La quarta domenica di Pasqua è tradizionalmente dedicata alla figura di Gesù come il "Buon Pastore". Questa immagine, profondamente radicata nella vita palestinese del tempo di Gesù, è centrale per comprendere la sua missione e la relazione che Egli desidera stabilire con l'umanità. Il Vangelo di Giovanni (Gv 10,27-30) ci presenta un legame speciale tra il Signore e ciascuno di noi, descritto attraverso tre verbi fondamentali: ascoltare, conoscere e seguire.

L'Immagine del Pastore nel Contesto Evangelico
Il pastore è un’immagine tratta da un genere di vita che oggi non è più abituale. Per comprenderla dobbiamo far riferimento alla vita palestinese del tempo di Gesù. L’ovile era un grande recinto delimitato da sassi accatastati senza calce. Alla sera, vari pastori, tornando dai pascoli, accompagnavano le pecore dentro l’ovile, e durante la notte vegliavano per difenderle dai lupi e dai ladri. Al mattino, ogni pastore entrava nel recinto e chiamava le proprie pecore, ed esse seguivano il proprio pastore perché conoscevano il timbro della sua voce.
Gesù prende il pastore come immagine della sua missione. Nonostante i pastori fossero considerati una categoria "abietta" nella società, davanti a Dio non esistono tali distinzioni; tutti indistintamente siamo amati e abbiamo dignità davanti a Lui. Gesù dice: «Io sono il buon pastore», sottolineando che esistono anche i cattivi pastori, i mercenari, i venditori di menzogna, di violenza e di immoralità.
La Voce del Buon Pastore: Ascolto e Riconoscimento
Com’è possibile conoscere la voce del Signore? Qual è il timbro della sua voce? Gesù stesso scioglie l’enigma e dice: «Io sono il buon pastore e do la vita per le mie pecore». Non così il mercenario, che fugge quando si avvicina il pericolo perché le pecore non sono sue e non gli importa nulla di esse.
Il pastore buono è colui che dà la vita. Pertanto, riconoscono la sua voce coloro che, vincendo la gravità dell’egoismo, si convertono a dare la vita. Chi pensa a sé ostinatamente non potrà mai riconoscere Dio, perché Dio è altruismo infinito. Chi si preoccupa solo di accumulare non potrà mai riconoscere Dio, perché Dio è colui che dona tutto se stesso. C’è una vera incompatibilità tra Dio e l’egoista, l’avaro, l’orgoglioso.
3 minuti di Vangelo. Il buon pastore
Conoscenza e Sequela: La Via della Carità
Ascoltare Gesù diventa la via per scoprire che Egli ci conosce. Conoscere, in senso biblico, vuol dire anche amare. Il Signore, mentre "ci legge dentro", ci vuole bene, non ci condanna. Se lo ascoltiamo, scopriamo questo amore profondo. Infine, le pecore che ascoltano e si scoprono conosciute, seguono il Signore, che è il loro pastore. Chi segue Cristo, va dove va Lui, sulla stessa strada, nella stessa direzione, si interessa di chi è lontano, prende a cuore la situazione di chi soffre, sa piangere con chi piange, tende la mano al prossimo, se lo carica sulle spalle.
La vita viene presentata come un cammino verso un incontro finale, dove la carità è l’unico “biglietto d’ingresso”. La vera felicità si trova nel donarsi agli altri e nel servire i poveri, in netto contrasto con la ricerca di benessere e divertimento che spesso caratterizza la società occidentale. Una comunità impregnata di carità è terreno fecondo per le vocazioni.
La Vita Cristiana: Un Cammino di Dono e Solidarietà
Dominique Lapierre ha notato tra la gente poverissima di Calcutta, aiutata da anime eroiche, una gioia che non si vede più nei volti tesi dei paesi cosiddetti ricchi, perché lì la gente conosce la solidarietà e l’altruismo. L’uomo è stato ingannato credendo che il benessere e il divertimento diano felicità. Non è il benessere che rende felici, ci rende felici fare il bene.
Nei primi anni ’90, un missionario in Perù ha fondato il “Movimento dei servi dei poveri del terzo mondo” per offrire ai giovani della civiltà del benessere la possibilità di provare la gioia servendo i poveri, affinché in questa esperienza ritrovino lo scopo vero della vita. Sulla via della carità nascono le vocazioni, perché chi ama sente la voce del pastore ed è pronto a dare la vita con lui.
La Vocazione e il Servizio
Il problema delle vocazioni è legato agli atteggiamenti e ai comportamenti di una comunità cristiana. In questo compito di salvare le anime, Cristo risorto si fa visibilmente presente anche attraverso gli uomini che ha costituito pastori con Lui: il papa, i vescovi, i sacerdoti. Ma anche ogni cristiano deve sentirsi in qualche modo pastore degli altri, cioè responsabile della loro vita e salvezza. Non si tratta di comandare, ma di servire; e neppure di saper parlare, ma di dare buon esempio.
Chi accoglie veramente Cristo e accetta il suo modello di vita avverte l’esigenza di dire il suo “sì” incondizionato all’invito del Signore per seguirlo nella stessa missione. Questa vocazione o chiamata è già implicita nel dono della vita e si esplicita con il battesimo: essa consiste nel servire con lo stesso amore totale di Cristo gli altri. Non ha certo la stoffa del chiamato chi fa professione di egoismo e di individualismo.

Le Mani di Dio: Sicurezza e Speranza
Gesù ci promette la vita eterna e ci assicura che nessuno potrà strapparci dalla sua mano o da quella del Padre. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Questa è la vita eterna: che conoscano Te, l’unico vero Dio, e Gesù Cristo che hai mandato. La conoscenza qui non è puramente intellettuale, ma una relazione di autentica intimità, che esige impegno e responsabilità, premura e amore.
L’essere di Dio è un essere-per-l’altro. Dio va in cerca della pecora smarrita e quella ferita la mette sulle spalle. Dio non è un mercenario a cui importano solo la propria sicurezza e sopravvivenza. La logica di Dio è del tutto opposta a quella del mercenario, che fugge quando si accosta il pericolo o il nemico. L'amore in Dio si chiama Padre, Figlio e Spirito. È un legame impegnativo, perché implica la missione, l’obbedienza e il dono della vita.
Dalle Letture della Liturgia
Dagli Atti degli Apostoli (At 13,14.43-52)
Paolo e Bàrnaba, arrivati ad Antiòchia in Pisìdia, predicarono nella sinagoga. Molti Giudei e proseliti seguirono Paolo e Bàrnaba, che cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio. Il sabato seguente, quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. I Giudei, ricolmi di gelosia, contrastarono Paolo e Bàrnaba, che dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: "Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra"». I pagani si rallegrarono e glorificarono la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione, ma i Giudei suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio. I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (Ap 7,9.14b-17)
Io, Giovanni, vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. Uno degli anziani disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non soffriranno più né fame né sete, e non cadrà su di loro né il sole né vampa alcuna. Poiché l’Agnello, che è in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».