Il termine "divinamente rivelato" nel contesto del cristianesimo si riferisce alle verità e conoscenze comunicate esplicitamente da Dio all'umanità. Queste verità sono considerate il fondamento della dottrina sacra e si distinguono dalla comprensione ordinaria o dalle leggi naturali, poiché svelate attraverso vie soprannaturali. Questo concetto, centrale anche nell'Ortodossia orientale, sottolinea il processo di rivelazione divina all'umanità attraverso le Scritture.
Dio si rivela all'uomo
La Conoscenza di Dio attraverso la Rivelazione
L'uomo può giungere a conoscere Dio con certezza a partire dalle sue opere, per mezzo della ragione naturale. Tuttavia, esiste un altro ordine di conoscenza, quello della Rivelazione divina, a cui l'uomo non può arrivare con le proprie forze [Cf Concilio Vaticano I: Denz.-Schönm., 3015].
Dio, per una decisione del tutto libera, si rivela e si dona all'uomo, svelando il suo Mistero e il suo disegno di benevolenza, prestabilito da tutta l'eternità in Cristo a favore di tutti gli uomini. Egli rivela pienamente il suo disegno inviando il suo Figlio prediletto, nostro Signore Gesù Cristo, e lo Spirito Santo.
Il “disegno di benevolenza” di Dio
“Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini, per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono così resi partecipi della divina natura” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 2].
Dio, che “abita una luce inaccessibile” (1Tm 6,16), desidera comunicare la propria vita divina agli uomini da lui liberamente creati, per farne figli adottivi nel suo unico Figlio [Cf Ef 1,4-5]. Rivelando se stesso, Dio vuole rendere gli uomini capaci di rispondergli, di conoscerlo e di amarlo ben più di quanto sarebbero capaci da se stessi.
Il disegno divino della Rivelazione si realizza ad un tempo “con eventi e parole” che sono “intimamente connessi tra loro” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 2] e si chiariscono a vicenda. Esso comporta una “pedagogia divina” particolare: Dio si comunica gradualmente all’uomo, lo prepara per tappe a ricevere la Rivelazione soprannaturale che egli fa di se stesso e che culmina nella persona e nella missione del Verbo incarnato, Gesù Cristo.
Sant’Ireneo di Lione descrive questa pedagogia divina attraverso l'immagine della reciproca familiarità tra Dio e l’uomo: “Il Verbo di Dio pose la sua abitazione tra gli uomini e si è fatto Figlio dell’uomo, per abituare l’uomo a comprendere Dio e per abituare Dio a mettere la sua dimora nell’uomo secondo la volontà del Padre” [Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 20, 2; cf 3, 17, 1; 4, 12, 4; 4, 21, 3].
Le Tappe della Rivelazione
Fin dal principio, Dio si fa conoscere
“Dio, il quale crea e conserva tutte le cose per mezzo del Verbo, offre agli uomini nelle cose create una perenne testimonianza di sé. Inoltre, volendo aprire la via della salvezza celeste, fin dal principio manifestò se stesso ai progenitori” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 3]. Egli li invitò ad una intima comunione con sé, rivestendoli di uno splendore di grazia e di giustizia.
Questa Rivelazione non fu interrotta dal peccato dei progenitori. Dio, infatti, “dopo la loro caduta, con la promessa della Redenzione, li risollevò nella speranza della salvezza ed ebbe costante cura del genere umano, per dare la vita eterna a tutti coloro i quali cercano la salvezza con la perseveranza nella pratica del bene” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 3]. Il Messale Romano, nella Preghiera eucaristica IV, recita: “Quando, per la sua disobbedienza, l’uomo perse la tua amicizia, tu non l’hai abbandonato in potere della morte… Molte volte hai offerto agli uomini la tua alleanza”.
L’Alleanza con Noè
Dopo che l’unità del genere umano fu spezzata dal peccato, Dio cercò di salvare l’umanità passando attraverso ciascuna delle sue parti. L’Alleanza con Noè dopo il diluvio [Cf Gen 9,9] esprime il principio dell’Economia divina verso le “nazioni”, cioè gli uomini riuniti in gruppi, “ciascuno secondo la propria lingua e secondo le loro famiglie, nelle loro nazioni” (Gen 10,5) [Cf Gen 10,20-31].
Quest’ordine cosmico, sociale e religioso della pluralità delle nazioni [Cf At 17,26-27] aveva lo scopo di limitare l’orgoglio di un’umanità decaduta, che, concorde nella malvagità [Cf Sap 10,5], avrebbe voluto fare da se stessa la propria unità alla maniera di Babele [Cf Gen 11,4-6]. Tuttavia, a causa del peccato [Cf Rm 1,18-25], sia il politeismo sia l’idolatria della nazione e del suo capo, costituivano una continua minaccia di perversione pagana per questa Economia provvisoria.
L’Alleanza con Noè rimane in vigore per tutto il tempo delle nazioni [Cf Lc 21,24], fino alla proclamazione universale del Vangelo. La Bibbia venera alcune grandi figure delle “nazioni”, come “Abele il giusto”, il re-sacerdote Melchisedech [Cf Gen 14,18], figura di Cristo [Cf Eb 7,3], i giusti “Noè, Daniele e Giobbe” (Ez 14,14). La Scrittura mostra così a quale altezza di santità possano giungere coloro che vivono secondo l’Alleanza di Noè nell’attesa che Cristo riunisca “insieme tutti i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,52).
Dio elegge Abramo
Per riunire tutta l’umanità dispersa, Dio sceglie Abraham, chiamandolo fuori dal suo paese, dalla sua parentela, dalla casa di suo padre [Cf Gen 12,1], per fare di lui Abraham, vale a dire “il padre di una moltitudine di popoli” (Gen 17,5): “In te saranno benedette tutte le nazioni della terra” (Gn 12,3 LXX) [Cf Gal 3,8].
Il popolo discendente da Abramo sarà il depositario della promessa fatta ai patriarchi, il popolo dell’elezione [Cf Rm 11,28], chiamato a preparare la ricomposizione, un giorno, nell’unità della Chiesa, di tutti i figli di Dio [Cf Gv 11,52; Gv 10,16]; questo popolo sarà la radice su cui verranno innestati i pagani diventati credenti [Cf Rm 11,17-18; Rm 11,24].
I patriarchi, i profeti e altre figure dell’Antico Testamento sono stati e saranno sempre venerati come santi in tutte le tradizioni liturgiche della Chiesa.

Dio forma Israele come suo popolo
Dopo i patriarchi, Dio forma Israele quale suo popolo salvandolo dalla schiavitù dell’Egitto. Conclude con lui l’Alleanza del Sinai e gli dà, per mezzo di Mosè, la sua legge, perché lo riconosca e lo serva come l’unico Dio vivo e vero, Padre provvido e giusto giudice, e stia in attesa del Salvatore promesso [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 3].
Israele è il Popolo sacerdotale di Dio [Cf Es 19,6], colui che “porta il Nome del Signore” (Dt 28,10). È il Popolo di coloro “a cui Dio ha parlato quale primogenito” [Messale Romano, Venerdì Santo: Preghiera universale VI], il Popolo dei “fratelli maggiori” nella fede di Abramo.
Attraverso i profeti, Dio forma il suo Popolo nella speranza della salvezza, nell’attesa di una Alleanza nuova ed eterna destinata a tutti gli uomini [Cf Is 2,2-4] e che sarà inscritta nei cuori [Cf Ger 31,31-34; Eb 10,16]. I profeti annunciano una radicale redenzione del Popolo di Dio, la purificazione da tutte le sue infedeltà [Cf Ez 36], una salvezza che includerà tutte le nazioni [Cf Is 49,5-6; Is 53,11]. Saranno soprattutto i poveri e gli umili del Signore [Cf Sof 2,3] che porteranno questa speranza. Donne sante come Sara, Rebecca, Rachele, Miryam, Debora, Anna, Giuditta ed Ester hanno conservato viva la speranza della salvezza d’Israele. Maria ne è l’immagine più luminosa [Cf Lc 1,38].
Cristo Gesù - “Mediatore e pienezza di tutta la Rivelazione”
Il Concilio Ecumenico Vaticano II, nella costituzione Dei Verbum, n. 2, definisce Cristo Gesù come il Mediatore e la pienezza di tutta la Rivelazione.
Dio ha detto tutto nel suo Verbo
“Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2). Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, è la Parola unica, perfetta e definitiva del Padre, il quale in lui dice tutto, e non ci sarà altra parola che quella.
San Giovanni della Croce, commentando Eb 1,1-2, spiega in maniera luminosa che “dal momento in cui ci ha donato il Figlio suo, che è la sua unica e definitiva Parola, ci ha detto tutto in una sola volta in questa sola Parola e non ha più nulla da dire... Infatti quello che un giorno diceva parzialmente ai profeti, l’ha detto tutto nel suo Figlio, donandoci questo tutto che è il suo Figlio. Perciò chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse e novità” [San Giovanni della Croce, Salita al monte Carmelo, 2, 22, cf Liturgia delle Ore, I, Ufficio delle letture del lunedì della seconda settimana di Avvento].
Non ci sarà altra Rivelazione
“L’Economia cristiana, in quanto è Alleanza Nuova e definitiva, non passerà mai e non è da aspettarsi alcuna nuova Rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 4]. Anche se la Rivelazione è compiuta, non è però completamente esplicitata; toccherà alla fede cristiana coglierne gradualmente tutta la portata nel corso dei secoli.
Lungo i secoli ci sono state delle rivelazioni chiamate “private”, alcune delle quali sono state riconosciute dall’autorità della Chiesa. Esse non appartengono tuttavia al deposito della fede. Il loro ruolo non è quello di “migliorare” o di “completare” la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica. Guidato dal Magistero della Chiesa, il senso dei fedeli sa discernere e accogliere ciò che in queste rivelazioni costituisce un appello autentico di Cristo o dei suoi santi alla Chiesa.
La fede cristiana non può accettare “rivelazioni” che pretendono di superare o correggere la Rivelazione di cui Cristo è il compimento. È il caso di alcune Religioni non cristiane ed anche di alcune recenti sette che si fondano su tali “rivelazioni”.
La Trasmissione della Rivelazione Divina
«LA TRASMISSIONE DELLA RIVELAZIONE DIVINA»
Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati ed arrivino alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4), cioè di Gesù Cristo [Cf Gv 14,6]. È necessario perciò che Cristo sia annunciato a tutti i popoli e a tutti gli uomini e che in tal modo la Rivelazione arrivi fino ai confini del mondo.
“Dio, con la stessa somma benignità, dispose che quanto Egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 7].
La Tradizione apostolica
“Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta la Rivelazione del sommo Dio, ordinò agli Apostoli di predicare a tutti, comunicando loro i doni divini, come la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale, il Vangelo che, prima promesso per mezzo dei profeti, Egli ha adempiuto e promulgato di sua bocca” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 7].
La predicazione apostolica
La trasmissione del Vangelo, secondo il comando del Signore, è stata fatta in due modi:
- Oralmente: “dagli Apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalla bocca, dal vivere insieme e dalle opere di Cristo, sia ciò che avevano imparato per suggerimento dello Spirito Santo”.
- Per iscritto: “da quegli Apostoli e uomini della loro cerchia, i quali, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, misero in iscritto l’annunzio della della salvezza” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 7].
La continuazione attraverso la successione apostolica
“Affinché il Vangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, gli Apostoli lasciarono come successori i vescovi, ad essi affidando il loro proprio compito di magistero” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 7]. Infatti, “la predicazione apostolica, che è espressa in modo speciale nei libri ispirati, doveva essere conservata con successione continua fino alla fine dei tempi” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 7].
Questa trasmissione viva, compiuta nello Spirito Santo, è chiamata Tradizione, in quanto è distinta dalla Sacra Scrittura, sebbene ad essa strettamente legata. Per suo tramite “la Chiesa, nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni, tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 7]. “Le asserzioni dei santi Padri attestano la vivificante presenza di questa Tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella pratica e nella vita della Chiesa che crede e che prega” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 7].
In tal modo la comunicazione, che il Padre ha fatto di sé mediante il suo Verbo nello Spirito Santo, rimane presente e operante nella Chiesa: “Dio, il quale ha parlato in passato, non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce del Vangelo risuona nella Chiesa, e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti a tutta intera la verità e fa risiedere in essi abbondantemente la Parola di Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 7].
Il rapporto tra la Tradizione e la Sacra Scrittura
Una sorgente comune
“La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono tra loro strettamente congiunte e comunicanti. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 9]. L’una e l’altra rendono presente e fecondo nella Chiesa il Mistero di Cristo, il quale ha promesso di rimanere con i suoi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
Due modi differenti di trasmissione
“La Sacra Scrittura è la Parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito divino”. Quanto alla Sacra Tradizione, essa conserva “la Parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli”, e la trasmette “integralmente ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano”.
Accade così che la Chiesa, alla quale è affidata la trasmissione e l’interpretazione della Rivelazione, “attinga la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di rispetto” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 9].
Tradizione apostolica e tradizioni ecclesiali
La Tradizione di cui si parla è quella che viene dagli Apostoli e trasmette ciò che costoro hanno ricevuto dall’insegnamento e dall’esempio di Gesù e ciò che hanno appreso dallo Spirito Santo. La prima generazione di cristiani non aveva ancora un Nuovo Testamento scritto e lo stesso Nuovo Testamento attesta il processo della Tradizione vivente.
Vanno distinte da questa le “tradizioni” teologiche, disciplinari, liturgiche o devozionali nate nel corso del tempo nelle Chiese locali. Esse costituiscono forme particolari attraverso le quali la grande Tradizione si esprime in modi adatti ai diversi luoghi e alle diverse epoche. Alla luce della Tradizione apostolica queste “tradizioni” possono essere conservate, modificate oppure anche abbandonate sotto la guida del Magistero.
La Rivelazione nella comprensione della Chiesa
La Bibbia come testo sacro
I cristiani delle diverse confessioni considerano la Bibbia un testo sacro, che contiene la rivelazione divina. Nelle funzioni cattoliche, per esempio, le letture bibliche si concludono con la formula ‘Parola di Dio’. La Seconda lettera a Timoteo (3,16) afferma: «Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, riprendere, correggere, educare alla giustizia».
Ispirandosi a passi del genere, il magistero ha affermato che tutti i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, essendo stati «scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore» (Concilio Vaticano I, costituzione Dei Filius, 1870). Gli autori umani dei libri biblici, gli agiografi, non parlano da sé, ma come strumenti la cui mente è illuminata in modo soprannaturale dallo Spirito divino [1], che si serve di loro per manifestare «se stesso e le decisioni eterne della sua volontà» (Dei Filius). Già la scolastica medievale affermava, con Tommaso d’Aquino, che «L’autore principale della Sacra Scrittura è lo Spirito Santo, l’uomo invece ne è l’autore strumentale» (Quod libetales 7, a. 16).
Una logica conseguenza di questa impostazione è che, se l’autore principale della Scrittura è Dio, essa non può contenere alcun errore. Infatti, la sua assoluta inerranza, sia in materia religiosa che profana, è sostenuta da Leone XIII: coloro che ammettono nella Bibbia anche il più piccolo errore «fanno Dio stesso autore dell’errore» (Providentissimus Deus, n. 34).
Evoluzione della comprensione della Rivelazione
La tesi che la Bibbia contenga insegnamenti immutabili e privi di errore in campo storico, antropologico e scientifico ha dovuto confrontarsi, nella modernità, con le acquisizioni dell’archeologia, della fisica e dell’astronomia. La rivelazione, più che un elenco di verità dottrinali, è la stessa storia umana letta in chiave religiosa: «gesti e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole dichiarano le opere e il mistero in esse contenuto» (costituzione Dei Verbum, n. 2).
Preso atto che gli errori nella Bibbia ci sono, lo stesso magistero è stato costretto a riconoscere che «i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, a causa della nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle Sacre Lettere» (Dei Verbum, n. 11). Questo rappresenta un passo avanti, permettendo di interpretare le affermazioni bibliche in campo storico o astronomico senza doverle accettare letteralmente come verità scientifiche.
Tuttavia, l’insegnamento cattolico ufficiale, con la restaurazione iniziata con Giovanni Paolo II, tende a riproporre le tesi tradizionali, ponendo l'accento sulle verità comunicate una volta per tutte. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica del 1997, si afferma che «Per amore, Dio si è rivelato e si è donato all’uomo. Egli offre così una risposta definitiva e sovrabbondante agli interrogativi che l’uomo si pone sul senso e sul fine della propria vita (n. 42)». In materia di fede e di morale, la verità è rivelata dall’alto e custodita in maniera infallibile dal magistero.
Sulla linea di Tommaso d’Aquino, si ripete che «Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza con il lume naturale della ragione umana partendo dalle cose create (n. 36). Tuttavia, nelle condizioni storiche in cui si trova, l’uomo incontra molte difficoltà per conoscere Dio con la sola luce della ragione (n. 37). Per questo l’uomo ha bisogno di essere illuminato dalla Rivelazione di Dio non solamente su ciò che supera la sua comprensione, ma anche sulle verità religiose e morali che, di per sé, non sono inaccessibili alla ragione (n. 38)».
Dibattito contemporaneo sulla Rivelazione
Una simile concezione della rivelazione, che ha dominato il pensiero cristiano da Agostino a Tommaso, da Pascal a Kierkegaard, oggi non è più unanimemente condivisa. Persino il magistero ecclesiastico, pur mantenendo le posizioni tradizionali, non condanna i numerosi biblisti che spiegano che la nozione di parola di Dio riferita alle pagine bibliche, per non rimanere debitrice di una mentalità primitiva, deve essere accolta come espressione metaforica.
Subito dopo la chiusura del Vaticano II, autori come Léon-Dufour hanno sfruttato le aperture della Dei Verbum, che presentava la rivelazione come l’insieme di eventi e parole, e definiva gli agiografi veri autori (n. 11). Il domenicano Pierre Benoit, dopo aver messo in rilievo la libertà con cui gli agiografi esprimevano le loro idee, concludeva: «si ha torto a identificare, come fanno oggi ancora alcuni teologi, puramente e semplicemente il pensiero dell’autore con quello di Dio» [3], perché in tal caso si finirebbe con l’attribuire le contraddizioni a Dio stesso: «non si può prendere un passo qualsiasi della Bibbia e dire: è Dio che parla, è la verità assoluta».
Uno studioso tedesco, K. Schelkle, si domanda: «la riflessione critica si domanda, se ora in qualche modo la rivelazione avvenga come reale comunicazione di Dio all’uomo o se ciò che viene detto rivelazione sia soltanto riflessione di uomini religiosi» [5]. Liberata dalla nozione mitologica di rivelazione divina, la Bibbia, come qualunque altro grande testo religioso, può allora offrire a chi è alla ricerca di senso spunti di grande ricchezza spirituale.
tags: #cosa #significa #nel #catechismo #divinamente #rivelato