La Contemplazione di Gesù Cristo: Via alla Felicità e all'Unione Divina

La ricerca della felicità e del riposo è universale, ma spesso gli uomini non sanno come raggiungerli. Il Signore Gesù Cristo riporta l'uomo sul cammino, affermando: «Io sono venuto perché le mie pecore abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Credere in Cristo non significa essere già giunti in patria, ma iniziare a camminare sulla via che conduce alla vera felicità, una via che si percorre tramite l'amore di Dio e del prossimo.

La Felicità Cristiana e la Natura dell'Amore Divino

La vita di cui Cristo è portatore ha un nome biblico profondo: amore. La Scrittura ci rivela che «Dio è amore; chi rimane nell’amore, rimane in Dio e Dio rimane in lui» (I Gv 4,16). L'amore, nella sua essenza, basta a se stesso, piace per se stesso e in ragione di se stesso; è merito e ricompensa a se stesso, non cercando fuori di sé né la sua causa né i suoi frutti, poiché goderne è il suo frutto stesso. Sant’Agostino sottolinea che tutti amano, ma il problema fondamentale è discernere cosa si ama e scegliere ciò che merita il nostro amore. È cruciale evitare una comprensione "orizzontale" dell'amore. San Paolo ammonisce: «Se anche donassi tutti i miei beni ai poveri e non avessi la carità, questo non mi gioverebbe a nulla» (1Cor 13,3). La vera carità è il segno distintivo dei discepoli di Cristo: «È dall’amore che avrete gli uni verso gli altri che vi riconosceranno come miei discepoli» (Gv 13,35).

Amare, prima di tutto, non è essere eroici nel disinteresse, una perfezione che giunge solo alla fine. Amare è, al contrario, essere attratti, sedotti, catturati. Cristo stesso era consumato dal bisogno di offrirsi a Dio, proclamando la sua dipendenza e la sua "inutilità". Sulla terra, la sua vita nascosta era un canto d’amore e di lode al Padre. Dio non chiede nulla, poiché Egli non riavrà mai ciò che ci ha donato. Tuttavia, c'è una cosa che Dio non avrà mai senza il nostro permesso: la persona stessa. Per questo, amare non è più donare cose, ma cedere a una seduzione, unire delle persone. Amare è lasciarsi attrarre, sedurre, catturare; lasciarsi prendere e "possedere" da colui che si ama. Questa unione di persone costituisce il primo e fondamentale articolo del Credo cristiano: «Credo in unum Deum».

Non può esistere una vita cristiana autentica se non è riferita a questa volontà di Gesù di fare uno con noi. San Giovanni della Croce insegna che l'anima deve comprendere che il desiderio di Dio in tutti i doni che le fa è quello di disporla all’unione divina. Gesù Cristo non solo ha fatto la volontà del Padre sottomettendosi a Lui e a tutte le cose per amore, ma ha anche posto tutta la sua contentezza e felicità in questo, dicendo: «Mio nutrimento è di fare la volontà di colui che mi ha mandato», indicando che non aveva niente di più desiderabile o delizioso del fare la volontà del Padre Suo.

Gesù Cristo in preghiera, con un'aureola di luce e amore che si irradia, in uno stile che evoca unione divina e contemplazione.

Grazia, Merito e la Rivelazione di Cristo

L'uomo è stato creato per amore, e senza l'amore di Dio, la sua esistenza cesserebbe. Come afferma Sant’Agostino, Dio, coronando i nostri meriti, corona i suoi stessi doni. Partecipare alla natura divina è la causa e la misura della nostra santità. Tuttavia, con il peccato originale è sorta l'idea di "merito" inteso come portare qualcosa che Dio non avrebbe, entrando in una contrattazione con Lui e scambiando lo statuto di figlio con quello di fornitore. Questo ha introdotto una costante eresia nella storia della Chiesa: quella di pretendere di "guadagnare il cielo" come si guadagna il pane.

In realtà, Dio ha deciso di ricompensare solo le proprie opere, non le nostre, coronando nel Regno dei Cieli solo quelle che provengono da Lui. L'idea stessa di "meritare" annienta l'amore. La volontà d'unione con Dio anticipatamente merita tutto, e perciò non abbiamo bisogno di meritare nulla. San Francesco di Sales afferma: «Ecco perché io non amo affatto di volere sempre guardare al merito - se non possiamo servire Dio senza meritare (cosa impossibile), dovremmo desiderare di farlo!» L’unico merito che avremo mai è quello di Gesù Cristo. Non è la grandezza delle nostre azioni a renderci graditi a Dio, ma l'amore con il quale le compiamo. Le opere buone, quindi, non servono per appellarsi al momento della morte, ma per ottenerci la grazia di una maggiore fiducia e speranza in Dio solo. È la misericordia di Dio, i meriti di Gesù Cristo, e l'intercessione dei santi che contano, non la minima cosa che faccia confidare in se stessi o nelle proprie opere.

L'origine di tutti i nostri mali non risiede in un male "in sé", poiché Dio ha creato tutto buono. L'infelicità si radica nel peccato, cioè nel vivere in funzione di cose alle quali attribuiamo una falsa esistenza. La paura, ad esempio, è una fuga dal reale. Il rimedio è esigente quanto semplice: seguire la volontà di Dio non per sottomissione servile, ma per un amore filiale, certi che il Padre vuole solo la nostra felicità. Chi ama Dio in totale purezza non ha nulla da temere; anche nell'inferno, con il puro desiderio di Dio, troverebbe il Regno dei Cieli e la beatitudine.

La Vita Cristiana come Risurrezione Continua

Molti cristiani oggi commettono l'errore di esprimere il cuore della loro fede con la formula: "Io muoio e in seguito risusciterò", annullando le parole di Gesù: «Chiunque vive e crede in me non morirà mai» (Gv 11,26), e «colui che ascolta la mia parola e crede in Colui che mi ha mandato è passato dalla morte alla vita» (Gv 5,24). Questo denota una profonda incomprensione della speranza cristiana.

Il Nuovo Testamento non parla mai di "morte" in riferimento alla fine della vita terrena del cristiano, ma di "addormentarsi", spesso "nel Signore". Da qui l'uso del termine "cimitero", che in greco significa "dormitorio". La liturgia, purtroppo, in alcune traduzioni, ha modificato i testi biblici, aggiungendo "nella morte" all'idea di addormentarsi, trasformando così il riposo in Cristo in un funerale. La prospettiva cambia radicalmente se si considera la fine della vita terrena come un tuffo nella morte o come un addormentarsi nelle braccia di Gesù. Non è "la morte" a venire a prenderci, ma il buon Dio.

La vita sulla terra dopo il peccato originale è paragonabile a una malattia mortale, come suggerisce Genesi 2,17: «Se tu mangi del frutto, morirai di morte!». L'obiezione che i cristiani vadano comunque nella tomba come gli altri è comprensibile, ma il cristianesimo propone la risurrezione non come un evento futuro universale (riservato ai pagani), ma come un processo continuo, cominciato al battesimo e che si concluderà nella Parusia. Come il seme che cade nella terra non muore, ma si trasforma sotto la spinta di una nuova vita, così la risurrezione è una trasformazione che porta segretamente le spighe del raccolto futuro, assumendo tutta la sostanza del primo seme.

Contemplazione: Un Dialogo d'Amore con Dio

La vita cristiana invita l'uomo ad essere anima contemplativa nel bel mezzo della strada e del lavoro, attraverso un colloquio costante con Dio. La vita occulta di Gesù a Nazaret, fatta di anni intensi di lavoro e preghiera, dimostra che il lavoro professionale, la famiglia e le relazioni sociali non sono un ostacolo alla preghiera continua, ma diventano occasione e mezzo per un rapporto intenso con Dio. Si arriva a un punto in cui è impossibile distinguere tra lavoro e contemplazione.

I primi cristiani seguivano questa via di contemplazione nella vita ordinaria: «quando passeggia, parla, riposa o legge, il credente prega», scriveva Clemente di Alessandria. San Gregorio Magno attestava che «la grazia della contemplazione non si dà ai grandi e non ai piccoli; ma la ricevono molti grandi, e anche molti piccoli, sia tra quelli che vivono ritirati dal mondo che tra le persone sposate». Il Magistero della Chiesa ha ribadito questa dottrina, sottolineando che «le attività giornaliere si presentano come un prezioso mezzo di unione con Cristo, potendo divenire ambito e materia di santificazione, terreno di esercizio delle virtù, dialogo d’amore che si realizza nelle opere».

La Contemplazione dei Figli di Dio

Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che «la contemplazione di Dio nella sua gloria è chiamata dalla Chiesa visione beatifica» (n. 1028). Di questa contemplazione piena di Dio, propria del Cielo, si può avere un anticipo sulla terra, un inizio imperfetto che, pur diverso dalla visione, è già una vera contemplazione di Dio. San Paolo scrive: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto» (1 Cor 13,12). Questa contemplazione "come in uno specchio" è resa possibile dalle virtù teologali: fede e speranza vive, informate dalla carità, le quali «ci fanno gustare in anticipo la gioia e la luce della visione beatifica, fine del nostro pellegrinare quaggiù» (CCC, n. 163).

La contemplazione è una conoscenza amorosa e gioiosa di Dio e dei suoi disegni, manifestati nelle creature, nella Rivelazione soprannaturale e pienamente nella Vita, Passione, Morte e Risurrezione di Gesù Cristo nostro Signore. San Giovanni della Croce la definisce «Scienza d’amore», una chiara conoscenza della verità ottenuta non dal ragionamento, ma da un’intensa carità. L'orazione mentale è un dialogo con Dio, un "parlare con Lui" di gioie, tristezze, successi, insuccessi e debolezze, per conoscerlo e conoscersi, un "stare insieme". Questo rapporto tende a semplificarsi con l'aumento dell'amore filiale, fino a non richiedere più parole, né a voce alta né interiori. Le parole vengono meno, l'intelletto si acquieta; non si discorre, si ammira. Questa è la contemplazione: un modo di pregare attivo ma senza parole, intenso, sereno, profondo e semplice, un dono concesso a chi cerca Dio con sincerità e mette tutta l'anima nel compimento della Sua Volontà.

Illustrazione simbolica del cuore umano che si apre a un raggio di luce divina, con elementi che richiamano la semplicità e il silenzio nella preghiera.

Sotto l'Azione dello Spirito Santo

Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo inabita nell’anima in grazia; siamo templi di Dio. Con la Grazia divina, diventiamo figli e il Paraclito ci unisce al Figlio, che ha assunto la natura umana per renderci partecipi della natura divina. Come prova che siamo figli, Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito di Suo Figlio, che grida: «Abbà! Padre!» (Gal 4,4-6). In questa unione con il Figlio, non siamo soli, ma formiamo il Corpo mistico di Cristo, chiamati a esserne membra vive e strumenti per attrarre altri, partecipando al sacerdozio di Cristo.

La vita contemplativa è la vita propria dei figli di Dio, un'intimità con le Persone Divine che si riversa nel desiderio apostolico. Lo Spirito Santo infonde in noi la carità che ci permette di raggiungere una conoscenza di Dio altrimenti impossibile, poiché «chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1 Gv 4,8). Chi più ama, meglio lo conosce, dato che questa carità soprannaturale è una partecipazione dell’infinita carità che è lo Spirito Santo, il quale «scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio» (1 Cor 2,10).

Questo Amore con la maiuscola instaura una stretta familiarità con le Persone Divine e una conoscenza di Dio più acuta, rapida, certa e spontanea, in profonda sintonia con il cuore di Cristo. La crescita dei Doni dello Spirito Santo (Sapienza, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietà e Timore filiale) accresce questa familiarità con Dio e dispiega la pienezza della vita contemplativa. In particolare, il Dono della Sapienza - il primo e il più grande - ci concede non solo di conoscere e credere alle verità rivelate, ma di assaporarle, di conoscerle con un «certo sapore di Dio». La sapienza (sapientia) è una sapida scientia: una scienza che si gusta, un sapere che si raggiunge solo con la santità. San Josemaría invita a meditare un testo di San Paolo che propone un programma di vita contemplativa: «Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscer l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio» (Ef 3, 17-19).

I doni dello Spirito Santo: la Scienza

Meditazione e Contemplazione: Distinzioni e Percorsi

La contemplazione è via di unione spirituale mistica, mentre la meditazione è via di perfezione. Nella filosofia precristiana, come nel neoplatonismo, il termine Theoria assumeva un valore più razionale, indicando l'atto del pensiero che produce intuizioni razionali. Con il cristianesimo, essa divenne un riflettere dell’anima su se stessa per purificarsi e avvicinarsi a Dio. Successivamente, con il tomismo e l’intellettualismo, si intese come un'azione dell'intelletto che genera l’Amore; nel volontarismo di San Bonaventura e Duns Scoto, come Amore che genera Amore, una forma superiore di conoscenza e intuizione della verità.

Nella tradizione cristiana, la contemplazione è definita da San Tommaso d'Aquino come «uno sguardo semplice sulla verità». Essa non costituisce un fine in sé, ma è una mediazione per ottenere l'unione con Dio, ciò che conta in maniera incondizionata è la carità. L'attività contemplativa, sebbene subordinata alla carità, gioca un ruolo importante nella vita cristiana. È lo slancio naturale verso Dio Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, un accogliere Dio interiormente per mezzo dello Spirito.

La Sacra Scrittura narra importanti versetti sulla relazione tra uomo e Dio, dalla descrizione della vocazione di Isaia (Is 6,1-13) alla conoscenza spirituale (gnosis) di cui parla Paolo nel Nuovo Testamento, una luce che entra dentro e lo Spirito che trasforma in una vita nuova in Gesù. L'uomo sa di essere realmente figlio dell'immenso amore di Dio Padre (1 Gv 3,1) e di poterlo chiamare confidenzialmente «Abbà Padre!» (Rm 8,15). Il Figlio ha rivelato il Padre, e solo attraverso la comunione con il Figlio si può conoscere appieno Dio. Esiste un legame indissolubile tra la "Conoscenza di Dio", la "Fede" e l'"Obbedienza al Suo progetto fondato da regole e comunione" (comandamenti e unione comunitaria).

Forme di Contemplazione e la Distinzione tra Meditazione e Contemplazione

Vi sono tre forme principali di contemplazione:

  1. La preghiera liturgica della Chiesa.
  2. La preghiera contemplativa personale, meditativa, la lectio divina (silenzio, lettura di testi sacri, meditazione, contemplazione).
  3. La contemplazione mistica (acquisita o infusa/passiva).

La vita cristiana è anche vita attiva. Gesù, nella vicenda delle sorelle Marta e Maria, dove Marta serviva e Maria ascoltava, sostiene Maria nel nutrimento dell’anima. La contemplazione è un avvicinamento a Dio, mentre la vita attiva apostolica è un portare Dio al mondo. La contemplazione è consentire all’Amore di Dio di entrare in noi, che Egli, amandoci, ci colma del Suo essere, delle Sue caratteristiche e virtù, in una comunicazione e comunione. Essendo la contemplazione pura un ricevere, è pura opera di Grazia divina, indipendente da noi.

Santa Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce distinguono meditazione e contemplazione. La meditazione è come acqua che giunge da indotti artificiali, parole dettate da Dio con l'intermediazione del nostro intelletto. Teresa d'Avila la definisce «un discorso fatto con l'intelletto». La contemplazione, invece, è il nutrimento di Dio che, senza l’intermediazione dell’intelletto, agisce direttamente nell’anima, accrescendo lo spirito, l’Amore e la coscienza. Nelle discipline cristiane, la meditazione è un'azione della mente, mentre la contemplazione è un'azione squisitamente dell'Anima. Il termine "meditare" (dal latino meditari, "curare") significa "rimanere a lungo sopra l'oggetto di un pensiero".

La contemplazione cristiana è un disporsi a una via "unitiva" con Dio in modo soprannaturale. La contemplazione acquisita è anche chiamata contemplazione naturale o preghiera del cuore, o ancora "contemplazione di raccoglimento" (Teresa d'Avila), o "semplice sguardo" e "semplice presenza di Dio".

Per nutrir l'anima, occorre abituarsi a un semplice e amoroso sguardo in Dio e in Nostro Signore Gesù Cristo, separandola dolcemente dal ragionamento, dal discorso e dalla moltitudine degli affetti, per tenerla in semplicità, rispetto e attenzione, avvicinandosi così a Dio. La meditazione è utile all'inizio della vita spirituale, ma l'anima, con la fedeltà alla mortificazione e al raccoglimento, riceve un'orazione più pura e intima, detta di semplicità, che consiste in una semplice vista, sguardo o attenzione amorosa verso un oggetto divino.

Nella contemplazione, l'anima, lasciando il ragionamento, si serve di una dolce contemplazione che la tiene quieta, attenta e capace delle operazioni e impressioni divine che lo Spirito Santo le comunica; fa poco e riceve molto; il suo lavoro è dolce e più fruttuoso, avvicinandosi alla fonte di ogni luce, grazia e virtù. Questa orazione comprende due atti essenziali: guardare e amare; guardare Dio o qualche oggetto divino per amarlo, e amarlo per meglio guardarlo.

Con il progredire spirituale, avviene una semplificazione: i ragionamenti, inizialmente necessari per acquisire profonde convinzioni, diminuiscono e poi vengono soppressi, sostituiti da uno sguardo intuitivo dell'intelletto. Le verità fondamentali della vita spirituale diventano così certe e fulgide, afferrate con uno sguardo complessivo. Anche gli affetti si semplificano: da numerosi e vari, si concentrano in un solo e medesimo affetto dominante, come l'amore intenso per Dio Padre o la Passione di Nostro Signore, o Gesù nell'Eucaristia, o il pensiero di Dio presente nell'anima, il cui oggetto diventa come un'idea fissa. Questo profondo raccoglimento permette all'anima di guardare il Dio di amore e maestà, e tutta l'adorabile Trinità che si degna di entrare in essa.

La Contemplazione di Cristo nella Catechesi Moderna

L’educazione alla fede sta attraversando un evidente momento di crisi. La trasmissione della fede è essenziale per l'uomo, più del pane materiale. Il cristianesimo oggi è spesso sconosciuto o frainteso, con un diffuso analfabetismo sulla fede cristiana e una critica crescente che penetra nella mentalità comune. La catechesi, quindi, non può prescindere da questa realtà.

La "proposta della fede" è il primo "punto focale" nell'iniziazione cristiana. Proporre la fede oggi significa conquistare i cuori, toccarli, mostrare al cuore la desiderabilità della fede e alla ragione la verità del cristianesimo. Non si tratta solo di parlare della fede, ma di fondarla, farla nascere e desiderare, annunciandola e non solo enunciandola. Questo è il fondamento della catechesi di iniziazione cristiana. Il magistero di Papa Emerito Benedetto XVI si è rivelato profetico in questa prospettiva, proponendo sempre di nuovo il cristianesimo senza darlo per presupposto, evidenziando la "novità" e la "differenza" cristiana.

Come ben espresso da G.K. Chesterton, la fede cristiana è come una chiave che «può aprire la prigione del mondo intero, e far vedere la bianca aurora della salvezza». La sua forma è peculiare e non arbitraria, e la sua verità si manifesta nel fatto che «corrisponde alla serratura; perché è come la vita». La catechesi deve non solo nutrire e insegnare la fede, ma anche suscitarla incessantemente, aprire i cuori, convertire e preparare un'adesione globale a Gesù Cristo, anche per coloro che sono alle soglie della fede (Giovanni Paolo II, Catechesi tradendae 19). La "prima evangelizzazione" deve essere continua, poiché le nuove generazioni hanno bisogno di riscoprire la bellezza della fede con occhi nuovi in ogni fase della loro vita.

Il senso e il fine del catechismo è l’incontro personale col Signore Gesù, con il Suo amore che salva, il Suo perdono che cura le ferite, e il Suo sguardo che fa sentire amati e custoditi. Non si vive la fede da soli, ma in una comunità viva che sostiene e accompagna. È fondamentale introdurre e vivere i Sacramenti come doni efficaci di Dio. I genitori e gli educatori hanno il compito di aiutare i bambini ad avere gli stessi atteggiamenti di Gesù, coltivando la gratitudine e il perdono. Per contemplare Dio è necessario purificare il cuore, poiché «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). Chiediamo alla Madonna che ci ottenga dallo Spirito Santo il dono di essere contemplativi in mezzo al mondo, un dono che ha abbondato nella sua santissima vita.

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