Un'Analisi da Nazareth: Tra Storia, Fede e Cronaca Contemporanea

La città di Nazareth, intrisa di significati storici e religiosi, continua ad essere un punto focale per eventi che spaziano dalla rilettura di millenarie vicende bibliche alla cronaca più stringente e contemporanea. Le notizie e le analisi provenienti da questa regione, spesso riportate da testate come il Corriere della Sera, offrono uno spaccato complesso e sfaccettato della sua realtà.

Il Processo di Gesù di Nazareth: Ricostruzione Storica e Controversie

Nella Gerusalemme dell'aprile dell'anno 30, Yehoshua ben Yosef, noto come Gesù di Nazareth, fu processato e ucciso. La questione di cosa venne ritenuto colpevole e chi fosse Ponzio Pilato rimane oggetto di studi e dibattiti. Ponzio Pilato, procuratore romano della Giudea sotto l'Impero di Tiberio, si trovava a governare una regione ai confini dell’Impero, e la sua decisione lo legò indissolubilmente al caso giudiziario più celebre e clamoroso della storia dell’umanità. Il processo si concluse in poche ore con la condanna alla crocifissione, la pena capitale più crudele e infamante dell'epoca.

Contesto e Fonti Storiche

Duemila anni di analisi e migliaia di libri e interpretazioni hanno cercato di far luce su questo evento. La Chiesa cattolica, in passato, ha avuto responsabilità enormi, facendo gravare sul popolo ebraico l’accusa insensata di "deicidio" fino al Concilio Vaticano II, che è stata matrice dell’antigiudaismo e causa di secoli di persecuzioni e pogrom. Come premette il cardinale Gianfranco Ravasi nel suo libro "Biografia di Gesù", la dichiarazione conciliare Nostra Aetate del 28 ottobre 1965 ha segnato una svolta, affermando che quanto commesso durante la passione di Cristo non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi né agli ebrei del nostro tempo. L'accusa di deicidio è insensata anche perché in questa vicenda erano tutti ebrei: Gesù, i suoi accusatori, Maria, i discepoli, gli evangelisti (con qualche dubbio su Luca, ritenuto più probabilmente un ebreo ellenista di Antiochia), e la comunità cristiana primitiva. A parte Pilato, che era l’unico, in quanto procuratore romano, a poter decidere la pena di morte.

La ricostruzione storica non è semplice. Il processo è attestato nelle "Antichità giudaiche" (XVIII) dallo storico ebreo Giuseppe Flavio, che in un passo cita Gesù e scrive: "Dopo che Pilato, dietro accusa dei maggiori responsabili del nostro popolo, lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che fin dall’inizio lo avevano amato". Anche lo storico romano Tacito, negli "Annali" (XV), scrive dei "tormenti atroci" inflitti da Nerone ai cristiani e spiega che questi "prendevano il nome da Cristo, condannato a morte dal procuratore Ponzio Pilato sotto l’impero di Tiberio". Per il resto, le sole fonti sono i quattro Vangeli, i quali tuttavia non sono stati scritti con un intento storico, ma leggono gli eventi alla luce della fede nella resurrezione di Gesù e si rivolgono a comunità particolari (Marco a un ambiente di origini pagane, Matteo a giudeo-cristiani della diaspora ellenistica, Luca al mondo greco-romano, Giovanni a quello greco) che spesso avevano rapporti difficili e polemici con l’ambiente ebraico dal quale si erano distaccati. Ne è un esempio la relativa indulgenza con la quale è descritto Pilato.

Mappa della Giudea e Galilea all'epoca romana con Gerusalemme e Nazareth evidenziate

L'Accusa e il Primo Processo davanti al Sinedrio

Nei racconti degli evangelisti, i processi sono due. Il primo si celebra davanti al Sinedrio, l'organo politico-religioso responsabile dell'amministrazione giudaica, riconosciuto ma dipendente dall’autorità del potere romano occupante. Era composto da settanta membri più il sommo sacerdote che lo presiedeva, con rappresentanti di sacerdoti, anziani (sadducei) e scribi (farisei). Nella notte del tradimento di Giuda, Gesù era stato arrestato nel podere detto Getsemani, "frantoio per olive", da una "folla con spade e bastoni" mandata dalle autorità del Sinedrio. Viene condotto davanti all’ex sommo sacerdote Anna e poi dal genero Caifa, sommo sacerdote in carica e capo del Sinedrio. È a casa di Caifa che avviene la prima assise. I quattro Vangeli variano nel racconto, ma la sostanza non cambia. All’inizio lo accusano di aver detto "distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere", frase che Gesù aveva riferito a se stesso e "al tempio del suo corpo", come nota Giovanni. Ma il momento decisivo è quando Caifa gli chiede: "Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?". Il Vangelo più antico, quello di Marco, riporta la risposta dell’imputato: "Io lo sono. E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo". A questo punto il sommo sacerdote si straccia le vesti e esclama: "Che bisogno abbiamo di altri testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?". E l’assemblea del Sinedrio risponde: "È reo di morte!".

Quella di Caifa non è una reazione isterica; lo stracciarsi le vesti è un gesto rituale davanti a un’ignominia. Gesù aveva risposto di essere il Messia atteso da Israele (Mashiah, "unto" con l’olio sacro e quindi consacrato: in greco Christós, Cristo) e, quel che è peggio agli occhi del Sinedrio, lo aveva fatto citando un passo del profeta Daniele (7) che presenta nel "Figlio dell’uomo" una figura non solo terrena ma che partecipa misteriosamente alla natura divina. Il testo originale greco di Marco riporta come risposta di Gesù "egò eimi", che alla lettera significa "io sono": la stessa risposta di Dio quando Mosè ne chiede il nome, rivolto al roveto ardente sul monte Oreb, il tetragramma YHWH che gli ebrei non pronunciano. "Il vangelo sfocia in questa sua autotestimonianza, che risolve ogni mistero e sarà causa della sua condanna", scrive il biblista gesuita Silvano Fausti. Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, nel suo "Gesù di Nazaret", nota: "Non vi risuona forse Esodo 3,14?". Per il Sinedrio ce n’era abbastanza, ma l’assemblea non aveva il potere di emettere sentenze capitali.

Il Secondo Processo e il Ruolo di Ponzio Pilato

Dal Sinedrio, Gesù fu condotto al praetorium, il luogo del giudizio romano. Nel Vangelo di Luca si dice che Pilato, diffidente, cercò invano di scaricare il giudizio su Erode, procuratore della Galilea, che rimandò indietro l’imputato. Per ottenere la condanna, al procuratore romano della Giudea viene presentata un’accusa più politica: "Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re". Questa sarà la motivazione finale della condanna, che veniva apposta sul braccio verticale della croce come monito per chiunque volesse ribellarsi al potere romano: "Il re dei Giudei", l’acronimo INRI (Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum) che si ritrova in innumerevoli dipinti e sculture.

La versione di Marco è la più asciutta. Pilato chiede: "Sei tu il re dei giudei?". Gesù risponde: "Tu lo dici". Pilato insiste, ma Gesù non risponde più nulla. A Gerusalemme erano i giorni della Pasqua ebraica, e per la festa il procuratore "era solito rilasciare un prigioniero". In quel momento c’era anche un tale Barabba, "si trovava in carcere insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio", un vero rivoluzionario politico, probabilmente uno zelota. La scena è celeberrima: Pilato si rivolge alla folla, "volete che vi rilasci il re dei Giudei?", ma la folla "sobillata dai sommi sacerdoti" invoca invece Barabba, gridando: "Crocifiggilo!".

Un problema serio riguarda chi invocava Barabba e chiedeva la crocifissione di Gesù. Marco, il testo più antico, parla di "óchlos", in greco la "folla" o "massa", un gruppo di persone formato probabilmente da sostenitori di Barabba. È il solo Vangelo di Matteo a parlare di "laós", che significa "popolo" o "nazione". Tutti i maggiori biblisti e teologi sono d’accordo: è un’esagerazione di Matteo, un’"amplificazione fatale nelle sue conseguenze", come nota Joseph Ratzinger, che nel suo "Gesù di Nazaret" chiarisce: "Matteo sicuramente non esprime un fatto storico: come avrebbe potuto essere presente in tale momento tutto il popolo a chiedere la morte di Gesù? La realtà storica appare in modo sicuramente corretto in Giovanni e in Marco". Se Marco parla di folla, Giovanni indica i "giudei" nel senso dell’"aristocrazia del tempio". Benedetto XVI è definitivo: "Il vero gruppo degli accusatori sono i circoli contemporanei del tempio e, nel contesto dell’amnistia pasquale, si associa ad essi la 'massa' dei sostenitori di Barabba". Resta, storicamente, la tendenza dei primi cristiani "ad attenuare le responsabilità di Pilato e a marcare quelle giudaiche", come nota Ravasi. Matteo soprattutto, il più polemico con i suoi connazionali, riporta la scena del procuratore che se ne lava le mani e dice: "Non sono responsabile di questo sangue, vedetevela voi!".

L'Esecuzione in Croce

Gesù viene consegnato alla guarnigione romana per essere flagellato. È il racconto della Passione che in buona parte del mondo, il Venerdì Santo, scandisce la Via Crucis. I romani usavano un flagrum a corde grosse con pezzi di osso e di metallo. Seguirono la derisione e le torture. Nella salita al Golgota, i soldati fermano un tale Simone di Cirene perché porti il patibulum, l’asse trasversale della croce, mentre quello verticale è già piantato sul luogo dell’esecuzione. Il condannato viene appeso alla croce, inchiodato per i polsi. La parola greca agonía significa lotta, e per un crocifisso è lunga e dolorosa. Alla fine, un soldato tende a Gesù agonizzante una spugna intrisa di "aceto", in realtà un vino mescolato con acqua che soldati e mietitori usavano per dissetarsi: quello che popolarmente appare come l’ultimo gesto di scherno potrebbe essere invece un gesto estremo di pietà. "Tetélestai", l’ultima parola di Gesù riportata da Giovanni, significa: "Tutto è compiuto".

La "Versione Televisiva dei Vangeli" con Robert Powell

Una versione televisiva dei Vangeli ha rievocato la vita del Messia con lo spirito declamatorio e lussuoso di un programma per la domenica sera in cinque episodi, caratterizzato da massimo professionismo convenzionale. A impersonare Gesù fu l'attore inglese Robert Powell, noto anche per i suoi ruoli in "Giuda l’oscuro" e nei film di Ken Russell.

Gesu' le sue origine - Documentario

La Cronaca Contemporanea da Nazareth

Nazareth è anche teatro di eventi che riflettono le complessità della regione e le sue tensioni sociali e politiche, spesso al centro di reportage e analisi.

Il Caso del "Macellaio di Nazareth": Rabia Shedade e l'ISIS

Otto mesi fa, Rabia Shedade, noto come il "Macellaio di Nazareth", è scomparso nel nulla. I suoi compagni del corso d’ingegneria lo descrivono come un "bravo ragazzo", un atleta e un mezzo genio, "il migliore in tutte le materie", pacifico e amico di tutti, anche degli ebrei. Nessuno lo aveva mai sentito parlare di jihad o dei ribelli in Siria. Si ricordava che nel 2006, durante la guerra del Libano, quando qualcuno tentò d’entrare nella Basilica dell’Annunciazione, lanciando petardi vicino alla Grotta di Maria e spaventando i pellegrini, Rabia si mise di guardia e organizzò un servizio d’ordine, affermando che bisognava garantire la pace a tutti, anche a chi veniva per pregare Gesù.

Un giorno Rabia Shedade, 26 anni, arabo israeliano di Nazareth, si è fatto crescere la barba, ha smesso di frequentare le lezioni all’università Illit-Jezril e ha lasciato la moglie incinta, sposata quattro mesi prima. "Guardatelo bene - tuona un compagno barbuto, alle sue spalle -: lui è Rabia Shedade, il macellaio venuto da Nazareth!".

L'Orgoglio dei Nazareni per l'ISIS

Di tutti gli arruolati, Rabia Shedade è forse quello che più inorgoglisce l’ISIS. Non è solo uno dei (pochi) palestinesi che hanno lasciato Israele per costruire lo Stato islamico, ma è il primo proveniente dalla Galilea, dalla città simbolo dei cristiani. Questo fatto viene propagandato sul fronte iracheno e siriano: a Mosul, i miliziani islamici segnano le porte degl’infedeli con una "ن" (nun), la "n" dell’alfabeto arabo, che sta per "nasrani", nazareno, ovvero seguace di Cristo. Questa parola è un insulto, quand’è pronunciata dai tagliagole dell’ISIS, che indica coloro da uccidere sul posto.

La Scelta di Rabia e il Simbolismo di "Nasrani"

Nessuno sa spiegare come e quando il "Macellaio" abbia maturato la sua scelta, anche se "negli ultimi tempi era solo più taciturno". A giugno è nato suo figlio, che porta lo stesso nome, ma Rabia non l’ha mai visto. Un amico ha riferito di averlo contattato sul web e che lui ha risposto di trovarsi in Siria, nella zona di Aleppo, e di essere felice d’aver scelto di combattere Bashar Assad, chiedendo di pregare per lui. Al di là del significato simbolico, la storia di Rabia somiglia a quella di centinaia di volontari del jihad partiti da tutto il mondo. Non sono molti i simpatizzanti dell’ISIS in Cisgiordania o a Gaza; su YouTube si trova persino satira sul Califfato recitata da attori palestinesi. Però esiste un’area di consenso: uno sheik è stato fermato dalla polizia dopo un discorso pubblico a sostegno di Al Baghdadi, e sui social network vengono postate bandiere nere sullo sfondo di Akko e di Umm al-Fahm, città arabe israeliane. Il sindaco di Nazareth, Ali Salem, aveva garantito a un giornalista tv che mostrava immagini di tifosi dell’ISIS: "Non ci sono cose del genere nella nostra città, chi lo dice è un bugiardo e un provocatore".

Foto di un giovane uomo con barba, in stile mediorientale, che guarda in lontananza

La Controversia sulla Moschea di Shihab e-Din

Israele ha riconosciuto che due governi passati (quelli di Benyamin Netanyahu e di Ehud Barak) avevano autorizzato l'edificazione di una moschea in ricordo di Shihab e-Din, un discendente del Saladino, come riferito dalla radio militare. Tuttavia, il governo ha anche rilevato che i necessari permessi di costruzione non erano ancora stati rilasciati e che quindi i lavori avviati nelle settimane scorse dal movimento islamico non erano legali. Questo ha portato alla demolizione delle fondamenta della moschea mentre la vicenda veniva esaminata dalla Corte Suprema israeliana.

Schematico diagramma della zona di costruzione di una moschea a Nazareth

Il Film "Wajib" di Annemarie Jacir: Uno Sguardo sulla Vita Palestinese

Il film "Wajib" di Annemarie Jacir, il cui titolo in arabo significa "dovere", si riferisce alla tradizione palestinese che vuole la consegna di persona, a ognuno degli invitati, delle partecipazioni di nozze. Eppure, in ogni scena del film si scopre qualcosa che aiuta a capire meglio il peso della tradizione, lo scontro generazionale, la vita in una città palestinese diventata parte dello stato d’Israele, le rabbie e i compromessi che questa situazione comporta, il ruolo delle donne e il peso delle usanze. Tutto è raccontato girando in macchina per consegnare le partecipazioni, con una messa in scena che evita un approccio troppo didascalico o ideologico. Questa leggerezza non è mai superficialità, ma rivela un’idea ben precisa non solo di cinema ma anche di vita e di coscienza.

Una tensione sotterranea ma evidente, che in passato dev’essere stata drammatica, torna ogni tanto a mettere il padre contro il figlio. Il figlio, architetto, tornato per il matrimonio dall’Italia dove si è trasferito e ha assorbito un più disinvolto modo di vivere (per esempio, non pensa di sposarsi con la ragazza palestinese, figlia di un esponente dell’OLP in esilio, con cui divide la vita), può permettersi un rigore ideologico che chi ha scelto di continuare a vivere in Palestina può scambiare per furia ideologica. Tutto però è raccontato per allusioni, per piccoli indizi, che emergono dai dialoghi e poi si nascondono tra le parole, tra un caffè offerto per ringraziare della partecipazione o un pettegolezzo ascoltato da dietro una finestra. Una decisione faticosa da accettare anche a distanza di anni, che getta una luce diversa sui discorsi - di solitudine, di rassegnazione, di dolore - che si ascoltano tra una consegna e l’altra. Come quello dell’amica avvocato (Iama Tatour), la cui storia d’amore finita male si è trasformata nella silenziosa "condanna" sociale verso una donna che ha conquistato l’indipendenza nella professione ma che fatica a sentirsi libera nella vita privata. Una contraddizione che torna a interrogare lo spettatore nella scena in cui la futura sposa prova l’abito da sposa, divisa tra la tentazione "all’occidentale" di un vestito che ne mette in risalto le forme e la voglia di una tradizione di cui la mancanza della madre è perfetta metafora.

Gesu' le sue origine - Documentario

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