La Trasfigurazione di Gesù secondo Matteo: Un Commento Approfondito

La festa della Trasfigurazione del Signore, particolarmente cara alla tradizione monastica e celebrata in Oriente a partire dal IV secolo e in Occidente dall'XI, rappresenta un momento di profonda rivelazione nell'itinerario di Gesù. L'evangelista Matteo colloca questa scena in un momento delicato per gli apostoli. Gesù, infatti, poco prima aveva chiaramente annunciato loro la sua futura passione, morte e resurrezione a Gerusalemme (Mt 16,21), e aveva aggiunto che per seguirlo era necessario rinnegare se stessi, prendere la propria croce e perdere la propria vita per trovarla (Mt 16,24-25). Comprensibile era lo stupore e il timore dei discepoli davanti a tali avvertimenti gravi. Perciò, in questo episodio, Gesù vuole alimentare la loro speranza, manifestando la sua gloria davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni.

Il Contesto Narrativo: Mt 17, 1-9

Sei giorni dopo queste parole, "Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: 'Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia'. Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: 'Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo'. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: 'Alzatevi e non temete'. Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: 'Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti'."

Il Monte: Luogo della Rivelazione

Il monte è un'ambientazione tipica del Vangelo di Matteo e della tradizione biblica, un luogo privilegiato per le teofanie, le rivelazioni divine. È il luogo culmine delle tentazioni (Mt 4,8), da cui Gesù tiene il suo primo discorso (Mt 5), e da un monte si mostrerà ai discepoli risorto (Mt 28,16ss). Gesù compie un'elezione, e dei dodici prende con sé solo tre, tra i primi chiamati alla sequela (cf. Mt 4,18-22). Questi sono i discepoli più vicini a Gesù, già scelti come testimoni della resurrezione della figlia di Giairo (cf. Mc 5,37-43) e che saranno poi anche i testimoni della sua de-figurazione nell’orto del Getsemani, alla vigilia della passione (cf. Mt 26,36-46).

In questa salita sul monte, tradizionalmente identificato con il Tabor a partire dal II secolo, si riscontra l'eco di tutti i racconti di teofania dell'Antico Testamento: la rivelazione sui monti del Sinai e dell'Oreb a Mosè (cf. Es 19-34) e a Elia (cf. 1Re 19,1-18), e la "montagna della dimora del Signore elevata al di sopra dei monti" (Is 2,2; Mi 4,1). Questa ascensione è finalizzata a un evento decisivo in cui i discepoli beneficeranno di un'epifania che riguarda il loro maestro, poco prima confessato da Pietro come Messia (cf. Mt 16,16).

Illustrazione del Monte Tabor con Gesù, Mosè, Elia e i discepoli

La Trasfigurazione di Gesù: Gloria e Anticipazione

Mentre Gesù era in preghiera, "fu trasfigurato" (Mt 17,2), subendo un mutamento di forma nei vestiti e nel corpo. Si tratta di un "passivo teologico", che indica l'azione diretta di Dio. Il verbo greco metamorphoō (μεταμορφόω) racchiude l'idea di forma (morphē), suggerendo un "fu trasformato" che rivela la sua vera natura. A differenza di Luca, che usa un'espressione più neutra ("L'aspetto del suo volto divenne altro" - Lc 9,29), Matteo enfatizza il volto di Gesù che "brillò come il sole" e le sue vesti che "divennero candide come la luce".

Questa descrizione esclusiva di Matteo richiama l'immagine che l'evangelista aveva già usato a proposito dei giusti che "splenderanno come il sole nel regno del Padre loro" (Mt 13,43). Secondo alcuni studiosi, la Trasfigurazione mostrerebbe già ora, attraverso Gesù, quale sarà la sorte di tutti i giusti. Il volto splendente di Gesù è paragonabile a quello di Mosè quando scendeva dal monte Sinai senza accorgersi che la pelle del suo viso era raggiante (Es 34,29-35).

Se Paolo nell'inno della Lettera ai Filippesi confessava: "Colui che era nella forma di Dio... prese la forma di schiavo" (cf. Fil 2,6-7), nella Trasfigurazione colui che aveva la forma di schiavo riprende la sua forma di Dio e risplende di luce divina. Questa è la "gloria" di Dio, la pienezza traboccante della vita divina, che rifulge su Gesù. È la sua gloria segreta, la vitalità infinita che abitualmente si nascondeva sotto un'umanità comune, e che ora esplode all'esterno, seppure per un attimo. I discepoli, estasiati da tanta bellezza, rimangono "inchiodati". Il Padre fa intravedere a Gesù e ai tre discepoli un "assaggio" di quella gloria che, risorgendo dai morti, possederà per sempre dal mattino di Pasqua.

Dipinto della Trasfigurazione di Gesù con Mosè ed Elia

Mosè ed Elia: Testimoni della Legge e dei Profeti

In quel momento "si aprono i cieli" (cf. Mt 3,16) e appaiono Mosè ed Elia in dialogo con Gesù. Essi rappresentano la Legge e i Profeti, sintetizzando tutte le Scritture di Israele, l'Antico Testamento, e sono accanto a Gesù come testimoni e interpreti. Nel loro "parlare insieme" a Gesù, mostrano un'autentica interpretazione spirituale: Gesù è l'ermeneuta della Legge e dei Profeti che sempre, "cominciando da Mosè e da tutti i Profeti, spiega in tutte le Scritture ciò che si riferisce a lui" (cf. Lc 24,27). Luca specifica che Mosè ed Elia "parlavano con Gesù del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme" (Lc 9,31). Questo dialogo testifica la necessitas passionis di Gesù, indicandolo come il Servo del Signore che deve passare attraverso l'abbassamento e l'innalzamento, e così mostra la continuità della fede tra Antica e Nuova Alleanza.

La Reazione di Pietro e la Nube Luminosa

Nella straordinarietà del momento, Pietro, stordito e sedotto da ciò che vede, esclama: "Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia". La sua proposta esprime il desiderio umano di rimanere per sempre a contemplare la gloria di Dio, ma anche una certa incomprensione del cammino di dolore che attende Gesù. Pietro vorrebbe "fissare" quel momento di beatitudine e forse crede che sia giunta la fine dei tempi o pensa alle tende della festa delle Capanne, cariche di senso escatologico.

Mentre Pietro sta ancora parlando, "una nube luminosa li coprì con la sua ombra". Questo richiama la teofania del Sinai, dove la nube era simbolo della Presenza di Dio (cf. Es 19,16; 20,21; 24,15). Questa nube, che indicava la Dimora di Dio, passò sul tabernacolo costruito da Mosè nel deserto (cf. Es 40,34-35) e riempì il Santo nell'ora della dedicazione del tempio (cf. 1Re 8,10-12). È la Shekinah, la Presenza di Dio, interpretata dalla tradizione rabbinica come Presenza attraverso lo Spirito Santo. Il verbo episkiàzō (ἐπισκιάζω), usato per descrivere la nuvola che copre, è lo stesso impiegato per la tenda di Mosè nel deserto e per l'annunciazione a Maria, indicando la copertura della potenza divina. Non tre tende fatte da mano d'uomo, ma una nube divina è la risposta.

Immagine simbolica della nube luminosa che avvolge i discepoli

La Voce del Padre: "Ascoltatelo!"

Dalla nube della Presenza di Dio, ecco venire la voce del Padre, la parola di Dio: "Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo!". L'espressione "in lui ho posto il mio compiacimento" si potrebbe tradurre "in lui è la mia volontà di bene". Gesù aveva già ascoltato questa parola al suo battesimo, quando la voce aveva dichiarato a lui solo: "Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te mi sono compiaciuto" (Mt 3,17), ripetendo le parole dette sul Servo di YHWH: "Ecco il mio Servo che io sostengo, in cui si compiace la mia anima" (Is 42,1).

Ora, questo viene annunciato ai tre discepoli: colui che avevano seguito e ascoltato, Maestro, Profeta, Messia, è rivelato dal Padre come "Figlio amato" e "Servo del Signore". Attraverso questa rivelazione, Gesù appare insieme come il Messia intronizzato del Salmo 2 ("Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato": Sal 2,7) e come il Servo che Dio stesso presenta a Israele tramite Isaia (cf. Is 42,1). Qui si incrociano le diverse attese messianiche di Israele: quella di un Messia regale, di un Messia profetico e di un Messia escatologico.

Per questo risuona l'invito imperativo: "Ascoltatelo!", eco della parola di Dio sul profeta escatologico (cf. Dt 18,15) e dello Shema‘: "Ascolta, Israele…" (Dt 6,4). L'ascolto di Dio stesso è ormai ascolto di Gesù, del Figlio, Parola vivente di Dio. Mosè ed Elia, la Legge e i Profeti, cedono il posto a Gesù dopo avergli reso testimonianza, perché è lui ormai l'esegesi del Padre.

La Discesa dal Monte e il Silenzio del Mistero

All'udire la voce, i discepoli caddero con la faccia a terra, presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: "Alzatevi e non temete". Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. La visione svanisce e Gesù è di nuovo contemplato nella quotidianità umile della natura umana. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: "Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti". Questa gloria deve rimanere segreta prima della croce, perché è incomprensibile prima della resurrezione. L'estasi è, appunto, di breve durata e i discepoli si ritrovano con il Gesù di tutti i giorni, in viaggio verso Gerusalemme. La parola ricevuta diventa silenzio, un mistero da custodire fino al momento del suo pieno manifestarsi nella resurrezione.

Significato Teologico e Spirituale della Trasfigurazione

La Trasfigurazione è un'esperienza straordinaria, unica, per Gesù e per i suoi discepoli. Questo evento vuole infondere coraggio e fiducia in Gesù e nei discepoli di fronte alla prospettiva della sofferenza e della morte, mostrando che il cammino verso Gerusalemme e la croce non è lo sbocco ultimo e definitivo, ma un passaggio verso la gloria.

Contemplare la Trasfigurazione significa comprendere in profondità l'evento del Battesimo di Gesù: la parola di Dio rivela l'identità di Gesù come il Figlio di Dio che deve compiere il suo esodo, cioè patire, morire e risorgere. Allo stesso tempo, la Trasfigurazione annuncia ciò che accadrà a Gerusalemme, quando nell'ora della croce il centurione confesserà: "Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!" (Mt 27,54).

La Trasfigurazione è anche un mistero di luce che illumina l'intero corpo (Israele e la Chiesa; Mosè, Elia e i discepoli) insieme al Capo, Gesù. Ed è, infine, un mistero di trasformazione: il nostro corpo e questa creazione sono chiamati a essere trasfigurati, a diventare "altro". Il nostro corpo di miseria diventerà un corpo di gloria (cf. Fil 3,21), e la "creazione che geme e soffre nelle doglie del parto" (cf. Rm 8,22) conoscerà il mutamento in "cielo nuovo e terra nuova" (Ap 21,1). Ciò che è avvenuto sul monte Tabor in Gesù avverrà per tutti i credenti e per il cosmo intero alla fine della storia.

Papa Francesco ha colto due elementi significativi della Trasfigurazione: la salita e la discesa. Abbiamo bisogno di salire sulla montagna, in uno spazio di silenzio, per trovare noi stessi e percepire la voce del Signore nella preghiera. Ma non possiamo rimanere lì. L'incontro con Dio nella preghiera ci spinge a "scendere dalla montagna" e ritornare nella pianura, dove incontriamo tanti fratelli appesantiti da fatiche, malattie e ingiustizie. La Trasfigurazione non è solo un avvenimento futuro che il credente attende, ma nella sua vita è già in corso una misteriosa "trasfigurazione" del suo essere, un rapporto di progressiva assimilazione a Cristo attraverso l'amore. Questa Trasfigurazione traspare anche all'esterno in certi cristiani più maturi, offrendo momenti di manifestazione di Dio a chi non crede o è in ricerca, soprattutto attraverso l'amore scambievole (Gv 13,35).

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