La prossima domenica, la liturgia ci invita a una profonda riflessione sulla fede, la contemplazione e il cammino del discepolo, attraverso episodi biblici ricchi di significato. In particolare, il Vangelo di Marco sul miracolo di Bartimeo e le figure profetiche come Elia offrono spunti preziosi per comprendere il nostro rapporto con Dio e la nostra missione nel mondo.
Il Miracolo di Bartimeo: La Fede che Apre gli Occhi
Nel riferire l’episodio della guarigione di Bartimeo, Marco pensa sicuramente, al di là dei Dodici, alla comunità cristiana del suo tempo, chiamata a seguire Gesù sulla via della passione, ma tanto lenta a intraprendere con coraggio questo cammino. Paradossalmente l’uomo cieco, che siede sul bordo della strada a mendicare, riesce a percepire molto meglio della folla chi è Gesù.
Bartimeo: Modello di Vera Discepolato
Esprimendo la sua convinzione con ripetute grida, Bartimeo balza in piedi e lascia ogni sostegno per precipitarsi con fede verso colui che lo chiama e che sta per guarirlo. Immagine del vero discepolo e di tutta la comunità dei credenti, il cieco guarito si pone immediatamente a seguire Gesù lungo la strada. Simbolo di «coloro che stavano nelle tenebre e nell’ombra della morte» (Lc 1,79), Bartimeo diventa così il modello di tutti quelli che desiderano uscire dalla propria cecità per potersi mettere in cammino.

Il miracolo di Bartimeo, il mendicante cieco di Gerico, è tra le pagine più vivaci e più riuscite di Marco. La guarigione del cieco Bartimeo in superficie è una storia miracolosa, ma è anche, e in un senso più profondo, un dialogo sulla fede. Il cieco Bartimeo mostra di possedere un’intuizione profetica. La scelta del titolo «Figlio di Davide» evoca la discendenza regale di Gesù nonché le tradizioni giudaiche contemporanee su Salomone visto come mago e guaritore. Il mendicante Bartimeo qui chiede ben altro che un po’ di spiccioli («che io veda di nuovo») ed ottiene molto di più di quello che chiede («la tua fede ti ha salvato»). L’episodio è riportato dai tre sinottici, ma i racconti in alcuni particolari non concordano tra loro.
Il Contesto Geografico e Storico di Gerico
Sin dai tempi più antichi, la strada da Gerusalemme a Gerico fece parte di un importantissimo itinerario che collegava la pianura costiera a ovest con la valle del Giordano a est, dando notevole importanza strategica alla città di Gerusalemme. Il nome di questa città è tra i più celebri di tutta la storia biblica, chiamata anche nell'A.T. la “città delle palme” (Gdc 3,13). Vi sono due antiche Gerico: la Gerico dell’AT (risalente al X millennio a.C), sulla celebre collina di Tell es-Sultan, dove ancora oggi si possono ammirare i resti di remote civiltà risalenti sino all’VIII millennio a.C. La Gerico del NT si trova più a sud di Tell es-Sultan, dove il Wadi el-Qilt sbocca nella valle del Giordano. L'indicazione evangelica «partiva da Gerico» con la ripetizione del nome di Gerico a così breve distanza, disturba la fluidità del racconto. Luca 18,35, contro Marco e Matteo, scrive: «mentre si avvicinavano a Gerico». La contraddizione da alcuni viene risolta pensando che Marco e Matteo parlino della Gerico antica e Luca di quella più recente. Secondo Lc 18,35 l’episodio di Bartimeo ha avuto luogo mentre Gesù stava entrando in Gerico. Luca colloca poi l’episodio di Zaccheo (Lc 19,1-10) dopo che Gesù è entrato in città e mentre l’attraversava.
Vangelo secondo Marco (N4) - Il cieco Bartimeo
Il Nome di Bartimeo e la sua Rilevanza
«Bartimeo»: è un nome aramaico di cui lo stesso evangelista ci anticipa la traduzione greca = il figlio di Timeo. Di solito Marco mette prima il nome aramaico, poi la traduzione greca; la presente è l’unica eccezione a questa regola (Cfr. 5,41; 7,34; ecc.). Fatta eccezione per Giairo (vedi 5,22), questa è l’unica volta che Marco chiama qualcuno per nome, a parte il nome di Gesù e dei suoi discepoli unitamente a Giovanni Battista ed Erode (Antipa), fino a quando non inizi il racconto della passione. È davvero un’eccezione conoscere il nome del malato guarito nei Vangeli; Marco è l’unico a fornirci questo nome, che probabilmente doveva essere conosciuto nell’ambiente della primitiva comunità cristiana. L’articolo ”il” indica inoltre che era noto anche a chi frequentava Gerico. Ma occorre dire anche che uno chiamato «il figlio di Timeo» non è chiamato con un vero nome proprio, forse è talmente in basso nella società da essere «un coso», senza neppure la dignità del suo nome, ormai dimenticato da tutti. Matteo 20,29-30 contro Marco e Luca parla di due ciechi. Molti studiosi ritengono che l’indicazione di Matteo sia più esatta, perché più rispondente all’uso orientale che vede i ciechi andare quasi sempre accoppiati.
La Titulatura Messianica "Figlio di Davide"
Il verbo «dire» è necessario per indicare che il «gridare» non dipendeva da dolore o da altro sentimento, ma dalla necessità di farsi sentire da Gesù, circondato dalla folla. «Figlio di Davide, Gesù»: È l’unica volta che Marco riferisce questo appellativo a Gesù; è un titolo messianico che ben conosciamo (Cfr. Mt 9,27; 12,23; 15,22; 21,9,15). Con la titolatura “Figlio” tre sono le definizioni applicate a Gesù dal N.T. Alla base di quest’ultimo c’è un rimando all’attesa messianica d’Israele che aveva come punto di riferimento l’alleanza tra il Signore e la discendenza davidica, alleanza formulata solennemente nel celebre oracolo del profeta Natan, presentato in 2Sam 7. Sulla base di questa promessa il Messia era atteso come discendente del casato di Davide e quindi poteva essere invocato come “Figlio di Davide”. Per questo negli evangeli si nota la sottolineatura riservata alle origini “davidiche” di Gesù; si pensi alla genealogia che Matteo pone in apertura del suo Evangelo (1,1). Il rischio di un’interpretazione messianica politico-nazionalistica era sempre in agguato e Cristo era attento ad allontanare questo rischio. Egli accetterà che, durante il suo ingresso trionfale a Gerusalemme, la folla esclami:«Osanna al figlio di Davide» (Mt 21,9); ma subito dopo dimostrerà come egli intendeva quel messianismo davidico salendo su un trono sconcertante, quello della croce. Tuttavia Bartimeo nella sua condizione misera conserva grande lucidità. È un Ebreo, che attende il promesso Discendente di David, che finalmente abbia pietà del suo popolo e lo riscatti dalla sua abiezione presente. Quando senza vedere sente che sta passando «Gesù il Nazareno», comprende che il Figlio di David è il Messia atteso.
Il Profeta Elia e la Vita Contemplativa
La figura di Elia è centrale nella tradizione contemplativa, in particolare per i Carmelitani. È noto come «profeta Elia, che abitava il deserto di Galaad in Samaria». Il programma della sua vita è orientato a Dio e vive alla Sua presenza. I contemplativi del Carmelo nascono proprio sotto la sua ispirazione, riconoscendolo come il loro fondatore spirituale. La tradizione racconta che il profeta Elia non è morto, ma fu trasportato in cielo in un turbine, in un luogo ignoto, ameno, conosciuto da Dio solo. Questo fa di Elia, insieme ad Enoch, figure eccezionali che non hanno conosciuto la corruzione della morte.

Elia e la sua Missione Profetica
Geremia è uno di quei rari uomini che, nel momento culminante della crisi, sanno discernere la via da seguire. In pieno disastro nazionale, mentre il popolo è deportato dai nemici, egli annuncia la felice conclusione della disfatta. La sezione dei vv. 2-14 riguarda questo ritorno e la restaurazione spirituale e morale della nazione affranta dall’immane catastrofe. Il Signore proclama la sua suprema confessione d’amore nuziale, divorante e consumante, alla sua Sposa, poiché proprio della sua Sposa si tratta: «Di amore eterno Io ti amai!» (v. 3), e le procura ancora le feste nuziali tra l’esultanza e le danze delle vergini del corteo (v. 4), e la prosperità (v. 5), e la gioia delle nazioni che vogliono recarsi a contemplare Sion, la Sposa Bella. E alle nazioni il Signore adesso si rivolge direttamente, esortandole a esultare (Os 12,6; 65,18) per la sua nazione finalmente ritrovata, salvata, rigenerata, anzi resa «la prima delle nazioni» (Am 6,1), la capo di fila delle altre, che verranno da lei per essere annumerate come l’unico «popolo di popoli». Il Signore esorta le nazioni alla panfesta liturgica solenne, con suoni e canti con cui esse debbono proclamare al mondo: «Salva, Signore, il popolo tuo, il resto d’Israele!» (v. 7), la celebre «epiclesi per la nazione», che si ritrova nell’intercesione profetica, e con diversi verbi, e diventa motivo importante per il Salmista (Sal 24,22; 27,9; 28,11; 32,22; 50,20). E il Signore risponde manifestando la sua Volontà verso il suo popolo, verso i suoi poveri resti amati, nell’immediata esecuzione, con l'”ecco” che annuncia sempre il prodigio dell’intervento divino. Il v. 8 perciò è grandioso: «Ecco, Io li riconduco dalla terra del settentrione», ossia dalla Babilonia (Ger 23,3; 3,8; quindi Ez 28,34), «e Io li radunerò dai confini della terra», ossia da ogni parte del mondo dove erano stati dispersi (anche Ger 3,8). E descrive nei particolari di quale “resto” amato si tratti: «E tra essi stanno il cieco e lo zoppo» (è l’eco di Is 35,5-6), «e insieme la donna gravida e la puerpera, l’immensa folla dei reduci fin qui» (v. Dopo la punizione medicinale, temporanea, la riassunzione è generosa e totale (v. 9a).
La Promessa di Dio e il Ritorno dall'Esilio
Il Signore ricorda che essi erano partiti per l’esilio nelle lacrime amare della disfatta (narrato in Ger 50,4; dopo il ritorno, l’esilio è rievocato in Esr 3,13; 10,1), ma Egli adesso li riconduce nella sua Misericordia. Egli prepara per essi la via regale attraverso il deserto, che trasforma in una terra irrigata da corsi d’acqua (è l’eco attuativo di Is 35, 6-7, che diventa ancora profezia nel Secondo Isaia, Is 49,10), prepara la via sacra, piana e dritta (ancora eco di Is 35, 8, anche qui ridiventato profezia in Is 43,19; 49,11), dove nulla li ostacolerà, e nulla li farà ancora inciampare. Al v. 9b si apre la rivelazione indicibile, inimmaginabile. Il Signore finalmente ha voluto diventare il Padre d’Israele (Es 4,22-23; Dt 32,6), finalmente ha realizzato in modo inevitabile, infallibile, onnipotente quanto aveva promesso in antico, che Efraim sarebbe stato il suo primogenito, il figlio suo diletto che chiama a sé dal nuovo Egitto (Os 11,1).
Vangelo secondo Marco (N4) - Il cieco Bartimeo
Il Ginepro di Elia: Rinnovamento e Speranza
La missione e il pane di vita sono i temi che percorrono le letture di questa domenica, che ci invita a riflettere su questi argomenti alla luce di un episodio abbastanza singolare e denso di significato: il ginepro di Elia. Sfuggito alla persecuzione organizzata nei suoi confronti dalla regina Gezabele che voleva la sua morte per aver ucciso 400 profeti di Baal, il fedelissimo profeta trova ristoro sotto questo albero occasionale e raccogliendo le forze implora al Signore di prenderlo con sé. Potremmo raccontarci reciprocamente tantissime esperienze in cui ci siamo sentiti cadere le braccia e siamo stati tentati di abbandonare il nostro posto di lavoro o di non perseverare nei nostri propositi perché scoraggiati dagli insuccessi e dalle continue lotte senza esito, dovendo per di più sopportare di essere osteggiati e biasimati da chi giudica senza avere cognizione di quale sia stato il nostro impegno, la nostra fatica o le difficoltà a cui si è dovuto andare incontro. Chi è parroco, animatore pastorale o comunque responsabile in prima persona di una missione di apostolato è in grado di raccontare più di tutti gli altri come sia umiliante dover soccombere allo scoraggiamento missionario accompagnato dalle illazioni e dai pregiudizi della gente. Il fatto è che in qualsiasi contesto lavorativo e in tutti i casi della vita il successo non ci è mai garantito immediatamente: per raggiungere un solo, piccolo, obiettivo occorre essere disposti a fallire mille volte e a subire ogni sorta di vessazione e di cattiveria anche da parte di coloro che ti stanno accanto e ad avvertire non di rado il senso di sfiducia che abbatte e deprime fino a farti lasciare ogni cosa; è connaturale alla nostra esistenza che si debba soccombere alle umiliazioni prima di raggiungere livelli e posizioni piacevoli, mentre la tentazione della rinuncia e dell'abbandono costituiscono una costante di questo itinerario. Si fallisce spesso per avere successo una volta soltanto ma appunto perché prima o poi il successo sarà conseguito, occorre non considerare gli ostacoli quanto piuttosto tenere bene in vista la meta e concentrarsi sull'ideale da raggiungere e sul progetto che prima o poi sarà realizzato. Ma soprattutto occorre avere molta fiducia in Colui che ci accompagna nella missione e che favorirà il nostro successo specialmente quando i nostri propositi sono quelli del bene e della realizzazione di qualcosa che oltre che a gratificare noi stessi esalterà anche gli altri; se è vero infatti che noi ci ritroviamo tutti nel ginepro di Elia, è altrettanto vero e consolante che partecipiamo anche del suo destino di comunione con il Signore e pertanto come lui siamo sostenuti nella lotta. Che cosa risponde Dio ad Elia in seguito a quella obiezione? Nulla. Dio dona ad Elia il pane del sostentamento fisico per il proseguimento della missione di essere profeta e apportatore della verità. In Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato per la nostra salvezza, che la scorsa Domenica abbiamo imparato a conoscere come il Dio con noi che partecipa della nostra vita, otteniamo molto di più: egli non soltanto ci offre il pane per la prosecuzione del cammino ma si qualifica Egli stesso come il pane di vita che incentiva nell'itinerario e che pone le fondamenta di qualsiasi cammino materiale e spirituale. Il pane vivo disceso dal cielo è quello che deve essere assunto nella nostra vita quotidiana e nel quale ci si deve immedesimare per ottenere la vita piena nella piena conformità allo stesso Cristo Signore; ma è anche e soprattutto il pane materiale che siamo invitati a consumare tutte le volte che ci accostiamo alla mensa eucaristica, quello insomma del suo vero Corpo la cui presenza è reale e sostanziale nell'Eucarestia, il banchetto della vita che si assume la Domenica e che costituisce il motivo della carica spirituale e del sostegno continuo mentre continua il nostro agire nel mondo.
La Ricerca del Signore e la Vita Eterna
Gioisca il cuore di chi cerca il Signore. Nell’antifona tratta dal salmo 104 appartenente al genere didattico storico (DSt) il Sapiente divenuto orante esorta i nostri cuori, i cuori dell'assemblea dei fedeli, con tre imperativi (gioisca, cercate, cercate) affinché non cessiamo di cercare il Signore che ci attende e diventiamo saldi nella fede. Il Signore poi opera sempre in modo da farsi trovare nella sua Bontà. Trovarlo è impossibile, ma allora è Lui a trovare quanti Lo cercano. Paolo annuncia che Cristo distrusse la morte e con la sua Resurrezione divenne nostro Salvatore e illumina sempre la nostra vita con la Luce divina che irraggia dal suo Evangelo della grazia. Con la Domenica XXX quell’itinerario iniziato a Nazareth sta per terminare, Gerusalemme è ormai prossima, anche gli episodi lungo la via vanno al loro epilogo, prima del grande Evento della Croce e della Resurrezione. Ci si accorge anche che il filo dell’intera trama è sotteso dalla Croce e dalla Resurrezione. Ora, lungo questo Tempo, privilegiato tra tutti gli altri dell’Anno liturgico, la Chiesa seguita a celebrare Cristo, il suo Signore Risorto, mentre è rimandata di necessità a contemplarlo in uno degli episodi della sua Vita tra gli uomini, ossia mentre insegna, o opera, o prega.