La Collaborazione di Giustizia di Francesco Oliverio: Dichiarazioni e Contesto

Il Profilo del Collaboratore e l'Inizio della sua Attività

L’ipotesi su cui si lavora alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro è di quelle inquietanti, e rimanda dritta alla Liguria: c’era un piano per colpire il pentito Francesco Oliverio, supertestimone nei processi di ’ndrangheta svoltisi in diverse regioni del Nord dal 2013 a oggi, in particolare nella provincia d’Imperia. Oliverio è autore di dichiarazioni circostanziate sui contatti fra i clan e due ex tesorieri della Lega Nord.

Originario di Belvedere Spinello in provincia di Crotone e sulla carta imprenditore edile, Francesco Oliverio, che all'epoca delle prime dichiarazioni aveva 46 anni (oggi 51), è stato a lungo esponente di primo piano del gruppo Marrazzo-Oliverio-Iona, con il ruolo di capo locale o "trequartino". Secondo quanto riportato, nel 2012 (o nella primavera 2013) ha iniziato la collaborazione con i magistrati di Catanzaro, concentrandosi sulle ramificazioni della criminalità organizzata al Nord. Agli occhi dei giudici che via via incrocia, risulta «di elevatissima attendibilità e autore di resoconti precisi e dettagliati». Le informazioni da lui fornite sono state ritenute attendibili e utilizzate nel corso di importanti procedimenti giudiziari, tra i quali si cita il procedimento scaturito dall'indagine “La Svolta”.

Le Rivelazioni sulle Ramificazioni al Nord e i Contatti Politici

Le Prime Dichiarazioni a Genova e le Minacce al PM

Ascoltato il 21 agosto 2013 a Genova, Francesco Oliverio ha spiegato che il pm Giovanni Arena, titolare dell’indagine “La Svolta” sul potere di alcune famiglie nel ponente ligure (il cui processo si è chiuso con varie condanne), era nel mirino dei mafiosi, portando il magistrato sotto scorta.

Oliverio ha parlato non solo dei boss, ma anche di contatti con la politica. Ha fatto mettere a verbale che l’ex tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito, da tempo residente a Genova ma con origini calabresi e travolto in quegli anni da innumerevoli inchieste, «riciclava i soldi della ’ndrangheta». Quindi ha aggiunto: «Il suo predecessore (il riferimento è al chiavarese Maurizio Balocchi, deceduto nel 2010), oltre a favorire il riciclaggio, [della ’ndrangheta] deteneva anche le armi.»

Mappa della Liguria con evidenziate le aree di influenza della 'ndrangheta

La Testimonianza a Imperia e le Velate Minacce

Oliverio ha fatto molti nomi, citando con cognizione di causa affiliati pure nel Lazio e in Toscana. È stato ascoltato in aula a Imperia, dietro a un paravento, il 22 gennaio 2014. In quell’occasione ha ricevuto generici insulti da un imputato, Giuseppe Gallotta, che per questo è stato denunciato dai carabinieri e rinviato a giudizio. L’episodio era noto, ma molto meno quel che è successo dopo. Nel corso del dibattimento sulle intimidazioni, il giudice ha chiesto infatti di riesaminare le registrazioni della mattinata e d’isolare frasi in precedenza coperte da brusii e rumori di fondo. Così sono spuntati vari passaggi inquietanti attribuibili a Gallotta, che quasi sottovoce ha rimarcato «Ammazzato doveva essere...»

Il Ruolo nelle Inchieste "San Michele" e "Aemilia"

Le Minacce alla Famiglia nell'Inchiesta "San Michele" (Torino)

Uno scenario persino peggiore è stato descritto dai magistrati di Torino, che hanno certificato la validità delle dichiarazioni di Oliverio in merito ad alcuni esponenti di clan piemontesi nell’inchiesta denominata “San Michele”. Essi hanno rivelato che «La famiglia di origine, e in particolare il fratello Luigi, ha fatto giungere al collaboratore, alla madre e al figlio minacce di morte».

Il Racconto degli Sfratti Forzati e il Controllo del Territorio nel Processo "Aemilia" (Rho)

Francesco Oliverio ha raccontato al processo “Aemilia” scene surreali, descrivendo un blitz nel campo rom con kalashnikov e dinamite, tutto per far saltare in aria una roulotte disabitata, intimidire i nomadi e costringerli a lasciare l'area. Oliverio, ex capo della locale di Belvedere Spinello e della ‘ndrina distaccata di Rho, ha dichiarato: «Con i kalashnikov siamo entrati nell’accampamento degli zingari. Il Comune di Cornaredo non riusciva a sfrattarli e noi li abbiamo cacciati in una notte [...]. Perché c’erano delle donne che andavano a rubare ai vecchietti e noi questa cosa non la sopportavamo. Glielo abbiamo detto una, due, tre volte. Poi gli abbiamo messo una stecca di dinamite sotto una roulotte disabitata, l’abbiamo fatta saltare e il mattino dopo non c’era più nessuno. Perché la ‘ndrangheta con il popolo ci sa fare. Con il consenso ci sa fare e questo torna utile al momento delle elezioni.»

Questo raid, secondo il collaboratore di giustizia, è scattato dopo una truffa, e Oliverio ha raccontato di essere stato contattato da Pasquale Brescia (imputato nello stesso processo).

Speciale "Processo Aemilia" su Nettuno Tv - Prof.ssa Pellegrini, Lorenzo Benassi Roversi

Gran parte della testimonianza del pentito è legata alla locale di Rho, realtà che, stando alle sue dichiarazioni, sarebbe stata molto attiva in quegli anni. «Già nel 2004, prima di essere ucciso, Carmine Arena voleva fare un rimpasto della ‘ndrangheta nella nostra zona (Belvedere Spinello e Valle di Neto, nel crotonese, ndr) e aveva interesse a riattivare il locale di Rho, perché era già attivo nel ’90», ha dichiarato Oliverio. «Venne sospeso dopo l’omicidio di Gaetano Aloisio, all’epoca capo locale della cittadina. Sapevamo che dovevano partire grossi appalti legati a Expo. Pubblicamente non era venuto fuori ancora nulla, però noi già lo sapevamo. Si parlava che sarebbero stati espropriati i terreni in quelle zone.»

Il progetto poi non andò in porto: Oliverio decise di non mettersi a capo della locale e di creare una propria 'ndrina distaccata che rispondeva direttamente alle cosche Belvedere Spinello, rieservandosi alcune attività, come il traffico di droga, il movimento terra e il controllo dei venditori ambulanti. Per non essere indebolito, Oliverio avrebbe esercitato un controllo su tutte le attività anche grazie all'aiuto di alcuni membri infedeli delle forze dell'ordine: «I miei camion», ha dichiarato, «non li hanno mai fermati. Viaggiavano in centro, considerando che da lì non avrebbero potuto passare. Noi davamo la lista con le targhe per avere i permessi e non li fermavano. Perché i vigili “mangiavano”. Non solo i vigili. Anche polizia e carabinieri.» Le dichiarazioni del pentito hanno scatenato reazioni a Rho, e Marco Tizzoni, vicepresidente della commissione antimafia del parlamentino, ha chiesto una seduta per analizzare ed approfondire la veridicità delle dichiarazioni.

L'Accusa di Corruzione contro Giancarlo Pittelli

Il Contesto dell'Interrogatorio e l'Identikit di Pittelli

Un verbale d’interrogatorio, risalente al 18 febbraio 2014 e avvenuto a Salerno, ha avuto come unico ed esplicito soggetto nel mirino l’avvocato Giancarlo Pittelli, noto legale di Catanzaro ed ex parlamentare. Pittelli è stato indagato e posto agli arresti domiciliari nell’ambito di “Rinascita Scott”. Per la Procura di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, Pittelli è considerato «l’uomo dei due mondi» capace di collegare la ‘ndrangheta del limbadese Luigi Mancuso e la massoneria. Stessa accusa è mossa ad Agostino Marrazzo. Il verbale è stato depositato il 21 febbraio 2014 in aula dalla Dda di Catanzaro durante un processo che vede imputati circa 350 persone.

Foto di un'aula di tribunale durante un processo di mafia

La Descrizione del Presunto Episodio Corruttivo

Oliverio racconta un presunto episodio corruttivo che vede al centro proprio l’avvocato Pittelli, asserendo che i suoi cugini (Sabatino Marrazzo, fratello di Agostino, e una volta Geremia Iona, fratello di Massimiliano) gli avrebbero detto «me ne stanno facendo sborsare soldi. Però almeno speriamo che per l’omicidio puoi stare sereno che vanno assolti». Oliverio descrive l'episodio come «detto da loro perché io non mi sono seduto con l’avvocato Pittelli», e durante l'interrogatorio non ricorda nemmeno il nome di battesimo: "Giancarlo?" chiede il pm. "Giancarlo no", risponde Oliverio. Il ragionamento prosegue perché «Pittelli aveva nello studio un certo modo.. il figliastro del dottor Lombardi (Mariano Lombardi, ex procuratore di Catanzaro, defunto nel 2011) di Catanzaro.»

Le Lacune nella Testimonianza e il Meccanismo Incompleto

La descrizione di Oliverio rimane generica e vaga anche quando il pm chiede di scendere nel dettaglio e fornire particolari, ad esempio, su come l’avvocato Pittelli avrebbe potuto intervenire sul processo: «No, non mi hanno detto questi particolari.» Il procuratore ha cercato di porre altre domande per scalfire il velo del ricordo, interessato a capire il meccanismo con cui, attraverso il pagamento di 50mila (poi si parla anche di 90mila) euro, si poteva raggiungere il giudice competente del processo di Iona e Marrazzo. Da quanto emerge dal verbale, il pm si rende conto che «è relativo» il fatto che il «figliastro» di Lombardi lavorasse nello studio di Pittelli. Il magistrato della Dda di Salerno ha aggiunto: «Le hanno detto, per meglio dire, le hanno detto queste persone la funzione che aveva questo magistrato il cui figlio stava nello studio dell’avvocato Pittelli? Cioè che funzione che compiti aveva, era un magistrato della Procura?» La risposta di Oliverio è stata secca e corretta: «La Procura mi hanno detto.» Da qui l’ovvia considerazione del magistrato inquirente: «Sa perché le faccio questa domanda? Perché volevo capire come avrebbe la Procura potuto garantire la assoluzione.» La parola è tornata a Oliverio, che senza capacità di rispondere analiticamente ha replicato che «non me la sono fatta la domanda perché dico non so come funziona la Procura. Magari un magistrato può avere l’amicizia con un presidente e sistemano la situazione.»

L'Esito Giudiziario del Processo "Ciclone"

La parte finale della conversazione tra il pubblico ministero e il collaboratore di giustizia è stata dedicata all’esito del processo, “il risultato”: l’assoluzione per l’omicidio. Infatti, nel 2005 Iona è stato assolto in primo grado, mentre Marrazzo ha ricevuto 24 anni. La sentenza per il cliente di Pittelli (Iona) non è stata appellata dalla Procura. Condannato per lo stesso processo (denominato “Ciclone”, indagine del 2003) Giuseppe Pizzutto all'ergastolo; assolti invece Giurino Iona, Giovanni Passalacqua, Carmelino Russano, Umberto e Martino Comito.

Il resto dell’impianto accusatorio non ha retto in secondo grado: il 25 maggio del 2007, la Corte d'assise d'appello ha pronunciato due assoluzioni, per Marrazzo e Pizzuto, dopo aver riaperto l'istruttoria dibattimentale su richiesta della difesa. Pittelli non è comparso nel collegio degli avvocati che hanno assistito Marrazzo e Pizzuto in Appello. I legali hanno ottenuto l'espletamento di una perizia sulle intercettazioni, all'esito della quale il perito ha concluso per l'impossibilità di procedere alla comparazione delle voci per insufficienza del materiale fonico, quello stesso materiale che era stato invece determinante in primo grado. La Corte ha scagionato i due imputati ma l'Ufficio di procura ha proposto ricorso in Cassazione: i giudici romani, dopo pochi mesi, hanno annullato quella pronuncia d'appello, rinviando gli atti a Catanzaro per un nuovo giudizio.

Nel verbale di Oliverio non c’è traccia di tutti i passaggi procedurali: il collaboratore riferisce di venire a sapere solo dopo dell’assoluzione di Marrazzo, quando la sua collaborazione era già iniziata. Ad ogni modo, sono i giudici romani a far ritornare il processo a Catanzaro nonostante l’avvocato, oggi omissato nel verbale, «era appoggiato bene in Cassazione». Coerentemente con il dettato del collaboratore, il processo si sarebbe dovuto arrestare nella capitale: sarebbe bastata la conferma della decisione. Invece la palla è ritornata nel capoluogo calabrese. Qui il sostituto procuratore generale Massimo Lia ha concluso la propria requisitoria chiedendo la condanna all'ergastolo sia per Pizzuto che per Marrazzo, ma il collegio presieduto dal giudice Fortunato Rosario Barone (consigliere Marco Petrini), a giugno del 2011 ha accolto le richieste della difesa assolvendo Pizzuto e Marrazzo. Il collaboratore è stato successivamente sentito in sede di esame dai pm Annamaria Frustaci e Antonio De Bernardo, e successivamente sottoposto a controesame da parte delle difese, in particolare quella di Giancarlo Pittelli.

Le Minacce e la Richiesta di Protezione

Le Pressioni della 'Ndrangheta e l'Interrogazione Parlamentare

Francesco Oliverio, dopo il pentimento e la decisione di collaborare con la giustizia, ha denunciato più volte la situazione di pericolo che si stava creando attorno a sé, in particolare a causa di pressioni che la ’ndrangheta ha esercitato sulla sua persona utilizzando il figlio naturale e la madre del ragazzo, L.R.J.. Tali pressioni erano considerate molto pericolose per l'esito dei procedimenti penali in cui sono state acquisite le testimonianze di Oliverio, dal momento che avrebbero potuto indurre il collaboratore a ritrattare, con «grave nocumento per la giustizia e il contrasto della criminalità organizzata, nonché per il bilancio dello Stato».

Illustrazione simbolica di famiglia sotto minaccia o protezione testimoni

Il collaboratore Oliverio ha più volte rappresentato i suddetti fatti al nucleo operativo protezione (NOP) di competenza. Inoltre, sempre a suo avviso, le condizioni economiche del suo nucleo familiare, incluso nel circuito di protezione, nonché le condizioni di salute di alcuni suoi membri, risultavano essere particolarmente critiche. Dal 2013 a Francesco Oliverio non era consentito incontrare il figlio naturale, anche per accertarsi del suo stato di salute, nonostante le ripetute richieste al NOP.

A seguito di queste preoccupazioni, è stata presentata un'Interrogazione a risposta scritta 4-05428 (Lunedì 7 luglio 2014, seduta n. 258) dai deputati NUTI e NESCI al Ministro dell'interno e al Ministro della giustizia. Le domande vertevano su:

  1. Se non si intendesse garantire la protezione, oltre che di Oliverio, anche della moglie e del figlio, assicurando loro la sicurezza e la serenità.
  2. Se non si intendesse autorizzare Oliverio a incontrare il figlio naturale, fatto che poteva essere importante anche per la formazione del minore.
  3. Quali iniziative si intendessero intraprendere per assicurare che il minore, figlio del collaboratore di giustizia, si sviluppasse in un ambiente adeguato, lontano da pressioni psicologiche, discriminazioni e altri atteggiamenti o comportamenti che potessero comprometterne la libertà di giudizio e di scelta.

Le Conseguenze Legali per Oliverio

La Richiesta di Condanna per l'Agguato a Giovanni Tersigni

Il pm della Procura di Crotone, Pasquale Festa, ha chiesto dieci anni di reclusione per il collaboratore di giustizia Francesco Oliverio, ritenuto mandante dell’agguato a Giovanni Tersigni. Tersigni, 36enne crotonese, ha perso la vita il 7 settembre 2019. Sono stati chiesti inoltre: 20 anni di carcere ciascuno per Cosimo Berlingieri, il killer che sparò con una pistola Beretta calibro 7.65, e Paolo Cusato; altri 15 anni e 8 mesi per Dimitar Dimitrov Todorov, l’autista della “Citroen C3” sulla quale viaggiò il commando da Catanzaro a Crotone; e infine, 15 anni di carcere a testa per Giuseppe Passalacqua, ritenuto il basista dell’imboscata, e Cosimo Damiano Passalacqua. Tutti devono rispondere di concorso in omicidio volontario ma senza l’aggravante mafiosa, così come proposto dallo stesso pm in aula. Le condanne richieste per i 6 componenti del gruppo di fuoco sfiorano i 100 anni di detenzione.

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