La Luce che Trasforma: Commento al Vangelo della IV Domenica di Quaresima

La liturgia della Quarta Domenica di Quaresima, tradizionalmente chiamata "Laetare", invita alla gioia e alla riflessione profonda sul tema dell'illuminazione. In questa fase del cammino quaresimale, il tono austero della penitenza si attenua, e il colore delle vesti del sacerdote cambia dal viola al rosa, colore dell'alba che annuncia il sorgere del sole. È un invito a rallegrarsi, a gioire, come proclama l'antifona d'ingresso: «Rallegrati, Gerusalemme».

Un'immagine simbolica dell'alba con sfumature rosa e viola che si fondono nel cielo, a rappresentare la Domenica Laetare

Il Vangelo della Quarta Domenica: La Guarigione del Cieco Nato (Giovanni 9)

Il Vangelo di questa domenica ci presenta il celebre episodio della guarigione dell'uomo cieco dalla nascita (Giovanni 9,1-41). Questo racconto diviene una vera e propria pedagogia verso la fede cristologica, mettendo in risalto aspetti fondamentali della vita di fede, speranza e carità. La narrazione si svolge a Gerusalemme, nel contesto della grande festa giudaica delle Capanne, un momento in cui si invocava l'acqua come dono di Dio per la vita piena.

Il Vangelo del giorno: Giovanni 9 (Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona)

L'Incontro Inatteso e lo Sguardo di Gesù

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita. I suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Gesù rispose: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».

Il protagonista del racconto è l’ultimo della città, un mendicante cieco dalla nascita, che non ha mai visto il sole né il viso di sua madre. Così povero che non ha nulla, possiede solo se stesso. Gesù non vede anzitutto un malato, ma un uomo, un anthropon. L'incontro inizia con uno sguardo non inficiato dai pregiudizi, siano anche quelli della teologia, della cultura, delle abitudini mentali. A differenza dei discepoli che in un certo senso non vedono nemmeno un cieco, bensì solo il problema che la cecità pone loro, Gesù vede lo scarto della società, l'ultimo, l'invisibile. Egli non passa oltre, per lui ogni incontro è una meta. Nel Vangelo, il primo sguardo di Gesù non si posa mai sul peccato, ma sempre sulla sofferenza della persona.

Gesù non giudica, si avvicina. Di fronte alla disgrazia, non dà risposte teoriche, ma assume la realtà come appello, affermando che anche nella disgrazia è possibile agire umanamente e santamente. Il male dell'uomo viene realisticamente assunto come luogo in cui Gesù può narrare lo sguardo di Dio sull'uomo e compiere l'azione di Dio. Il suo è uno sguardo diametralmente opposto a quello colpevolizzante, uno sguardo che dice interesse per la sofferenza umana e volontà di cura conforme al desiderio di Dio.

Il Gesto Terapeutico e la Nuova Creazione

Senza che il cieco gli abbia chiesto nulla, Gesù fa del fango con polvere e saliva, come creta di una minima creazione nuova, e lo stende su quelle palpebre che coprono il buio. I gesti terapeutici compiuti da Gesù richiamano evidentemente il testo della creazione dell'uomo in Genesi 2. In questo racconto di polvere, saliva, luce, dita, Gesù è Dio che si contamina con l’uomo, ed è anche l’uomo che si contagia di cielo; abbiamo uno sguardo meticcio, con una parte terrena e una parte celeste. Non è un gesto di magia, ma un gesto umanissimo: l'uomo non vedente si sente toccato da Gesù, sente le sue dita e il fango sui propri occhi, sente di poter mettere fiducia in chi lo ha “visto” e lo ha riconosciuto come una persona nel bisogno.

Poi gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Siloe» - che significa Inviato. Quell’uomo andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Il mendicante cieco si affida al suo bastone e alla parola di uno sconosciuto, si affida quando il miracolo non c’è ancora, quando c’è solo buio intorno. A differenza di Naaman con Eliseo, egli crede alle parole di Gesù come parole potenti, efficaci, e così trova quella vista che mai aveva avuto. Il quarto Vangelo descrive in appena due versetti la guarigione, senza indugiare sui particolari.

Illustrazione di Gesù che spalma fango sugli occhi del cieco nato, enfatizzando il gesto di

Il Percorso del Cieco Guarito: Dalla Cecità Fisica alla Fede Autentica

Da quando è stato guarito dalla cecità, tutto comincia a essere tremendamente più complicato per lui. Tutte le persone che conosceva e con cui aveva rapporti ora si distanziano da lui. I vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Egli rivendica con forza la propria identità: "Sono io, che prima ero cieco e ora ci vedo". Era riconosciuto finché era un mendicante cieco: ora il mutamento lo rende irriconoscibile. Questo evento scatena un vero e proprio processo contro Gesù, un processo in contumacia, perché egli non è più presente accanto all'uomo guarito.

Condussero dai farisei quello che era stato cieco. I farisei gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”». Il contatto basilare si è stabilito: egli riconosce l'uomo che l'ha trattato umanamente, arriva a riconoscere chi l'ha riconosciuto come uomo. I farisei si interrogano più a fondo, ma non credono. Tuttavia si rimettono al cieco domandandogli: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». E quest’uomo avanza nella sua comprensione dell'identità di Gesù: è un profeta. Proprio l'interrogatorio a cui è sottoposto da chi lo sta processando lo conduce a capire meglio chi sia Gesù.

La Cecità dei "Vedenti": Il Confronto con i Farisei

La posizione dei farisei non solo non progredisce, ma regredisce. Essi non credono che fosse stato cieco e poi guarito. Per non farsi mettere in discussione dal segno, cercano di negare che sia avvenuto un prodigio. Convocano perciò i genitori di quell’uomo e li interrogano: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco?». I genitori riconoscono il fatto della guarigione, ma non si vogliono sbilanciare, e questo per paura. Essi credono ma non testimoniano, si rifiutano di assumere le conseguenze pratiche del fatto avvenuto. Il timore dell'espulsione dalla sinagoga li porta a scegliere ciò che loro conviene, non sono abbastanza liberi per testimoniare.

I farisei sono sempre più aggressivi. Intimano all'uomo di dire la verità e di riparare all'offesa fatta alla gloria di Dio. La loro posizione è quella di chi detiene un potere e lo difende aggredendo. Hanno deciso che la non osservanza del sabato è l'elemento portante su cui far leva: «Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Dicono: Dio vuole che di sabato i ciechi restino ciechi! Niente miracoli il sabato! Mettono Dio contro l’uomo, ed è il peggio che possa capitare alla nostra fede. Per difendere la dottrina negano l’evidenza, per difendere la legge negano la vita. Sanno tutto delle regole morali e sono analfabeti dell'uomo. Anziché godere della luce, preferirebbero che tornasse cieco, così avrebbero ragione loro e non Gesù.

Caricatura o illustrazione che mostra dei farisei con occhi chiusi o benda, in contrasto con l'uomo guarito che vede chiaramente

La Vera Gloria di Dio

L'uomo guarito conferma, con buon senso: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Dalla certezza della propria esperienza, a cui egli rimane attaccato saldamente, ora passa a interpretare il tutto in modo esplicito: «Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla». Per quest'uomo, Gesù è un inviato da Dio. Ma questo gli costa l'espulsione dalla sinagoga. La gloria di Dio non sono i precetti osservati, e invece no, gloria di Dio è un mendicante che si alza, un uomo che torna a vita piena, «un uomo finalmente promosso a uomo» (P. Mazzolari). La gloria di Dio è un uomo con la luce negli occhi e nel cuore. Gesù sovverte la vecchia religione divisa e ferita, ricuce lo strappo, unisce il Dio della vita e il Dio della dottrina, e lo fa mettendo al centro l'uomo.

L'Approdo alla Fede e il Giudizio di Gesù

L’uomo compie l’ultimo passo verso la fede. Incontra Gesù, non sapendo nulla del Figlio dell’uomo, ma non appena Gesù gli dice: «Lo hai visto: è colui che parla con te», egli crede e adora: «Credo, Signore!». Il vederci passa attraverso l’ascolto, mentre la cecità è dovuta a difetto di ascolto. Quando diventiamo discepoli, inesorabilmente, non siamo più le persone di prima, siamo irriconoscibili. Gesù allora, conosciuta questa fede, dice ad alta voce: «Io sono venuto in questo mondo per un giudizio, del quale è in corso il processo. Sono venuto perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi».

I farisei si lasciano interpellare dalle parole di Gesù e con timore chiedono: «Siamo ciechi anche noi?». Forse intuendo che questa è una possibilità reale anche per loro. Ma Gesù risponde che il problema non è la cecità, ma la presunzione, il ritenersi nel giusto: è questa inossidabilità che chiude nel peccato. Accettare lo sguardo di Gesù su di noi significa imparare a vedere noi stessi in verità. Altrimenti, se siamo impegnati a difendere ad ogni costo le nostre certezze, allora non lasciamo spazio per ascoltare e impediamo che in noi si apra una breccia che ci conduce ad accogliere l’azione rinnovatrice di Dio.

Il Vangelo del giorno: Giovanni 9 (Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona)

La Luce nel Mondo e la Necessità di Rinascere (Giovanni 3: Nicodemo)

Le letture di questa Quaresima sono dominate dal tema della luce. Gesù è la luce del mondo. La luce è venuta nel mondo ma gli uomini hanno preferito le tenebre. In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

L'Incontro Notturno con Nicodemo

Questo vangelo intimo e raccolto ci mostra Nicodemo, un capo giudaico e maestro in Israele, che ha grande stima di Gesù e vuole capire di più, ma non osa compromettersi e si reca da lui di notte, ovvero di nascosto. Gesù rispetta la paura di Nicodemo, non si perde nei limiti della sua poca coerenza, ma mostrando comprensione per la sua debolezza, lo trasforma nel coraggioso che si opporrà al suo gruppo. Gesù trasforma, credendo nel cammino dell'uomo più che nel traguardo, puntando sulla verità umile del primo passo più che sul raggiungimento della meta lontana. La terza via di Gesù è il rispetto che abbraccia l’imperfezione, la fiducia che accoglie la fragilità e la trasforma. Nicodemo con la sua logica terrena non riesce ad entrare in dialogo con Gesù che gli presenta la necessità di rinascere dall'alto per vedere/entrare nel Regno di Dio! Si tratta di compiere un percorso spirituale ed esistenziale ancora ignoto all'erudito Nicodemo.

"Dio ha tanto amato il mondo"

In quel dialogo notturno Gesù comunica l’essenziale della fede: Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio è l'amante che ti salva. Dio ha considerato il mondo, ogni uomo, più importante di se stesso. Per acquistare me ha perduto se stesso. Perché il mondo sia salvato: salvare vuol dire conservare, e nulla andrà perduto, non un sospiro, non una lacrima, non un filo d’erba; non va perduta nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza, nessun gesto di cura per quanto piccolo e nascosto. Se potrò impedire a un Cuore di spezzarsi, non avrò vissuto invano. Il Padre che ci ama non chiede né sacrifici, né penitenza, né intransigenza morale, né tanto meno sforzi per superare i propri umani limiti, tant’è che “non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”. La condizione indispensabile è la fede in Cristo, nella sua Parola.

Rinascere "Dall'Alto" e la Confusione dello Spirito

Gesù prosegue: «Dovete nascere dall’alto: io vivo delle mie sorgenti, ed ho sorgenti di cielo da ritrovare. Allora potrò finalmente nascere a una vita più alta e più grande, e guardare l’esistenza da una prospettiva nuova, da un pertugio aperto nel cielo, per vedere cosa è effimero e cosa invece è eterno». Quello che nasce dallo Spirito è Spirito. Chi è nato dallo Spirito non solo ha lo Spirito ma è Spirito. Non solo è tempio dello Spirito, ma è della stessa sostanza dello Spirito. Ogni essere genera figli secondo la propria specie. Ebbene, anche Dio genera figli secondo la specie di Dio. In questa confusione tra Spirito di Dio e spirito dell'uomo, si rivela un mistero straordinario. La conclusione del brano odierno riprende il motivo del conflitto Luce-Tenebre e sottende un monito che ci mette in guardia dal ritenerci già salvi in quanto credenti, diversamente da chi, ancora, o, solo apparentemente, non crede. La logica mondana da cui siamo purtroppo tutti pervasi ci spinge a preferire le tenebre alla luce.

Riflessioni Generali sulla Fede e la Vista Spirituale

La Fede: Una Nuova Visione

«Ero cieco e ora ci vedo». Aver fede è acquisire «una visione nuova delle cose» (G. Vannucci). Dicono che la fede sia cieca, la droga dei popoli, la grande fuga dalla realtà. Sbagliano. La fede ci vede benissimo. La fede porta il dolore del mondo e lo sopporta guardandolo in faccia, senza nessun anestetico. Ogni bambino che nasce “viene alla luce”, ognuno è una mescolanza di terra e di cielo, di polvere e di luce divina. «Noi tutti nasciamo a metà e tutta la vita ci serve per nascere del tutto» (M. Zambrano). La nostra vita è un albeggiare continuo. Gesù è il custode delle nostre albe, il custode della pienezza della vita e seguirlo è rinascere. L'illuminazione avviene per gradi, ma inizia sempre con un incontro. Quando una nuova vita nasce o si realizza qualche bella idea si dice che "è venuta alla luce".

Le Nostre Cecità Contemporanee

Siamo tutti come ciechi in cerca della luce. Leggendo il Vangelo di questa quarta domenica, mi viene spontaneo pensare che il cieco rappresenti ognuno di noi. Siamo ciechi, corriamo verso un precipizio e non ce ne rendiamo conto. Davanti a noi, solo il buio. E continuiamo a correre. Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere, ma purtroppo ci sono tanti ciechi nella nostra vita. In un certo senso tutti nasciamo ciechi perché molte cose non le vediamo. Non siamo coscienti di non vedere e di conseguenza non cerchiamo di guarire. Possiamo anche far finta di niente ed illuderci che vada tutto bene. Accettare lo sguardo di Gesù su di noi significa imparare a vedere noi stessi in verità.

Accogliere il Cambiamento e la Verità

L'uomo che era cieco ora vede, cioè sa: sa di essere stato guarito da Gesù, sa che Dio non ascolta il peccatore ma chi fa la sua volontà. La domanda è: sappiamo accogliere il mutamento della persona? La rivelazione di Gesù è che Dio ha considerato il mondo, ogni uomo, più importante di se stesso. Dio ha tanto amato, e noi con Lui siamo chiamati non a salvare il mondo, ma a salvarlo, non a convertire le persone, ma ad amarle. Se non per sempre, almeno per oggi; se non tanto, almeno un po'. Il cammino di conversione è una reale illuminazione, come chi sta in una stanza buia da tutta una vita e, d'improvviso, qualcuno spalanca le ante e lascia entrare la luce. La stanza è la stessa ma ora forme, colori, spazi hanno un significato diverso.

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