La solennità di Pentecoste rappresenta il culmine e il compimento della Pasqua, celebrando la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e l'inaugurazione della missione della Chiesa. Questa festa, che affonda le sue radici nella tradizione giudaica, assume per i cristiani un significato trascendente, essendo il compimento della promessa di Cristo riguardo alla venuta dell'“altro Paraclito”.
Introduzione alla Solennità di Pentecoste
La Pentecoste è il compimento della Pasqua e della sua pienezza. Il racconto di Luca negli Atti degli Apostoli inizia con l'espressione: "Quando il giorno di Pentecoste fu compiuto", evocando l'idea di una pienezza che si realizza. L'odierna festa prende il nome dalla tradizione giudaica, dove, in ebraico, Shavuōt o "festa delle settimane" (sette settimane dopo la Pasqua), Israele commemorava il dono più prezioso che Dio aveva fatto al suo popolo: la Torah. La Torah era la strada della comunione con Dio e della libertà.
Con la Pentecoste cristiana, siamo giunti al compimento della Pasqua. Come per Israele la Torah è la strada della comunione con Dio e della libertà, così per i credenti in Cristo lo Spirito è la vita, che libera dalla legge del peccato e della morte per farci rivivere in Dio. La venuta dello Spirito sulla comunità cristiana primitiva è l'origine di un cammino nuovo, alla luce del Risorto. La liturgia odierna prevede che il cero acceso durante la veglia pasquale venga spento e non più collocato sull’altare, a significare il passaggio dal tempo pasquale al tempo della Chiesa guidata dallo Spirito.

La Pentecoste negli Scritti Biblici
La liturgia della Domenica di Pentecoste (Anno C) ci propone le letture da At 2,1-11; Rm 8,8-17; Gv 14,15-16.23b-26.
La Narrazione degli Atti degli Apostoli (At 2,1-11)
Luca, negli Atti, inizia il racconto della Pentecoste con l'espressione: "Quando il giorno di Pentecoste fu compiuto". Luca usa lo stesso verbo greco con lo stesso significato nel suo Vangelo: "Quando furono compiuti i giorni in cui sarebbe stato esaltato in alto, decise di partire per Gerusalemme" (9,51), e per il riempimento della barca nella tempesta sul lago (8,23). Questo trasmette l'idea di una pienezza che si realizza.
Luca descrive la Pentecoste con un linguaggio tipico delle teofanie. I fenomeni con i quali è descritta la discesa dello Spirito sono infatti auditivi ("fragore di vento impetuoso") e visivi ("apparvero loro lingue come di fuoco"), segni tipici delle teofanie dell’Antico Testamento (cfr. Es 19). Tuttavia, questo rimanda a una presenza misteriosa che non possiamo “controllare”. Dio/Spirito viene come “vento” che “soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va” (cfr. Gv 3,8), e come “fuoco” che arde senza consumare (cfr. Es 3,2-5).
L'evidenza primaria dell'azione dello Spirito si manifesta nel fatto che una moltitudine di popoli sente parlare nella propria lingua. Questa capacità di farsi capire in tutte le lingue umane rappresenta il superamento della torre di Babele, la tragedia della scissione di Babele. L’annuncio del Vangelo, traducendosi in diverse lingue ma rimanendo sempre uguale a se stesso, diventa annuncio di salvezza per tutti gli uomini, indicando così la via dell’universalità alla piccola comunità ancora ristretta nei confini, geografici e mentali, di Gerusalemme. La divisione delle lingue, origine di altre e spesso sanguinose divisioni, viene così superata e la separatezza ricomposta dallo Spirito crea di molti popoli un popolo solo. La missione della Chiesa inizia mossa e sorretta dallo Spirito, esattamente come accadde per Gesù (cfr. Lc 3 e 4), replicando il protagonismo dello Spirito agli albori del ministero pubblico di Gesù.
Il Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,15-16.23b-26; Gv 20,19-23)
Il Vangelo secondo Giovanni è il Vangelo del segno, della Rivelazione, della Carità e soprattutto dell’Amore che genera una dimora. Con la Pentecoste, siamo giunti al Dono dello Spirito come compimento dell’Amore. In Giovanni, lo Spirito è il primo dono della morte e risurrezione di Cristo, quindi compimento del suo Amore. L’evangelista continua a sviluppare il tema dell’Amore che è fonte e culmine del compimento di questa venuta dello Spirito.
Possiamo osservare una gradualità nell'invito all'amore. In primo luogo, l’invito di Gesù ha un aspetto comunionale, in cui Egli dice: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi manderà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» (v.15). Questo invito collettivo è una preparazione della comunità ecclesiale che vive solo e necessariamente dalla presenza dello Spirito in mezzo ad essa, mandato dal Padre e supplicato da Cristo. Lo Spirito rimane e agisce nella Chiesa, incoraggiando e consolando i discepoli nel primo annuncio di Cristo risorto a Gerusalemme, come raccontato nella prima lettura. È lo Spirito che dà vita alla Chiesa e assicura la missione dei suoi ministri nell’annuncio del Vangelo anche ora. Lo Spirito, simbolo dell’Amore, è garante della presenza di Cristo nel mondo e nella Chiesa, soprattutto per coloro che osservano i suoi comandamenti.
In secondo luogo, Gesù invita in maniera soggettiva, rendendo il suo invito più intimo e personale. Il frutto dell’amore soggettivo non è solo lo Spirito, ma soprattutto il divenire dimora del Padre e del Figlio Risorto: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (v.23). Lo Spirito Santo che il Padre manderà, insegnando ogni cosa e ricordando tutto ciò che Gesù ha detto, rende possibile questa dimora.
La scena che il vangelo di san Giovanni presenta (Gv 20, 19-23) si svolge la sera della Domenica della Resurrezione. I discepoli, sebbene consapevoli della resurrezione, sono ancora rinserrati in casa per paura. Gesù si presenta in mezzo a loro e compie quattro gesti fondamentali: dona loro la pace, li invita a contemplare le sue piaghe, affida loro la missione e, assieme a questa, la possibilità di perdonare i peccati. La chiamata di Dio, che porta con sé il significato della missione, è per sé stessa la risposta alla debolezza e alla viltà. Gesù non attende che i suoi discepoli si trasformino in uomini coraggiosi per inviarli, ma li invia proprio quando sono stanchi, perché la loro pace e la loro forza non provengono dalle loro qualità umane, ma dallo Spirito Santo che stanno ricevendo in quel momento.
Nel racconto giovanneo, appena Gesù “è visto”, dona la pace, lo shalom, la vita piena, e accompagna questa parola con dei gesti. Si fa riconoscere, perché il suo corpo non è stato rianimato, ma trasfigurato. In quel corpo di gloria restano le tracce del suo vissuto umano e della sua sofferenza, le piaghe, le stigmate, i segni della croce e l’apertura del petto che proclamava il suo amore. I discepoli lo riconoscono e gioiscono al vedere il Signore, e la loro incredulità è vinta. Allora Gesù soffia su di loro il suo respiro, che non è più alito di uomo ma Spirito Santo. Questo respiro del Risorto diventa il respiro del cristiano: noi respiriamo lo Spirito Santo! Questo Soffio che entra in noi e si unisce al nostro soffio ha come primo effetto la remissione dei peccati, cancellandoli affinché Dio non li ricordi più. È un abbraccio che ci mette “nel seno del Padre” (en tô kólpo toû Patrós: cfr. Gv 1,18), stringendoci a Dio in modo che non siamo più orfani, ma amati senza misura. «Ricevete lo Spirito», dice Gesù, cioè «accoglietelo come un dono». Non rifiutare il dono è l'unica cosa chiesta, perché il Padre dà sempre lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono (cfr. Lc 11,13). E in questa nuova vita animata dal Soffio santo avviene sempre la remissione dei peccati: Dio li rimette a noi e noi li rimettiamo agli altri che hanno peccato contro di noi (cfr. Mt 6,12; Lc 11,4). Non c’è liberazione se non dalla morte, dal male e dal peccato! La Pentecoste è la festa di questa liberazione che la Pasqua ci ha donato, liberazione che raggiunge le nostre vite quotidiane con le loro fatiche, le loro cadute, il male che le imprigiona.
Il vangelo di Giovanni, però, presenta una scansione temporale diversa: «La sera di quel giorno, il primo della settimana», cioè il giorno di Pasqua, «Gesù […] soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo”». Questa incongruenza temporale tra Luca e Giovanni, in cui Luca descrive la Pentecoste cinquanta giorni dopo Pasqua e Giovanni la colloca la sera stessa della resurrezione, non deve spaventarci, quanto piuttosto farci approfondire la riflessione. La presenza di Dio in Spirito è, di nuovo, “qualcosa” di non immediatamente tangibile, visibile, misurabile. Luca, negli Atti, ricorda che Gesù, salito al cielo, ha adempiuto la promessa fatta, mandando sulla comunità dei discepoli il vento infuocato dello Spirito santo quando gli ebrei festeggiavano a Pentecoste il dono della Torà fatto da Dio a Mosè. Per Luca è il compimento dei compimenti, la stipulazione piena della nuova alleanza, alleanza non più fondata sulla Legge ma sullo Spirito santo, scritta non su tavole di pietra ma nel cuore dei credenti (cfr. Ger 31,31-33). Giovanni, invece, che conclude il suo vangelo con quel giorno della resurrezione, intende attestare la pienezza della salvezza manifestatasi nella vittoria di Gesù sulla morte, nel dono del santo Soffio che dà inizio a una nuova creazione in cui la misericordia di Dio ha il primato, regna, e per questo c’è la remissione dei peccati del mondo.
La Lettera ai Romani (Rm 8,8-17): Vita secondo lo Spirito
San Paolo, nella seconda Lettura, ricorda alla comunità di Roma che chi riceve lo Spirito, quello con il quale Dio ha risuscitato Cristo dai morti, è liberato dal dominio della carne. Pertanto, questo può essere effettuato per coloro che rimangono fiduciosi e guidati dallo Spirito, amando Dio mediante Cristo: l’unico e nuovo comandamento.
Paolo amplifica la riflessione sull'esperienza dello Spirito e ne percorre gli effetti, opponendo la vita secondo la carne e la vita secondo lo Spirito. Vivere sotto il dominio della carne significa vivere dominati dalla fragilità umana, ma non si tratta di una condanna della corporeità umana. I cristiani, per il battesimo, sono inseriti nel regime dello Spirito e non in quello della carne. Secondo Rm 8,11, lo Spirito è lo Spirito di Dio, lo Spirito che ha risuscitato Gesù; ed è lo stesso Spirito che abita i cuori umani e apre gli uomini alla speranza della risurrezione. Tale condizione di risorti si godrà certamente dopo la morte, tuttavia essa ha già effetti nell’oggi. In primo luogo, strappando e liberando dal dominio del peccato. In secondo luogo, rendendo i credenti figli di Dio, cioè immettendoli in una nuova relazione con il Padre. Una condizione di figliolanza, e non di schiavitù, grazie allo Spirito «per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (Rm 8,15). Questa sintesi antropologica è illustrata richiamando tutte le persone della Trinità.
Pentecoste: Dallo Spirito Santo alla Vita Concreta.- Don Luigi Maria Epicoco
Lo Spirito Santo: Presenza Attiva e Trasformatrice
Simboli e Azioni dello Spirito
Lo Spirito Santo si manifesta con simboli potenti come il vento impetuoso, che modella le dune del deserto e leviga le rocce, e il fuoco visibile, che illumina, riscalda, cuoce progressivamente il cibo rendendolo più commestibile e rende malleabili i metalli affinché il lavoro degli uomini possa produrre utensili e gioielli. La permanenza "per sempre" con noi dell'"altro Paraclito" è una permanenza attiva, che ci trasforma, ci plasma e ci fa crescere nel cammino della nostra storia. Lo Spirito è il Creatore dell’unità nel rispetto della diversità e l’inviato che rinnova la faccia della terra: è lo Spirito creatore. Con mancia e in beneficenza, Egli è consolazione perfetta, dolce ospite dell'anima, dolcissimo sollievo.
Il Dono dello Spirito: Insegnare e Ricordare
Nel corso della storia della Chiesa e della nostra vita, lo Spirito Santo ci insegna tutto, ci ricorda le parole di Gesù e ce le fa capire. Lo Spirito che è Signore e dà la vita, come proclamiamo nel Credo, è mandato per compiere due grandi opere: insegnare ogni cosa e farci ricordare tutto quello che Gesù ha detto. Gesù, confessando "Avrei ancora molte cose da dirvi", mostra la sua umiltà non pretendendo di aver insegnato tutto, ma aprendo spazi di ricerca e scoperta per i discepoli e per noi, con un atto di totale fiducia in uomini e donne disposti a camminare sotto il vento dello Spirito che traccia la rotta. Questo ci rivela una Chiesa che è un sistema aperto e non bloccato, dove lo Spirito ama insegnare, accompagnare oltre, verso paesaggi inesplorati, scoprire vertici di pensiero e conoscenze nuove, soffiando sempre avanti.
La seconda opera dello Spirito è "vi ricorderà tutto quello che vi ho detto". Ma non come un semplice fatto mnemonico, bensì come un vero “ri-cordare”, cioè un “riportare al cuore”, rimettere in cuore, nel luogo dove si decide e si sceglie, dove si ama e si gioisce. Ricordare vuol dire rendere di nuovo accesi gesti e parole di Gesù, di quando passava e guariva la vita, di quando diceva parole di cui non si vedeva il fondo. Perché lo Spirito soffia adesso; soffia nelle vite, nelle attese, nei dolori e nella bellezza delle persone. Questo Spirito raggiunge tutti, non investe soltanto i profeti di un tempo, o le gerarchie della Chiesa, o i grandi teologi. Convoca noi tutti, cercatori di tesori e di perle, che ci sentiamo toccati al cuore da Cristo e non finiamo di inseguirne le tracce; ogni cristiano ha tutto lo Spirito, ha tanto Spirito Santo quanto i suoi pastori. Ognuno ha tutto lo Spirito che gli serve per collaborare ad una terza opera fondamentale per capire ed essere Pentecoste: incarnare ancora il Verbo, fare di ciascuno il grembo, la casa, la tenda, una madre del Verbo di Dio. Il respiro del Risorto diventa il respiro del cristiano: noi respiriamo lo Spirito Santo! Ognuno di noi respira questo Spirito, anche se non sempre lo riconosciamo, anche se spesso lo rattristiamo e lo strozziamo in gola, nelle nostre rivolte, nei nostri rifiuti dell’amore e della vita di Dio narrataci da Gesù. Lo Spirito quindi “suscita in noi la Parola” (cfr. Inno Veni creator) dell’amore che è Gesù.
Lo Spirito e l'Universalità dell'Amore
Lo Spirito è Colui che ci insegna a parlare la lingua che l'altro, il diverso da noi, può capire. In questo senso, lo Spirito prosegue quello stesso movimento di kenosi che ha vissuto il Verbo di Dio. Il Figlio, il Verbo di Dio, è la Parola attraverso la quale il Padre ci ha parlato (cfr. Gv 1,1; Eb 1,1-2) fino a rivelarsi pienamente nel Verbo fatto silenzio sul legno della croce («…si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» Is 53,7). In questo movimento di kenosi del Figlio scende sugli apostoli lo Spirito Santo, Parola dell’amore che si fa linguaggio dell’altro. Lo Spirito infatti è quella Parola dell’amore di Dio che si fa linguaggio dell’uomo e si “riduce” fino a farsi comprendere da tutti, come il Figlio. Dio “parla la lingua degli uomini” perché gli uomini imparino il linguaggio “altro” dell’amore di Dio. Solo l’amore, nella forma vissuta da Gesù, è quel linguaggio universale che ogni “lingua, razza, popolo e nazione” può comprendere: «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita» (cfr. 1 Cor 13,1).
La Pentecoste nella Storia della Chiesa e del Credente
Il Superamento della Paura e l'Inizio della Missione
La storia dell’umanità cambia per sempre: Cristo è risuscitato. Nonostante ciò, i discepoli avevano ancora i rimasugli di quella paura che li ha portati ad abbandonarlo sul Calvario, anche per il timore di fare la stessa fine. Così, mentre in quei cuori innamorati si agitano tutti questi sentimenti, Gesù si presenta in mezzo a loro. È fondamentale osservare come Dio risponde alle nostre paure, che spesso sono un ostacolo che ci impedisce di corrispondere alla sua grazia. Gesù reagisce di fronte alla loro paura con una vocazione. La chiamata di Dio, che porta con sé il significato della missione, è per sé stessa la risposta alla debolezza e alla viltà. Gesù non aspetta che i suoi discepoli si trasformino in uomini coraggiosi per inviarli, li invia proprio quando sono stanchi, perché la loro pace e la loro forza non vengono dalle loro qualità umane o dalle circostanze più favorevoli, ma dallo Spirito Santo che stanno ricevendo in quello stesso momento. La Chiesa è stata fatta, si fa e si farà sempre per opera del Paraclito. Il nostro compito non è altro che lasciarci guidare da Lui e, quindi, non valgono a nulla né le inibizioni né la vanagloria. A partire da ora, la vita degli apostoli non sarà altro che proclamare in ogni luogo che Gesù è il Signore. Ma, come dice san Paolo nella seconda lettura, per poter affermare ciò abbiamo bisogno dello Spirito Santo (1 Cor 12, 3). Non possiamo fare un solo passo nella vita spirituale, neanche il più piccolo, senza l’assistenza della Terza Persona della Santissima Trinità. Per questo, nella sequenza che precede la proclamazione del Vangelo della Messa di oggi, diciamo: Senza la tua forza, nulla è nell’uomo.
Nel Cenacolo, i discepoli sono chiusi. Ed è allora che lo Spirito irrompe, non come un’idea o una dottrina, ma come vento e fuoco: rompe i timori, accende i cuori, spinge all’esterno. La Parola esce, si fa lingua comprensibile a tutti. Pentecoste, dunque, non è una festa del passato, è il presente della Chiesa: è oggi che siamo inviati, è oggi che siamo abitati, è oggi che possiamo amare, servire, annunciare. Da quel cenacolo in eterno il Padre ed il Figlio effondono il dolce soffio dello Spirito sulla Chiesa.
La Nuova Pentecoste e l'Intercessione di Maria
La solennità di oggi è una bellissima occasione per chiedere con fede di rinnovare la nostra vita spirituale e per intercedere in favore dei cristiani di tutto il mondo. Al momento di convocare il Concilio Vaticano II, Giovanni XXIII chiese preghiere per quello che chiamò “una nuova Pentecoste” nella Chiesa. Questa espressione, "nuova Pentecoste", potrebbe servirci come un’aspirazione che caratterizza il nostro rapporto con lo Spirito Santo. Per questo, possiamo ricorrere a Maria, indispensabile protagonista di ciò che oggi stiamo celebrando, per imparare da Lei a rispondere «sì, faccia» a ogni mozione che ci viene dallo Spirito Santo. Anche la Vergine restò turbata di fronte alla presenza e all’annuncio dell’Angelo (cfr. Lc 1, 29). Tuttavia, la sua risposta non fu determinata dal timore che pure avvertiva, ma dalla certezza che era Dio che la stava chiamando. Così si fa la Chiesa, così si sono comportati i santi, così lo Spirito Santo si aspetta che anche noi viviamo.
Lo Spirito: Fondamento della Comunione e della Libertà
La Pentecoste testimonia anzitutto che, dove lo Spirito di Dio discende, si genera una vera koinonia, un’autentica comunione. Essere Chiesa, essere-in-comunione-di-Spirito, è il contrario della vita in un “sistema”, che spesso vive senza mistero, ha bisogno di burocrati, e dove le persone sono interscambiabili. Al contrario, la Chiesa è una comunità dove i discepoli sono persone vive, che cercano, lottano, testimoniano nell’ottica del reciproco rispetto e della reciproca accoglienza. A fondamento della comunità cristiana sta l’essere-in-azione dello Spirito, il quale «attraverso le nostre discese agli inferi, … la gioia e la sofferenza, attraverso l’ineluttabile spogliazione quotidiana, ci farà entrare nella morte-risurrezione del Signore. Ci riunificherà tutti e riunificherà ciascuno di noi. Unificherà le nostre comunità, le nostre parrocchie là dove i rapporti tra gli uomini si trasformano appena si lascia che il Cristo viva in noi.»
Il compito della Chiesa, in questo tempo in cui la Pentecoste si intensifica, è quello di creare nel mondo uomini liberi, responsabili, creativi, capaci di rispondere all’attesa e alla nostalgia di Dio con un amore capace di illuminare tutta la vita. Una delle funzioni del Paraclito (Colui che - chiamato - si pone accanto), dice Giovanni, è quella di «insegnare e far ricordare tutto quello che Gesù ha detto». Qui si scorge la funzione di ermeneuta, compresa come interpretazione autentica della Scrittura. Lo Spirito è inviato dal Padre - come Gesù - e il suo essere Paraclito gli darà la possibilità di rimanere con i discepoli, per sempre. È da questa reciproca intimità che nasce la novità cristiana: la legge per il cristiano non è più esterna, ma interna, e si chiama Spirito Santo. Grazie allo Spirito, il cristiano non vivrà della legge della competizione, ma della legge dell’amore. Vivere in uno stato di competizione perenne significa dire che siamo schiavi della legge e non siamo abitati dallo Spirito. Dire che la nostra legge è lo Spirito, ossia l’amore, significa riconoscere che la strada percorsa da Dio non è quella voluta dagli esseri umani: Dio non si è messo in competizione con noi, ma ha voluto un amore responsabile, libero e creativo. Oggi non è più tempo di pensare a un Dio contro l’uomo, né di pensare l’uomo contro Dio, ma aprirsi al tempo dello Spirito è aprirsi alla pienezza in cui il divino e l’umano si integrano l’uno con l’altro senza confusione né separazione.
Approfondimenti Lessicali e Contestuali
Il verbo greco sumplēroō (συμπληρόω), che compare nel Nuovo Testamento solo sotto la penna di Luca, significa “riempire interamente, compiere”. La costruzione epì tò autò (ἐπὶ τὸ αὐτό), letteralmente “sulla stessa cosa”, ha un sapore biblico, traducendo nella Settanta l’ebraico yahad (insieme), utilizzato nei Salmi come avverbio della vita comunitaria. Il verbo sugcheō (συγχέω), “gettare nella confusione”, è lo stesso verbo usato, nella traduzione di Gen 11,9 da parte della Settanta, per indicare la confusione delle lingue provocata da Dio nell’episodio della torre di Babele.
Sullo sfondo del brano evangelico vi è il Deuteronomio: con il plurale “comandamenti” si potrebbero intendere le miswoth giudaiche, che Gesù fa proprie. Tuttavia, nel Vangelo di Giovanni, Gesù si pone come il fondamento della legge giudaica, relativizzandola in rapporto a sé: Gesù stesso fa assumere degli obblighi nell’amore e in nome dell’amore per lui. Egli stesso diventa la norma, rispettando sia la funzione della legge mosaica nel disegno di Dio sia la fedeltà a ciò che la relazione d’amore con lui comanda.
Il simbolo della dimora (monē, μονή, dal verbo mènō, μένω, rimanere, e quindi “luogo in cui rimanere”) è legato a un contesto sacerdotale. Il verbo didàskō (διδάσκω) è il verbo della didachê cristiana, dei didàskaloi della comunità giudeo-cristiana, ma anche della Torah dell’Antico Testamento e del giudaismo. La sua funzione complementare è quella della memoria come appropriazione dinamica del significato, attualizzazione in funzione dell’esperienza.
Oggi celebriamo il dono che, per i credenti in Cristo, è «la legge dello Spirito» (Rm 8,2). Come per Israele Shavuōt era la festa delle primizie e del mondo nuovo che germoglia sulle ceneri del vecchio, così la venuta dello Spirito sulla comunità cristiana primitiva è l’origine di un cammino nuovo, alla luce del Risorto. Da quel cenacolo in eterno il Padre ed il Figlio effondono il dolce soffio dello Spirito sulla Chiesa.
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