e in ritirata nel mondo”. Per questo, ha invitato i cristiani a interrogarsi su “come deve essere la democrazia nel XXI secolo, vivere quell’amore politico senza il quale la politica si trasforma o si degenera”. In questa prospettiva, ha proposto l'idea di una "Camaldoli europea, con partecipanti da tutt’Europa, per parlare di democrazia ed Europa", ispirandosi al coraggio dei padri fondatori che "hanno rotto con le consolidate logiche nazionalistiche e creato una realtà mai vista né in Europa né altrove".
La genesi del Codice di Camaldoli, ha sottolineato Zuppi, avvenne in un periodo drammatico per l’Italia, alla vigilia della guerra civile e in piena Seconda Guerra Mondiale. “Il 19 luglio 1943 - ha ricordato il presidente della Cei - avvenne il terribile bombardamento di San Lorenzo a Roma e il 25 il Gran Consiglio del fascismo segnò la fine del regime. Il Codice nacque in uno dei momenti più bui della lunga notte della guerra. Dobbiamo constatare che la pace non è mai un bene perpetuo neanche in Europa. Questa consapevolezza dovrebbe muoverci a responsabilità e decisioni!”.
Zuppi ha ricordato che anche allora "c’era un Papa che - come oggi Francesco - parlava senza sosta di pace: Pio XII". La posizione dei papi del Novecento, ha spiegato, è stata sempre quella di "farsi carico del dolore della guerra, cercando in tutti i modi vie di pace, curando le ferite dell’umanità e favorendo la soluzione dei problemi". Pio XII, in particolare, "credeva nella pace e si pose con forza il problema del ‘dopo’: ricostruire la società e l’ordine internazionale". Questo impegno, ha ribadito Zuppi, "salò strettamente l’urgenza della pace e la scelta per la democrazia. Aiutare l’una rafforzava l’altra. E dovremmo ricordarci che l’infiacchimento della democrazia è sempre un cattivo presagio per la pace”.
Il porporato ha sottolineato che “la tragedia della guerra richiedeva di fondare la convivenza nazionale e internazionale su basi solide. La guerra, infatti, opera sempre distruzioni profonde, non solo materiali ma morali, azzerando ogni patrimonio di relazioni stabili, di regole condivise, di fiducia reciproca”. Papa Francesco, ha proseguito, “mentre chiede la pace presto, opera per preparare un ‘dopo’ senza la guerra. Se vuoi la pace prepara la pace! Significa promuovere una visione che attragga verso un mondo differente e che mobiliti passioni ed energie per costruirlo, ma anche organismi e modalità in grado di mantenerla”. Zuppi ha citato il Pontefice: “‘In ogni guerra ciò che risulta distrutto è lo stesso progetto di fratellanza, inscritto nella vocazione della famiglia umana’”. Le encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti sono state indicate come pilastri, "intimamente unite tra loro", poiché "non c’è cura della casa comune se non impariamo a riconoscerci e a trattarci da ‘fratelli tutti’". Zuppi ha concluso su questo punto, affermando che "non si può parlare di pace senza parlare della giustizia!".
Il presidente della CEI ha anche affrontato il tema della presenza dei cattolici in politica, rispondendo a chi chiede alla Chiesa di "promuovere o favorire incontri, riflessioni tra cattolici su temi civili". Zuppi si è detto "disponibile ad aiutare iniziative di questo tipo, proprio perché senza interessi immediati, personalistici o di categoria". Ha invitato i credenti ad avere il coraggio di interrogarsi, dialogare e ascoltarsi, "ispirandosi al Vangelo nella costruzione della comunità umana". Ha sottolineato l'importanza del lavoro comune per mettere a fuoco "principi dell’ordine sociale", ammonendo che "i protagonismi indeboliscono se non sanno scegliere l’umiltà del confronto e del pensarsi insieme!".
Riguardo all'evoluzione della presenza cattolica in politica, Zuppi ha spiegato che, sebbene "le idee del Codice di Camaldoli hanno camminato sulle gambe dei partiti" in passato, "oggi la situazione è molto diversa. Non ci sono partiti d’ispirazione cristiana e, più in generale, partiti organizzati di stampo novecentesco". Ha avvertito che questo "non deve certo diventare un alibi per non cercare nuovi modi di fare politica o per fare politica svincolati da principi, valori e contenuti".
Zuppi ha poi ricordato le costanti richieste della Chiesa a tutti i governi: "chi fugge da grandi povertà, da pericolo grave o di morte, sia accolto come fratello o sorella, con risposte che siano all’altezza dell’umanesimo vera identità del nostro Paese". Ha messo in guardia dal "dilapidare quelle che sono le caratteristiche più profonde e vere del nostro Paese!". La Chiesa chiede anche "una politica di sostegno della natalità e di difesa della vita, tutta, dal suo inizio alla sua fine, nelle sue fragilità e debolezze", riconoscendo, come ha detto Papa Francesco, che "il futuro demografico dell’Italia ha bisogno dell’apporto degli emigrati. Natalità e accoglienza si completano, non si oppongono".
Per Zuppi, "le visioni dei cristiani in politica possono essere più o meno condivise, ma tutti sanno che i principi e posizioni che propongono, non esprimono l’interesse della Chiesa, ma il bene di tutti. La Chiesa non ha altro interesse. È davvero di tutti e per tutti. Ecco perché l’impegno dei cattolici - quando è sincero e generoso - è di per sé de-polarizzante e rappresenta un antidoto alle tossine che inquinano la democrazia". Riguardo all'accusa di "irrilevanza dei cattolici nella politica italiana," ha replicato che "l’irrilevanza è non fermarsi accanto all’uomo mezzo morto della parabola del buon samaritano". Ha concluso: “Oggi siamo in una stagione in cui si sente il bisogno di una responsabilità civile maggiore. Per l’Italia, per l’Europa, per il mondo: tutto è incredibilmente connesso. Una ripartenza? Certo, non si può restare inerti. Non si può restare chiusi nel proprio ‘io’: bisogna avere il coraggio del noi! Fosse un ‘noi’ che discute, diverge, ascolta, propone. Siamo, come allora, travolti dalla tempesta della guerra. Nessuno può dire che non ci riguarda. Le conseguenze sono per tutti”.
Le Critiche e le Controversie che Circondano il Cardinale Zuppi
Nonostante l'ampio impegno e la vocazione al dialogo, il Cardinale Zuppi è stato oggetto di diverse critiche, alcune delle quali lo hanno associato a una specifica area politica o a scelte controverse.
La "Gaffe sull'8x1000" e la Percezione Politica
Una delle prime critiche mediatiche ha riguardato la "gaffe sull'8x1000", ovvero l'accusa rivolta al governo Meloni per un provvedimento in realtà risalente al governo Conte nel 2019. Questo episodio è stato considerato un passo falso per il "Papa della sinistra", nulla che comunque potesse scalfire l'autorevolezza del cardinale Matteo Maria Zuppi, specialmente a sinistra. Nonostante ciò, il Presidente della CEI fatica a liberarsi dall'immagine di "un uomo di Chiesa schierato politicamente".
Zuppi, celebrato come il "prete di strada", è stato indicato come candidato al soglio di Pietro dalla "bolla mediatica progressista". Le indiscrezioni trapelate dall'assise cardinalizia, tuttavia, hanno dimostrato come l'elezione di un Papa romano di Roma fosse un'ipotesi residuale mai presa in considerazione. La sua conclamata vicinanza alla Comunità di Sant'Egidio, fondata da Andrea Riccardi, è stata talvolta interpretata come garanzia di elezione. Di fatto, diverse entità come il PD di Elly Schlein, Repubblica, le Acli, le Ong, Sant'Egidio stessa e movimenti pro-migranti, lo hanno eletto, suo malgrado, a leader di una Chiesa "anti-Meloni". Per loro, "don Matteo" è diventato un simbolo.
Il giorno dopo la sua uscita anti-governativa sull'8x1000, Demos, costola di Sant'Egidio legata al PD, ha difeso la posizione del "suo" cardinale. Le Acli, rappresentate da Chiara Pazzaglia a Bologna e Filippo Diaco in Consiglio comunale, si sono strette attorno all'arcivescovo, confermando la "Bologna zuppiana" come un "punto di riferimento fortissimo" per i progressisti. Nonostante Zuppi sia sempre stato un "uomo del dialogo" e non abbia mai evitato l'interlocuzione con il centrodestra, dal governo è trapelato "stupore" per un'offensiva così diretta e, apparentemente, errata. Il "tifo da stadio dei progressisti" per la sua successione a Jorge Mario Bergoglio è stato visto come una possibile arma di pressione.
La sua presenza a eventi come "La Repubblica delle Idee" insieme a figure come Elly Schlein, Giuseppe Conte e Maurizio Landini, ha alimentato la percezione che "la sinistra non si fa problemi a includere il presidente Cei come un leader pari grado dell'opposizione", culminando in meme che recitavano "La sinistra riparta da Zuppi". Sebbene il cardinale non indossi la casacca dem, "il Nazareno lo ha arruolato de facto". Viene descritto come un "cattolico sociale, massimalista il giusto, capace di dialettica con un mondo che va dai centri sociali ai sostenitori della Messa in latino", definendolo lo "Zelig della Chiesa" o "il decatleta della Chiesa italiana" per la sua capacità di "piacere a tutti" e di essere "concavo e convesso a seconda delle circostanze".
Questo atteggiamento è riassunto dall'espressione "andate e non urticate", "andate e dialogate", "andate e piacete". Sui migranti, la sua posizione è "accogliere, ma rispettare le leggi"; sul fine vita, "non uccidere, ma neanche far soffrire"; sulla pace, "niente armi, ma il diritto internazionale ha le sue regole".

La Controversia sui Mosaici di Marko Rupnik a Bologna
Un'altra significativa critica riguarda la gestione delle opere dell'ex gesuita Marko Rupnik, accusato di abusi sessuali e spirituali. Federica Tourn, giornalista investigativa, ha condotto un'inchiesta sugli abusi nella Chiesa, contribuendo a innescare la caduta di Rupnik, il cui atelier artistico ha realizzato mosaici in numerose chiese in tutto il mondo.
Nonostante lo scandalo e l'espulsione di Rupnik dalla Compagnia di Gesù (a seguito di accuse di aver abusato di una ventina di religiose e di aver ricevuto una scomunica poi revocata per aver assolto in confessione una novizia con cui aveva avuto un rapporto sessuale), in Italia, a Bologna, è stata installata un'ulteriore parte di un mosaico dell'atelier di Rupnik nella parrocchia Maria Regina Mundi. Questo mosaico era stato solennemente consacrato dall'arcivescovo Matteo Zuppi il 2 dicembre precedente.
La decisione di procedere con l'installazione è avvenuta in un clima di polemiche globali, con diverse diocesi (come quelle negli Stati Uniti e a Lourdes) che hanno preso in considerazione lo smantellamento o la copertura delle opere di Rupnik. La chiesa bolognese è stata chiusa per i lavori, con il parroco che ha addotto "questioni di sicurezza" per impedire l'accesso, suscitando interrogativi sulla trasparenza data la controversia in corso. L'installazione di una nuova opera di Rupnik a Bologna è stata considerata "una mossa sicuramente a conoscenza dell'arcivescovo Zuppi".

Il Confronto con il Governo Meloni sulle Riforme Istituzionali
La Conferenza Episcopale Italiana e il suo Presidente Matteo Maria Zuppi hanno diffuso dichiarazioni e documenti ufficiali commentando in maniera molto critica i due principali progetti di riforma del governo guidato da Giorgia Meloni: la riforma costituzionale che introduce il cosiddetto "premierato" e l'autonomia differenziata per dare maggiori poteri alle regioni.
Questo approccio è stato considerato "insolito" per i toni "perentori" e l'"esplicita contrapposizione" a ridosso di un delicato appuntamento elettorale, richiamando per certi versi una stagione passata in cui la CEI era guidata da Camillo Ruini. Il cardinale Ruini, infatti, aveva assegnato alla CEI un ruolo molto più politico, contrapponendosi ai governi di centrosinistra e mostrando simpatia per il centrodestra, tanto da creare il neologismo "ruinismo". Zuppi, legato alla Comunità di Sant'Egidio, rappresenta un orientamento diverso da quello conservatore di Ruini, e la sua ascesa è vista come parte del tentativo di Papa Francesco di dare un nuovo indirizzo all'assemblea dei vescovi italiani.
I rapporti tra Zuppi e il governo Meloni sono stati "altalenanti". Se da un lato il papa ha partecipato agli Stati generali della natalità con Meloni e interverrà al G7, dall'altro le prese di posizione della CEI sono state numerose e nette. Nel novembre scorso, Zuppi criticò l'accordo tra Meloni e il primo ministro albanese Edi Rama per la realizzazione di strutture di accoglienza per i migranti in Albania, definendolo "di per sé un’ammissione di non essere in grado".
Le critiche più recenti e dure hanno riguardato le riforme del "premierato" e dell'autonomia differenziata. Sull'autonomia, in particolare, la CEI ha pubblicato un comunicato ufficiale in cui ha scritto che il rischio che la riforma indebolisca il "vincolo di solidarietà tra le diverse regioni […] non può essere sottovalutato, in particolare alla luce delle disuguaglianze già esistenti, specialmente nel campo della tutela della salute". La CEI ha così ribadito le tesi sostenute dai commentatori più critici nei confronti dell'autonomia, e peraltro già espresse dai più importanti vescovi delle città del Sud Italia.

Le Omissioni nel Discorso di Zuppi ai Vescovi Italiani (Secondo Don Mario Proietti)
Don Mario Proietti, CPPS, ha analizzato il discorso del Cardinale Matteo Zuppi ai vescovi italiani, sottolineando quelle che ha definito "omissioni" nella sua "lettura accurata delle fragilità sociali del Paese". Proietti ha sostenuto che l'analisi di Zuppi si concentra sulle conseguenze, come la lontananza e la solitudine, "senza toccare la causa reale: la perdita di chiarezza nell’insegnamento della verità Cattolica".
Secondo Proietti, la prima omissione riguarda la "crisi della Fede", che non è solo distrazione o indifferenza, ma radicata in "problemi dottrinali". L'assenza di riferimenti alla "confusione teologica" e al "dissolvimento del senso del peccato" favorirebbe un disorientamento crescente. Una seconda omissione riguarderebbe il modo di descrivere i "lontani", poiché molti battezzati si allontanano perché "non riconoscono più la Chiesa" quando questa "non mantiene la distinzione tra sacro e profano, tra grazia e psicologia, tra Tradizione e improvvisazione pastorale".
Anche il processo sinodale è stato oggetto di critica da parte di Proietti, il quale sostiene che, sebbene presentato come "stile permanente", ignora "l’angoscia con cui molti sacerdoti vivono questa stagione", percependo la sinodalità non come un dono ma come una "pressione organizzativa" che genera smarrimento. Proietti ha lamentato che "nessuna sinodalità regge senza un fondamento dottrinale solido".
Infine, Proietti ha evidenziato come Zuppi abbia dedicato "molto spazio alle fragilità sociali e alla ricerca soffocata", ma senza indicare che questi fenomeni sono "sintomi di un crollo educativo senza precedenti", manifestato nella catechesi ridotta a intrattenimento, nello smarrimento delle scuole cattoliche e nella fatica delle famiglie. Ha richiamato l'importanza del compito fondamentale dei vescovi: "governare, insegnare e santificare", e ha messo in discussione la definizione di evangelizzazione basata solo sull'"attrazione", affermando che l'annuncio cristiano "inizia con la conversione e richiede un cambiamento reale di vita". Le omissioni, ha concluso, se non fossero accidentali, porterebbero a "una Chiesa che consola senza convertire", che "offre carezze senza offrire verità", smarrendo la propria vocazione più profonda di condurre tutti a Gesù Cristo.

La Lettera ai Sacerdoti Bolognesi e le Sfide Interne della Chiesa
Il Cardinale Zuppi ha affrontato anche le sfide interne alla Chiesa, in particolare il "malessere, amarezza, scetticismo, disincanto, malevolenza" che affliggono i sacerdoti in questo tempo. In una lettera indirizzata ai presbiteri e ai diaconi dell'Arcidiocesi di Bologna, Zuppi ha espresso la sua consapevolezza di questo "malessere che tanti di noi portano nel cuore", che "appesantisce il nostro servizio" e "a volte nutre radici di amarezza o scetticismo".
Zuppi ha invitato alla "maggiore comunione tra noi", che è la "nostra forza", chiedendo di parlare dei problemi "sempre con tanta carità e franchezza evangelica". Ha espresso il desiderio di incontrare ciascun sacerdote almeno una volta l'anno "solo per sperimentare la gioia della comunione", e ha confessato che "alcune assenze mi addolorano".
L'arcivescovo ha invitato a reagire al "disincanto e all'amarezza", riscoprendo la missione della Chiesa in un "tempo angosciante di guerra, di violenza diffusa e del ritorno alla forza come unico modo per risolvere i conflitti". Ha notato che si incontra "tanta solitudine, la fragilità di persone ferite e che feriscono", e "tanti 'senza tetto spirituali' che chiedono quindi case di preghiera, di silenzio, di mistero, sempre unito a tanta relazione e amicizia".
Riferendosi al "documento finale del Sinodo", Zuppi ha sottolineato che "va esaminato stabilendo alcune priorità [...] sempre nella prospettiva missionaria". Ha ricordato di aver compiuto da poco 70 anni e di affrontare "il terzo e ultimo lustro" da vescovo, una consapevolezza che "non mi angoscia, mi spinge però ad un esame di coscienza e alla determinazione di concludere alcuni dei percorsi che ci hanno guidato e dare compiutezza anche formale al rinnovamento delle nostre comunità".
La Chiesa, ha affermato Zuppi, è una "casa libera da interessi individuali che non smette di interrogarsi sul vero interesse di ciascuno. È una casa piena di Dio e accogliente per tutti". Questo "chiama con tenerezza e forza ciascuno di noi a prendere sul serio la sua vocazione, a farsi carico della missione, a non diventare tiepido, a trovare l'amore dell'inizio, a liberarsi dallo spirito di paura e di timidezza". Ha rinnovato l'invito alla comunione, avvertendo: "Guai a sottrarsi da questa, a ridurlo a piccola convenienza".
Zuppi ha invitato a guardare la Chiesa come una "casa piena di semplicità e passione che permette di decidere nella fraternità, senza affaticarsi nella burocrazia". Ha riconosciuto che la Chiesa è in un "momento di grande cambiamento", riferendosi alla "fine della cristianità", e ha ripreso le parole di Papa Francesco, affermando che questi anni "ci hanno protetto dai rischi [...] del formalismo, dell'intellettualismo, dell'immobilismo". Ha concluso esortando a essere "credibili e più credenti" e a non ridurre il dialogo e l'ascolto all'omologazione al pensiero mondano, ma a usarli per evitare le "polarizzazioni di sempre".
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