Le Confessioni dei Mafiosi Napoletani: Verità, Strategie e Implicazioni Giudiziarie

L'ambiente giudiziario campano è scosso da una serie di confessioni e rivelazioni da parte di esponenti della criminalità organizzata napoletana. Udienze delicate e nuovi verbali depositati stanno mettendo in luce dinamiche interne ai clan, strategie processuali e l'evoluzione del fenomeno mafioso.

Antonio Iovine e le Rivelazioni sui "Processi Aggiustati"

Si avvicina il primo confronto in aula per il superboss pentito Antonio Iovine, che sarà sentito dai magistrati sabato. Il processo, in corso a Santa Maria Capua Vetere, vede, tra gli imputati, l'ex sindaco di Villa di Briano Enrico Fabozzi e i fratelli imprenditori Mastromonico. Un nuovo faccia a faccia è previsto lunedì, a Napoli, nel processo che lo vede imputato con il boss Francesco Bidognetti e il suo ex avvocato Michele Santonastaso.

Il pentito, soprannominato "il pentito di Gomorra", ha aperto il capitolo dei processi da "addomesticare". In un nuovo verbale appena depositato, il collaboratore del clan dei Casalesi Antonio Iovine parla di "processi aggiustati" e del suo rapporto con l'avvocato Michele Santonastaso, il penalista tuttora agli arresti con l'accusa di collusioni con la camorra.

Santonastaso è il legale che lesse in aula, durante il giudizio d'appello del processo Spartacus, l'istanza di rimessione contenente frasi ritenute minacciose nei confronti di Roberto Saviano, della giornalista, oggi senatrice del Pd, Rosaria Capacchione, e dei magistrati Federico Cafiero deRaho e Raffaele Cantone. Iovine, parlando di Santonastaso, afferma: "Sono certo che se avessi avuto bisogno di lui per qualsiasi cosa estranea al rapporto cliente avvocato, egli si è reso disponibile. Convinzione che ho tratto proprio dal fatto che si era mostrato disponibile ad aggiustare i processi cui ho fatto riferimento".

Il verbale, sottoscritto il 28 maggio davanti al pm Antonello Ardituro coordinato dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, è pieno di omissis ed è stato depositato agli atti del processo che vede Santonastaso imputato di minacce insieme a Iovine e al boss Francesco Bidognetti per l'istanza letta in aula. Per questo episodio, il pm Ardituro ha chiesto l'assoluzione di Iovine che, a verbale, ribadisce di non aver voluto minacciare nessuno. Iovine aggiunge: "Io non so se l'avvocato Santonastaso si rendeva conto di quanto fosse pericoloso discutere con Bidognetti di queste cose che avrebbero potuto, per l'indole di Bidognetti, scatenare davvero una reazione pericolosa per Roberto Saviano e per Rosaria Capacchione". Nell'interrogatorio, Iovine si riferisce all'istanza di remissione avanzata dai due legali nel corso del processo d'appello "Spartacus". L'ex capo clan definisce Bidognetti "un vero mafioso, persona spietata".

Ritratto di Antonio Iovine o scena di un'aula di tribunale con magistrati e avvocati

Le Confessioni di Fabio Magnetti: Vendetta e Violenza della Vinella Grassi

Un altro caso emblematico è quello di Fabio Magnetti, boss e killer della Vinella Grassi. "Chiede scusa a tutti e confessa. Fa un po’ di conti e ammette di aver premuto il grilletto svariate volte, di aver fatto fuoco e ammazzato: «Ho ucciso nove volte, confesso, chiedo scusa a tutti e mi dissocio»." Magnetti ammette le colpe, anche quelle che non erano state scoperte dalla Dda, tanto da confessare un delitto in più rispetto agli otto per i quali è finito sotto inchiesta. Questo "copione pulp", sebbene già visto nelle aule di giustizia napoletane, è firmato da Magnetti. Davanti al Gup Di Palma, a porte chiuse, prende la parola e confessa. Si accusa, ma non chiama in causa altri affiliati, tranne quelli che sullo stesso punto hanno già assicurato confessioni individuali.

Imputato per il duplice omicidio Parisi-Ferraro, messo alle strette dalle indagini della Dda (pm Maurizio De Marco e Vincenza Marra), Magnetti dà inizio alla sua confessione. Dice di aver guidato l’auto e di aver fatto parte del commando, ma che non è toccato a lui premere il grilletto, "fare tum tum", come invece avvenuto in altre occasioni. C’è un duplice delitto su cui Fabio Magnetti si sofferma: quello di Raffaele Stanchi, il cassiere degli scissionisti (che vantava entrature nel mondo dello spettacolo e del calcio che conta) e del suo braccio destro Luigi Montò. Magnetti ha spiegato: «Il nostro compito era di interrogare Lello “bastone”, dovevamo solo sequestrarlo e chiedergli dei soldi della droga. Punto». Poi accadde che «Presi la pistola e li uccisi. Così, a sangue freddo, tanto che anche i miei complici rimasero sorpresi. Lo feci per vendetta, perché pensai a mio fratello Luigi Magnetti che era stato ammazzato tempo prima. A volte mi descrivono come un boss, uno dei capi della Vinella Grassi, quelli dei girati, ma le cose non stanno in questo modo. Ho iniziato ad uccidere solo per vendicare mio fratello. E chiunque mi capitasse a tiro, che poteva in qualche modo centrare con la morte di mio fratello, faceva questa fine».

Il 30 gennaio del 2012, a Mianella, all’esterno della casa degli Accurso, dove c'erano anche altri capi della Vinella Grassi, i corpi di Stanchi e Montò furono trovati carbonizzati all’interno di un’auto. Era l’inizio della faida dei «girati» contro gli scissionisti. Queste guerre per la droga, in cui i clan di via della Vinella Grassi svolgono un ruolo da protagonisti, sono state messe in luce dalle più recenti indagini della Dda di Napoli. Da killer al soldo di Cosimo Di Lauro (nell’ormai lontano 2004), sono diventati alleati degli scissionisti, per poi acquisire autonomia, sempre a colpi di morti ammazzati. Fino a farsi manager, imprenditori, come emerge dalle aziende sequestrate due mesi fa al boss Antonio Mennetta. In piena era COVID, un blitz ha colpito una serie di società che si occupano di pulizia e sanificazione. Per gli inquirenti non ci sono dubbi: "i cattivi ragazzi dal grilletto facile sono diventati manager, si sono dati agli affari. Hanno piazzato nullatenenti a gestire aziende in grado di controllare la sanificazione di interi lotti di condomini, fiutando l’affare imposto dalla pandemia".

Il Delirio di Onnipotenza di Giuseppe Bove: Minacce dal Carcere

Il delirio di onnipotenza del ras Giuseppe Bove è stato catturato dalle microspie del carcere. L’epilogo dell’omicidio di Raffaele Cinque, alias “Sasà a Ranf”, non si gioca tra i vicoli polverosi della Stadera, ma a centinaia di chilometri di distanza, nel chiuso di una cella del carcere di Prato. È qui che l’indagine della Dda di Napoli, che ha portato al blitz della scorsa settimana, compie il suo salto di qualità definitivo. Tutto precipita nei primi giorni di marzo 2024. Le videochiamate dal carcere, apparentemente concesse per mantenere i legami affettivi, diventano il palcoscenico di una rottura violenta tra Giuseppe e la giovane compagna.

La ragazza è esasperata. Giuseppe Bove viene colto dal panico, sapendo bene che i muri del carcere hanno le orecchie. Le sue reazioni sono un misto di terrore giudiziario e rabbia incontrollabile. Tenta goffamente di ricordarle che lui è in prigione solo per la truffa: “Non ho fatto proprio niente!” urla, ma la ragazza ribatte inesorabile: “Giuseppe, tu lo hai detto!”. Ma la paura della galera dura un attimo. Nella mente del killer subentra subito l’ego ipertrofico del criminale che si sente intoccabile, forgiato dall’omertà della Stadera e dalle logiche del Clan Contini.

In un altro passaggio agghiacciante delle intercettazioni, Bove teorizza la propria immortalità: “Ma a me non mi uccide nessuno! A me non mi uccide nessuno! Perché io sono un figlio di una buona mamma!”. Questa è la tracotanza di chi crede di avere il diritto di vita e di morte sul quartiere. Il punto di non ritorno, quello che trasforma la puntata 4 di questa inchiesta in un vero e proprio “thriller dell’orrore”, si raggiunge quando Bove decide che la sua fidanzata è ormai una nemica, colpevole di mancato rispetto. Le parole registrate in ordinanza fanno accapponare la pelle. “Vi devo far uccider… io vi uccido con le mie mani a tutti quanti quando esco! Vi do la mia parola”, ringhia Bove. E di fronte ai tentativi della ragazza di smorzare i toni, rincara la dose con una freddezza glaciale: “Se io non prendo a mio zio, non vengo a casa tua là sopra… prendo a te, a tua madre, a tutti quanti! […] Io questa galera la sto facendo solo per voi! Credimi! E non li mando a chi devo mandare perché non li voglio mandare, perché lo devo fare io di persona!”. Bove si considera l’incarnazione del male assoluto, e lo dice esplicitamente: “Tu forse non hai capito … tu ti pensi che… tu stai scherzando con il diavolo,”.

Ed è in questo contesto di odio puro che rivela l’esistenza del suo testamento criminale. Bove non perdona, Bove annota tutto: “Io tengo tutto scritto… il libro nero… tutti quelli a cui devo farla pagare, mi sono segnato tutti i nomi… ma io vi sparo! Forse non hai capito, io vi sparo! […] La prima sera che esco devo fare l’inferno!”. L’arroganza criminale del clan non si ferma davanti a niente, nemmeno davanti al corpo della compagna. Verso la fine di marzo 2024, è previsto un colloquio in presenza nel carcere di Prato. Le telecamere di sorveglianza della sala video-colloqui catturano una scena tanto squallida quanto emblematica. La ragazza, che pure è cresciuta a contatto con queste dinamiche, stavolta si rifiuta di degradare se stessa a mero contenitore per la camorra. È la rottura definitiva. È l’ultimo tassello di un’ordinanza che non si limita a ricostruire gli spostamenti, le pallottole e la morte violenta di “Sasà a Ranf”, ma che ha il coraggio e la lucidità di mostrare senza filtri il vuoto morale su cui poggia l’impero della nuova malavita organizzata.

Immagine stilizzata di un carcere o di intercettazioni ambientali

Le Strategie dietro le Confessioni: Benefici e Verità "di Comodo"

Le confessioni spesso celano "strategie geometriche, opportunistiche", che puntano a non tagliare i ponti con il clan e a non svelare fatti nuovi, nel tentativo di portare a casa benefici. Quali? Una condanna a 30 anni invece dell’ergastolo o il passaggio dal carcere duro al regime ordinario. Si tratta di "verità giudiziarie credibili, parziali e di comodo", costruite a tavolino. Questi "racconti verosimili studiati nei dettagli" devono avere i requisiti per ottenere dai giudici il riconoscimento dello status di collaboratore di giustizia.

Questa "strategia condivisa, lucida e cinica orchestrata dai capi camorra" ha lo scopo di scansare gli ergastoli. La contropartita è provvedere "vita natural durante" al fabbisogno dei familiari e parenti dei ‘sacrificati’ e garantire loro una vita agiata. Si tratta per lo più di killer, manovali, "guaglioni" e terze e quarte fila dei clan. L'obiettivo è accreditarli agli occhi degli investigatori come finti boss e con potere decisionale, attribuendogli i reati più gravi. Questi "racconti fotocopia" sembrano compatibili con "i tanti orientamenti e disamine investigative". Insomma, una "bugia ben costruita" ripetuta a cantilena nelle aule giudiziarie che si trasforma in una possibile verità per scagionare nei fatti dalle responsabilità più pesanti i vertici dei clan.

Il "Pentimento di Verità" di Gennaro Notturno e le Faide di Scampia

Non tutte le confessioni rientrano in queste strategie di comodo. È questa la verità che sta raccontando Gennaro Notturno, alias ‘o sarracino, boss pentito da neppure un mese. Si tratta dello zio di Nicola Notturno, il 21enne trucidato dai killer e figlio del boss Raffaele, uno dei capi dell’omonimo clan alleato con il gruppo Abete-Abbinante, uno dei cartelli criminali che componevano l’alleanza degli scissionisti in lotta nella faida di Scampia per il controllo delle piazze di spaccio contro la cosca dei Di Lauro.

Il giovane è stato ammazzato in via Ghisleri con 10 colpi di pistola al volto. L'obiettivo era cancellare le sembianze, non lasciare nulla ai parenti, neppure un corpo integro per piangerci sopra. Un messaggio chiaro. Una vendetta trasversale di tipo mafioso. Una reazione rabbiosa per bloccare una genuina collaborazione che potrebbe riscrivere la storia delle faide di camorra a partire dalla stagione del sangue del 2004 e 2005, quando sul selciato delle strade di Napoli si raccolsero oltre 80 morti. La portata dei racconti di Gennaro Notturno potrebbe essere come le verità di Gaspare Spatuzza sugli anni delle stragi siciliane: scompaginare gli assetti e rovinare chi ormai pensava di aver scampato il carcere a vita.

Rileggendo le sentenze salta fuori che capi dello spessore di padrini come Raffaele Amato, Arcangelo Abete, Cesare Pagano, Arcangelo e Guido Abbinante, ma anche lo stesso Paolo Di Lauro ed i figli Cosimo e il latitante Marco, hanno sulle spalle sentenze con pene esigue per associazione e droga. Quello di Gennaro Notturno, potrebbe essere un pentimento di verità, non interessato ai potenziali benefici di legge e sconti di pena, ma "ravvedimento puro, sussulto d’animo". Non è credibile che gente del calibro di Amato, Pagano, Abete e Abbinante non ordinassero omicidi e regolamenti di conti. Sarebbe come affermare che in un clan non vi è un livello apicale e una linea di comando, cosa falsa e non vera. Nonostante l’evoluzione "gassosa" delle organizzazioni camorristiche è davvero poco credibile che una guerra di camorra, come fu quella nella periferia a Nord di Napoli, avvenisse sull’onda dell’improvvisazione o del ‘fai da te’.

Mappa delle zone di Scampia e Secondigliano a Napoli, o foto di repertorio sulle faide

Le Confessioni nel Processo Mazzarella-De Bernardo e Anastasio per Traffico di Droga

Anche il processo di primo grado chiamato a fare luce sul fiume di droga che, sotto l’egida dei clan Mazzarella-De Bernardo e Anastasio, ha invaso la periferia est di Napoli e l’hinterland vesuviano, è entrato nel vivo con l’udienza celebrata ieri mattina davanti al gip Aufieri. A confessare sono stati:

  • Raffaele Anastasio
  • Fabio Annunziata
  • Antonio Baia
  • Clemente Correale
  • Enzo Cuozzo
  • Roberto De Bernardo
  • Rosario De Bernardo
  • Clemente De Cicco
  • Salvatore Esposito
  • Alessandro Lanzone
  • Salvatore Lanzone
  • Michele Mazzarella
  • Carmela Miranda
  • Francesco Scurti

Scena muta, invece, per Rosa Bova, Ferdinando Buonocore, Luigi Ciliberti, Fabio Civita, Salvatore Di Caprio, Carmine Martiniello e Antonio Menna. Le due organizzazioni criminali avrebbero così operato, rispettivamente, a Somma Vesuviana e a Sant’Anastasia, sempre sotto l’egida del clan Mazzarella, che ad oggi eserciterebbero un capillare controllo del territorio.

Il "Cambiamento" dei Boss e le Confessioni Improvvise in Aula

Non devono sfuggire neppure le strane confessioni che avvenivano nel bel mezzo dei processi o all’ultima udienza dove davanti ai giudici si pronunciava la formula: “Ammetto gli addebiti”. Il primo a farlo è stato Gennaro Marino, alias Genny McKay. Dopo aver contestato per anni l’accusa di essere il mandante del duplice omicidio di Fulvio Montanino e Claudio Salierno (28 ottobre 2004, il delitto che segnò l’inizio alla guerra degli Scissionisti contro il clan Di Lauro), chiese la parola dal carcere di Cuneo, dov’è rinchiuso al 41 bis, e in videoconferenza disse al presidente della corte d’assise di Napoli: “Mi assumo le mie responsabilità degli addebiti che mi vengono contestati, e sono spiacente per questo dal profondo del cuore. Purtroppo non mi resta che chiedere scusa alle famiglie delle vittime”. Poi smentì di aver ordinato l’uccisione dei parenti di un pentito e concluse: “Purtroppo ero un’altra persona, oggi sono un’altra persona. Non lo rifarei. Grazie presidente”.

Anche Cesare Pagano e il nipote Carmine Pagano seguirono lo stesso copione. Altri improvvisamente si autoaccusavano con la frase: “Per un fatto di coscienza sono innocenti di questa storia, non sanno niente”. Anche Enzo Notturno, parente di ‘o sarracino, sbotta dalla cella: “Dopo tanti anni di detenzione ho riflettuto e ritengo di ammettere le mie colpe in questo processo, pertanto vorrei chiedere scusa alle famiglie delle vittime. Grazie”. Ora, per molti, la "fiction" delle confessioni di comodo sembra essere al capolinea.

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