L'Approccio di Sant'Agostino al Vangelo e alle Epistole di Giovanni
La santità del lettore conosce il sistema tenuto da sant'Agostino nel commentare il Vangelo di Giovanni secondo il criterio della lettura continuata. Tuttavia, i giorni delle solenni festività comportano una momentanea interruzione del ciclo già iniziato, poiché annualmente si leggono nella Chiesa particolari brani evangelici. In tale contesto, Agostino si è trovato a commentare l'Epistola del beato Giovanni, una buona occasione per ritornare a sentire la voce di colui di cui aveva momentaneamente messo da parte il Vangelo.
Il motivo principale di questo focus è che nell'Epistola di Giovanni "si tesse, più che in altri scritti, l'elogio della carità, su cui Giovanni ha detto molte cose, anzi pressoché tutto". Agostino afferma che chi ha conservato sano il palato del cuore può gustare il pane di Dio e gioire nell'ascoltarla. Per alcuni questa Epistola "sarà come olio gettato sul fuoco", nutrendo e facendo crescere la fiamma esistente. Per altri, "la lettura sarà come una fiamma che viene accostata all'esca", accendendo il fuoco che ancora manca, affinché tutti possano gioire insieme della medesima carità.
Il Verbo di Vita fatto Carne e la Testimonianza Apostolica
Il Verbo Eterno e la sua Manifestazione (1 Gv 1,1-2)
Giovanni proclama: "Quello che era da principio, quello che abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi e le nostre mani hanno toccato del Verbo di vita" (1 Gv 1, 1). Agostino spiega che "Uno che con le sue mani tocca il Verbo, può farlo unicamente perché 'il Verbo si è fatto carne ed abitò tra noi'" (Gv. 1, 14). Questo Verbo fatto carne, tangibile, iniziò ad essere carne nel seno della Vergine Maria. Non fu però allora che incominciò ad essere Verbo, poiché lo stesso Giovanni dice che il Verbo "era da principio", in perfetta armonia con il Vangelo che afferma: "In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio" (Gv. 1, 1).
Il "Verbo di vita" designa Cristo, ma "la vita stessa si è manifestata" (1 Gv. 1, 2) nella carne. Essa era fin dall'inizio, manifestata agli angeli, ma non ancora agli uomini. La Scrittura afferma: "L'uomo mangiò il pane degli angeli" (Sal. 77, 25). Dunque, la vita stessa si è manifestata nella carne affinché la realtà che solo il cuore può vedere fosse vista anche dagli occhi, guarendo così i cuori. "Solo col cuore si vede il Verbo, con gli occhi del corpo invece si vede anche la carne".

I Testimoni della Vita Eterna: I "Martiri" di Dio (1 Gv 1,2)
Giovanni dichiara: "Noi abbiamo veduto e siamo testimoni" (1 Gv. 1, 2). Agostino chiarisce che il termine greco per "testimoni" è "martiri", un vocabolo comune nel linguaggio religioso. I martiri di Dio "sopportarono tutte le sofferenze del martirio" per la loro testimonianza, che dispiacque agli uomini contro i quali era diretta.
Ma "Dove videro?" si chiede Agostino. "Nella sua manifestazione. Che significa nella sua manifestazione? Nel sole, cioè in questa luce visibile." Colui che fece il sole poté essere visto nel sole solo perché "ha posto nel sole la sua tenda e, quale sposo che esce dal talamo, balzò innanzi, come un gigante, verso la sua meta" (Sal. 18, 6). L'utero della Vergine fu la sua stanza nuziale, dove "si sono uniti lo Sposo e la sposa, il Verbo e la carne", adempiendo la Scrittura: "E saranno i due una sola carne" (Gen. 2, 24). Questo avviene perché "il Verbo si è fatto carne ed abitò tra noi".
Comunione con Dio attraverso la Fede (1 Gv 1,2-4)
"Noi - dice Giovanni - siamo testimoni e vi annunciamo la vita eterna che era presso il Padre e si è manifestata in noi, cioè in mezzo a noi; più chiaramente si direbbe: manifestata a noi. Le cose dunque che abbiamo visto e sentito le annunciamo a voi." Gli apostoli "videro presente nella carne il Signore stesso, da quella bocca raccolsero le sue parole e ce le hanno trasmesse". Sebbene noi non abbiamo visto, abbiamo sentito.
Agostino rassicura che non siamo meno fortunati, citando le parole di Gesù a Tommaso: "Tu hai creduto, perché hai visto: beati quelli che credono senza vedere" (Gv. 20, 25-29). In questo passo siamo noi ad essere indicati. La beatitudine preannunciata per le future generazioni si avvera in noi, "restiamo saldamente attaccati a ciò che non vediamo, perché essi che videro ce l'attestano." Il fine è: "Affinché anche voi abbiate comunione con noi. E la nostra comunione sia con Dio Padre e Gesù Cristo suo Figlio. Queste cose ve le scriviamo, affinché sia piena la vostra gioia" (1 Gv. 1, 2-4).
Dio è Luce e l'Ombra del Peccato
L'Annuncio: Dio è Luce, in Lui non ci sono Tenebre (1 Gv 1,5)
"Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui ed annunciamo a voi" (1 Gv. 1, 5). Gli apostoli toccarono il Verbo di vita, "Colui che dall'inizio era unico Figlio di Dio e divenne nel tempo visibile e tangibile". Cristo "volle insegnarci, che cosa mostrare? Che cosa annunciare? Ascoltiamo. Che Dio è luce e in lui non ci sono tenebre" (1 Gv. 1, 5; cf. Gv. 8, 12).
Agostino medita sulla natura di questa luce, distinguendola dalle luci create come il sole o la luna. "La luce di Dio dev'essere evidentemente qualcosa di superiore a queste luci, di più prezioso ed eccellente. Tanto questa luce deve stare al di sopra delle altre, quanto Dio dista dalla creatura". Possiamo essere vicini a questa luce "se conosceremo quale essa è, se ad essa ci accosteremo per esserne illuminati; poiché in noi stessi siamo tenebre, ma, illuminati da essa, possiamo divenire luce". Accostarsi significa riconoscersi peccatori, desiderare di essere rischiarati da quella luce. "Accostatevi a lui e siatene illuminati e i vostri volti non arrossiranno" (Sal. 33, 6). Non arrossirai se riconoscerai la tua miseria e la bellezza di quella luce.
Camminare nella Luce e la Purificazione (1 Gv 1,6-7)
Se Dio è luce e in lui non ci sono tenebre, e noi dobbiamo avere comunione con lui, allora "le tenebre che sono in noi devono essere disperse, affinché in noi ci sia la luce; tenebre e luce non possono stare insieme". Giovanni avverte: "Se diremo di essere in comunione con lui ma camminiamo nelle tenebre, siamo mentitori" (1 Gv. 1, 6). Paolo ribadisce: "Che comunanza c'è tra luce e tenebre?" (2 Cor. 6, 14).
Dinanzi alla realtà dei peccati, che sono tenebre (l'Apostolo chiama il diavolo "principi delle tenebre"), subentrano tristezza e disperazione. Tuttavia, la speranza è nell'unione con Dio. Agostino consola: "Se invece camminiamo nella luce, come lui stesso è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri" (1 Gv. 1, 7). E per i peccati commessi, Agostino prosegue: "E il sangue di Gesù Cristo, suo Figlio, ci purificherà da ogni delitto" (1 Gv. 1, 7). Questa è la grande certezza che Dio ci ha dato. Il diavolo aveva un credito di schiavitù per i nostri peccati, "ma col sangue di Cristo questo fu cancellato per sempre".

Il sangue di Cristo purifica "da ogni delitto". Coloro che professano la fede in Cristo vedono i loro peccati mondati, diventando "creature nuove" da "creature vecchie", passando dalla decrepita vecchiaia alla rinascita dell'infanzia spirituale. Questa remissione non è solo per i nuovi battezzati, ma è una promessa continua per tutti, anche dopo nuovi peccati commessi nel corso della vita.
La Confessione dei Peccati e la Verità (1 Gv 1,8)
Agostino conclude questa sezione con Giovanni: "Se diremo che in noi non c'è peccato, ci inganniamo ed in noi non c'è verità." "Se dunque ti confesserai peccatore, la verità è in te, poiché la verità è luce. Non splende ancora pienamente la tua vita dato che vi sono dei peccati; ma ecco, cominci ormai ad illuminarti poiché riconosci i tuoi peccati." Egli è "fedele e giusto per condonare" i nostri delitti.
Giovanni il Battista: La Voce che Precede il Verbo Eterno
La Distinzione tra Voce e Parola (Gv 1,1; 3,30)
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo, apprendiamo che "Giovanni è la voce. Del Signore invece si dice: «In principio era il Verbo» (Gv 1, 1). Giovanni è la voce che passa, Cristo è il Verbo eterno che era in principio." Agostino spiega l'analogia: "Se alla voce togli la parola, che cosa resta? ... La voce senza parola colpisce bensì l’udito, ma non edifica il cuore." Quando pensiamo, la parola è nel cuore; la voce serve a trasmettere quella parola al cuore dell'altro, poi il suono svanisce, ma la parola rimane. Questo processo riflette le parole di Giovanni: "Egli deve crescere e io invece diminuire" (Gv 3, 30). "Il suono della voce si è fatto sentire a servizio dell’intelligenza e poi se n’è andato quasi dicendo: Questa mia gioia si è compiuta."
Il Battesimo di Giovanni e il Battesimo di Cristo
Agostino sottolinea la differenza tra il battesimo di Giovanni e quello di Gesù: "Dov’è ora il battesimo di Giovanni? Lo impartì e poi se ne andò. Ma il battesimo di Gesù continua ad essere amministrato." Tutti crediamo e speriamo la salvezza in Cristo, come annunziò la voce. Giovanni fu scambiato per il Cristo, "la voce fu creduta la Parola", ma Giovanni "si riconobbe tale per non recare danno alla Parola", dicendo: "Io non sono il Cristo, né Elia, né il profeta." Egli dichiarò: "Io sono la voce di colui che grida nel deserto: Preparate la via del Signore" (cfr. Gv 1, 20-23). Questo grido serve a introdurre Cristo nel cuore, ma Lui non verrà se non si prepara la via, ovvero, "siate umili di cuore."
Il Ruolo del Precursore nel Piano Divino
Giovanni sembra interposto, "quasi limite dei due Testamenti, dell'Antico e del Nuovo". Il Signore stesso afferma: "La Legge e i Profeti fino a Giovanni Battista". Egli impersona l'Antico, nascendo da vecchi genitori, e si fa banditore del Nuovo, essendo chiamato profeta fin dal grembo materno. Il suo balzo di gioia nel grembo materno all'arrivo di Maria lo designa quale precursore. Il mutismo di Zaccaria, suo padre, è una "profezia latente", "segreta e impenetrabile" prima della predicazione di Cristo, che si apre con la venuta di Giovanni, così come "lo schiudersi della voce di Zaccaria nella nascita di Giovanni, così significa quello lo squarciarsi in due del velo del tempio quando Cristo muore".
Agostino cita il Padre che nella profezia dice: "Ho preparato una lucerna al mio Cristo" (Sal 131,17). Giovanni è questa lucerna, un araldo per il Salvatore, precursore per il Giudice venturo, amico per lo Sposo. Questa lucerna servì a coprire di vergogna i nemici di Cristo che cercavano un pretesto per incriminarlo, e non la fede. Quando Gesù chiese del battesimo di Giovanni, essi risposero: "Non sappiamo", rivelando le tenebre della loro mente. "Non sapete: vi trovate nelle tenebre, avete perduto la vista."

Cristo, pur essendo l'Eccelso, "trascende ogni creatura", "tutto ciò che ha ricevuto esistenza". Agostino ci invita a trascendere ogni cosa per fede e giungere al Creatore. "In principio era il Verbo. Non come creatura di cui si dice: In principio Dio creò il cielo e la terra. Per chi era in principio non esiste un tempo in cui non era." Questo Verbo, "nel quale è la vita di ciò che esiste, venne a noi". Egli venne a degli esseri indegni, "Cristo morì per gli empi", prendendo su di sé la natura dell'uomo per risanarla, ma non il peccato, perché "se avesse assunto il nostro peccato, a sua volta avrebbe avuto bisogno di un salvatore".
Nicodemo e il Mistero della Rinascita da Acqua e Spirito (Gv 3)
La Fede Imperfetta e la Visita Notturna
Nel Vangelo, Agostino analizza l'episodio di Nicodemo. "Molti credettero nel suo nome, vedendo i segni che egli faceva. ... Ma Gesù non si fidava di loro" (Gv 2, 23-24). Agostino si chiede il significato di ciò, poiché l'evangelista attesta la loro fede. Il motivo è che Gesù "conosceva tutti e non aveva bisogno che altri gli desse testimonianza sull'uomo; egli, difatti, sapeva che cosa c'era nell'uomo" (Gv 2, 24-25). L'Autore sapeva meglio della sua opera. L'esempio di Pietro, che non sapeva cosa c'era in lui quando affermò "Sono pronto a venire con te anche alla morte" (Mt 26, 33-34), mentre Gesù sapeva che lo avrebbe rinnegato tre volte, dimostra questa conoscenza profonda.
Nicodemo era "un notabile dei Giudei" che "si recò da Gesù di notte" (Gv 3, 1-2). Egli aveva creduto nel nome di Gesù, dicendo: "Rabbì, noi sappiamo che tu sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui." Nicodemo era dunque uno di quei "molti che avevano creduto nel nome di lui". Agostino pone la domanda: "già di fronte a Nicodemo domandiamoci perché Gesù non si era fidato di loro." Gesù rispose: "In verità, in verità ti dico: nessuno può vedere il regno di Dio se non nasce di nuovo" (Gv 3, 3). Dunque, "Gesù si affida a coloro che sono nati di nuovo". I catecumeni, pur credendo, non sono ancora pienamente "affidati" a Gesù, poiché non hanno ricevuto la rinascita per acqua e Spirito.

Nicodemo "si reca dal Signore, e vi si reca di notte; si accosta alla luce, ma la cerca nelle tenebre". Questo particolare è simbolico: quelli che rinascono, appartenendo al giorno, "erano tenebre, ed ora sono luce". Gesù si fida di questi, "ed essi non vengono a lui di notte, come Nicodemo, non cercano il giorno nelle tenebre."
La Confusione della Carne e la Sapienza Spirituale
Nicodemo, parlando "come chi è nelle tenebre della sua carne", non capisce ciò che gli dice la luce (Gv 1, 9). Alla parola di Gesù: "Nessuno può vedere il regno di Dio se non nasce di nuovo", Nicodemo domanda: "Come può un uomo nascere quando è già vecchio?" (Gv 3, 3-4). Egli è prigioniero della sua "sapienza carnale", incapace di gustare il sapore della carne di Cristo. Come per alcuni discepoli che si scandalizzarono sentendo Gesù dire: "Se uno non mangia la mia carne e non beve il mio sangue, non avrà in sé la vita" (Gv 6, 54), pensando a un atto cannibalesco, così Nicodemo non poteva elevarsi al di sopra della sua comprensione materiale.
Pietro, invece, quella "famosa pietra", rispose a Gesù: "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna" (Gv 6, 69). Nella bocca di Pietro, la carne del Signore aveva fatto sentire il suo sapore, una sapienza che Nicodemo, venuto di notte, non era ancora capace di gustare.
Le Due Nascite: dalla Carne e dallo Spirito
Agostino spiega che Nicodemo conosceva solo la nascita "da Adamo ed Eva", quella che "generano per la morte", "per la terra", "dalla carne", "da ciò che è mortale", "dall'uomo e dalla donna". Ancora non conosceva "quelli che generano per la vita", "da Dio e dalla Chiesa", "dal cielo", "dallo Spirito", "da ciò che è eterno".
Il Signore, infatti, dice: "Nessuno può vedere il regno di Dio se non nasce di nuovo da acqua e Spirito" (Gv 3, 5). Questo è il battesimo, figura del "Mar Rosso", che "significava il battesimo di Cristo" consacrato dal suo sangue. Attraverso il battesimo, Gesù conduce i credenti, "dopo aver ucciso tutti i peccati, come nemici che li inseguivano", alla "manna", che è "il pane vivo disceso dal cielo" (Gv 6, 51), ovvero Cristo stesso.
Caro Gesù (TV2000) - Conosci Gesù: i segni del Battesimo
Agostino conclude: "Vi sono, insomma, due nascite: Nicodemo ne conosceva una sola." Entrambe le nascite, quella carnale e quella spirituale, "sono uniche, e perciò irripetibili." Dobbiamo cercare di intendere la nascita spirituale così come Nicodemo comprese quella secondo la carne: "Può, forse, un uomo entrare una seconda volta nel seno di sua madre e rinascere?" Così, noi nasciamo una volta da Adamo, una volta da Cristo.
La Centralità di Cristo nella Salvezza e l'Amore del Padre
Cristo, Rivelatore Autentico e Definitivo (Gv 3,34)
Giovanni afferma: "Chi viene dall'alto è al di sopra di tutti. ... Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza" (Gv 3,31-33). Questo spiega perché nessuno dev'essere geloso della superiorità di Gesù: egli viene dall'alto, da Dio. Agostino sottolinea che Gesù "è l'unico autentico rivelatore definitivo inviato dal Padre. Chi accoglie la sua testimonianza costituisce la prova irrefutabile che Dio è veritiero, ossia si rivela veramente e autenticamente nel suo Figlio."
Il Dono dello Spirito e l'Amore Paternale (Gv 3,35)
Il v. 35 spiega perché Gesù può donare lo Spirito: "Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa." Sant'Agostino commenta: "Il Padre ama il Figlio, ma lo ama come Padre il Figlio, non come padrone il servo; lo ama come Figlio Unigenito, non come figlio adottivo. Per questo gli ha dato tutto in mano. Cosa vuol dire tutto? Vuol dire che il Figlio è potente quanto il Padre."
Nel v. 36 si prospetta la situazione di chi crede e chi non crede: "Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non crede nel Figlio non partecipa alla vita eterna." Agostino collega questo alla Prima Lettera di Giovanni: "Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita."
Dio Ha Tanto Amato il Mondo (Gv 3,16-18)
Nel Vangelo, Gesù disse a Nicodemo: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate." (Gv 3,16-18).
Queste parole, pur essendo un frammento del dialogo, rappresentano un ideale prolungamento della riflessione sulla centralità del Figlio nella storia della salvezza. "Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo" (Gv 3,13). Gesù è il Figlio Unigenito che può spiegare l'intimità di Dio (Gv 1,18), l'unico che svela il volto di Dio, la via che ci conduce a Dio. L'amore del Padre si rivela pienamente e definitivamente in Gesù, il fondamento di ogni vicenda umana. L'amore di Dio "non è solo al principio ma rimane in ogni tempo il principio, la sorgente da cui sgorga la vita".